Le notti degli emigrati a Londra

Part 17

Chapter 173,723 wordsPublic domain

Se si fosse trattato semplicemente di ucciderne una o due, la preda era sicura. Ma trattavasi di avvicinarle, di tenerle ad una distanza convenevole per lanciare loro il laccio. Un colpo di fucile le avrebbe fatte partire come il vento! La steppa, coperta di neve, si allargava dinanzi a noi a perdita di vista, zebrata di cespi di ginepri ed altre piante fanerogame, malescie e nane, di cui le renne mangiavano i rimettiticci più teneri. Il capo–renna, che dirigeva il piccolo branco, il _vojati_, quasi sempre una renna femmina magnifica, grande come un bisonte, ci scôrse, e rizzò il superbo suo capo, ma non diede il segnale della partenza.

—Se quelle renne non appartengono a qualche Tsciuktscia, disse Metek, esse hanno avvicinato però lʼuomo. Ci sarà quindi facile forse di strisciare dolcemente fino ad esse e tentare di accalapiarle.

Chiamammo i cani, che ci obbedivano con estrema difficoltà, ed io mʼincaricai di ritenerli presso di me, mentre Metek si approssimava a carponi verso il piccolo gregge. Le renne non si spaventarono. Esse guardavano con attenta curiosità quellʼessere ravvolto in una pelle simile alla loro, che rotolava lentamente nella loro direzione. E Metek avanzava sempre: il mio cuore batteva. Metek accelerava il suo approccio, infine il mio cuore saltò di speranza. Metek arrivava a portata di lanciare il laccio e si rizzava infatti dietro una macchia, quando una freccia fendè lʼaria con un sibilo lamentevole, ed andò a conficcarsi nel cuore della renna–capo. Essa gettò un bramito lacerante e cadde. Il piccolo branco fuggì come uno stuolo di uccelli spaventati. Immediatamente, di dietro unʼaltra macchia si mostrò un Jukaghir, che aveva abbattuto il selvaggiume. Ei sʼincontrò faccia a faccia con Metek.

Il Jukaghir rassomiglia un poʼ al Russo: capelli ed occhi quasi neri, viso lungo abbastanza regolare, una bianchezza straordinaria di pelle, ben fatto, di statura media. Poi, gaio, ospitale, suonando quasi tutti il violino o la _balalayka_, o mandolino.

Io sopraggiunsi. Il povero cacciatore non sospettava neppure il male immenso che ci aveva fatto. Metek glielo spiegò. Il Jukaghir gettò un grido di gioia, e cʼinformò che a 50 verste più lontano, allʼest, quasi sulla riva del fiume, si trovava una yurta di Tsciuktscias, abitata da una famiglia che possedeva delle renne domestiche. Il Jukaghir ci cedè la metà della sua preda, ciò che noi non eravamo in grado di rifiutare, e si allontanò. I nostri cani furono nudriti, e noi facemmo un eccellente desinare colla lingua della renna.

Partimmo allʼindomani alla ricerca della yurta. Ellʼera, del resto, sulla nostra via.

Arrivati la sera al sito, ove la yurta provvidenziale doveva essere—Metek aveva presi dei ragguagli precisi—, ci fermammo. La giornata era stata orribile. Avevamo seguìto una valle profonda, nella quale lʼAnadyr scorre, nellʼestate, quasi incassato fra due argini fiancheggiati da rupi a picco, minacciose, e sporgenti.

Intorno a noi si dondolava un vapore azzurrastro, che dava forme bizzarre alle rupi. Dallʼalto di questi picchi, colle cime fantasticamente dentellate, slanciavansi delle cascate, ora rapprese dal gelo nel loro salto e formanti sulle costole del granito delle anse di diamante. La crosta del fiume presentava una superficie fortemente aggrinzata, quasi scompigliata. Verso sera, il vento si levò, e soffiò sì forte, che ci riescì impossibile dirizzare la tenda ed accendere il fuoco. I nostri denti battevano un galoppo formidabile. I cani sbranavano i resti della renna. Noi mordemmo un poʼ di pemmican. Un poʼ più giù, innanzi a noi, si apriva un gorgo, ove lʼAnadyr si precipitava. La notte del 19 febbraio 1866 fu una delle più terribili del nostro viaggio, quantunque avessimo scavato un tunnel nella neve, ove, avvolti nelle nostre pellicce, ci eravamo cacciati.

