Le notti degli emigrati a Londra

Part 2

Chapter 23,674 wordsPublic domain

I villaggi dʼUngheria sono una specie di Venezia. In mezzo ad ogni strada, corre, o piuttosto sʼimpantana una pozzanghera, un ruscello, una cloaca, che si traversa sopra dei ponti fissi o mobili, ed ove sguazzano delle oche, delle anitre e dei porci mostruosi. Delle belle vacche bianche, civettelle, si fermavano sulle rive, e stupivano di vedervisi così brutte. La giovinetta, che mi aveva involontariamente coperto di quel fango infetto, era la figliuola del principe, arrivata da un collegio di Vienna il giorno innanzi, per passar le vacanze nel castello di suo padre. Io non lʼaveva, potuta vedere. La dicevano sorprendentemente bella e capricciosa. Ella andava a caccia in un piccolo bosco riservato nei dominii di suo padre, unʼoasi di quercie, di pini, dʼolmi, in mezzo a quella interminabile pianura dellʼUngheria, ove queste foreste in miniatura sono rare come le isole dellʼAtlantico.

La cavalcata passò come una freccia.

Tutti, sapendomi un poʼ civettuolo, risero della mia disgrazia. Rientrai in casa per pulirmi. Poi mi venne una voglia, una voglia irresistibile: vedere quella giovine castellana! Mi armai, non so perchè, del fucile di mio padre, e mi slanciai nei campi verso il piccolo bosco. In breve vi arrivai. Cacciavano di già: lo scoppiettio della fucilata me ne avvertiva. Io scavalcai la siepe, e mi rannicchiai dietro un albero in una specie di viale che la cacciatrice doveva senza dubbio traversare da un momento allʼaltro. Poco dopo, effettivamente, un rumore di galoppo risuonò dietro di me. Non era la ragazza, ma suo padre, seguìto da alcuni guardacaccia. Fui scoperto.

—Cosa fai tu là? mi gridò pel primo il principe con aria altiera, appena mi scorse da lungi.

Poteva io dirgli: Aspetto per vedere vostra figlia? Arrossii, e mi confusi. Senza pensarci sopra, mi scappò dalle labbra una risposta:

—Sto in agguato di un capriuolo. Voʼ cacciando.

Il principe fece un segno. I guardacaccia mi presero, e mi condussero con loro.

Il giudizio non si fece attendere. Il processo non fu lungo. Il caso non ammetteva circostanze attenuanti. I nobili in Ungheria non hanno essi soli il diritto di caccia: le _capacità_ e gli _honoratiores_ lo possedono pure. Era forse dubbio se io avessi potuto o no esercitare questo diritto in qualunque altro sito, ma era vietato a tutti di cacciare nei boschi riservati. Io aveva violata la legge.

Tradotto lʼindomani alle ottʼore dinanzi il tribunale signoriale, composto di cinque giudici, di cui il principe Nyraczi aveva scelto il presidente, ad otto ore e mezza ero stato giudicato e condannato—condannato a ricevere ventiquattro colpi di bastone. Essi avevano aggravata la pena, non avendo diritto di condannarmi che a dodici colpi. Poco importa: il numero non faceva nulla. Il pensiero del dolor fisico, neppure.

Io mi aspettavo di esser condannato ad una ammenda, e così pure mio padre. Lo scorgevo in un angolo della sala del tribunale, e non ho mai veduto una faccia umana decomporsi in quella guisa e così rapidamente. Forse il suo viso rifletteva lo sfacimento del mio. Quella pena era il disonore, era la mia morte morale. Gli occhi di mio padre, iniettati di sangue, lanciavano folgori; le sue labbra, livide e gonfie, tremavano. Tutti i tratti della sua fisonomia sʼincrespavano come sotto una scossa elettrica. Balbettò delle parole, che non furono comprese. Le sue narici allargate lasciavano passare una respirazione a sobbalzi, tumultuosa. Temetti un momento che fosse fulminato da un colpo dʼapoplessia.

I giudici, osservando la trasformazione terribile di quella bella testa di vecchio, i cui bianchi capelli si rizzavano sulle tempie, si fermarono a fissarlo, attendendo che potesse riacquistare la parola. Sembrava evidente chʼegli aveva a dire qualche cosa. Si fece silenzio. Io cadeva accasciato sotto il peso della mia disgrazia La sentenza non ammetteva appello. Eppure mio padre taceva ancora. Il presidente, stanco di quel silenzio, fece un segno. I gendarmi misero la mano sulla mia spalla, e furono per condurmi nel cortile ove si doveva eseguire la condanna.

