Le notti degli emigrati a Londra
Part 18
Il mare è tutto per lo Tsciuktscias: prato, campo, foresta, fiume; egli vi pesca di che riscaldarsi, mangiare, vestirsi. Noi guardavamo, al contrario, la terra, per quanto lugubre la potesse essere, e le strappavamo di che vivere. La caccia dellʼargali, della renna, dellʼorso, ci arrise. Le androsacee, le genziane, le sassifrage, le achillee _millefolium_, spuntavano di già. Di già si intravedeva il grazioso _cornillet_ dai fiori rossi, delicatamente adagiato sur un cuscino di muschio verde. La neve sembrava venata di sangue, colorata qua e là dalla tinta di ruggine dei licheni, o in rosso, in verde, in giallo, da una flora di cryptogami rudimentari. Rompendo la corazza ghiacciata del fiume, la pesca ci provvedeva largamente. Metek scoprì che la radice del _boursault_ rampante era un eccellente condimento alla carne; che si poteva ottenere un thè non troppo cattivo, da un certo muschio del granito verde e da una specie di felce aromatica dal gusto gradevolissimo; ed un giorno egli arrivò in aria trionfale con un cavolo marino—_crambe maritima_—che ci dette un _stchi_, o zuppa saporitissima. Prevedendo lʼignoto, noi cumulavamo le provvigioni. Ma la fusione dei ghiacci cominciò per bene.
Avevamo fatte parecchie corse verso il mare, un poco per sorvegliare le numerose trappole agli isatis, ai lupi, alle volpi, che Metek, alla moda deglʼindigeni, aveva accomodate dʼogni banda, cifrandole con un segno che dinotava la sua proprietà, ma principalmente per osservare il progresso della liquefazione. Al di qua della collina era il silenzio, lʼimmobilità, lʼuniformità maestosa e religiosa che sʼincontra per migliaia e migliaia di verste percorrendo la Siberia; dallʼaltra banda, era lʼOceano che si svegliava dal suo sonno di nove mesi; era lʼebbrietà vertiginosa della vita.
A destra e a manca sormontavano, alla superficie di un oceano di vapori, delle creste nere e slanciate che foravano la loro guaina di diamante e salutavano il sole, avendo i loro fianchi solcati di neve eterna, o niellati di fili di argento brunito—i ruscelli. Il sole lanciava di già raggi porpurei che coloravano tutto di tinte rosee ed animavano di uno scintillio tremolante le nappe bianche della neve, la superficie azzurra dei ghiacci. La luce scomposta dalle molecole nevose, che impregnavano lʼaria, lanciavano sul fondo vaporoso una miriade dʼarchi–baleno. Il vento, di una violenza furiosa, animava il paesaggio. Lʼeco dei baratri ripercoteva gli urli del vento. La sabbia ed il polviglio della neve si levavano, si mischiavano, turbinavano, davano lʼassalto al cielo. Di fronte era lʼOceano che rompeva la sua camiciuola di forza con un ululato terribile. I campi di ghiaccio voltolavano, correvano alla deriva, sʼincontravano e si precipitavano gli uni sugli altri con una demenza che atterriva. Il masso affondato scompariva negli abissi, inzaccherando tutto della sua schiuma furibonda; ma poco dopo eʼ risaliva a galla, lordo di limo verde e di sabbia, per ricominciare la lotta, avendo ripreso forza al contatto dei fondi desolati. Lʼimmensa stesa immobile entrava, a sua volta, anchʼessa in furore, si metteva in moto di un sol pezzo, di un sol tratto, brontolava sordamente e poi terribilmente, si screpolava, si fiaccava, e delle montagne, sollevate dalle onde, portate sul loro dorso, solcavano lo spazio, spruzzavano verso il cielo come raggi. Il flutto corrucciato del suo lungo imprigionamento, del suo lungo silenzio, della sua lunga impotenza, era terribile adesso ed invadeva lo spazio, borbottava, gridava, correva, rovesciava, rompeva, polverizzava, urtava, distruggeva. Lo spazio illimitato diveniva un campo di battaglia, ove la nebbia che si sollevava un poʼ sul ghiaccio, teneva luogo di fumo. Uno spesso vapore bleu innalzavasi allora dal fondo delle acque, come il fiato di un mare, che rinveniva dallʼasfissia. Lʼorso bianco esso stesso era esterrefatto. Tutto si torceva sotto il dilaceramento. La creazione fantastica dellʼonda, sorpresa ed immobilizzata nella vertigine che le davano i venti e le forze cosmiche, questa creazione si annientava nello scompiglio della battaglia. Dei pilastri di vapore turchino indicavano le irreparabili ferite dei campi di ghiaccio continuo, cui lo sguardo contemplava in lontananza. Si sarebbe detto che le valli delle Alpi si gonfiassero e gittassero lungi di fuori le montagne che correvano lʼuna sullʼaltra.