Sollecitavamo lʼarrivo dellʼalba per metterci alla ricerca del casolare indicato.

Il tempo si ammansò. Si levarono anzi i venti tiepidi, e la temperatura si riscaldò. Un barlume di sole freddo colpito dʼitterizia si avventurò allʼorizzonte.

Prima di partire però cercammo di un sito coperto, ove addossare la tenda a qualche pilastro di ghiaccio—non vi erano più alberi—, ed accendemmo un magnifico fuoco, che ci permise di avere un buon brodo, ove immergemmo qualche rimasuglio di biscotto. Cesara si accocolò presso il fuoco. Le spine stesse cominciavano adesso a divenire più rare.

Uscimmo dunque a caccia. Due ore dopo, la yurta dei Tsciuktscias si offrì ai nostri sguardi. Corremmo. Era vuota! Ma le ceneri del focolaio vi erano calde ancora: il che significava che lʼabitante era assente, o aveva cangiato di posto il mattino. Il nostro dubbio non si prolungò di molto. Poco dopo, due donne, cariche di bruscoli di rododendro, arrivavano al casolare. Elleno si mostrarono alquanto spaventate della nostra presenza: Metek le rassicurò. Lʼuomo loro cacciava, e non arriverebbe che a sera. Vicino alla yurta stavano due piccole slitte. Era dunque evidente che lo Tsciuktscia possedeva o aveva posseduto delle renne. Anche questo dubbio fu presto rischiarato. Alla domanda di Metek, la donna confessò che essi avevano dieci renne, forse le stesse vedute da noi qualche giorno innanzi.

Volendo ad ogni costo parlare allʼabitante di quel luogo, cacciammo, aspettando lʼora del nostro colloquio con lui. Uccidemmo una volpe, due corvi, una grue, rarissima in quella stagione, e in quelle contrade. Io ritornai alla tenda, correndo. Metek ritornò alla casipola per parlare allo Tsciuktscia. I miei abiti erano umidi di traspirazione: li cacciai sotto la neve, che assorbì lʼumidità e me li rese secchi come se uscissero di un forno.

Metek non riuscì nella commissione, in questo senso, che lʼindigeno dimandava, in cambio delle tre renne cui consentiva cederci, del tabacco di Tsciukscia, fortissimo, o dellʼacquavite di cui noi mancavamo affatto. Eʼ non sapeva che farsi dei rubli, cui non avrebbe potuto barattare che recandosi alla fiera di Ostrovnorse, vale a dire ad 800 verste allʼovest. Lʼindomani nonpertanto il Tsciuktscia, venne a vederci, e ci portò un mezzo argali, montone selvaggio. Ne aveva uccisi due la vigilia.

Io non fui più fortunato di Metek nel negoziato. Il selvaggio domandava adesso un fucile, o per lo manco un revolver e delle munizioni. Io non poteva disfarmi delle mie armi. Mi decisi quindi a continuare la strada coi cani, facendoli riposare qui: perocchè il Tsciukstcia mi assicurava che la contrada non mancava di selvaggiume. Ora, noi avevamo cani e fucili. Lʼindigeno cacciava colla picca, colle frecce, e venne armato del suo _batase_—una lama di ferro in cima di una lunga asta.

Il Tsciuktscia mangiò con noi, spiando cosa potesse rubare e toccando tutto. Egli venne in seguito ogni dì, mattina e sera, nella sua slitta, tirata da quattro renne. Egli contemplava Cesara con occhi carichi di scintille. La sua famigliarità cominciava a stancarmi. Avevamo fatta una buonissima caccia di argali ed ucciso un orso, avvegnacchè ci fosse stato impossibile avvicinare le renne selvagge e pigliarle al laccio. Fissai dunque la nostra partenza per il domani. I cani erano, se non guariti interamente, in istato di viaggiare. Una copiosa panciata di orso li mise in galloria. La giornata, relativamente calda, fu spesa nella caccia. Verso sera, Metek si ostinò a seguire le peste di un argali; io rientrai per fare qualche rattoppo alla slitta. Fui stupito nel vedere, a poca distanza dal nostro accampamento, la slitta del vicino. Accelerai il passo. Ad un tratto, lo scoppio di una pistola mi giunse allʼorecchio. Corsi... mi precipitai nella tenda.

—Al soccorso, mi gridò Cesara, con le vestimenta lacere, e rovesciata al suolo.

