Le notti degli emigrati a Londra

Part 20

Chapter 203,650 wordsPublic domain

LʼInghilterra non si occupa più della politica continentale.—Essa non incoraggia più le rivoluzioni, come al tempo di Canning e di Palmerston; non sostenta le reazioni, come al tempo di Pitt. La si rassegna ai fatti compiuti, anche quando la danneggiano, come nellʼaffare dello Schleswig. Unʼagressione sul suo Impero delle Indie potrebbe forse obbligarla a rompere con la Russia. Ma anche in questo caso, cui essa prevede, a cui si prepara, lʼInghilterra localizzerebbe la guerra in Asia, ove i suoi mezzi di resistenza sono più efficaci, meno costosi, più sicuri e più numerosi. Tutto al più, lʼInghilterra somministrerebbe del danaro alla Polonia per provocare una rivoluzione come diversione.

LʼAustria non sʼimpegnerà giammai in una guerra per la ricostruzione della Polonia. Essa ha troppo a perdere—essa che fu e che, fino ad un certo punto, è ancora la violazione flagrante delle nazionalità; essa il cui impero numera ventidue milioni di slavi; essa che al primo dì dellʼesistenza nazionale polacca avrebbe a vedersi estirpar la Gallizia. In caso di guerra tra la Russia e lʼAustria, questa potrà fomentare lʼinsurrezione polacca, ma i soccorsi che le darebbe sariano troppo esili per contarli come elementi di successo. Ed ancora, eʼ non bisogna perder di vista che i governi sono tutti naturalmente conservatori e che, anche spinti alla disperazione, essi non si legano alla rivoluzione che per moderarla da prima, profittarne e tradirla in ultimo.

La Polonia può dessa sperare la sua liberazione dalla Germania, anche nel caso di un conflitto rinnovellato tra la Germania e la Francia, in cui la Russia stesse a lato di questʼultima? Eʼ sarebbe forse nellʼinteresse della Germania di trovare una nazione libera, indipendente, guerriera, interposta tra lei e la Russia, la cui vicinanza è un incubo doloroso. Ma lʼAlemagna costituita nella sua unità, soddisfatta nelle sue aspirazioni, rassicurata nei suoi interessi, sicura nellʼavvenire, non è una nazione da incoraggiare o da alimentare avventure. Minacciata dʼaltronde allʼoccidente dalla Francia, il cui rancore è inestinguibile, lʼAlemagna eviterà tutte le occasioni di spiacere alla Russia, che le ha resi di così grandi servigi nellʼultima guerra, ne coltiverà lʼalleanza preziosa, ne paventerà il contraccolpo fulminante. Imperciocchè egli è mestieri non obbliarlo, che la Pomerania è slava, la Posnania è Polonia, la Boemia è appostata ai suoi fianchi come una fortezza.

La Polonia non può quindi aspettare soccorso da alcuna delle potenze occidentali.

LʼEuropa non avrebbe che due mezzi per metter sosta alle invasioni della Russia, e perciò allʼinghiottimento della Polonia: quello di una coalizione, direi quasi, una crociata, per riedificare la Polonia, una Svezia, una Turchia istoriche; quello di combattere piedi a piedi, con la diplomazia, lʼinfluenza russa dovunque la tenti stabilirsi, dovunque la crei una forza, dovunque la prepari un pericolo. Napoleone I, Napoleone III e lʼInghilterra riuniti, hanno sperimentato lʼinutilità, lʼimpotenza, i danni delle alleanze e della guerra. Lʼazione dei gabinetti europei non è riescita nellʼopera di contenere la Russia nel circolo che il congresso di Vienna e quello di Parigi le avevano tracciato.

Si limita lo sviluppo degli Stati, quando questo sviluppo è fittizio come quello dellʼAustria; non si può, tutto al più, che rallentarlo, quando questo sviluppo è naturale, come quello della Russia, della Germania, della Italia—ancora incomplete. La coalizione per la guerra dunque e lʼassicurazione mutua degli Stati per la diplomazia non raffreneranno il progresso della Russia, e non verranno per conseguenza in aiuto della ricostruzione della Polonia.

Lʼunica probabilità di autonomia per questa nazione sarebbe una confederazione provocata dalla Russia essa stessa, sotto la sua supremazia. Ma anche in questa eventualità insperata la Russia non affrancherebbe la Polonia; perocchè rompere i ceppi della Polonia eʼ sarebbe mettere in piedi una rivale.

