Le notti degli emigrati a Londra
Part 21
La pianura era animata da piccoli gruppi di gente, ciascuno dirigendosi verso il suo paese; e non so se non gridassero già: Viva il re! Ognuno aveva attaccato al suo fucile una pelle di montone e le sue scarpe. Le scarpe, per i contadini dellʼItalia meridionale, sono un oggetto di lusso, un arnese di parata. I più arditi erano rimasti un poʼ indietro.... per raccogliere delle casserole, delle pignatte, della roba infine. Lo spettacolo diventava lugubre e ridicolo. Eccolo già deserto questo accampamento, ove i fuochi ardevano ancora, ove un momento prima una gente spensierata cucinava la sua pappa. Le capanne di felci e di rami, vôte; gli utensili rotti, sparsi per terra; tutto devastato, nudo, bruciato. E nella pianura, uomini di grande statura, dalla bruna carnagione, dai lineamenti pronunziati, fatti da Dio per compiere delle grandi cose, che se ne vanno al passo ginnastico, col nastro tricolore sui loro cappelli puntuti, non rimpiangendo altro che la minestra mancata. Dal canto loro, i realisti si affrettavano ad arrivare: lʼodore dellʼarrosto infondeva loro del coraggio.
Io presi lo stradale, alla grazia di Dio, non conoscendo il paese, nè sapendo ove dirigermi. A Spezzano Albanese, incontrai il Consiglio municipale di Cosenza ed il vescovo, i quali, due giorni prima, avevano gridato: Viva la Costituzione, abbasso i Borboni! Essi si recavano ora a presentare i loro omaggi ai generali Du Carne e Busacca. Monsignore mi diede per cortesia la sua benedizione, sbirciando il mio cavallo che, quindici giorni prima, egli aveva offerto _per la salute della patria_. Io non aveva agio di raccogliere delle benedizioni. Avevo fretta. Non potendo continuare sulla strada di Cosenza, presi il cammino delle montagne dei miei Albanesi. La mia ordinanza, vedendo che non vi era più nulla a spigolare con me, rimase un poʼ indietro, poi si smarrì col mio sacco da notte, in cui vi era un poʼ di danaro e alcune camicie. E non ne ebbi più nuove. Gli Albanesi mi seguirono bravamente e fedelmente. Essi avrebbero potuto assassinarmi e essere nominati cavalieri dellʼordine del _Merito civile_.
La notte era caduta. Noi cʼingolfammo in mezzo alle montagne, incontrando di qua di là dei fuggiaschi, i quali, avendo nascosto i loro fucili, se ne ritornavano ai loro villaggi, come se venissero dalla mietitura. Io passai per boschi di castagno, per oliveti magnifici. Il rumore dei ruscelli animava il silenzio della notte. Un leggiero venticello dava alle foglie una voce lamentevole. La luna non era ancora sorta, ma un numero immenso di stelle spandeva la debole e pallida luce di certi giorni nella Svezia. I viottoli erano orribili. Le lucciole venivano ad urtarsi storditamente al nostro viso.
Traversammo alcuni poveri villaggi e qualche casolare senza fermarci. Gli abitanti dormivano per terra, davanti le loro porte aperte, per sottrarsi aglʼinsetti che, di dentro, li avrebbero divorati. Niente di più cupo, di più desolato: un tale uomo, su di una simile terra, sotto un simile cielo! I cani abbaiavano un poco senza incomodarsi, e poi si riaddormentavano. Di tratto in tratto una donna, quasi nuda, sollevava il capo dalla soglia della sua porta che le serviva di guanciale, e ci chiedeva lʼelemosina. I fanciulli ed i maiali dormivano nelle braccia gli uni degli altri—quando il maiale non mangiava il fanciullo. Lʼasino vigilante, presiedeva la tribù, il clan.
A misura che noi salivamo queste alture della catena degli Appennini, la brezza diveniva più fresca, il cielo più sereno, il silenzio più completo. Entravamo nella regione dei pini, degli abeti, degli olmi, dei frassini secolari. Il sentiero si perdeva. Noi camminavamo guidandoci sulle stelle.