Il Tsciuktscia lottava con lei. Vedendomi, eʼ si raddrizzò, e si scagliò sopra di me, colla _batase_ alla mano. Era stato ferito alla guancia dalla pistola di Cesara, e gliela aveva strappata di mano. Io rinculai fuori della tenda, ed afferrai lʼaccetta. Avevo il fucile: avrei potuto abbattere quel miserabile con una palla nella fronte come avevo fatto dellʼorso; ma mi sembrò vigliaccheria. Ero forse ridicolo; ma infine la fu così. Un duello in regola cominciò tra noi due. Il selvaggio aveva il vantaggio dellʼarma, io quello della ginnastica e della scherma. Per buona ventura, eʼ non si avvisò di servirsi del revolver. Io parai a lungo, volendolo disarmare e prendergli così le renne in cambio della vita. Ma egli mi attaccò con rabbia, con acciecamento: io saltava a destra ed a manca. Ei credette che io mi avessi paura di lui, e divenne più accanito, più furibondo. Cesara uscì, e gridò:

—Guárdati, guárdati!

Lo Tsciuktscia, infatti, si abbassava per cacciarmi il _batase_ nel ventre. Io non mi contenni più: un colpo di accetta gli aprì il cranio in due, e lo rovesciò fulminato.

Metek sopraggiunse.

Voi comprendete il resto.

Io ripresi il revolver rubato a Cesara, e mi impossessai delle renne e della slitta dellʼindigeno.

Aggiogammo, come potemmo, cani e renne, e partimmo la notte stessa. Unʼaurora boreale ci aiutò a tirarci dal letto dellʼAnadyr, per evitare lo sdrucciolo a picco di una delle sue cascate gelate.

Il resto del viaggio si compiè senza accidenti umani, ma le difficoltà naturali ci opposero ancora mille ostacoli. Li superammo tutti finalmente, ed il 7 di marzo 1866 ci arrestammo allʼimboccatura della Krusnaia, uno degli affluenti dellʼAnadyr, a 300 verste dal mare.

Ci riposammo in quel sito. La contrada era divenuta sempre più selvatica. Gli alberi erano interamente scomparsi, la selvaggina presso a poco. Tenemmo consiglio. Bisognava continuare, od aspettare quivi lo scioglimento dei ghiacci?

Dopo aver bene riflettuto, pesate tutte le probabilità, considerati tutti i casi, ci decidemmo ad avanzare fino al filo, ove lʼAnadyr cessa di essere fiume e diviene la baia di Onemene. Il 13 marzo, infatti, eravamo nel paese abitato dagli Tsciuktscia–Onkiloni, Tsciuktscias sedentari, mentre i nomadi, i Tsciuktscias a renne, sono accampati nella parte montagnosa della contrada, al nord–ovest del mar Glaciale.

Per quale considerazione mi era io deciso a recarmi in questa contrada, piuttosto che sulle sponde del mar Pacifico, o nella Cina, traversando il deserto?

Per le seguenti principalmente:

Io dovevo incontrare meno agenti russi sulla mia via; questa via, nel verno, era quasi sempre letto di fiumi e superficie di laghi gelati; arrivato nel golfo di Anadyr, io aveva tre probabilità di salvamento: o traversando durante lʼinverno, in slitta, gli ottantaquattro chilometri che separano lʼAsia dallʼAmerica, il capo Orientale dal capo del Principe di Galles, vale a dire lo stretto, come fanno ogni anno gli Tsciuktscias, che si dedicano al commercio; o, traversando lo stretto durante lʼestate, approdare allʼisola delle Spezie, e recarmi di là nellʼAmerica russa, come fanno nelle loro cattive baydares gli Tsciuktscias, intrepidi marini; ovvero io poteva, arridendomi la fortuna, trovare un baleniere americano od inglese, venuto alla pesca della morsa, dellʼorso bianco, del vitello marino e della balena, abbondantissimi in queʼ paraggi alla rottura dei ghiacci.

Questa parte della costa nord–est dellʼAsia è più popolata, precisamente perchè gli anfibi e le balene la frequentano di più.

Avrei potuto avventurarmi nellʼAmerica russa e nelle regioni dai Samoiedi, quando lʼavessi voluto, in due giorni; ma ciò era quello che mi conveniva meno. La mia speranza era proprio dʼinstallarmi a bordo di una baleniera e di toccare così un porto dellʼArcipelago del re Giorgio, dellʼArcipelago del principe di Galles, nel nuovo Norfolk, nella nuova Cornovaglia, nel nuovo Hanovre, in qualche porto del mare di Hudson, allʼisola Vancouver, o infine in un porto del territorio di Washington.