Il sole restava adesso in permanenza allʼorizzonte—per cinquanta giorni—ma si sollevava a poca altezza, riscaldava appena. Il suo disco aveva la forma ellittica e lo si poteva fissare senza esserne abbagliati. Verso lʼora che doveva essere la notte, esso si abbassava un cotal poco, poi, due ore dopo, risollevavasi sullʼorizzonte, tanto più chiaro quanto faceva più freddo, e la natura intera si apriva ad un sorriso fecondo.
Non crepuscolo, come non primavera nè autunno.
Ma la state non è un beneficio per il regno animale, uomo e bestie; imperciocchè appena, in giugno, spira un soffio di calore, che le miriadi di zanzare compaiono e, sotto forma di nuvola densa e scura, oscurano il cielo. Bisogna allora tuffarsi nel fumo infetto dei _dimokur_, quando si ha muschio o legno verde da bruciare sotto il lato del vento, e rinunziare così allʼincanto della luce pura, dellʼaria fresca. Gli animali fuggono verso le sponde del mare, ove il vento freddo dissipa questi insetti sanguinari. Noi fummo obbligati ad abbandonare il nostro accampamento e trasportarlo incontro allo Stretto.
Glʼindigeni ci regalarono abiti leggeri, costrutti delle budella della morsa.
Infrattanto la stagione avanzava. Lʼora della speranza, e lʼagonia che essa sveglia, sonava: ecco giugno. Il mare carreggiava sempre i suoi _ice–bergs_ o torosi, ossia monti di ghiaccio. Si vedevano ancora di lontano degli spazi immobili di ghiaccio continuo; ma lʼazzurro dei fiotti rivaleggiava con quello del cielo, lʼacqua ribolliva, saltava, fremeva, viveva; il naviglio prendeva il posto della narta e della slitta.
Ecco il mese di luglio: e non un baleniere!
Ecco il mese di agosto: e non un baleniere!—
Abbrevio.
Io non potrei giammai comunicarvi il sentimento di ansietà spasmodica che, per quaranta giorni, oscurò le nostre veglie e popolò di fantasimi il nostro riposo. Noi eravamo giunti a considerare come una delle venture le meno lugubri il ritorno a Yakutsk, vale a dire, il disonore per Cesara e per me la morte sotto lo knut.
I progetti del nostro salvamento sʼincrociavano: approdare allʼAmerica Russa ed andare incontro allʼincognito dei Samoiedi; risalire lʼAnadyr, traversar le montagne e sboccare verso il mare di Okhotsk, al golfo di Penjinsk, recarci alle isole Aliutine, nel Kamtsciatka e di là, come Benyowski, salpare verso Canton; passare il verno alle sponde dello stretto di Behring ed attendere lʼanno prossimo; o recarci nellʼAmerica russa con gli Tsciuktscias che vi vanno a cercar pelliccerie... Tutto ciò era tenebre, dolore, disperazione. Infine, io mi decisi a traversare lo Stretto in una _baydara_ indigena, barca costrutta di costole di balena e pelli di foca, ed approdare più al sud che potessi del Capo del Principe di Galles. Ethel era pronto a condurmivici, contentandosi, per tutto prezzo, di uno dei miei revolver e di un poʼ di polvere. Io potevo condurre meco Metek, la tenda, le renne, i cani, la slitta: quattro o cinque di quelle barche si mettevano a mia disposizione. Non avevo che un centinaio di leghe marine da navigare. I nostri sguardi non si distaccavano più dal mare. La mia vista aveva acquistata unʼacuità incredibile. Io comprendevo il linguaggio di ogni fiotto, di ogni soffio, di ogni onda, di ogni cangiamento di tinta dʼombra e di luce. Il giorno della partenza era fisso al 7 agosto. I fagotti erano allestiti. La rassegnazione era caduta sopra di noi come il coperchio di una tomba. Lo scorruccio ci annichilava lʼanima. Io cominciavo a dubitare dellʼintervento divino nella vita del mondo, che la mia religione insegnavami.
