Le notti degli emigrati a Londra
Part 22
La signora volle che io conservassi il mio cappello, perchè non prendessi un raffreddore. Ed io che detesto il cappello e la cravatta, quasi altrettanto che S. M. Siciliana, obbedii: avrei messo una delle sue gonne, se me lo avesse dimandato, par accelerare lʼora di andar a cacciarmi nelle lenzuola. Infine, la cena comparve. Componevasi di rimasugli di due o tre pasti.... Ingollai un boccon di qui, un di là, bevvi un gotto e dissi... (in verità, io pagava di buona moneta questo bestione e la sua orribile femmina).
—Adesso, don Francesco, un buon letto. Vi auguro buona notte, madama.
Non avevamo schiuso labbro nei tre minuti che durò lʼoperazione della masticazione. Ritirandomi, soggiunsi:
—A proposito, caro, pensa che voglio andarmene a casa, tu sai, per mare fino a Scalea. Io prendo meco Demetrio, che non può camminare. Spiridione verrà a raggiungermi a cavallo. Dunque, una barca sicura e.... avanti la guardia! Buona notte madama.
Seguii Lauretta, zufolando la _marseillaise_. Non guardai nè la camera, nè il letto, sul quale avrebbe potuto manovrare un reggimento di bersaglieri, nè altro. Strappai dal mio dosso le spoglie dʼinsorto e buona sera. Lauretta mi consigliava ancora di recitare un buon _Pater_ ed un _Ave_, secondo le intenzioni del nostro Santo Padre il papa, che io russava di un sonno profondo.
La mia minaccia di restar lì, fino a che non mi avessero trovato un mezzo di partenza, dette dello zelo alla signora. Ella promise una buona ricompensa—a mie spese—ai doganieri di S. M. e questa brava gente, con la loro barca di servizio, sotto la bandiera di Sua Maestà, mi condussero fedelmente—la mia sciabola, Demetrio ed il suo fucile compresi—fino a Scalea. La bandiera copriva la mercanzia.
Arrivammo a mezzodì, quasi al tempo stesso in cui Spiridione giungeva col cavallo e che la mia valigia capitava da Cosenza, mandatami dallʼalbergatore.
A Scalea pure avevo degli amici—un bravo giovanotto chiamato Alberto, che erasi trovato nelle fila deglʼinsorti. Appena che il vecchio padre, la giovane sorella ed egli mi videro arrivare, la fu una festa. Il fascio luminoso dei tre sorrisi mi rischiarò e mi riscaldò il cuore. Il vecchio mi abbracciò come se fossi stato il suo figliuolo, il giovanotto mi strinse la mano, la giovinetta mi inviluppò in uno di quegli sguardi che sono un poema più vasto e profondo della Divina Commedia. Tutto rideva in questa casa. Anche il cane di Alberto si levò sulle sue zampe e fregò il suo bel muso sul mio petto. Cinque minuti dopo, lʼasciolvere era servito. E la conversazione camminava a vapore, così alla buona, come se fossimo stati in un palco del teatro di San Carlo. Ad un tratto, udimmo un rumore lontano come il gorgoglio delle acque di un fiume in mezzo della notte. Tesi lʼorecchio per ascoltare. Serafina andò alla finestra.
—Lʼè la messa cantata che termina, disse ella: il popolo esce dalla chiesa.
La conversazione e lʼasciolvere continuarono, ma il rumore aumentava e si avvicinava.
Alberto andò alla finestra alla sua volta, vi restò un momento, poi si precipitò nel cortile per assicurarsi se la porta fosse ben chiusa, e risalì estremamente pallido.
I miei _haiduchi_, armati da capo a piedi, lo seguivano.
—Che cosa è dunque! domandò babbo Cataldo, anchʼegli commosso.
—Gli è, gli è..... mormorò alfine Alberto esitando, gli è che la guardia civica, il giudice di pace, il sindaco, il capitano sono alla porta e chieggono di entrare, e che tutta la bordaglia del Comune li segue.
V.
Ecco ciò che era accaduto.