Le tribù del golfo di Anadyr non sono cattive, ma sospettose, ladre ed interessate. Io voleva avere con questi indigeni il meno di attinenza possibile. Quindi mi stabilii nellʼinterno delle terre, non lontano dal fiume, per aspettare il mese di giugno e lʼarrivo delle baleniere. Se questa buona fortuna mi falliva, io avrei preso allora una risoluzione definitiva. Infrattanto, mandai Metek alla costa, nella baia di Onemene, per pigliar lingua, ed io mi diedi a cacciare ed a pescare.

Per pescare, forai il ghiaccio del fiume e vi cacciai dentro la rezzuola. Le renne se la cavarono da sole, come potevano, poveramente, leccando il muschio o scavando il lichene, questʼultimo dei vegetali che copre lʼultima delle terre, come dice Linneo. Ma diveniva quasi impossibile nudrire i cani. Non potevo, pertanto, lasciarli morire di fame. Il più prezioso e il più raro oggetto del nostro mantenimento però era il legno. Lʼho detto: non incontravamo più selve; bisognava andare alla ricerca dei tronchi trasportati dai flutti, che arrivano persino dalle coste di America.

Metek ritornò dopo sei giorni di assenza, seguìto da un Kamakay, il capo di una tribù di Tsciuktscias, della baia di Notchene, e da due altri indigeni, in due slitte. Mi portarono in regalo una foca. Metek li aveva completamente rassicurati sulle mie intenzioni pacifiche, confermate, del resto, dalla mia posizione. Egli aveva detto loro che io non veniva per assoggettarli o cacciarli da quella contrada; che io era un inviato dello _Czar bianco_; che i ladri ci avevano spogliati delle nostre narte, ove erano le provvigioni ed i regali di tabacco e di vetrerie, che io portava loro; che la mia missione era di disegnare il paesaggio di queste coste desolate.

Ora, eʼ non avevano compreso questa singolare missione. Venivano quindi ad assicurarsi coi loro occhi della verità del racconto di Metek. Il Kamakay si chiamava Ethel.

Non volendo espormi ad uccidere altri Tsciuktscias, nè esporli a rinnovare lʼattentato infame che avevo punito, ricevei i miei visitatori fuori della tenda, dicendo che mio fratello era molto malato. Il Kamakay sembrava imbarazzato. La nostra storia, i nostri disegni non gli parevano troppo chiari. Per cancellare ogni cattiva idea dalla sua mente, io entrai nel pologhe, e ne uscii con un album e delle matite. Mentre io parlava, e Metek gli spiegava bene o male le mie parole, io schizzai il paese che ci circondava ed il ritratto di Ethel, perfettamente riesciti. Gli mostrai il foglio.

Quando egli vi ebbe gittati gli occhi, divenne livido e come preso da terrore: mi prese per uno _sciaman_, che gli gittasse un sortilegio. Lo rassicurai. E gli promisi di dargli lo schizzo contro cinque vitelli marini, dieci narte di legno galleggiante, ed una tenda più larga in pelle di renna, il tutto trasportato nel sito che io glʼindicherei bentosto. Ethel sembrò incantato del negozio. E se ne andò quasi in estasi, quando gli dissi che lo Czar bianco, _figlio del sole_, non potendo recarsi in quelle contrade, voleva avere le immagini dei Kamakay suoi amici, e chʼessi tutti passerebbero sotto gli occhi dello Czar, il quale manderebbe ad ognuno dʼessi un Kamley in panno rosso.

Non ebbi mestieri aggiunger altro ed occuparmi di altro. Tutti i Kamakay del paese, a quattrocento verste intorno, accorsero per avere il loro ritratto e mi portarono regali. Ebbi tutti i ragguagli che volevo; ma sventuratamente, non affatto di mia soddisfazione.

I balenieri visitavano queʼ paraggi molto irregolarmente, nè ogni anno, nè ad epoche fisse; lo stato del mare e la fortuna della pesca sopra altre coste decidevano dei loro viaggi.