La Polonia pretende alla egemonia sulla razza slava, per i medesimi titoli storici che la pretende la Russia—titoli consacrati dalle sventure, dalla persistenza, dalla gloria, dal valore—specie di consacrazione meno effettiva che il successo ma che non è meno abbarbagliante. Se per distaccare lʼUngheria e la Boemia dallʼAustria e la Posnania dalla Germania, se per attaccarsi la Grecia ed i Principati Danubiani, una confederazione di popoli slavi fosse necessaria, la Russia non vi vorrebbe entrare che tirandosi dietro la Polonia, ma una Polonia assimilata, come dessa si assimilò la Finlandia, come la Polonia si aveva assimilata la Lituania.

La Polonia non deve dunque contare che su sè stessa, su i suoi propri e soli sforzi.

I Polacchi lo hanno compreso, del resto, e la Russia nol sa che troppo—pruova i dispacci alteri e schernevoli di Gortschakof nel 1863 e 1864. La Polonia ha saggiato tutti i mezzi che erano alla sua portata. Essa ha provato la guerra, alligandosi allo straniero, sotto Napoleone I. Essa ha provato la guerra con le sue proprie forze, sotto Kosciusko. Essa ha provata lʼinsurrezione, nel 1830 e nel 1863. Essa ha provato la ricostruzione nazionale sotto la protezione russa, consacrata dal congresso di Vienna, al tempo di Alessandro I. Essa ha provato lo statuto amministrativo di Nicola I. Essa ha provato la forza. Essa ha provato la resistenza passiva e lʼattestazione del dritto. Essa ha provato di svegliare le simpatie dellʼEuropa e di provocare la protesta dei governi e la pressione diplomatica. Essa ha provato lʼopposizione morale.... Tutto ciò che un nobile popolo, un gran popolo, un popolo coraggioso, convinto, deciso, poteva fare, la Polonia lʼha praticato. Essa ha soccombuto. Tutto le è venuto manco. Le circostanze, Dio, gli uomini, la politica, la religione, si son messe nella partita per ischiacciarla. Ed essa è stata sopraffatta, rotta, annientata. Che le rimane a fare adesso? Lʼultima prova—quella della disperazione, quella che il marchese di Wielopolski le ha consigliata, quella che la logica della situazione impone: associarsi alle viste ed allʼimpulsione della sua rivale, lavorare per lei a fine di lavorare nel medesimo tempo per sè stessa.

VI.

La superiorità morale della Russia è incontestabile. Essa possiede, fra gli altri rami della razza slava, la convenienza della posizione che la mette a portata di soddisfare ad un tempo glʼinteressi della civiltà ed i sentimenti della tradizione naturale. Essa può agire a suo placito in Asia ed in Europa. Essa è organizzata. Essa possiede la confidenza degli slavi e la fede in sè stessa. Essa domina. Essa occupa colle sue colossali dimensioni tutta la contrada della razza e brilla al centro. Essa è temuta dallo straniero. Essa risponde alle aspirazioni dei popoli e rappresenta ed incarna lo spirito slavo, malgrado la macchia germanica della dinastia. Essa maneggia interessi naturali ed omogenei alla tempera del suo popolo. Essa è liberale nellʼordine economico, sociale, industriale. Essa è tollerante, quasi atea, quando il culto non inalbera bandiera politica, come in Polonia..... Che le manca? Realizzare lʼindipendenza delle famiglie slave adagiate sotto lʼimperio tedesco e turco, per organizzare la razza intera sul tipo moderno, mediante la trasformazione della proprietà e lo stabilimento della libertà. Lʼaffrancamento dei servi rende questʼopera più facile e pronta, e promette lʼavvento della libertà senza scosse, senza ruine, senza rivoluzione insanguinata nellʼordine delle caste, distribuendo la libertà economica da prima alle classi minute e la libertà politica alle classi emancipate di già.