—Bontà di Dio! Misericordia eterna! Lʼè una nuvola? Lʼè una vela? Lʼè un punto nero! No: lʼè una delle tre isole dello Stretto! No: lʼè un masso di ghiaccio che sorge dagli abissi! Che? esso si approssima. Esso ingrandisce e prende forma. Esso avanza dalla nostra parte....
Cesara ed io cademmo in ginocchio e baciammo il suolo. I nostri occhi nuotavano in lagrime di gioia. Lʼera una nave....
Io distinguevo la bandiera.
—No, non è la bandiera russa. È dessa inglese, olandese, americana? Guarda, guarda ancora, guarda meglio, Cesara... Le stelle americane!
Sì, era un brick di guerra degli Stati–Uniti che bordeggiava al vento per entrar nella baia. Esso aveva seguìto la costa delle isole Aliutine, facendo osservazioni idrografiche ed astronomiche. Le trattative della cessione dellʼAmerica russa agli Stati–Uniti, erano cominciate e Lincoln aveva ordinato delle verifiche.
Unʼora dopo, la nostra baydara era in mare. Tre ore dopo, io parlava al capitano dellʼOcean–Queen. Cinque minuti dopo, Cesara ed io eravamo ricevuti in mezzo agli evviva entusiastici dellʼequipaggio. Un deportato polacco che aveva traversato tutta la Siberia per scappare allo Czar? che festa! che trionfo! che strepito nel mondo intero!
Unʼora dopo, Cesara ed io avevamo ricevuto degli abiti da marinaio. Le nostre pelli, i nostri arnesi di Yakutsk, i nostri intestini di morsa erano orrendi!
Metek non volle seguirmi. Egli pensava passar lʼinverno fra glʼindigeni, recarsi con loro alla fiera di Ostrovnoye, e con i Yakuti, che frequentano questa fiera, ritornare a Yakutsk. Io gli diedi tutto: provvisioni, viveri, armi, abiti, tenda... e dugento dei trecento rubli in oro che mi restavano.
Sciogliemmo dallo Stretto cinque giorni dopo. Costeggiammo lo Kamtsciatka. Da Petropaulowski, scrissi a mia madre, e la mia lettera, nel plico del capitano pel console americano a Varsavia, fu trasportata dalle poste russe...
Sposai Cesara a New–York, ove ricevei lettera e danari da mia madre e da... mio fratello!
LA POLONIA E LA RUSSIA
I.
Noi dividiamo le idee del marchese Wielopolski[4].
I polacchi, e coloro che considerano la quistione al punto di vista esclusivamente della Polonia, respingono la teoria della disperazione proclamata da questo patriotta. Ma noi dobbiamo esaminare la questione al punto di vista dellʼEuropa e deglʼinteressi generali dellʼumanità. Non dobbiamo quindi preoccuparci dei lamenti, e, se volete, neppure dei dritti di un popolo che ci ha abbarbagliati delle sue imprese cavalleresche, commossi dei suoi infortuni. Esso espia le colpe della sua aristocrazia—cui non troviamo giammai nella storia al servizio della libertà, della giustizia per tutti, avendo pietà del popolo, risparmiando il debole.
LʼItalia ha espiati i delitti delle due Rome—lʼimperiale e la cattolica.—
I filantropi da congressi, i democrati da parata, attestano le loro simpatie ai vinti. Noi offriamo loro, di più, ciò che ci sembra la verità. Perocchè noi scriviamo con coscienza, noi che eravamo ieri ancora nei ranghi dei vinti e che siamo ancora oggidì nella posizione di minacciati.
Lʼesercito francese guarda a Roma, lʼaustriaco campa a Trento.
Lʼattitudine dellʼEuropa verso la Polonia sarebbe oltraggiante se la fosse volontaria. La stampa, che sʼinteressa alla vittoria di Gladiatore e si entusiasma ai gargarismi della Patti, registra con indifferenza lʼannichilamento della Polonia. E noi vediamo passare in mezzo a noi, senza provare il minimo turbamento, il minimo rimorso, lʼesiliato polacco, che porta, dʼordinario, così degnamente il peso della sua sventura. Non pertanto, malgrado questa indifferenza, si sente che la coscienza pubblica ha nel fondo unʼinquietudine dolorosa, e che vi restano ancora delle anime generose le quali sclamano: «No: la non può durare così! Gli è impossibile, non si può lasciar distruggere la Polonia dalla Russia, come si lasciano gli americani terminare la distruzione dei Pelle–rossi!» E si cerca allʼorizzonte se vi è una nuvola dal lato dellʼOriente che si oscuri, e cui si possa considerare come il precursore della tempesta. Eppure non bisogna dissimularlo: questa tempesta che taluni invocano, lʼimmensissima maggioranza la paventa.