Questa conoscenza più precisa della mia desolata situazione mi determinò a portare il mio accampamento sulla riva sinistra dellʼAnadyr, mentre era ancora gelato, ed andare a stabilirmi più vicino del capo Orientale e della baia di San Lorenzo. Mandai Metek a scegliere il sito meno tristo di quella steppa, ove si rinvenisse un poʼ di muschio per le nostre renne, ed ove il legno galleggiante non fosse nè troppo raro nè troppo lontano. Si trattava di aspettare fino al mese di agosto, forse; perocchè io aveva risoluto di non tuffarmi nellʼincognito dellʼAmerica russa se non allʼultimo estremo.

Metek compiè la commissione in modo ammirabile. E alcuni giorni dopo, verso la fine di marzo, io andai ad occupare con Cesara il padiglione in pelle di renna, che Ethel mi aveva fatto innalzare vicino ad una delle numerose caverne dietro al monte Zerdzi–Kamen, tra la baia di Onemene e quella di San Lorenzo, proprio nel sito ove gli Tsciuktscias si nascosero per assassinare i Russi infami, che seguivano Paulowski—a circa _quattordici mila chilometri_ da Varsavia!

La nostra dimora si addossava ad un monticello di 300 metri di altezza a picco. Esso formava una dalle pareti del burrone, ove si slancia, di roccia in roccia di granito rosso, un torrente, nel mese di giugno, e che adesso rassomigliava ad una scalinata di cristallo per un gigante. Qualche aborto di larice nero ed informe tremava dal freddo sullʼaltro versante del precipizio; ma la vallata, che si apriva innanzi al torrente, si abbelliva nellʼestate di piante, e di poche bacche di un verde–giallo clorotico. Di già sulla neve le cellule del _protococcus_ cominciavano ad animarsi ed aggrupparsi. I paperi selvaggi venivano a fare la loro muta nei ruscelli, i palmipedi marittimi vi arrivavano in partite di piacere. Vi si pescava un poʼ lo _sterlet_, la _nelma_, il _mauksune_ e lo _tscir_—tutti grossi pesci della specie della trota e del salmone. I vicini non erano gente trista. Le donne vi venivano la state a raccogliere un poʼ di frutti del _vaciet_ di montagna, quando maturava. Nelle tane dei topi abbonda la radice farinosa della _makarcha_, ciò che mi procurava il sollazzo della visita curiosa degli orsi bruni, i quali venivano a scavare i topi, cui inghiottivano con una soddisfazione sibaritica, tirando fuori la radice.

Io non era lontano dalla costa, ove sʼincontrava qualche _casipola di rifugio_ per i cacciatori, ed ove io poteva godere dello spettacolo del mare e darmi _ai miei studii topografici_. Potevo andare alla caccia dellʼisatis bianco o turchino, dellʼorso bianco, dellʼargali, della volpe, del lupo, del leone e del vitello marino, e di tutta la tribù degli uccelli viaggiatori ed acquatici, e dei quadrupedi che fuggivano innanzi al flagello divoratore dei dipteri succhiatori. Il ghiaccio rompevasi al mese di giugno. I blocchi di ghiaccio cumulati, formavano delle dighe, cagionavano delle inondazioni che, ritirandosi, lasciavano un letto di piccoli pesci, cui si disseccavano per i cani.

Io non avevo bisogno di tutto codesto, perocchè, in qualunque modo, io non avevo a passar lʼinverno sul mare Glaciale. Ma Metek? Ma _chi sa?_ Dʼaltronde, io dovevo giustificare la parte cui rappresentavo.

Io non saprei esprimervi lo stupore atterrito che mi prese contemplando per la prima volta, verso il principio di aprile, lo stretto di Behring. Avevo lasciato Metek e Cesara allʼaccampamento ed ero partito con Ethel e con alcuni altri Tsciuktscias per andare alla caccia dellʼorso bianco e della foca. Lʼaria sembrava pura; ma eravamo appena in cammino che il vento nord–ovest ci scatenò su un nebbione denso e nero come il fumo, chiamato _morok_. Noi non vedevamo il compagno assiso a fianco a noi sulla stessa slitta. I cani andavano dʼistinto. Avevamo a scalare un monticello conico per sboccar poi, per un torrentuolo, sulle sponde del mare. Facemmo alto alla vetta della balza onde fare riposare i cani. Ad un tratto il vento saltò al sud–est, e come un sipario di opera che si leva, il nebbione si dissipò, non so dove, ed il mare si schierò innanzi ai miei sguardi abbagliati.

Era il mare?