La parte della Polonia in questa situazione è bella e tracciata. Non potendo svellersi dalla Russia con la forza, bisogna assimilarsela con la libertà, sterpando lo tzarismo o cangiandone la natura. I popoli non sono ambiziosi come le dinastie. Ma, al contrario di queste, i popoli smaniano di libertà—anche quando questa libertà non profitta loro guari, come nellʼAmerica del Sud; non la si comprende, come in Irlanda; se ne usa poco, come in Italia e Spagna: se ne è presto stucchi, come in Francia. Tutto ciò che la Polonia potria ottenere dalla diplomazia, e la diplomazia e la Russia concedere, non la soddisferà. Lʼalleanza di nazione a nazione, di una Polonia costituzionale e di una Russia autocrata, è una chimera, non solamente perchè la Polonia è vinta e la Russia vi si opporrebbe, ma perchè lʼequilibrio della reciprocità non esisterebbe. Laonde, presto arriverebbe una di queste due cose: o la Polonia sarebbe assorbita dallo Tzar, come lo è al presente; o lo Tzar soccomberebbe alla libertà—ciò che devesi tentare. Questʼunione dʼaltronde, è stata sperimentata sotto Alessandro I e non riescì. Alessandro II sperimenta in questo momento lʼefficacia della connessione violenta. Sarà egli più avventuroso? Io nol penso. Bisogna dunque apparecchiarsi per il periodo dellʼassorbimento, che non può mancare di giungere. Ed è questo che si consiglia alla Polonia, onde la non sia ingoiata dallo tzarismo come un elemento morto, neutralizzato, infecondo, senza ragion dʼessere, senza avvenire, senza efficacia, ma come un corpo vivente che esercita sur un altro corpo lʼazione magnetica del dominatore di certe belve feroci—io stava quasi per dire, lʼazione del tossico.

La questione tra la Polonia e la Russia non è sociale, e perciò radicalmente insolubile. Essa è nazionale e politica, e quindi appunto essenzialmente pratica. La Polonia è incivilita; la Russia lo è meno: ecco la causa intima e grave della lotta e della ripulsione. La Polonia ha due cose dellʼEuropeo occidentale: lo spirito e la fede: ecco le asperità della soluzione della difficoltà. Ma la conciliazione è bella e trovata, pronta affatto, sulla terra promessa della libertà.

La Polonia può conservare il suo culto, il quale non spiace che in quanto che esso è un simbolo, in questa fase dellʼinsurrezione, di uno spirito nazionale in rivolta. La Polonia può godere delle sue tendenze europee, del _self–government_. Ma la Russia spiegherà in Polonia altresì, senza ostacolo, il suo istinto di razza: sostituire, cioè, il mondo slavo al mondo occidentale. In Polonia pure, la Russia non vorrà vedere sommerso, sotto la petulanza oligarchica della nobiltà polacca ed a suo unico profitto, quello tzarismo che ha salvata, costrutta, rilevata, costituita, fatta grande e potente la razza slava.

La Polonia deve essere il Piemonte, la Prussia del mondo slavo. Per conseguenza, la non deve mettersi in lotta con i russi, che sono i suoi strumenti, i suoi complici, i suoi associati, i suoi co–interessati. I polacchi debbono portare, entrando nella famiglia, la rivoluzione in Russia, non accendere la rivoluzione in casa propria. La rivoluzione in casa è una ribellione: ed i russi la spezzano e spengono nel sangue. La rivoluzione in Russia è unʼopera di salute comune; ed i russi la salutano.

Rompere lo tzarismo quale è al presente, ecco dove deve mirar la Polonia—ed in _hoc signo vincis_. I polacchi vogliono una patria: ciò è giusto, ciò è bello. Ma prima di essere cittadino di qualche contrada, gli è mestieri esser uomo. Ora, non si è uomo che per la libertà. Dunque, guerra allo tzarismo! Su questo terreno, polacchi e russi sono fratelli. Ma perchè il russo riconosca questo fratello, e che ne accetti lo aiuto e lʼiniziativa nellʼopera comune dellʼaffrancamento politico—come glʼitaliani accettarono lʼopera del Piemonte—gli è dʼuopo che il polacco cessi di esser polacco e nemico e che si fonda nella razza slava rappresentata dalla Russia, come il piemontese si fuse nel popolo della sua razza.

Poi, prima di guardare a Pietroburgo, ove è il padrone, il polacco non dovrebbe egli guardare a Posen ed a Lemberg ove sono i fratelli? Il polacco è più straniero al tedesco che al russo. Perchè dunque questa trascurata inazione per sollevare i polacchi della Posnania e della Galizia contro lʼalemanno, e questa attività aspra e persistente per liberarsi dal russo?