A mezzanotte, sorse la luna. Lo spettacolo incominciava a divenire seducente. Gli abeti, rivestiti di bianche corteccie, prendevano lʼaspetto di scheletri, di statue di marmo, di fantasmi avvolti in bianchi lenzuoli, secondo la loro posizione e il riflesso della luna che li rischiarava. I vecchi tronchi bruciati somigliavano sentinelle poste in imboscata. La luce, stacciata dalle foglie, pareva coprire il suolo dʼun bianco merletto steso sopra un panno verde. Dei raggi di neve scintillavano sulle alte cime, e niellavano dʼargento il granito rossiccio degli erti picchi. Gli alberi immensi, qui scarni, là fronzuti, varii, oltraggiati dalla mano dellʼuomo e del tempo, colti dal fulmine e squarciati dagli uragani, davano al luogo qualche cosa di fantastico.
Lʼaere era imbalsamato dʼun profumo indefinibile. La campanella attaccata al collo delle vacche e delle pecore—che nella state pascolano allʼaria libera su questi monti—tintinnava da lontano, dallʼaltra parte della montagna, e riempiva lʼanimo di tristezza. Questo suono patriarcale risvegliava in me il ricordo del mio focolare, di mia madre, della mia innamorata. Lepri, volpi, conigli, cerbiatti, capriuoli, gatti selvatici, scappavano davanti i nostri passi. Il cuculo si lamentava stupidamente.
Più noi salivamo, più il bosco diveniva fitto e spesso, e meno la luna vi penetrava, sì che io camminava a piedi, non potendo più restare a cavallo, a causa dei rami intrecciati che intercettavano il cammino. Tutto ad un tratto, nel girare un picco, che non avevamo asceso, fui sorpreso da un magnifico spettacolo.
Dapprima una voce, uscendo non so da qual luogo, gridò: chi è là? chi vive?
I due Albanesi si volsero verso di me, non sapendo che rispondere.
—Viva la patria! gridai.
Io sapeva che i soldati di Sua Maestà Siciliana non annidavano sì alto il loro coraggio e la loro devozione, e che questi imboscati non potevano essere che bande dʼinsorti, o briganti dispersi, cioè degli amici. Il brigante parteggia sempre: ieri, per la repubblica, oggi per il re, sempre per colui o per ciò che non è più.
—Avanzate, rispose la voce.
Lʼuomo era invisibile.
Sopra una specie di piattaforma, dei frassini secolari sʼinnalzavano ad una altezza prodigiosa, il tronco bianco e pulito, somigliante a delle colonne; i rami e le foglie coprivano il luogo dʼun baldacchino magnifico. Si sarebbe detto la moschea di Cordova tappezzata di lampasso verde. Una dozzina di fuochi immensi, là disseminati, crepitavano gioiosamente, e facevano come una corona al fuoco di mezzo più considerevole degli altri. Attorno a questi roghi vi erano degli uomini che, al grido di chi vive! si erano tutti alzati. Essi mi parvero dei giganti. Il riverbero spiccato delle fiamme, addolcito dal lume della luna, dava a questi uomini una statura colossale, cui la foggia del vestito e lʼatteggiamento rilevavano potentemente. Tutti avevano preso le armi che scintillavano a questo barlume. Questi cacciatori del Signore, vestiti di grosso velluto nero, portavano delle uose di panno sino a mezza coscia. Un panciotto di velluto a bottoni di argento si apriva in sul petto: una larga fascia di tela di cotone, a righe bianche e rosse, raddoppiata a parecchi giri, stringeva loro la vita. Sul loro capo civettava un piccolo cappello a punta, adorno di molti nastri e di penne di pavone, inclinato su lʼorecchio destro, e ritenuto sotto il mento da un cordone. Il collo nudo, il colletto della camicia leggermente rovesciato. Questi uomini avevano un aspetto di straordinaria virilità. Degli occhi, che avrebbero fuso le monete dʼoro dʼun avaro. Senza baffi; delle basette enormi, nere come le notti di dicembre. Il tipo greco, indorato al colore indiano. Le loro labbra respiravano ogni specie dʼebbrezza, ogni specie di appetiti: dei denti bianchi come il marmo di Carrara. Alla cintura, dei coltelli; in bandoliera, una scatola di cuoio per mettervi le cartuccie, un bicchiere di latta, una piccola otre di pelle per il vino.