—Fermatevi, gridò alla fine mio padre, facendo uno sforzo supremo sopra sè stesso.

Il presidente fece un altro gesto, le mani dei gendarmi mi lasciarono libero.

—Voi cercate da tre anni colui che punì, e poi uccise il colonnello conte di Schaffner?

—Vi sono mille fiorini di premio a chi lo darà in mano alla giustizia, rispose il presidente.

—Ebbene, continuò mio padre, lʼuomo che cercate sono io.

—Voi?

—Io stesso; ma io sono nobile, io sono conte. Voi non potete infliggere la pena del bastone a mio figlio. Mi abbandono al patibolo pel mio delitto; pago lʼammenda per mio figlio.

Un istante di silenzio seguì, momento terribile per tutti, dʼagonia per mio padre, di terrore per me. Egli aveva rivelato il suo vero nome. Il presidente ed i cinque giudici scambiarono alcune parole fra loro, a voce bassa. La loro deliberazione fu breve, pure ci parve durasse un secolo. Finalmente il presidente disse:

—Lʼesecuzione della sentenza verso quel giovane non ammette dilazione. Il caso non è previsto dalle nostre leggi. La sentenza avrà dunque il suo corso. In quanto allʼassassino del conte di Schaffner, egli sarà inviato alla sede sicula, ove il delitto fu commesso, e consegnato alle autorità locali.

Ecco tutto.

La Corte si alzò, ed uscì.

Un fremito corse in tutta lʼassemblea.

Io subii la pena delle verghe.

Mio padre fu appiccato.

Lottai quarantʼotto ore contro la tentazione del suicidio. Non bevetti, non mangiai, non dormii durante questo tempo. Il mio cervello era agitato dal caleidoscopio del delirio. Il terzo giorno, uno dei giudici venne a portarmi i mille fiorini di ricompensa, prezzo del sangue di mio padre. Egli indietreggiò spaventato dinanzi la minaccia del semplice mio sguardo, scivolò sulla pozza che stava dinanzi la porta, cadde, si rialzò gridando, e fuggì. La stessa sera abbandonai il villaggio.

Tre anni avanti, venendo colà, avevo portata negli occhi la cara nostalgia delle mie montagne transilvane. Per lungo tempo ne avevo avuto il miraggio alla sera, credendo veder nel lontano orizzonte, attraverso il pallido azzurro del cielo cenericcio dellʼUngheria, delle punte di zaffiro orlare la pianura come una collana. Ora mi allontanavo, lasciando la _puzsta_ con lʼ ansia di chi abbandona lʼamato focolare e si immerge nellʼinfinito sconosciuto. Il sole rosso tramontava, e circondava di unʼaureola dʼoro la prospettiva lontana. Il cielo grigio brillava di pagliuzze lucenti, come un velo ricamato a liste dorate. Una pianura interminabile, cielo e terra, senza ondulazioni, sʼallargava, fuggiva a me dinanzi, nascondendosi poco a poco sotto lʼinvasione delle tenebre che si avanzavano dallʼOriente. La Tisza, dalle rive piatte, dalla corrente azzurra e sonnacchiosa, scorreva maestosamente verso il giallo Danubio, che serpeggia come un boa, e la beve, per rigettarla ben tosto nei fiotti irrequieti del mar Nero. Più lungi, molto rari, alcuni bianchi villaggi dai dorati campanili bizantini, che si prenderebbero per greggie in riposo, chiazzavano il suolo giallastro; e di tanto in tanto, un campo di tabacco dalle larghe foglie, delle canne acquatiche, dei girasoli dal cuore nericcio, dei boschetti a foglie verdi pallide, tremolanti sotto il venticello appena svegliato della sera. Poi, qua e là, delle specie di grue dallʼaria sinistra, che si rizzavano come neri patiboli, e servono ad attignere lʼacqua dal fondo dei pozzi ai margini invisibili.... Poi ancora dei gruppi di ragazze colle braccia ed i piedi nudi, dalla pelle bruna, colle gonne rialzate, le treccie ondeggianti, belle e tranquille, che salutavano con un sorriso, di cui il viaggiatore conserva la memoria. Dalla parte dʼOccidente, ove la luce era più viva, vedevo alzarsi lentamente da terra, come dei fiocchi di cotone, la nebbia bianca—quella lanuggine omicida dei paludi, che sʼapposta come in agguato nella pianura, e uccide chi la respira. Poi finalmente delle cataste di fieno, rassomiglianti a dromedarii accoccolati nelle fermate del deserto, e qualche pastore malinconico, pensieroso, indolente, che segue le ondulazioni delle rare nuvolette che si bagnano nellʼimmensità. Cosa sogna egli, il solitario della _puzsta?_

Ogni Ungherese è lʼembrione di un poeta, di un gentiluomo, dʼun soldato, dʼun patriotta e di un pazzo—Don Chisciotte grave, capace di tutti gli eroismi e di tutte le frivolità.

