Le notti degli emigrati a Londra

Part 16

Chapter 163,722 wordsPublic domain

—Sarebbe troppo pesante. Bisognerebbero ventiquattro cani, ed in questa stagione dubito che troverò nel borgo pesce secco, quanto basti per nutrire una così numerosa muta. Riflettetevi.

—Farete ciò che potrete. Partiamo tosto.

Costruimmo una specie di barella per trasportare Cesara sul nostro dorso, quando ella si sentisse troppo stanca. Il di più del peso non era enorme, e noi procedevamo più spediti. Due giorni dopo, arrivammo al nostro accampamento, e disotterrammo la slitta, la tenda, le provvigioni. Siccome noi dovevamo restare in quel sito un mese circa, così scegliemmo un posto convenevole, bene ricoverato. Rizzammo la tenda; ed affinchè fosse più solida, ci mettemmo allʼindomani a rinchiuderla in una specie di casa—una casa costrutta di aste e rami intrecciati, spalmata di strati di neve, sui quali versammo dellʼacqua, che, gelandosi, le fece uno splendido intonaco di diamante. La slitta fu collocata nella casa, di cui assicurai lʼapproccio, praticandovi feritoie. Eravamo, insomma, confortevolmente alloggiati.

Metek calzò le sue _lija_—pattini da neve—e partì il dì seguente. Prese alcuni viveri, un poʼ di tabacco e di acquavite, e 300 rubli: più, un fucile. La speranza ritornò in noi. Ma, calcolando tutto al meglio, Metek non poteva esser di ritorno che alla fine di gennaio. Venti giorni di angoscia, rallegrata da qualche raggio di fiducia nella giustizia e misericordia di Dio.... Non ridete, o signori, io sono Polacco: dunque cattolico.

Nellʼintervallo, io cacciai molto e con qualche fortuna: cicogne, lepri, linci, argali, una renna selvaggia, volpi...; ne avrei ucciso ancora, ma non rischiavo mai un colpo per un solo uccello—gli uccelli, del resto, erano rarissimi. Praticai un buco nella riviera, e pescai qualche _salmone larareto_, che tagliai a fette sottilissime, le quali, gelate, ci somministrarono una squisita _struganina_. Presi, nei cavi, dei topi e delle marmotte, una buona bica di radici di _sanguis–orba_ e di _rubus chamemorus_, il cui gusto zuccherino è gradevolissimo. Cesara si rimise della sua immensa stanchezza e della terribile emozione che le aveva cagionato lʼorso. Che scena!

Ella si sentì presa alle spalle, allʼimprovviso, e rovesciata sulla neve, mentre che lʼalito bruciante e fetido del bruto lʼasfissiava. Si dibattè a lungo, e riescì a sottrarsi alla stretta ed a cercar rifugio nella tenda. Ma lʼorso lʼatterrò, posandovisi sopra; ripresa poi Cesara, la trasportò a due passi sulla neve, leccandola orridamente, e brontolando una specie di _ruru_ lamentevole e modulato. Cesara, terrificata, cacciò le sue unghie negli occhi dellʼorso, il quale, sentendosi acciecare, montò in collera, mandò un urlo spaventevole, e cominciò a pigiarla colle sue quattro zampe, che sembravano quattro martelli a pilone di un opificio di ferro. Quella gola schiumante, quel fiato appestato, quella testa mostruosa, inchinata sulla testa livida della fanciulla, davano il racapriccio. Lʼorso esitava tra la smania di divorarla e quella di carezzarla. Il grido di Cesara lo faceva fremere.... Due detonazioni, simili al fulmine di Dio, avevano posto fine a quella orribile scena e salvato Cesara.

Godemmo degli splendidi effetti del miraggio, prodotto dalla refrazione. La piccola foresta ci sembrò, animata da raggi azzurri e violetti, camminare intorno a noi. Le montagne, ora rovesciate, ora ritte in piedi, prendevano forme di fortezze o di cattedrali dai mille comignoli. Le sponde della Kolima si ravvicinavano. Un giorno, una nuvola isolata, grigia, in mezzo ad un cielo turchino profondo, sʼinfiammò di un tratto, e lanciò intorno, nellʼinterminabile firmamento, vapori biancastri. Un altro giorno, il sole si mostrò con un corteggio di quattro altri soli, legati fra loro da un arcobaleno dai colori stupendi. Il fenomeno durò due ore.