Io mi sentii sotto una potenza magnetica inesprimibile quando tutti questi occhi si appuntarono su di me. Nessuno più pensava alla cena che arrostiva, sotto forma di agnelli, davanti a questi focolari improvvisati. La fiamma rischiarava di giù in su queste singolari figure, mentre la luce cenerea della luna li bagnava dʼalto in basso, producendo in questo contrasto un effetto sorprendente, un vigore di tinte, una potenza di riflessi, di angoli, di rimbalzi, di ombre, che nessuna tavolozza, niun ingegno saprebbero riprodurre. Io restai abbarbagliato. I miei due Albanesi, abituati a questi quadri, dettero allora la parola dʼordine, nella loro lingua. Gli amici, riconoscendoli, gridarono di una sola voce:
—Siate i benvenuti, fratelli!
E sedettero di nuovo sul suolo, allestendosi a sparecchiare la cena.
Dal fuoco di mezzo si staccarono allora due uomini: uno che tennesi a due passi indietro, la mano sulle pistole della sua cintura; lʼaltro che procedè incontro a me. Eʼ mi sbirciò un momento, poi sciolse il suo mantello e mi stese le due mani. Io riconobbi il mio amico, il colonnello Costabile Carducci.
Questo bravo, nobile, disinteressato patriotta—oggi obliato dai martiri scialosi rimpinziti—aveva spigolato una sessantina di Albanesi, e con questo manipolo di gente determinata, recavasi nel Cilento per ravvivarvi lʼinsurrezione. Io provai condurlo meco in Basilicata. Ricusò—ed eʼ fu il suo cattivo od il mio buon genio che se ne mischiò.
Carducci mancò il suo intento.
Una sera, egli andò a dimandare ospitalità al suo vecchio amico, il prete Peluso di Sapri. Questo manigoldo lʼaccolse a braccia aperte; poi, la notte, quando Carducci dormiva, eʼ sʼintrodusse nella camera di lui, lʼuccise e gli tagliò il capo.
Peluso adagiò quindi bellamente questa testa in una cassetta di latta, la contornò di bambagia e di una pezzuola di seta bianca, e corse a Napoli per presentarla a re Ferdinando. Era la seconda—e non fu lʼultima—cui S. M., aveva la delizia di contemplare e di mostrare alla regina ed alla sua progenitura. Il prete Peluso restò nella reggia per sollazzare i piccoli principi, abbeverar di benedizioni lʼaustriaca regina e manipolare, a parte col re, negozi di danari lucrosissimi.
Il compagno di Carducci era il barone Porcari, il quale, avendo passato tutta la sua vita negli ergastoli per delitti politici, sʼannoia a Napoli oggidì. Eʼ trova che vi è troppo sole, troppa aria, troppo spazio, troppi visi, troppa folla. La libertà lo inceppa, un letto lo tedia, una figura ridente lo fa trasecolare. Egli sospira il suo sotterraneo come la talpa; ha la nostalgia della galera e della secreta.
Io lasciai questi due amici dopo la cena. Io era ammalato. Andai a sdraiarmi sur un letto di felci odoranti e di mantelli che i miei _aiducchi_ mi avevano apparecchiato.
Quando apersi gli occhi allʼindomani,..... gli uccelli cantavano, il fiore espirava i suoi profumi voluttuosi, glʼinsetti dai vivi colori volteggiavano nellʼaria, un leggiero velo di vapore copriva di una garza arancio il mondo circostante, le foglie immobili scintillavano di una luce castamente soffice.
Mi levai di botto.
Carducci e gli Albanesi se lʼavevano spulezzata alle due del mattino.
Guardai a me dʼintorno. Sugli spaldi della montagna, gli alberi magnifici della foresta come un esercito di giganti, e lontano, lontano, a traverso il colonnato delle betulle, scôrsi come una coppa dʼoro, tuffata nellʼazzurro e corruscante come la clamide del monte Bianco—il mare. Restai una mezzʼora ad inebriarmi di questa armonia della natura. Poi Spiridione, il più attempato dei miei Albanesi, che sapeva tutto codesto a menadito, mi riscosse, presentandomi il mio cavallo allestito di tutto punto.
Partimmo.
III.