Figuratevi la Svizzera vista dallʼalto di un pallone aerostatico, a mille metri al disopra del monte Bianco. Figuratevi la cattedrale di Milano cento volte più grande che Londra, vista dalle regioni ove spazia lʼaquila, ed avrete appena unʼidea di quel magico spettacolo. Dei milioni di guglie dʼogni forma, bianche, verdi, azzurre, forate a giorno, ricamate, frangiate sul fondo grigio dellʼaria! Un campo interminabile di picchi, di rocce, di piramidi di montagne, prendendo gli aspetti i più sinistri, i più strani, i più fantasticamente impossibili di castelli merlati, di templi greci, di pagode, di minareti! Qui la forma dellʼorso, dellʼelefante, più giù la forma del dragone, a lato la sega, o una tavola di marmo per giuocarvi la partita dei Titani, sur un tripode sottile come quello dei candelabri antichi. Poi, palle, poligoni scintillanti, un alce del mondo antidiluviano con le sue corna maravigliose, tutta la creazione dei mostri della primavera del mondo—i mammuth, i pterodattili, gli archeopterix, glʼichtyosauri—tutta una creazione di delirio ammalato. Poi, valli profonde ove una neve rosea scintillava, o ponti sospesi; un arcipelago cosparso di fantasimi opachi e traslucidi, curvi, in piedi, inclinati, oscillanti; arcati, appoggiandosi gli uni sugli altri, ad ogiva, a pieno centro. Di lontano, un gruppo di _torose_ di formazione recente—è questo il nome dei blocchi di ghiaccio—avendo ciascuno sul dorso uno o più orsi bianchi, derivando verso una spalancata _polinas_—crepaccio—che li inghiotte lʼuno dopo lʼaltro. Più lontano ancora delle isole che camminano e vanno allʼincontro lʼuna dellʼaltra, si urtano col rumore del tuono, si aggraffano, si frangono, sʼinabissano. Uno scricchiolamento metallico formidabile di tempo in tempo, come migliaia di tuoni rauchi. Una battaglia di montagne in marcia. Degli interstizi di acqua azzurra, leggermente spolverati di brina. Più al di là ancora, lo spazio. Sulla costa, un seguito di balzi dentellati e merlati. E con ciò, non sole, ma un giorno di una bianchezza cadaverica, attristata da un riverbero verdognolo.... Ecco lo stretto di Behring ed il mare polare della Siberia. Mi sentivo circondato del vago, del vuoto! Era spaventevole e splendido! Mi fermai per schizzare un abbozzo e, quel giorno lì non volli andare più lontano.

Verso sera, una magnifica aurora boreale dai raggi luminosi di colori diversi, illuminò il cielo e rischiarò la mia strada fino ad unʼora avanzata della notte. Vi erano circa venti gradi di freddo. I Tsciuktscias trovavano che faceva caldo. Io arrivai alla mia tenda ove mi attendevano il sorriso amato di Cesara, unʼ_oukha_ succulenta di _tscir_ alla cipolla selvatica, qualche radici che Metek aveva dissotterrate dal ghiaccio, ed un piccolo fuoco di muschio e di ossa di balena.

Percorrendo il _tundras_, alle sponde del lago Yukney, Metek aveva trovato una _sayba_—o cassa di ghiaccio innalzata su due pilastri di pietre—contenente uno di quei depositi di pesce, di carne di renna o di orso e talvolta anche delle pelli, che si trovano soventi nella Siberia abitata da orde nomade. Si mette un segno a questi depositi onde possano essere utili ad altri viaggiatori. I nostri cani ne ebbero sollazzo e noi pure. Perocchè noi non eravamo certo ghiotti della carne di morsa, di orso bianco, o della pelle di balena di cui si regalano gli indigeni....

Arrivammo così, bene o male, al mese di maggio.

La miseria deglʼindigeni della Siberia, ho potuto constatarlo, è occasionata in grande parte dal rigore feroce del clima. Ma lʼimprevidenza, lʼinesperienza, lo spirito di fatalismo, lʼincapacità dellʼuomo, vi contribuiscono largamente. «Non si evita ciò che deve essere»! ecco il motto ordinario che riassume tutta la scienza, tutta la fede del Siberiano. Metek erasi spigliato e dirozzato. Accoppiando quindi alla sua forza ed alla sua costituzione di bronzo di Yakuto, lʼagilità, la volontà, lʼenergia, lʼingegnosità europea, ei faceva miracoli.