Io feci una corsa ad una yurta lontanissima dalla nostra _isba_—se mi è permesso piaggiare così la nostra tana.—Il povero cacciatore si affrettò di gran cuore a regalarmi della sua polenta di larice—la parte tenera e delicata della scorza di un giovine larice bollita nellʼacqua, ma senza sale nè pepe. Il Siberiano abborre il sale.

E dire che il Governo russo esige da questi affamati il _yosak_, ossia tributo in pellicce di circa nove franchi per testa!

Quindici giorni scorsero senza troppa ansietà. Ma, da quel momento, non fu più che unʼagonia spasmodica la nostra. Ciò durò quattro giorni. La sera del quinto dì, ci eravamo già ritirati nella nostra casa, attorno al _sciuuvale_ fiammeggiante, il focolaio, quando udimmo un rumore alla nostra porta.

Hurrà! era Metek, che arrivava con due _narte_, di cui una tirata da ventiquattro cani, lʼaltra da dodici. Ma quale non fu la mia sorpresa, quando vidi discendere da quei veicoli due Cosacchi!

Ecco di che trattavasi.

Metek non aveva potuto compiere la sua commissione senza attirare la curiosità dellʼ_esaule_, il capo della truppa di Verknè–Kolimsk, il quale faceva le funzioni di delegato di Srednè–Kolimsk. Era stato mestieri allora dire il mio nome al rappresentante dello Czar. La strada straordinaria che percorrevamo, il racconto un poʼ _gascon_ che Metek fece forse delle nostre avventure—i Russi sono essenzialmente esageratori—parvero sospetti allʼ_esaule_. Eʼ non volle permettere il reclutamento dei cani e la compera delle provvisioni, ma somministrò una _narta_ per condurci a Verknè, e mandò due dei suoi cinque Cosacchi per far eseguire lʼordine, promettendo, del resto, di occuparsi egli stesso dei nostri apparecchi.

Se Metek avesse portato di che nudrire la nostra muta di ventiquattro cani per due mesi, egli è certo che mi sarei sbarazzato dei due Cosacchi in un modo o in un altro, ed avrei continuato il mio viaggio. Ma, senza scorta, noi non potevamo marciare che un giorno e poi restare seppelliti nelle tundras. E le zanzare ci avrebbero succhiati vivi lʼestate. Bisognò dunque fare buon viso, avvegnacchè il cuore battesse con violenza.

Partimmo allʼindomani, una delle _narte_ tirando al rimorchio la slitta, ove Cesara ed io ci tenevamo.

Tre dì più tardi arrivammo a Verknè–Kolimsk, miserabile borgo, ove evvi un piccolo ostrog, esile fortezza in legno, circondata di palizzata e grossi tronchi. Lʼostrog, cadendo in ruina, ricoverava male i cinque Cosacchi che lʼoccupavano per dare mano forte allʼoffiziale del bailo nella esazione del _yusak_ nel distretto.

Lʼ_esaule_ era un Russo, invecchiato nel paese, lupo un dì formidabilmente affamato, ora un poʼ addimestichito.

Presi immediatamente con lui unʼaria insolente ed in collera, lo minacciai di portare i miei lamenti al governatore della Siberia orientale. Lʼesaule non si mostrò però troppo turbato, e mi chiese il mio passaporto. Io glielo presentai. Ei lo lesse e rilesse, lo voltò e rivoltò nelle sue mani, mi guardò in maniera sospettosa, mi squadrò con insolenza.

—Il passaporto è in regola, disse egli alla fine. Vediamo adesso la lettera di commissione dellʼAmmiragliato di Pietroburgo.

—Ciò non vi riguarda, risposi io; il vostro officio si limita alla visita del passaporto.