Non avendo più nulla a fare in Calabria, pensai ritornare in casa di mia madre, in una provincia più centrale ove sono le nostre terre. Imboccammo dunque la via, la più corta e la più sicura, quella del mare. Io aveva delle conoscenze in questa provincia, che potevano, credevo, facilitare la mia fuga e sottrarmi ai realisti. La disfatta, o per dir meglio, la rotta, aveva in ventiquattro ore cangiati in realisti gli uomini i più ardenti della vigilia, e costoro raddoppiavano adesso di zelo onde farsi perdonare dal re il loro amoruccolo di un dì per la libertà. La guardia civica ed i gendarmi inondavano la contrada, tendendo contro noi delle trappole, mentre i patrioti di ieri si trasformavano in segugi. Ogni passo divenne un pericolo. Ma, per ventura, i miei ex–briganti conoscevano tutti i sentieri, che non son mica i sentieri di chiunque, e pur nondimanco sono i più belli. Ondʼè chʼegli è incredibile quanti precipizi di queste montagne varcammo, quanti abissi costeggiammo sdrucciolando sur una terra sminuzzolata, quanti picchi scalammo, quante coste a scesa rapida e quasi perpendicolari scendemmo, quanti folti squarciammo a traverso felceti alti come selve cedue, quanti torrenti spumosi come vino di Champagne valicammo, quante corremmo di praterie belle come un paesaggio di Croop, di vigneti splendidi, i di cui frutti avrebbero fatto credere ai tropi della _Cantica dei Cantici_, di olivi grossi come vecchie querce dalle foglie verdi, sbiadite, verniciate da un lato, da un altro vellutate come il labbro superiore di una fanciulla, infine, quanti questa cavalcata di quindici ore ebbe di accidenti imprevisti, di varietà, di sorprese, di quadri incantevoli, di estasi, di pericoli..... Io mi sentiva trasportato. Lʼuomo politico era di già restato al Parlamento, dopo il guazzabuglio del 15 maggio; lʼinsorto era restato nel fortino di Campotenese; qui, io mi trovava poeta.
Il mio cavallo calabrese aveva della capra: esso scivolava come un _pattinatore_, si arrampicava come un gatto; si faceva piccolo, si raggroppava, si allungava, passava dovunque. I suoi garretti di acciaio si tenevan fermi sopra un viottolo stretto come un filo di refe, sul labbro di un burrone, a cinquecento piedi di altezza. Era davvero un cavallo fazioso, avvegnacchè uscisse dalla scuderia di un vescovo.
Ma per bella che fosse la natura, per palpitante che fosse la situazione, ad una certa ora lʼappetito si risvegliò.
—Ehi! Spiridione, sai tu, mio bravo ragazzo, che io ho fame?
—Ed io dunque, capitano?
—Diavolo, amico mio, perchè non lʼhai tu detto più presto?
—Non si confessa di aver fame, quando il padrone non ne ha punto.
—Ma, figliuolo mio, il padrone divorerebbe in questo momento il cuoio del tuo zaino, e più volentieri ancora una costa di montone.
—Scherzi a parte, se vi piace, capitano! Il mio zaino ha avuto lʼonore di figurare sulle spalle di Talarico, ed io non lo darei per il pastorale del vescovo di Cosenza.
—Io non ne voglio davvero del tuo zaino, amico mio. Ma qualche cosa che rassomigliasse ad un pollo arrosto o ad una braciuola, eh! Se uccidessimo Demetrio, che da due giorni non schiude labbro? Che ne dici tu, Spiridione?
Demetrio mi guardò con due occhi che mi tolsero la voglia della celia per due giorni. E non rispose punto. Ma io lo vidi ritirare il fucile dal suo dorso, esaminarne lo scudellino—il suo fucile era ancora a pietra—poi accoccarlo. Io non garentisco che, nel mentre costui eseguiva lentamente queste operazioni, io fossi completamente tranquillo. Non dissi nulla pertanto e continuai a camminare. Ad un tratto, Demetrio si fermò, accostò il suo fucile alla guancia, mirò e tirò.
—E val meglio uccidere codesto, disse egli, che la gente battezzata, e mangiare di codesto che è più tenero.
Ed egli andò a raccogliere un colombo, cui aveva ucciso di una palla asciutta, ad una distanza prodigiosa. Il colpo levò uno stuolo di piccioni selvatici. Spiridione, che aveva il fucile carico a capriole, sparò a sua volta e ne stramazzò cinque o sei. In meno di dieci minuti il fuoco era acceso, e la cacciagione spiumata, rosolava sulle braci. Per me, Spiridione appese un piccione dai piedi, con una corda attaccata ad un ramo di albero, e lo lasciò arrostire girellando innanzi al fuoco. Mentre i volatili cuocevano, Demetrio varcò una siepe ed andò a cogliere alcune spighe di gran turco, che cacciò sotto le ceneri. Era il nostro pane. Il cavallo ebbe le foglie del granone, e non son mica sicuro se il suo intimo amico Spiridione non gli diede altresì a gustare unʼala o due di colombo.