Questa pianura dellʼUngheria è grandemente triste, è la solitudine animata, lʼincerto dellʼOriente che trasalisce sotto gli amplessi dellʼOccidente. Io portava le lagrime negli occhi e lo scoraggiamento nel cuore. Ogni passo che facevo verso lʼovest, era un passo nellʼesilio, ed io sentiva le fibre della patria cader una ad una dal mio cuore, come si strappano i petali da un fiore. Venne la notte. Mi lasciai cadere sopra un solco di granturco tagliato, e piansi.

Un solo avvenire si apriva ormai a me dinanzi. Lʼaccettai senza esitare. Era dar mano ad una creazione. Presi il nome che porto ora, e mi feci soldato. Entrai in un reggimento dʼussari, a Vienna. Fui inviato in Boemia, poi in Italia, poi in Polonia. Vi passai quattro anni.

La rivoluzione del 1848 mi trovò in Galizia sottotenente, promosso soltanto dalla vigilia.

III.

Il mio reggimento aveva cangiato tre volte di colonnello. Lʼultimo era un tedesco, il conte Ferdinando Tichter. Io era segretario del suo predecessore, un ungherese; il conte austriaco desiderò che restassi a quel posto. Il colonnello Tichter mi spiacque irremissibilmente fin dalla prima ora. In ricambio, amai sua moglie fin dal primo minuto.

Sei mesi dopo, ci arrivarono, una dietro lʼaltra, le notizie della rivoluzione in Italia, della rivoluzione in Francia, della rivoluzione a Vienna. Non saprei dirvi le impressioni opposte, che questi turbini equinoziali produssero sopra il reggimento interamente ungherese, e sopra il colonnello meschinamente ed orgogliosamente tedesco. La notizia del 15 marzo di Pesth mise il colmo allʼesasperazione di questi, ed allʼodio di queglino.

Di già la Dieta di Presburgo aveva assunto unʼattitudine rivoluzionaria. Quando la notizia dellʼinsurrezione viennese si sparse in Pesth, quattro giovani, di cui Petőfi era lʼanima, fecero irruzione nelle scuole, e trascinarono gli studenti nella via di Hatvan. Si presentarono dinanzi la stamperia Landerer, e domandarono la stampa immediata dei _dodici articoli_—i nostri _Diritti dellʼuomo_—e di un canto di Petőfi.

—Non posso, rispose lo stampatore. Gli scritti mancano dellʼ_exequatur_ del censore.

—Dovete farlo, rispose Vasvati.

—Allora impadronitevi delle mie macchine, suggerì lo stampatore, ed obbedirò alla violenza.

—Metto la mano sulle vostre macchine, e impongo agli operaj di lavorare, sclamò Jokay.

—Ed io aggiungo, riprese Bulyovsky, che non partiremo da qui che quando il lavoro sia compiuto.

Gli operaj non volevano di meglio. La folla intorno alla stamperia aumentava di minuto in minuto. Un quarto dʼora dopo, il primo esemplare dei due scritti appariva. Petőfi montò sopra un tavolo, e li lesse. La pioggia cadeva a torrenti: la folla resta immobile. Coi dodici articoli si domandavano tutte le libertà, la eguaglianza dinanzi la legge, lʼabolizione dei privilegi, lʼautonomia dellʼUngheria, avente il suo re, imperatore a Vienna. Si esigeva che i soldati ungheresi non fossero inviati allʼestero, e che i reggimenti stranieri fossero allontanati dal paese. Le acclamazioni della folla divennero frenetiche. Per la folla, come pei bambini, il grido è una forza. Petőfi lesse allora la sua poesia.

Petőfi aveva appena ventiquattro anni, una piccola statura, un viso magro rischiarato da due occhi neri e risplendenti, lʼaspetto fiero. Si lasciava accostare difficilmente. Vestiva da contadino e non portava mai cravatta. Tutti lo conoscevano; lo si amava e lo si detestava eccessivamente. Egli era fiero, brusco, brutale nella sua franchezza, democratico intero ed assoluto, coraggioso fino alla storditezza. Bem, più tardi, lo prese per aiutante: erano degni di essere amici. Vi racconterò in seguito come morì. La poesia che egli lesse è intraducibile. Abbiatene il riflesso—il riflesso del sole delle regioni boreali nellʼinverno.