La faccia dellʼEuropa è cangiata. LʼInghilterra si è ritirata sotto la tenda, non come Achille il quale tiene il broncio ad Agamennone, che digerisce nelle braccia di Briseide, ma come il Nestore della politica europea, per preoccuparsi deglʼinteressi seri della comunità e lavorare. LʼAustria, smozzata, cura le sue lividure e le sue piaghe al regime dellʼacqua di Jouvence della libertà. La Francia si prepara alla riscossa pel ricupero delle provincie e dellʼonore militare perduto. LʼAlemagna, costituita, termina lentamente la sua opera—pronta, un dì, a lasciare andare, se occorre, Posen e la Galizia onde annettersi lʼarciducato di Austria. Le idee economiche e sociali hanno preso il posto delle idee politiche nel regime internazionale. Il sistema delle alleanze, divenuto barbogio, ha ceduto il posto ai trattati di commercio. La riconoscenza del fatto compiuto è inserita come un principio nel dritto pubblico europeo. La ricostruzione delle nazionalità è considerata come una misura di ordine pubblico; ma unicamente quando ciò si compie senza turbare la pace generale e contro nazioni di razza diversa, non mica quando trattasi di nazioni consanguinee, tra le quali ei sarebbe pericoloso intervenire, fazioso pronunziarsi.
Questi cangiamenti dellʼidiosincrasia dei popoli e dei governi pesano singolarmente sulla quistione polacca e sulla politica generale, al punto, che se la quistione italiana fosse ancora da risolvere, egli è più che probabile che la non sarebbe neppur sollevata. E nondimeno, eʼ trattasi della razza teutona e della razza latina, lʼuna incontro allʼaltra, e non di due rami della razza slava, come nella quistione polacca!
Io so che questʼultima asserzione—la consanguineità della razza—è contestata. Perocchè la scienza ethnologica sopratutto non poteva sottrarsi allʼidrofobia della politica ed alle allucinazioni dei partiti. Ma, lʼho detto, io non mi colloco nè al punto di vista della Russia, nè a quello della Polonia, ma al punto di vista europeo, e quindi sul terreno dellʼimparzialità—se fuvvi mai storia imparziale! Imperciocchè, ove la coscienza è sincera, vi è il sistema scientifico, cui ogni istorico si è formulato, che può essere iniquo.
Io quindi non proverò neppure di ricostruire la razza slava. Ciò mi condurrebbe inoltre troppo lontano ed escirebbe dalle proporzioni delle conclusioni di un racconto romanzesco. Però ei mi sembra indispensabile toccarne qualche motto, onde giustificare su quale base e per quali ragioni io ho creduto arringarmi ai consigli che il marchese Wielopolski dà ai suoi compatriotti.
II.
Lʼunità della razza slava ha il suo elemento di certezza nellʼuniformità della lingua—uniformità spinta sì lontano, che glʼindigeni del Don e della Volga possono comprendere e quasi conversare con quelli della Pomerania, della Boemia, della Polonia, della Dalmazia, e col Bulgaro del mar Nero. La razza slava è la seconda espressione della natura europea, indigena ancora sul suolo che occupa oggidì e non venuta dallʼAsia, poco modificata. Dappoichè lo slavo, cui ci dipinge la cronaca di Nestor allʼXI secolo, è esattamente lo stesso che quello dei nostri dì, non avendo che due varietà un poʼ spiccate: al nord, la sotto–razza scandinava; al sud, la sotto–razza ellenica.