—Ciò è vero, replicò lʼ_esaule_.

—Nondimeno, soggiunsi io, non ho alcuna difficoltà a mostrarvi il dispaccio del ministro della marina.

—Vi chieggo scusa, mormorò lʼ_esaule_, leggendo la lettera dellʼAmmiragliato. Ma il governatore di Jakutsk ci ha segnalato la fuga di un Polacco deportato, col quale, per disgrazia, voi avete qualche tratto di somiglianza.

—Ciò non mi stupisce: io sono dellʼUkrania.

—Dʼaltronde, perchè, in una stagione come questa, vi scostate voi dalla strada ordinaria?

—Gli è semplicissimo, risposʼio. Io sono incaricato dal generale Ozerof di fare uno studio geologico della catena degli Stanovoy–Grebete, ove prendono la sorgente lʼIndighirka, la Kolima e lʼOmolone. E siccome io ritorno in Russia pel Kamtsciatka, imbarcandomi a Petropaolowki, così non potevo osservare queste montagne che costeggiandole il più dʼappresso possibile.

—Avete voi questa commissione in iscritto?

—No: nè ciò era necessario.

—Eppure! disse lʼ_esaule_. Poi, perchè avete voi un passaporto datato da Jakutsk, mentre la commissione del ministro della marina viene da Pietroburgo?

—Per la ragione che io mi trovava ad Olekminsk, quando la commissione mi è giunta, e che Jakutsk è, mi sembra, più vicino di Pietroburgo per farmi dare questo passaporto.

—Per unʼaltra strana coincidenza, continuò lʼ_esaule_, il Polacco fuggito è accompagnato da una giovinetta, i cui connotati corrispondono a quelli di vostra sorella.

—Che posso farci?

—Voi, niente. Ma io debbo fare ciò che la prudenza esige in queste circostanze: io vi arresto, e scrivo al governatore di Jakutsk per domandargli delle istruzioni.

Io era fulminato. Nonostante feci uno sforzo su me stesso, e risposi:

—Voi compirete il vostro dovere come lʼintendete. Ma nel medesimo tempo che il corriere porterà le vostre lettere al governatore di Jakutsk, egli porterà altresì la mia protesta contro la violenza che mi fate, e i miei dispacci al ministro della marina, in cui gli racconterò gli ostacoli che un esaule si permette di opporre ai suoi ordini. Non vi sarà che un anno perduto e qualche migliaio di rubli sciupati pel Governo; ma, al postutto, io mi riposo.... ed avrò lʼonore di fare il vostro ritratto.

Lʼ_esaule_, a sua volta, mi sembrò perdere staffa. Io aveva aperta la breccia; perciò continuai:

—Infrattanto, mentre il vostro corriere si reca a Jakutsk, io vi consiglio ad occuparvi dei preparativi pel mio viaggio—di cui intendo, del resto, compensarvi largamente. Vorrei arrivare allo stretto di Behring prima del mese di giugno, onde non essere per via divorato dai tafani.

La venalità dei funzionarii russi è proverbiale in Europa, a causa dellʼimpudenza chʼessi vi mettono. La parola ricompensa suonò dolce allʼorecchio dellʼ_esaule_.

Eravi nella stanza ove parlavamo un vecchio prete, che, senza lo strepito e la iattanza dei missionari cattolici, converte ogni anno, allʼepidermide egli è vero, numerosi Tungusi e Jukaguiri al cristianesimo, e fa ogni anno un viaggio di 2500 verste a cavallo per visitare i suoi catecumeni. Lʼ_esaule_ parlò qualche minuto allʼorecchio del prete, il quale gli rispose, mi sembrò, con vivacità. Da quel colloquio segreto risultò questo:

—Io comincio ad occuparmi da domani, disse lʼesaule, per procurarvi una buona narta e la migliore muta di cani, che sarà possibile riunire in questa stagione. Resterete in casa mia. Io farò partire, fra un giorno o due, un Cosacco per Jakutsk, che porterà il mio rapporto al generale Ozerof e le vostre lettere per lʼAmmiragliato. Saremo così in regola tutti due, e, se ho fatto male arrestandovi, ne subirò le conseguenze.