Della patria al santo appello, O Magiari, orsù sorgete; Esser schiavi od esser liberi È in poter di voi: scegliete. Nel tuo nome, o Dio degli Ungari, Noi giuriamo, Noi giuriamo Lʼempio giogo di spezzar.

Questa strofa fu la miccia che mette il fuoco alla mina. Una voce immensa, la voce di tutto un popolo, scoppiò nel grido: Lo giuriamo!

Sì, essi lo giurarono, e tennero il giuramento dato.

Petőfi continuò:

Fummo schiavi. In servo avello Gli avi dormono. A noi spetta Di giurar sui loro tumuli E compirne la vendetta. Nel tuo nome, o Dio degli Ungari, Noi giuriamo, Noi giuriamo Lʼempio giogo di spezzar.

—Noi giuriamo, gridò la folla di nuovo col rumore del tuono.

Petőfi riprese:

Maledetto chi, pugnando, Di morire avrà timore, Chi la vita—inutil cencio— Prezza più del patrio onore. Nel tuo nome, o Dio degli Ungari, Noi giuriamo, Noi giuriamo Lʼempio giogo di spezzar.

Lo giuriamo! echeggiò la folla, alzando le mani al cielo per prenderlo a testimonio.

Petőfi continuò. Si sarebbe detto che la sua voce suonasse il tocco funebre dellʼAustria.

Più dei ceppi brilla il brando, E assai meglio il braccio adorna; Pur di ceppi fummo carichi, Ora, spada, a noi ritorna. Nel tuo nome, o Dio degli Ungari, Noi giuriamo, Noi giuriamo Lʼempio giogo di spezzar.

—Noi giuriamo, urlò la folla, e tutti quelli che avevano una sciabola, la brandirono.

Le due città, Buda e Pesth, si riscossero allʼeco di quel giuramento.

Petőfi, commosso vivamente, declamò lʼaltra strofa:

Dei Magiari al nome, intera La sua gloria renderemo, Lʼonta vil di tanti secoli Noi col sangue laveremo. Nel tuo nome, o Dio degli Ungari, Noi giuriamo, Noi giuriamo Lʼempio giogo di spezzar.

—Lo giuriamo, risuonò, come il coro antico della feste patriottiche della Grecia, lʼimmensa voce delle due città.

Petőfi fini il suo inno:

Sui sepolcri nostri proni A pregar un dì vedremo I redenti nostri posteri, E dal ciel nʼesulteremo. Nel tuo nome, o Dio degli Ungari, Noi giuriamo, Noi giuriamo Lʼempio giogo di spezzar.

—Lo giuriamo, ripetè la folla, ed intuonò lʼintiero ritornello, illuminandolo di una musica improvvisata, ed aggiungendovi: Viva lʼUngheria! viva la libertà!

Quando io, alla tavola degli ufficiali, lessi il racconto di questa scena ed il canto di Petőfi, che io pel primo aveva ricevuto, non restò più nè un bicchiere nè un tondo sulla tavola: tutto fu gettato in aria, come per lo scoppio dʼuna bomba. Allʼindomani il colonnello, informato di questa scena, ci mise tutti agli arresti. Sua moglie ci inviò dello Champagne e dei fiori. Noi spargemmo in mezzo ai soldati la poesia di Petőfi.

Da quel giorno, la nostra vita fu un accesso di febbre in permanenza. Le notizie della nostra patria si succedevano sempre migliori. Il _Comitato di salute pubblica_ decretava, organizzava, armava la Guardia nazionale; un Ministero ungherese responsabile era nominato, e ne facevano parte Luigi Batthyany, il cavaliere dellʼUngheria; Deak, che più tardi doveva essere il Fabio dellʼautonomia ungherese; quello Stefano Szechenyi, che durante trentʼanni fu alla testa di tutti i progressi, di tutte le audacie, di tutte le grandi cose e le grandi idee del suo paese, e che la catastrofe della rivoluzione doveva colpire di follia; il principe Eszterhazy, il quale, essendo in missione come deputato della Dieta presso lʼarciduca Francesco Carlo, padre dellʼimperatore attuale, e pregato di attendere perchè lʼarciduca pranzava, sclamò: «Sua Altezza può ben mangiare un piatto di meno, quando la monarchia è in pericolo!» Kossuth, finalmente, il cui spirito patriottico animò lʼUngheria, e le rese il sole che aveva illuminato i Giovanni Hunyad, i Giovanni Zapolya, i Francesco Rakoczy, i Bethlen, i Bocskay.