Alcuni individui mi avevano visto sbarcare alla marina, in unʼassisa di uffiziale di stato maggiore. Il governo provvisorio di Cosenza mi avrebbe nominato papa, se lo avessi dimandato, onde sbarazzarsi della mia persona. Io non dimandai che un grado, senza soldo nè funzione, per aver lʼoccasione di osservar le cose da vicino, con mio comodo. I pescatori di Scalea mi avevan preso nientemeno che per il comandante in capo della insurrezione, per un generale, un maresciallo forse. Essendosi poscia recati nel piazzale della chiesa, di dove la domenica, nelle belle giornate, il popolo dellʼItalia meridionale vede celebrare la messa, questi pescatori avevano comunicata la notizia al popolaccio del borgo. La novella della nostra disfatta vi era già capitata da due giorni. La medesima gente, la settimana precedente, aveva coraggiosamente fucilato il busto in gesso di re Ferdinando sulla piazza pubblica—quel busto augusto che presiedeva alle udienze del giudice di pace ed ispirava le sentenze di questo magistrato.
Nel medesimo tempo si era visto passare la mia valigia.
—La è zeppa di oro! si avvisò di dire un uomo di spirito, il barbiere del villaggio.
—Davvero? gridarono tutti, cogli occhi lucenti.
—Zeppa, zeppa. Il generale va ad attizzare la rivoluzione in Basilicata. Io mi so questo...... da una persona che lo sapeva.
Occorreva altro? Il giudice, il sindaco, il capitano della guardia civica, appresero dalla medesima voce che il generale siciliano era entrato appunto allora nel paese.
—_Santu diavolone!_ susurrò il giudice di pace allʼorecchio del capitano, ecco unʼoccasione che Dio ci manda, per riscattare lʼaffare del busto, e salvar vostro figlio, che era egli pure tra i rivoltosi. Questo paga quello.
—Verissimo! gridò il capitano, colpito da quella luminosa idea.
E senza metter tempo in mezzo, popolo e capi, ciascuno col suo intento, gli uni per rubarmi, gli altri per transigere col governo, eccoli lì tutti dirigersi in tumulto verso casa Cupido, ove io dimorava. Il sindaco si feʼ avanti e bussò. Alberto, che era alla finestra coʼ miei due bravi Albanesi, coi moschetti in ordine, mise fuori il capo, si cavò pulitamente il berretto e domandò:
—Che cosa volete, signor sindaco?
—In nome del re, rispose il degno magistrato, io richiedo il rivoluzionario, il nemico di S. M. il re nostro signore e della nazione, che si cela in casa vostra.
—Eh eh! fece Alberto voltando la cosa in celia. Incognito! una bestia di questa sorta qui dentro. Andate in casa del capitano piuttosto.
Questi impallidì e replicò:
—Io constato che voi resistete al nome del re e userò la forza. Popolo, dissʼegli poscia, vengono qui per spingerti allʼinsurrezione contro il re, nostro augusto padrone; abbasso i traditori, a morte i giacobini!
Il popolo fedele, che fiutava lʼoro della mia valigia—ahimè! non vi era che qualche vestito e delle cartacce—bruciando di amore per il trono, per lʼaltare, per la proprietà e per la famiglia, gridò, ruggì come unʼeco terribile:
—Abbasso i giacobini! morte alla nazione!
Lʼera edificante. Io restava, colle braccia incrociate, dietro Alberto, e contemplava Serafina.
—Come lʼè bella! mi dicevo, sentendo il sangue rifluire verso il cuore.
Il rossore, il pallore, si alternavano, come i fiotti del mare alle spiagge, sul sembiante della fanciulla. I suoi grandi occhi riflettevano il cielo ed avrebbero rischiarato la prigione di Ugolino.
—Andiamo a cercar lʼaccetta e atterriamo la porta, urlava la plebaglia rigenerata.
—Insomma, dissi io ad Alberto, dimanda a codesti bravi cittadini, che diavolo vogliono e per chi mi piglian dessi!
Alberto ripetè la domanda. Il giudice, scegliendo lʼaccento più ufficiale, dichiarò che io era il generale Ribotti, e che era suo dovere impedire la conflagrazione del regno.
—Non si tratta che di ciò? gridai io, tirando da parte Alberto e suo padre e mettendomi alla finestra a mia volta.
Poi, indirizzandomi a quellʼonesto pubblico ed al suo organo officiale:
—Tu la pigli grossa, sclamai, cioè, voi vʼingannate, signor funzionario. Il general Ribotti, a questʼora, digerisce, fuma, beve e se la batte in ritirata con i nostri _valorosi fratelli_ di Sicilia. Io sono il marchese di Tregle, deputato al Parlamento e mi reco alla Camera.
—Voi andate dunque alla Camera per le vie scorciatoie? osservò lʼarciprete della Comune.