La slava è stata sempre una razza conquistata. I popoli dellʼAsia e quelli della Germania occidentale lʼhanno, a volta a volta, calpestata e dominata; perocchè dessa invocava lʼaiuto degli uni per sottrarsi allʼoppressione degli altri—come fecero i popoli delle penisole itala ed iberica. I Kimris, o Cimbri, furono i primi a passare sulla razza slava. I Sarmati—nomadi dagli occhi di lucertola, di origine mongolica e di razza puramente asiatica—vennero a cacciar via i Kimris, e furono cacciati a loro volta dai Goti—popoli usciti dalla Scandinavia, trascinando dietro a loro unʼaccozzaglia di Celti, di Slavi e di Germani. Questi dominatori, portanti una civiltà cui Odin aveva forse ricevuta dalla Persia o dallʼIndia, fondarono un impero slavo, assiso sul Danubio e sul Dnieper, nellʼUkrania, ed alle sponde del mar Nero, risuscitarono la dominazione cimbrica, e riaserrarono la frontiera romana, sotto il nome di Daci e di Marcomanni. Nomadi, essi imperavano a cavallo sui popoli indigeni, coltivatori sedentanei, e vivevano a cavallo—come i polacchi nella convenzione della _pospolite_. Se la loro potenza avesse durato, forse i Goti si sarebbero fusi con glʼindigeni. Ma queglino fra gli slavi, che avevano emigrato sotto la dominazione gotica, ritornarono come vanguardia degli Unni—popoli asiatici—e respinsero lo straniero dal suolo della loro patria.
Gli Unni rimpiazzarono i Goti, che retrocessero sulle possessioni romane ed annunziarono Attila. Questi si manifestò allʼEuropa come la folgore, dominando dalle frontiere della Cina fino al Baltico e procedendo sopra Roma, menando con lui un miscuglio di guerrieri di tutte le nazioni e di tutte le stirpi cui aveva traversate. I Goti batterono gli Unni sulle sponde del Netad e li ricacciarono in Asia. Poi si divisero dagli slavi: questi rivennero nelle loro contrade e conservarono le loro abitudini ed il loro organamento sociale; i Goti seguirono la loro attrazione naturale verso lʼOccidente.
La razza slava ed i suoi rami ellenici erano attirati verso lʼOriente e Costantinopoli.
Lasciamo da banda la varietà ellenica, o dorica, la quale, in faccia delle concezioni gigantesche e mostruose della Caldea e dellʼEgitto, si concentrò e sʼisolò, e seguiamo il movimento della varietà Tsciuda.
Questo ramo della razza slava del nord, occupava le sponde orientali del Baltico, si stendeva lungo il mare Bianco fino alle foci dellʼOby e nei profondi del continente Asiatico. Queste contrade, quasi deserte oggidì nella parte che forma le vaste solitudini della Siberia, mostrano nelle tombe e nelle gallerie delle mine dellʼAltai le tracce di una civiltà, il cui sovvenire storico è perduto. Questa varietà della razza slava abitava il doppio versante della catena degli Ural, di cui lʼuno discende verso lʼOby e lʼaltro verso la Volga. Queglino che accampavano sullʼOby, e formavano lʼObdoria o lʼUgoria discesero, verso lʼXI secolo, alla volta del bacino del Danubio, e costituirono la razza dominante dei Maggyari in Ungheria. Queglino che guardavano la Volga, andarono a formare la Bulgaria o Volgaria. Questa corrente dʼinvasione settentrionale, sul fuoco centrale della razza slava, si opponeva alla corrente meridionale, la quale, trascinando seco dei brani della razza mongolica, partiva dallʼOriente e dalle sponde del Caspio. La sede dellʼimpero, Costantinopoli, trovavasi così allogata fra due osti.
Carlomagno, avendo distrutto gli Avari, residui di razze asiatiche, gli slavi restarono liberi. Gli Ugri Maggyari si spiegarono nel mezzodì fino al di là delle Alpi e nellʼItalia. I Normanni, scandinavi, svilupparono la loro supremazia sulla razza slava del Nord e fondarono lʼimpero Russo—sulle contrade occupate un dì dai Goti—sotto il nome di Polanieni, o abitanti della pianura—appellativo conservato di poi da uno dei rami della razza slava quando essi si separarono.
Con un istinto ammirevole, fin dai suoi incunabili, questo impero russo ebbe coscienza del destino che lo spingeva e guidava. La sua aspirazione è lʼOriente. Il suo centro, Costantinopoli. Esso abbraccia il cristianesimo bizantino e mantiene i legami naturali tra i popoli conquistati ed i popoli della medesima razza slava annessi. E quando Costantinopoli, al XV secolo, cadde in potere dei Turchi, lʼidea morale, i frantumi tradizionali e materiali dellʼimpero di Oriente, si trovano agglomerati in lui. Lʼunità orientale fu così rappresentata dallʼimpero russo in faccia dellʼoccidente sbocconcellato. Questa posizione, queste tendenze assorbenti, sarebbero di già esse sole bastate per svegliare la rivalità delle nazionalità nascenti della medesima razza: lʼUngheria, la Polonia, la Svezia.