Io sospettai un tranello in questa risoluzione. Quindi risposi alteramente:

—Sta bene. I miei dispacci saranno pronti fra un paio di ore. Solamente, siccome il carceriere ed il prigioniere non potrebbero vivere insieme in un eccellente accordo, così pregovi di assegnarmi unʼaltra dimora, fosse anche nellʼostrog, come conviensi ad un forzato fuggito dal Bagno. Non domando alcuna concessione, alcuna transazione al vostro dovere che vʼimpone un sospetto, pel quale mettete impedimento agli ordini dello Czar.

Questo linguaggio lo scosse. Il colloquio dellʼ_esaule_ e del prete ricominciò. Côlsi in aria questa frase del prete: Chi lo saprà?

—Lʼostrog è inabitabile per persone come voi e vostra sorella, rispose lʼ_esaule_. Restate qui per oggi. Domani procurerò di avere una casipola per voi.

Io non dimandava di meglio che restare, onde compiere la compera del mio uomo.

Per ben rappresentare la mia parte, sollecitai a scrivere al ministro della marina, e la sera, prima di pranzo, diedi il mio plico allʼ_esaule_, sollecitandolo a far partire il corriere. Eʼ si mostrò poco pressato. Al contrario, esagerò la pena che doveva darsi per somministrarmi i mezzi di viaggio. Avevo detto che io non infliggeva alcuna prestazione forzosa ai poveri e poco numerosi indigeni, e che pagherei—imprudenza da mia parte, essendo ciò insolito agli uffiziali del Governo! Questo però allettò lʼ_esaule_. Eʼ poteva esigere una commissione dalle persone cui impiegava. In breve, io passai a Verknè–Kolimsk tre giorni in una viva ansietà quantunque constatassi che il corriere non partiva, e che gli approvvigionamenti pel mio viaggio si eseguivano. Ebbi una nuova conversazione collʼ_esaule_, nella quale mi lamentavo delle sofferenze che avrei a subire in un viaggio di primavera, a causa della sosta che si metteva alla mia partenza.

—Il bel vantaggio, soggiunsi io, quando saprò che sarete stato severamente punito per il vostro abuso di autorità! Ciò mi risparmierà forse una sola puntura di zanzara, un tundras, lo scioglimento del ghiaccio delle riviere, le difficoltà infinite della via, che, la contrada essendo gelata, sono in parte rimosse in questo momento?

—Che posso farci adesso? rispose lʼ_esaule_, con accento significativo?

—Non far nulla, per Dio! non saper nulla, non veder nulla, e....

Apersi il portamonete, facendo vista di cercarvi alcun che.

—Sia, riprese lʼ_esaule_. Non manderò corriere. Ripartite domani. Obliate tutto. Schizzate il ritratto di mia moglie, stasera.... Tutto è in punto onde partiate domani.

Infatti, partii allʼindomani. Una narta, carica di viveri, di pesce secco per i cani e di una parte delle nostre provvigioni, ci precedeva. Era tirata da dieciotto magri cani di Siberia, dalle orecchie rotonde come gli orsi. La slitta, allestita con otto altri cani, seguiva la narta. Cesara ed io conservavamo il nostro veicolo.

Viaggiammo con celerità incredibile.

I pattini delle vetture erano guarniti di osso di balena; e siccome le asperità dei paludi gelati che traversavamo occasionavano qualche ritardo, così si feʼ uso dei pattini di ghiaccio—vale a dire, si versava dellʼacqua sui pattini, la quale, gelando la notte, li copriva di una crosta di solido cristallo, che sdrucciolava celere e diminuiva lo stropiccio. Io aveva indossato un abito di pelliccia più caldo, per mettermi al coperto dal freddo, e Cesara era, alla lettera, seppellita sotto pelli di orso, di volpe polare e di renna. Qualche giorno dopo, arrivammo alle sponde dellʼOmolone, al sito ove la Knodutuna sbocca nella riviera.