—Vegliardo, risposi io con prosopopea, imparate che tutte le strade sono buone, quando conducono lʼuomo a compiere il suo dovere. Io mi reco alla Camera... erborizzando per le vostre montagne.
—Ah! voi fate della botanica in assisa dʼinsorto!
—Oh che? andreste per avventura a cercarmi taccole adesso sul taglio e la moda del mio abito? Augusto vecchio, apprendete che questo qui è proprio lʼuniforme dei membri del Parlamento della regina Vittoria.
—Ohibò! ohibò! egli è il generale Ribotti; lo si conosce, lo si è visto. In prigione, alla ghigliottina! Consegnatecelo, o metteremo fuoco alla porta della casa.
—Piano, eh! dissi io....
E qui, via! mi misi ad improvvisare uno _speech_ serio. Era proprio serio? Nol so, per dio. Ma insomma, parlai. Mʼinterruppero. Io dimandai il silenzio e lʼordine. Mi fischiarono. Ripresi la parola. Mi gettarono dei limoni. Io li presi al volo e continuai. Coprirono la mia voce di urli, dʼingiurie, di bestemmie, di ogni specie di grida di bestia. Io mi coprii infine con dignità, protestai e mi ritrai dalla finestra.
Intanto le accette cominciavano a dar rovello alla porta. Non vi era tempo da perdere. I due Albanesi, Alberto, suo padre, Serafina ella stessa, volevano tirar moschettate sullʼudienza in disordine. Io mi opposi. Abbottonai la mia casacca di velluto, calcai sul capo il cappello, misi i guanti.... sì, i guanti gialli che dovevano servirmi per prestare il giuramento alla Costituzione di Ferdinando II... ed ordinai di aprire la porta.
Ed eccomi in mezzo alla moltitudine. Vi erano lì duemila persone. Tutti si precipitarono sopra di me ad una volta. Un furfante mise la mano alla mia cravatta—una bella cravatta tricolore.
—Villano! gridai io sdegnato, non disfare il mio nodo.
E gli applicai una ceffata. Una mano carica dei destini di una nazione, devʼessere pesante: la si rispetta. Eʼ rinculò. Il capitano, il giudice, il sindaco mi circondarono. Ma era impossibile di avanzare.
—Fate largo! gridava la guardia civica.
—In prigione! alla ghigliottina! braitava la canaglia—i fanciulli e le donne più alto degli altri.
Povere creature! esse hanno così di raro uno spettacolo nella rude loro vita dei campi! Unʼimpiccaggione, lʼè una rugiada: fa epoca. Facemmo qualche passo. Ad un tratto, un uomo si precipita sopra di me, con un trincetto di calzolaio alla mano.
—Lasciatemi bere il sangue di codesto nemico del mio re! grugniva il manigoldo, scoccandomi un colpo della sua terribile arma.
Io aveva riconosciuto nella folla un giovane chiamato Galvani, un dì mio compagno di studi a Napoli. Questo ragazzo gridava, a rompersi le costole, che io non era mica il Ribotti, che io era il marchese di Tregle, quando il ciabattino si slanciò su di me. Galvani arrivò a tempo per ritenere il braccio dellʼassassino; di guisa che non vi ebbe altra disgrazia, che una bella fessura alla mia bella assisa.
Allora la guardia civica, che si era infine aperta una via, mi circondò:
—Gli è meglio che andiate in prigione, mi susurrò allʼorecchio Galvani. Quivi, sarete salvo.
Io parlai, protestai, presi a testimonio uomini e bestie, sulla violenza che si adoperava contro un rappresentante della nazione che recavasi al Parlamento, e rotolai, o piuttosto mi rotolarono verso la prigione.
Ed eccomi là.
Non era proprio la prigione ove mi avevano condotto—quelle prigioni di Calabria ove una palla di cannone prenderebbe una flussione di petto e la febbre putrida! Mʼinstallarono nel corpo di guardia; al primo piano. Io avevo una guardia che faceva sentinella alla mia porta.
Appena in gattabuia, io rifaceva il nodo della mia cravatta innanzi ad un vetro, quando il capitano della guardia civica si presentò. Si chiamava don Prospero. Era un informe cubo di carne: non braccia, non gambe, non collo. Una zucca popona, mitragliata dal vaiuolo, tenevagli luogo di testa. Dei mustacchi più formidabili di quelli di Vittorio Emanuele. Gli occhiali verdi nascondevano gli occhi. Le falde dellʼuniforme a coda di rondine, aprendosi, mostravano i rattoppi ed i rabberci delle sue brache. Un naso lungo, molto lungo, lunghissimo, quasi altrettanto lungo che quello dellʼex Imperatrice dei francesi. Quando parlava, la sua bocca era una cascata a getto continuo.