Gli Stati slavi dellʼEuropa centrale però non si fondarono con la medesima facilità e con la medesima celerità! La Polonia, la Boemia, lʼUngheria, la Prussia, la Transilvania, la Lituania, la Moravia avevano la medesima costituzione politica—vale a dire, il principio elettivo dei popoli primitivi sfuggiti alle strette di Roma. Essi avevano la stessa legge del suolo e dei costumi; e quindi una vicissitudine tempestosa di principati locali e passaggeri.
La Boemia, cittadella dellʼindipendenza slava, legata agli slavi per la razza ed ai Germani per glʼinteressi, sempre irresoluta in fra i due, attaccata dagli uni quando la si collegava agli altri, non seppe padroneggiare la situazione e profittare della sua civiltà brillante e precoce. Sotto Ottocaro III, la Boemia rifiutò lʼImpero e lo fece passare nella casa dʼAustria. Sotto Carlo IV, al momento di divenire il centro della potenza imperiale, ripugnando, a causa della sua natura slava, da tutte le combinazioni artificiali, la Boemia ricadde nellʼirresolutezza e divenne la preda dellʼinflessibile ascendente austriaco.
Una sorte eguale, per le medesime cause, toccò allʼUngheria. Centro, sotto Attila, della dominazione delle razze asiatiche, essa fu sempre un punto di attrazione per questi popoli. I maggyari, slavi, ma della famiglia semi–asiatica delle razze dellʼUral e della Volga, dominarono la razza slava indigena. Poscia, organizzati a casta conquistatrice e guerriera, respinsero le invasioni asiatiche. Essi avrebbero potuto dirigere, in luogo della Russia, lo slavismo dellʼimpero orientale; ma il cattolicismo che avevano abbracciato, li tenne a parte e li condannò allʼinferiorità politica.
Il cattolicismo non è simpatico alla natura slava; e là stesso ove lo si è impiantato, esso ha cangiato di carattere. Sradicata senza sforzi, presso gli Scandinavi, alterata nel suo spirito in Polonia, in Ungheria, in Boemia, la dottrina cattolica ha contribuito alla caduta di questi Stati sotto la pressione dellʼinvasione tedesca e dellʼascendente russo, mentre che dessa paralizzava la loro influenza sullʼimpero dʼOriente. Gli è al cattolicismo altresì che la Polonia deve le sue vicissitudini ed una parte delle sue sventure.
In uno Stato di quasi anarchia per parecchi secoli sotto i suoi dodici woivodi o palatini, la Polonia si presenta col nome di regno al XIV secolo e forma uno stato, mediante la sua riunione con la Lituania, sotto il dominio dei Jagelloni. La sua rivalità colla Russia comincia alla sua culla e riempie la sua storia—passando per le medesime fasi della lotta che sʼimpegna tra lʼInghilterra e la Francia. E forse questa rivalità avrebbe finito in una fusione violenta sotto lʼinvasione degli antichi Unni di Attila, divenuti i Tartari di Gengis–Khan, se un baratro profondo e fatale non li avesse divisi per sempre, il cattolicismo, alimentato dallʼinfluenza astuta ed interessata della corte di Roma.
Il ritorno degli Asiatici arrestò per lungo tempo lo slancio della civiltà slava.
La razza slava ha dovuto lottare perpetuamente contro i popoli nomadi, arrivando dalla medesima direzione, ma non essendo sempre della medesima razza, puramente asiatica. La razza bianca occupò originariamente tutta quella parte dellʼAsia che guarda lʼEuropa, ove la presenza della razza gialla è recentissima: la Siberia, il Caucaso, le contrade della Transoxiana e del Caspio.... quelle contrade insomma che la Russia conquista adesso lʼuna dietro lʼaltra, con grande spavento della Turchia, della Persia, e dellʼInghilterra,—la quale vede le sue possessioni indiane separate dalle russe, nellʼAsia Centrale, unicamente dal Punjab. Le sabbie che sterilirono paesi un dì fertili, e lʼindebolimento consecutivo di queste popolazioni, incapaci di difendersi contro le invasioni asiatiche, determinarono il ritorno della razza bianca nellʼOccidente dellʼEuropa.