«I polacchi, diceva il marchese di Wielopolski, debbono preferire di procedere con la Russia alla testa della civiltà slava, anzi che trascinarsi alla coda dellʼoccidente».

Noi crediamo che il marchese aveva ragione.

La Polonia, fusa nella Russia, vi porta il dissolvimento—non il dissolvimento degli elementi naturali propri alla razza, ma dello tzarismo, che è stata lʼopera terribile della conquista,—provvidenziale per la ricostruzione della razza, necessaria alla conservazione di lei fino a che la fu nellʼinfanzia. Ora la Russia ha raggiunta lʼetà virile, che le permette di vivere da sè stessa, e di occuparsi della sua bisogna.

Questa riforma dello tzarismo è altresì una garentia per lʼEuropa. Perocchè la guerra e la conquista, per un popolo libero, non sono mica un istrumento di regno, il balocco di un principe teatralmente glorioso, od un deposito del cattivo umore di un ministro, ma unʼopera di fatalità e di polizia, a cui si ricorre allʼultima estremità...

Si è sempre considerata la Polonia come una specie di materasso tra lʼEuropa occidentale ed il mondo orientale, rappresentato dalla Russia. La Polonia non potrebbe rendere miglior servizio allʼEuropa, allʼumanità ed alla libertà, che cooperando alla metamorfosi della Russia, mediante il trasformamento dello tzarismo.

Ma, si dirà, perchè voi, che avete cooperato alla libertà dellʼItalia e trovate legittima la sua indipendenza e la sua unità, non vi ribellate contro il consiglio del marchese Wielopolski, il quale vuole il contrario di quello che fu fatto da voi?

La ragione è, che le due emancipazioni hanno un carattere radicalmente differente.

La rivoluzione dʼItalia ebbe un marchio puramente nazionale; quella della Polonia ha il carattere della supremazia di un ramo di razza sur un ramo consanguineo. LʼAustria era un _Impero_ di razza teutonica; lʼItalia, una _nazione_ di razza latina. LʼAustria non poteva assimilarsi lʼItalia, la cui civiltà valeva la sua, ma dominarla, trafficarne, tenerla divisa. Mentre che in Polonia trattasi di completare la razza slava, e che la Polonia confondasi con un popolo, alla cui civiltà essa servirà di locomotiva. LʼAustria non faceva allʼitaliano la sua parte eguale, come la fa oggidì allʼUngheria, come la Russia lʼoffre alla Polonia; ma essa considerava Milano e Venezia come suoi possessi, come conquista. Infine il Piemonte fu nobilmente, francamente italiano in mezzo ad italiani; la Polonia resta polacca in mezzo agli slavi. La fortuna, per ultimo, sorrise allʼItalia dandole Vittorio Emmanuele, e Cavour, chiamando Napoleone III allʼimpero; e la non ha, sventuratamente, ripetuto per la Polonia lo tzar Alessandro I.

Ma, in presenza delle necessità, della fatalità, il dritto esso stesso ringuaina la sua efficacia. Per i polacchi eʼ non si tratta più del modo di esistere, ma di esistere. Lo tzar—la Russia complice—sembra determinato a sterminarla, come i coloni inglesi operano lo esterminio dei maori nella Nuova Zelanda. LʼEuropa non torce più il capo verso quelle contrade della desolazione e del dolore. Il modo di resistenza consigliato dal conte Andrea Zamoyski è una formidabile puerilità: lʼannientamento volontario è un delitto. Che fare allora? Lo ripetiamo: esistere! Scomparire come corpo e rinascere come il cuore ed il cervello di un grande organismo, per farlo palpitare di una vita e di un pensiero nuovo. Cessare di essere una nazione per essere un popolo, il cui stato di civiltà esige un regime più libero, e stendere questo beneficio al resto della razza. Spegnersi come polacchi per risuscitare uomini e slavi, cittadini di un immenso impero, il quale ha il succhio della giovinezza ed a cui lʼavvenire appartiene, come allʼAmerica.

Parigi, Aprile 1871.

IL MARCHESE DI TREGLE

IL MARCHESE DI TREGLE

I.

Eppure è vero!