—Ebbene, signor marchese, eh! lʼabbiamo scappata bella. Voi direte alla Camera che io ho fatto ammirabilmente il mio dovere, eh! Cosa posso fare adesso per servirvi, eh!
—Andate a farvi..... No, prendete carta ed inchiostro, e scrivete.
Il capitano andò giù a cercare quello che occorreva e ritornò. Io gli dettai una protesta in regola. Eʼ scrisse.
—Ora, gli dissi io quando egli ebbe finito, portate codesto in mio nome al giudice di pace.
—Allʼistante, signor marchese. Il mio figlio vi conosce. Voi direte alla Camera che io sono un buon patriotta, eh! Come vi ho protetto! Vi bisogna altro?
—Mandatemi tutto ciò che è necessario qui: un letto prima dʼogni cosa.
—Vostro umilissimo servitore, signor marchese. Vi manderò da pranzo da casa mia....
—Non andare ad intossicarmi, per lo meno, vecchio galuppo! Va, va.
Lo spinsi.... e caddi affranto sur uno sgabello.
VI.
Io aveva rappresentato la mia parte, il meglio che avevo potuto; ma non nasconderò che il mio cuore andava al galoppo e che tutto mi sembrava orribilmente nero. Mi sentii alleviato, trovandomi solo. Però io non mi faceva la minima illusione sul finale del dramma. La mia prigione era la cappella del condannato. Io abbracciai di un colpo dʼocchio, come i raggi solari al centro di una lente, tutta la mia vita passata, tutto ciò che mi era caro nel mondo, mia madre, mia sorella, il mio vecchio padre, la mia innamorata, poi mi vidi nel fondo dʼun cortile, innanzi a quattro uomini ed un caporale, sul punto di essere fucilato come un cane arrabbiato, senza spettatori, e gettato alle gemonie. Io vidi dei quadri fantastici messi come un riverbero, in faccia della mia vita della vigilia, ricca, felice, amata, libera, scettica. Io vidi tutto ciò al di fuori di me, sentendomi sospeso al di sopra del mio essere, come si dipinge lʼangelo custode aleggiando sul suo protetto. Non potei gustar nulla. Mi coricai e mi addormentai.
Il sole anchʼesso coricavasi in un mare magnifico, cui tingeva di porpora.
Aprendo gli occhi allʼindomani, allʼaurora, esaminai la camera ove mi trovavo. Un luogo infame davvero, annerito, deturpato da caricature orribili disegnate al carbone, senza carta alle pareti, senza soffitto, quasi senza vetri alle finestre, ed un buco orrendo in un angolo.
Il domestico del corpo di guardia scopava, in onor mio, la camera di fuori. Lo chiamai. Venne e mi portò dellʼacqua. Poco dopo, si presentò il capitano.
—Ebbene, signor marchese, state allegro. Avete ben dormito, eh!... Oh! ieri sera abbiamo segnalato a Napoli per telegrafo il vostro arresto. Il ministro vi farà mettere in libertà immediatamente, e voi direte, eh! che siete stato trattato con ogni riguardo.
Questa notizia era per me un colpo di fulmine. Essa sollecitava la lugubre soluzione che io aveva intravisto il dì innanzi. Era inevitabile. Il ministro Bozzelli mʼinvierebbe al generale Busacca, e questo amabile ubbriacone mi avrebbe fatto fucilare in men di tempo che non ne metteva a cioncare un gotto di Madera. Malgrado ciò mi contenni e risposi:
—Avete fatto benissimo. La risposta è arrivata?
—Il telegrafo non parla mica la notte, signor marchese (nel 1848 il telegrafo elettrico non esisteva negli Stati di Ferdinando II). La risposta però può arrivare da un istante allʼaltro.
—Sta bene, andatevene adesso.
—Volete che vi faccia portare del caffè?
—Grazie. Vedremo più tardi.
Eʼ partì dondolandosi, le mani dietro il dorso, e lo vidi traversare la piazza. Unʼidea solcò il mio spirito come un lampo. Ero perduto: bisognava tutto osare. Terminai la mia toilette, misi i guanti, raccolsi un mozzicone di sigaro gettato via dal capitano, calcai il mio cappello sul capo, ed uscii. Il domestico terminava di scopare lʼanticamera; le porte erano aperte. La guardia civica occupava il pian terreno, donde io doveva passare. Scesi la scala e mi rivolsi al sergente:
—Sergente, datemi del fuoco per accendere il mio sigaro.