Il movimento si propagò alle altre razze, agli altri paesi della corona di Santo Stefano: Slovacchi, Ruteni, Vendi, Croati, Serbi, Valacchi, Sassoni, Siculi, Transilvani. Tutti si alzarono al fragore della grande parola: libertà! eguaglianza! Tutti benedissero lʼiniziativa dei Magiari. La Dieta di Kolosvar volle avere la sua notte del 4 agosto. Il grande patriotta Nicola Wesselenyi, che usciva dalle prigioni dellʼAustria, ottuagenario, cieco, sorse in mezzo ad una fremente assemblea, e sclamò, parlando dei contadini:

—Che essi non sieno più plebe! che sieno cittadini liberi.

—Sieno! rispose di una voce, come un sol uomo, lʼassemblea levandosi in piedi.

—Che sieno eguali dinanzi alla legge, come lo siamo noi, riprese Wesselenyi.

—Sieno! ripeterono i deputati ungheresi.

—Che sieno nostri fratelli, ed abbiano comuni con noi doveri e diritti.

—Sieno! gridò lʼassemblea, coprendo dʼapplausi le parole dellʼoratore.

—Sì, continuò Wesselenyi, sì, che da oggi, giorno della Trinità, in avanti, tutti partecipino ai benefizii della libertà, dellʼeguaglianza, della fraternità, questʼaltra santa Trinità politica!

E sedette, mentre lʼassemblea sempre in piedi applaudiva e sanzionava il nuovo patto, e mentre che lo strepito delle sciabole e mille evviva annunziavano al di fuori, che non cʼerano più in Transilvania che degli uomini liberi.

Questa concordia, questa libertà, erano la condanna della monarchia austriaca. Essa lo comprese, e provvide.

La sede del Governo ungherese fu trasferita a Buda–Pesth. Le nazionalità annesse ne furono gelose. Tanto bastava. La leva era trovata, o, a meglio dire, creata. LʼAustria, che aveva già schiacciato lʼItalia, se ne impadronì. I Croati diedero lʼesempio. Il bano Jellachich, il ganzo fortunato dellʼarciduchessa Sofia—la fatale amante del disgraziato duca di Reichstadt,—diede il segnale. «Il mio cuore è con voi» gli aveva detto quellʼarciduchessa, madre di Francesco Giuseppe. I Serbi seguirono, poi i Sassoni, poi i Rumeni, poi i Confini militari.

La Dieta si riunì a Pesth. Essa votò una chiamata di 200,000 uomini, ed un prestito di 42,000,000 di fiorini. Lo slancio era dato. Le ostilità cominciarono. Il re, chiamato a Buda, rifiutò di venirvi.

I Serbi batterono lʼesercito ungherese a Szent–Ramas, ove apparve quel famoso Janku, al quale, più tardi, Francesco Giuseppe doveva dire quel celebre: _Multum fecisti, Janku, vere multum fecisti!_, che lo fece passare per un letterato. Il Palatino tentò un colpo di Stato. Jellachich passò la Drava. La Dieta che voleva ancora restare nella legalità, inviò una deputazione al re.

La Corte tenne a bada la deputazione.

La deputazione finì collʼaccorgersene.

—A rivederci sulla Drava! disse Batthyany a Jellachich.

—A Pesth, se volete! rispose il venusto Croato: vi risparmio il disturbo di rendermi visita.

E si pose alla testa del suo esercito, accompagnato dai voti di tutta la Corte.

—Siamo attaccati da otto parti in una volta, sclamò Kossuth in mezzo alla Dieta.

Il Palatino fuggì. LʼUngheria si sollevò.

Le truppe ungheresi, che si trovavano in Italia, erano già state richiamate, ma Radetzky aveva rifiutato di lasciarle partire. Il dì 20 agosto, il re firmò il decreto pel quale i reggimenti ungheresi, nelle altre provincie dellʼImpero, erano restituiti in Ungheria. Il decreto fu comunicato al colonnello Tichter, come agli altri capi di corpo. Il colonnello lo stracciò, sotto il pretesto che non era il ministro della guerra dellʼImpero, o dellʼimperatore, che glielo significava, ma il ministro del regno dʼUngheria e del re. Il colonnello era austriaco nellʼanima, vale a dire idolatra della forza. In conseguenza, il decreto del diritto non gli pareva legale. Ma per noi era più che legale.