.....Sono oramai undici anni, disse Tiberio, marchese di Tregle, ponendo il suo bicchiere sulla tavola ed asciugandosi i baffi che incominciavano ad incanutire. Era il 1848. Sua Maestà siciliana aveva fatto mettere alla porta il _suo_ Parlamento dai _suoi_ Svizzeri, mitragliare il _suo_ popolo dal _suo_ esercito e coricare sotto lo stato dʼassedio il _suo_ reame. Io era insorto. Era la moda di quellʼanno, del resto. Io mi trovava in Calabria.

In mia vita non ho mai esercitato un mestiere più dolce e più gradevole di quello dʼinsorto. Non ho mai tanto dormito. Non ho mai tanto goduto della beatitudine della postura orizzontale, quanto durante il tempo in cui sono stato rivoluzionario fra le bande calabresi. Avrei potuto dettare dei versi, se le mosche me lʼavessero permesso.

Questo insetto arrogante scompigliava le mie rime.

Noi eravamo duemila bellimbusti, e occupavamo la gola formidabile che separa la provincia di Basilicata da quella di Cosenza, alla testa del ponte di Campotenese. Questi due mila messeri non avevano preso affatto la cosa sul serio, non comprendendola guari. Essi non erano insorti per alcuno interesse speciale. Passavano dunque le loro giornate a giuocare alle carte, a dar la caccia ai pidocchi di cui formicolavano e ad arrostire dei montoni—montoni naturalmente realisti. Essi erano poco o niente pagati e pieni di abnegazione.

I soldati di Sua Maestà, dallʼaltra parte del ponte, occupavano i loro ozi presso a poco nella stessa guisa. Solamente, come diversione, essi scorrevano di quando in quando pei villaggi, si facevano servire dai contadini, e pagavano a colpi di calcio di fucile.

Il generale Busacca, che comandava questa colonna mobile, stanziava a Castrovillari. Questo generale sarebbe pur stato il più feroce e brutale ubbriacone del suo secolo, se Gregorio XVI non lo avesse preceduto. Egli si coricava fra due bottiglie, quando non cadeva, messo fuori di combattimento, sopra un campo di battaglia seminato di orciuoli e di fiaschetti di ogni forma. Busacca non avrebbe giammai punito un soldato che si fosse divertito a bastonare un contadino. Se incontrava un soldato ubbriaco fracido, egli dimandava a sè stesso se non bisognasse proporlo per la decorazione dellʼordine di Francesco I. In ogni caso, lo citava nei suoi ordini del giorno.

«Ei si ubbriaca, diceva Busacca, dunque egli è bravo! Sua Maestà, che è un guerriero, va matto per i buoni soldati».

Non vedendosi attaccato da noi, Busacca non si curava punto di mettere un termine a questa vita di cuccagna. I gesuiti gli avevano insegnato il famoso: _cunctando restituit rem_.

Noi godevamo dunque della più perfetta tranquillità. Dʼaltronde, io non so proprio perchè noi eravamo insorti, facendo quello che si faceva. I nostri uomini davano la caccia al gregge dei realisti. Costoro fucilavano, impiccavano, incarceravano tutti quelli dei nostri che loro cadevan tra le mani.

Il capo nominale della spedizione era un tale Pietro Mileto, un vegliardo che aveva una magnifica testa da patriarca e bestemmiava e mentiva, come lʼaveva fatto, in un giorno memorabile, lʼapostolo suo patrono. Spendeva le sue giornate in dispute con il suo domestico, quando non cantarellava unʼaria favorita, chʼegli aveva appresa al bagno. Poichè questo eccellente patriota aveva roso la sua catena venticinque anni al bagno di Nisida, per delitto politico.

Diciamolo qui: Mileto perì miserabilmente. Dopo la nostra disfatta, una banda di zingari lo scoprì travestito da mendicante, e gli mozzò il capo onde guadagnare il prezzo di cinque mila ducati,—22,250 franchi,—cui re Ferdinando lʼaveva valutato. Questa testa fu inviata a Sua Maestà nella sua reale residenza di Gaeta. Lo scaltro monarca, che aveva delle ragioni per sospettare la fedeltà del suo ministro Bozzelli, tre volte rinnegato, armò il suo occhio di occhialino, si circondò della sua numerosa nidiata di bimbi rachitici, e restò durante qualche minuto a contemplare, a girare e rigirare quella povera testa, per bene assicurarsi della sua autenticità, prima di sborsarne il valsente.