Il sergente mi guardò senza rispondere ed obbedì. Io accesi il mozzicone e presi la via della porta.
—Ma, ove andate, signore? mi dimandò il sergente.
—Come, dove vado? Me ne vado, per bacco!
—Ve ne andate, ve ne andate..... ma voi non potete andarvene.
—Ah! grazie. Eccone unʼaltra che è proprio bella. Fo i miei complimenti al vostro paese.
—Bella brutta, eʼ bisogna restar lì, signore, e risalire.
—Davvero?
—Ma....
—Il capitano non vi ha dunque detto, signor sergente, chʼegli è venuto ad annunziarmi che il ministro aveva segnalato da Napoli, che io potevo continuare il mio cammino?
—Neppure una parola di tutto ciò, signor marchese.
—Ebbene, caro voi, andateglielo a dimandare allora a codesto idiota, e vi auguro il buon giorno....
Il sergente restò perplesso, mentre io mi diressi di nuovo verso lʼuscio.
Eʼ disse infine, alzando le spalle:
—Poichè voi mi assicurate che il capitano vi ha detto codesto, non sarò io che vorrò trattenervi. Servitore umilissimo, signor marchese, e buon viaggio.
—Per la vostra gente, dissi io, dandogli una moneta dʼoro.
E partii, a passo lento, esaminando, da uomo che non ha fretta, la piazza, la caserma, la casa comunale, i contadini che se ne andavano ai campi ed i loro ciuchi. La guardia dinanzi la porta mi seguiva degli occhi: io sentivo il suo sguardo bruciarmi il dorso. Appena però mi fui sottratto ai loro occhi, io non feci che un salto fino alla casa del mio amico Alberto. E vi metteva il piede, quando alla porta, per una di quelle venture, che non sono inverosimili che nei romanzi, io mi sentii avvinghiato dalle braccia di un vecchio prete da un lato, e dallʼaltro da quelle di un giovincello. Io resistetti. Essi mi baciavano sulle guance, ciascuno dal suo lato, il prete sclamando: «Io sono tuo zio, Tiberio!» ed il giovane echeggiando:
«Tiberio, io sono tuo cugino!»
—Ehi feci io, ma....
Io non avevo davvero il tempo di andarmi ad informare donde mi piovessero quello zio e quel cugino provvidenziali. Li credetti sulla parola, e rendendo loro ingenuamente lʼamplesso, dissi:
—Benissimo, poichè siete mio zio e mio cugino, allʼopera. Me la sono svignata dalla prigione: salvatemi, adesso.
—Presto, Gabriele, gridò lo zio, prendi Tiberio con te, gettatevi nelle vigne, nascondilo in qualche sito e ritorna per compiere il resto.
Gabriele mi prese dal polso.
—Presto, andiamo, eʼ gridò.
—Un istante, risposi io, sfuggendogli dal pugno.
Salii la scala, saltando i scaglioni quattro a quattro, e via nella camera di Serafina.
In questo frattempo, ecco ciò che avveniva al corpo di guardia.
Il sergente, dopo avermi veduto partire, dopo aver diviso tra i suoi uomini la moneta che io gli aveva lasciata per mancia—facendosi la parte di.... sergente, non senza una lunga discussione—fu preso da un accesso in ritardo, di sentimento del dovere. Eʼ se ne andò dunque dal capitano per domandargli se io gli aveva detto la verità!
Il capitano era stato proprio allora chiamato dal giudice di pace, a proposito di un dispaccio telegrafico arrivato da Napoli. Il sergente respirò. Continuò dunque lentamente la sua via verso la casa del giudice. Alla porta di questo onorevole magistrato, il sergente incontrò il capitano che usciva, affannoso, frettoloso, con un dispaccio alle mani.
—Ah! arrivi a proposito, sergente, sclamò il capitano. Va a metterti un paio di scarpe nuove; devi partire fra unʼora.
—Partir per dove, capitano? dimandò il sergente, un poco sciancato quantunque sergente, e per ciò appunto detestando di marciare.
—Per dove, per dove? gridò il capitano dʼunʼaria burbera: per affar di servizio, per Dio! Bisogna che te ne dica il bello ed il meglio, eh! che ti dimandi il permesso e ti faccia le scuse di scomodarti? eh?