Attendemmo per cinque giorni lʼordine della partenza. Lʼordine non venne. La contessa mi disse: Non verrà mai.

Il capitano del 4.º squadrone diede il segnale.

Una mattina, un suono di tromba per la chiamata venne a destarci ad unʼora inusata. Gli appartamenti del colonnello sporgevano sullʼimmensa corte della caserma. Egli stava scorrendo la corrispondenza ed i giornali arrivati da Vienna, e brontolava forte. La contessa leggeva appo di lui i giornali ungheresi, e sembrava raggiante. A quella fanfara inattesa, il colonnello si alzò, e corse alla finestra. Aveva una berretta rossa sul capo, la pipa in bocca, delle pianelle e una zimarra da camera. Scendendo, prese uno scudiscio. E fu in questa guisa chʼeʼ si presentò davanti il 4.º squadrone, già pronto e sul punto di mettersi in marcia.

—Cosa è codesto? gridò il conte Tichter, fulminando dello sguardo il capitano.

—Colonnello, rispose questi, ponendosi alla testa dello squadrone, noi partiamo.

—E dove andate?

—A Pesth, colonnello.

—Chi vi ha dato lʼordine della partenza?

—Il ministro della guerra, Lazzaro Meszaros.

—Non conosco i vostri pulcinelli io, ruggì il colonnello; sono il padrone del reggimento, ed esso non riceve ordini che da me.

—Colonnello, vʼè un padrone di tutti, re per noi, imperatore per voi. Egli ha approvato il decreto del 20 agosto.

—Andate a costituirvi prigioniero; un Consiglio di guerra giudicherà la vostra risposta.

—A Pesth sì. Qui no.

Quasi tutto il reggimento era accorso. Il colonnello adocchiò il capitano del 2.º squadrone, che aveva riunito tutti i suoi; erano per montar a cavallo.

—Capitano, gli disse, impadronitevi del capitano del 4.º squadrone, e fate disarmare lʼintero squadrone.

—Colonnello, rispose pulitamente il capitano, date ad un altro questʼordine parto: anchʼio. Partiamo col 4.º

La tromba suonò la marcia. I due squadroni lasciarono Marienpol. Il colonnello lasciò andare una spaventevole bestemmia, e rientrò.

Ci aspettavamo che lʼAustriaco allʼindomani si fosse posto alla testa dei due squadroni che gli restavano, ed avesse raggiunto il 2.º ed il 4.º

Non ne fece nulla. Il giorno dopo, tutti gli ufficiali e sotto ufficiali gli intimarono la partenza. Bisognò che cedesse, sapendosi sorvegliato.

—Non vi fidate di lui, mi disse alla sera la contessa. Egli medita un colpo. Non so quale, ma un tradimento, sicuro.

—Vi è pericolo per voi, signora?

—Non so. Vegliate su me.

Questo «vegliate su me» era la confessione che io attendeva da sei mesi. Ella sapeva che io lʼamava come un forsennato, e mi tacevo. Suo marito, egli stesso, mi pareva sospettasse la mia passione. La contessa non aveva fatto nulla per incoraggiarmi, ma io aveva indovinato che il mio amore lʼaveva tocca, e che forse meco lo divideva. Come era bella, Dio mio, quando il suo guardo inebbriato posava su di me, e mi avviluppava di unʼaureola luminosa!

Partimmo in mezzo agli applausi di tutti gli abitanti di quella città; le donne ci inviavano dei baci, i vecchi delle benedizioni, i giovani degli augurii. Il colonnello si tenne sempre alla coda del reggimento, sotto il pretesto di star vicino a sua moglie, che ci seguiva a cavallo. Mi feʼ restare presso di sè, onde trasmettere al reggimento i suoi ordini in ungherese, lingua chʼegli non parlava. Arrivammo al Dniester. Pioveva da tre giorni: il fiume era ingrossato e torbido. Bisognava traversarlo a nuoto. Il primo squadrone vi si lanciò; il terzo lo seguì. Il colonnello non si mosse. Quando tutti furono allʼaltra riva, egli afferrò con violenza la briglia del cavallo di sua moglie, dicendole:

—Seguimi.

—Soccorso! gridò la contessa, strappandogli dalle mani la briglia.

Mʼinterposi.

—La signora contessa vuol ella continuare il viaggio verso la sua contrada? le domandai.

—Sì, lo voglio.