Questi due esseri se la intendevano come una buona coppia parigina, in cui la moglie è il compare del marito ed il marito completa la moglie. Lungo la strada, Spiridione gli contava delle storie, gli zufolava delle canzoni. Imperciocchè, per fermo, ciò non poteva indirizzarsi a me, che non comprendevo verbo di albanese, e meno ancora a Demetrio il quale traversava unʼestasi eterna.
La vita di questo bel giovane, silenzioso e tristo, era una memoria—lʼamore per Aspasia che aveva lasciata a Lungro.
Finito il pasto—e che pasto! io non ne feci mai di migliori, nè alle tavole diplomatiche, nè a quelle dei cardinali, neppure a quella di Sua Eminenza Tosti, neppure alla tavola tua, mio caro Dumas, che eri il Shakespeare della cucina.—Il pranzo terminato, ci rimettemmo in via. Il sole era implacabile. Non un sospiro di brezza, non una nuvola in un cielo che sembrava un soffitto dipinto dʼinesorabile oltremare. La terra di queste vigne dai grappoli di oro, di questi campi di gran turco, frastagliati di siepi alle quali delle belle more selvagge formavano un monile nuziale, questa terra biancastra era screpolata. Su tutta la vegetazione stendevasi _un oeil de poudre_. Si respirava un soffio che rassomigliava ad una fiamma. E noi andavamo sempre, evitando i borghi, le case, lʼuomo. Verso la sera però il viaggio divenne delizioso. Il caldo era diminuito. Il sole si coricava nel mare, a perdita di occhio spaziato dinanzi a noi. Ci avvicinavamo a Belvedere, ove io dirigevo i miei passi.
Ad un certo luogo ci fermammo. Bisognava anzi tutto aspettare che la luna si levasse; perocchè, se egli era mestieri di non esser visti, lo era per lo meno altrettanto di vedere. Bisognava lasciar rientrare nel borgo le pattuglie realiste, che nel giorno davano per la campagna la caccia ai liberali, e lasciar coricar la gente. Ma, alle undici della sera, non vi era più unʼanima in piedi a Belvedere.
IV.
Io andavo in casa di un amico—un liberale, un repubblicano di ieri lʼaltro.
Don Francesco era uno dei caporioni del paese ed abitava una specie di palazzotto, allʼestremità della cittadina, sulla via scoscesa che conduce al mare. Arrivati dinnanzi la sua dimora, le mie due guardie fecero un vivo strepito col martello di bronzo della porta e con i calci dei fucili. Quella bella palazzina, tutta bianca, dalle persiane verdi e dai balconi di ferro bellamente intrecciati, tremò sotto i picchi. Un allocco, messo in croce sulla porta, scossa la testa e le estremità delle ali, come per dirci: «Andate a farvi impiccare altrove!» Una dozzina di cani risposero allʼappello. Nel tempo stesso, un lume passò per un seguito di appartamenti interni e si fermò dietro una finestra che sovrastava al nostro capo. La persiana si aprì dolcemente ed una voce stridente, scappando fuori dʼun viluppo di pezzuole, dimandò.
—Chi è là?
—Amici, rispose Spiridione, poggiando il fucile sul lastrico.
—Amici, amici! riprese la medesima voce, accompagnata da una piccola tosse secca. Gli amici, a questʼora, e per i tempi che corrono, hanno un nome.
—Sì, risposi io, diʼ a don Francesco che il suo amico Tiberio, marchese di Tregle, è qui.
—Zitto! sclamò di un tratto unʼaltra voce, uscendo di dietro la persiana ove tossiva la voce femminina. Vado a fare aprire.
Era don Francesco in persona che aveva parlato. Un minuto dopo, eravamo dentro e si davano i chiavistelli alla porta.
Questo nobilastro campagnuolo oltrepassava i suoi trenta anni. Era piccolo, tozzo, bruno, giallo, sempre raso come un prelato. Aveva capelli folti, occhi biliosi, le braccia più lunghe delle gambe, le gambe più corte che il tronco, il tronco prolungato di un collo, che non terminava mai, il tutto coronato di una testa a mitra.