Nella mia qualità di dilettante, mi avevano attaccato allo stato maggiore. Io portava una sciabola formidabile, due pistole, un pugnale, che mi serviva a trinciare le mie costolette, una casacca di velluto nero, un cappello allʼErnani con galloni dʼoro, e brache di fantasia. Che cosa non avrei io dato per avere una sciarpa rossa intorno alla mia vita sottile! Avrei avuto lʼaria più da _trovatore_. Io aveva al mio servizio, in qualità di ordinanza, un Siciliano che si vantava di essere stato pasticciere, ma che era, in realtà, un perfetto predatore, uno snidatore di ogni specie di selvaggina. Avevo inoltre, come domestici, due Albanesi, alti cinque piedi e dieci pollici, di cui comprendevo appena qualche parola. Erano stati briganti nella banda di Talarico, è vero, ma sapevano cuocere in punto una braciuola, imbiancare e stirare la biancheria sì da invogliare una duchessa a confidar loro i suoi merletti. Sono i soli famigliari fedeli chʼio mi abbia mai avuto in mia vita.

Io aveva vissuto quindici giorni in questa gradevole posizione, non udendo altri colpi di fucile, che quelli tirati contro le lepri, e non vedendo altri nemici che le vipere. Noi eravamo, noi altri capi, tutti fraternamente riuniti in un fortino costruito dai briganti, in cima ad un rialzo,—un ridotto druidico,—circondato di pietre ciclopiche.

Su questo recinto si era intessuto un pergolato di rami e di foglie per ripararci dal sole di luglio. Le nostre coperte, i nostri mantelli, stesi sul suolo, ci servivano di tappeto, di tovaglia, di tovagliolo, di materasso. Coricato supino durante tutto il tempo che non restavo seduto per pranzare, io contemplava, a traverso i buchi del soffitto, il cielo eternamente e monotonamente azzurro.

Il nostro pranzo ordinario si componeva di un montone o di un piccolo vitello infilzato allo spiedo, cioè a dire ad un ramo dʼalbero acuminato. Gli ex–briganti, divenuti cittadini, difensori della legalità e della _Carta_, erano i nostri cucinieri, i nostri guerrieri, le nostre cameriere, i nostri domestici. Gli altri contadini sembravano stupidi. Non ebbi affatto lʼoccasione di sperimentare se erano buoni ad altra cosa.

Un giorno, verso le cinque della sera, le nostre bande manipolavano la loro cena, quando, tutto ad un tratto, si spande il rumore che il generale Du Carne ci prendeva ai fianchi.

Il nostro comandante in capo aveva tutto previsto per custodire la porta; non si era punto curato delle finestre. Ora, i realisti, avendo convenevolmente divorato il paese fedele, sguizzavano adesso per i fianchi e venivano a ficcare il naso nelle nostre pentole. Vedendo che il nemico penetrava per Normanno e per Torraca, alla nostra destra e alla nostra sinistra, noi trovammo che il nostro mestiere diveniva una sinecura, e lasciammo degnamente il posto.

Forse lo lasciammo un poʼ al passo accelerato. Ma ciò è un affare di ginnastica. Forse avremmo dovuto difenderci. Non ci si pensò guari: non si può pensare a tutto; e dʼaltronde, perchè incomodarci? Il fatto è che noi partimmo. Io fui, per pigrizia, uno degli ultimi a sloggiare, con i preti e i cappuccini, che facevano parte della colonna rivoluzionaria. Ve ne erano sessantacinque; essi ed i briganti si sarebbero certamente ben battuti.

Sellato il mio cavallo, lʼordinanza e i miei Albanesi pronti:

—Ove andiamo, capitano? mi dimandò il mio Siciliano.

—Al diavolo: tu lo vedi! gli risposi.

—Sì, al diavolo, mio capitano, ma per quale strada?

—Per la più corta.

—Per andar dove, infine?

—Per bacco! ove vanno gli altri.

—Ma, capitano, mi sembra che gli altri fuggono.

—Ah! e tu vuoi dunque rimanere, insubordinato?

—Giammai, mio capitano.

—Avanti allora, e _abbasso_ chi cade, e _viva_ chi è in auge!

II.