—Mille perdoni, capitano, replicò il sergente con voce contrita, ma, per andare, bisogna pur sapere, mi sembra, ove si va.
—Al diavolo, eh! a Cosenza se non ti dispiace. Diciotto miglia con i gendarmi alle calcagna, e gli uni e gli altri ad accompagnare quellʼinfernale rivoluzionario che abbiamo acchiappato ieri. Ah! se lo avessero messo in brani, eh! Sua Maestà avrebbe fatto cavaliere tutto il paese, compreso il campanone, e te pure, e ci avrebbe esentati dalle imposte per venti anni, eh!
—Come, capitano, borbottò il sergente, diventando orribilmente livido, il marchese.... dunque....
—Ebbene, sì, sissignore. Il ministro Bozzelli si è levato di buon umore e di buonʼora stamane, e ci fa segnalare di spedire il prigioniero al generale Busacca, a Cosenza. Comprendi, adesso? Otto uomini ed un sergente.... in mezzo di una piazza... portate, arma! caricate, arma! arma, fuoco! Al diavolo i rivoluzionari. Viva il re, nostro adorato padrone!
Io non saprei descrivervi il grido di disperazione gettato dal capitano, quando apprese che io me lʼera dato a gambe. Una montagna si abbatteva sul suo capo e lo schiacciava. Immediatamente, gendarmi e guardie civiche sono sotto le armi, la chiamata batte, la campana a martello dà rintocchi, il popolo.... per fortuna, il popolo era ai campi. Immediatamente la casa ove io era è circondata. Io doveva esserci ancora, perchè unʼora non era per anco passata che io aveva lasciato il corpo di guardia.
La prima persona che il capitano incontrò allʼuscio della casa, fu mio zio.
Il vecchio prete era lʼuomo il più litighino della provincia. Egli sapeva i suoi codici a menadito, e lo si temeva come il colera. Egli si era minato a far processi; ma ciò malgrado, quando non ne aveva dei suoi, egli prendeva a patrocinare quelli di altrui—le cause obliate, abbandonate come impossibili.
Trovandosi dʼincontro a questʼuomo, il capitano esitò.
—Ah! mio vecchio amico, sclamò mio zio con una voce tutto mele: come Dio vi manda a proposito! Come va la salute? ed i vostri piccoli? ed i bachi da seta? Fatemi dunque aprir questa porta. Io spasimo di abbracciar mio nipote.
—Che nipote?
—Ma, il marchese di Tregle, dunque! Voi nol sapevate?...
—Egli è dunque ancora colà?
—Lo credo bene! Non faceva che entrare, ero lì per raggiungerlo, quando, bum! mi si chiudono le porte sul muso.
Il capitano respirò. Eʼ cominciò allora a bussare ed a gridare:
—In nome del re! aprite, in nome del re....
Infrattanto la forza pubblica si accalcava e circondava casa e giardino. Impossibile di fuggire. Più il capitano bussava però, più lʼuscio restava chiuso e la gente di dentro silenziosa. Il padre di Serafina si trovava innanzi al portone come gli altri. Si era rimarcato che il mio cavallo era ancora alla scuderia. Dunque, io era in trappola. Il capitano fece unʼultima intimazione, dichiarando, che egli stava per rovesciar tutto, anche i muri, e si chiamò un chiavaio.
Questʼartefice arrivò. Il capitano gli ordinò di aprire.
—Piano, piano, prese a dire allora il mio eccellente zio; la legge è la legge, mio vecchio amico, ed essa è legge per tutti. Voi dovete entrar lì dentro per affar di servizio. A meraviglia. Io lo desidero più che voi, per abbracciare il marchese mio nipote. Un deputato che va al Parlamento, cappita? gli è interessante di essere zio di codesto, capite! Ma facciamo le cose in regola, senza che, io mi costituisco parte lesa, e vi chiamo responsabile di tutte le irregolarità. Lʼarticolo 23 della Costituzione dice: «il domicilio è inviolabile». Per lʼarticolo 38 poi, i deputati sono sottratti alla giurisdizione del potere giudiziario, civile e militare, senza il consentimento previo della Camera. Ora, chi sa, mio vecchio amico? Vi sarà ancora un Parlamento a Napoli: avete visto nella _Gazzetta officiale del Regno_, che è stato convocato....
Il capitano impallidì. Si trovava preso tra un telegramma del ministro e due articoli dello Statuto. Eʼ fece chiamare il sindaco.