Malgrado ciò, don Ciccio Lettieri aveva delle pretenzioni. Si reputava economista, romanziere, poeta; aveva pubblicato non so che sulla storia della Rivoluzione di Thiers—infetto intingolo—e sui fratelli Bandiera, i quali avrebbero potuto morire con più dignità! Don Ciccio aveva inventato una gomma per fissare una lente in un _pince–nez_, senza laccio, ed una zuppa economica per i poveri—economicissima, perchè la si confezionava di semplice acqua pura. Suonava il corno da caccia, e parlava sempre di un _toast_ portato al ministro Bozzelli in un banchetto solenne.
Quando questo modello di galantuomo politico—che accampa oggi il suo _martirio_ nel ventre del bilancio—mi vide, eʼ restò come fulminato. Era in maniche di camicia ed in pianelle, facendo rincontro a madama, la quale, in semplice gonna, prodigava dei tesori cui i miei occhi, carichi di sonno, non sapevano apprezzare.
La signora Lettieri aveva un mezzo pollice di barba. come una vecchia carpiona, capelli rari sulla fronte e sulle tempia, e quarantʼanni.
Mi assisi senza complimenti, da uomo stanco e desideroso di riposo, e dissi:
—Buona sera, signora. Come stai don Francesco? Vengo a dimandarti asilo fino al momento in cui mi avrai trovato ciò che occorre, per andarmene via senza pericolo.
—Impossibile, amico mio. La mia casa è sorvegliata.
—Ah! mio caro signore, cominciò a crocidare madama don Ciccio, di gran cuore, con tutta lʼanima, noi vorremmo tenervi con noi; ma......
—Ah! ma?
—Ma, gli è impossibile. Il sindaco, il capitano della guardia civica, i gendarmi..... mio marito è sospetto. Io te lo diceva bene, Francesco, tu lo vedi, che saresti ridotto a cattivo partito con la tua cospirazione, la tua nazione, la tua dannazione.... Eccoti a bel porto adesso. Tu non sarai sindaco, neppure decurione.... Impossibile, caro signore: bisogna partire.
—Certo, signora.
—Lauretta, gridò madama, diʼ ai guardiani del signore di non togliere la sella al cavallo.
—Nulla di tutto ciò, ordinai io alla mia volta alla serva di ottantʼanni che spiava alla porta. Io partirò domani. Adesso ho sonno, e sfido il diavolo e la sua mogliera a scacciarmi di qui. Signora, non avreste per caso un letto da farmi preparare?
Il marito e la moglie scambiarono unʼocchiata, che io non volli comprendere. Lʼuna diceva:
—Eh! ecco lì uno dei tuoi scapestrati di amici, dei tuoi vagabondi sfrontati, dei tuoi mendicanti che sʼimpongono come i gabellieri.
Ed il marito rispondeva:
—Pazienza, amor mio, una notte è presto passata. Non è colpa mia. Che posso farci?
Io mi stesi sul canapè e soggiunsi:
—Ebbene, don Ciccio, amico mio, animo, su, mio caro, fammi dare un letto.
—Non vuoi cenare?
—Non mi oppongo a ciò, per non mancar di cortesia verso la signora. Una fetta di mortadella, una frittata, un bricciolo di cacio, un elefante, due beccacce, un fagiano ai tartuffi.... che so io! Spiega al vento tutte le tue virtù, e presto, non importa che, cui dividerò con i miei Albanesi, e che ci addormissimo. Abbiamo fatto non so quante miglia in quindici ore di marcia.
Preso fra due fuochi, don Ciccio restò neutro. Infine, la signora, vedendo la mia determinazione ben ferma di non andarmene, si sacrificò, sprigionando dal petto un sospiro simile al gogolare del tacchino.
—Sta bene, signore. Li volete altresì alla vostra tavola, i vostri Albanesi?
—Senza alcun dubbio, signora. Io onoro codesti due uomini, come voi onorereste il vescovo di Cosenza, se venisse a dimandarvi ospitalità.
Lauretta scomparve. Io respirai. Credevo che la cena arrivasse. Lauretta venne con un paio di pianelle, sʼinginocchiò ai miei piedi e si pose a cavarmi gli stivali. In quei paesi non si comprende che si possa cenare con gli stivali ai piedi. Lasciai fare. Ella usci di nuovo e ritornò, portandomi questa volta il mio cappello, che io aveva gettato nellʼanticamera.