Percorrevamo una solitudine di neve. Il salice cessa di vegetare allʼOmolone. Fummo assaliti dalle medesime bufere di neve, le quali divenivano tanto più veementi, inquantochè la contrada non era più frastagliata di alte catene di montagne. Era una rete di prominenze ora nude, ora gremite di sterpio, nelle spaccature, di cedri nani, la cui piccola bacca saporosa forma la delizia degli orsi, degli scoiattoli e deglʼindigeni. I lupi ci dettero ancora una caccia vigorosa; ma questa volta non lasciammo loro il tempo di formarsi in battaglione: quando ne vedevamo tre o quattro riuniti, tiravamo sopra di loro. Ogni tre giorni facemmo sosta per cacciare e far riposare i nostri cani, che soffrivano molto pel freddo. Avevamo dugento verste da percorrere ancora, prima di arrivare allʼAvadyr.

Il paese abitato dai Tungusi e dai Jakuti restava indietro. Eravamo già nella regioni dei Kosiaki e dei Tsciuktscias, tribù indipendenti, gelose della loro libertà, sospettose, feroci, viventi di caccia, di pesca, delle loro renne, e, quando possono, di furto. Avevamo avuto la buona ventura di cansar lʼincontro dei banditi, vale a dire i forzati evasi, che percorrono le foreste vivendo di brigantaggio e mettendo a ruba le yurte sparpagliate ed i villaggi. Avremmo noi questa cattiva sorte, traversando steppe inesplorate e inospitali? Parlavamo di ciò con Cesara, quando un giorno, verso il mezzodì, entrando in una gola di colline, la nostra guida, che conduceva la narta, fece osservare a Metek delle tracce di racchette da neve, che mostravano la loro riga cristallizzata sulla neve della notte precedente.

—Tenete le armi in ordine, mi disse Metek, sporgendo la testa nella slitta; ci va dinanzi un selvaggiume, che potria essere pericoloso.

—Che selvaggiume?

—Ma, che so io! I Tsciuktscias forse, i Kosiaki, peggio ancora, i _vors_ scappati da Okhotsk o da Ayan.... qui non si è sicuri di nulla.

Malgrado lʼallarme, viaggiammo il giorno intero senza accidenti, trovando sempre però le orme dei pattini da neve dei viaggiatori che passano per la contrada.

Eravamo nel febbraio 1866. Il tempo era orribile: il vento e la neve ci davano battaglia. Non avevamo potuto percorrere più di cinquanta verste. Uomini e bestie cadevano di spossamento. Il conduttore della narta aveva scôrto un sito sotto una sporgenza di roccia, ai limiti di una steppa di spine, di parecchie decine di verste, cui avevamo a traversare, ed erasi vôlto a Metek per dimandargli se non gli sembrasse conveniente di accampar quivi la notte. Di un tratto, udimmo un sibilo seguìto da un grido. Il sibilo era prodotto da una freccia: il grido partiva dalla nostra guida, che sclamava:

—Sono morto!

La spiegazione di questo avvenimento non si fece attendere. Di dietro i macigni, vicino alle steppe, sbucarono come un turbinio dodici uomini vestiti di pelle di renne, che si precipitarono sopra di noi. Un nugolo di freccie fischiò allora intorno a Metek, che saltò di botto dalla predella della slitta, e prese il fucile. Io pure uscii fuori. Cesara si alzò, tenendo in mano i due revolver muniti di capsula per passarceli. I due colpi di Metek ed i miei partirono insieme. Quattro briganti caddero supini. Gli altri non pensarono a continuare la lotta: si gettarono sulla narta ancora attaccata ai cani, e scomparvero. Noi scaricammo sopra di loro i revolver, ne ferimmo forse taluno, ma il più chiaro della disgrazia era questo: avevamo perduta la narta, caricata della parte più considerevole delle nostre provvigioni.

XI.

La perdita era irreparabile. Non avevamo salvo che il pemmican, e fortunatamente il calderino, la lamina di rame, lʼaccetta... ed altre piccole provvigioni nel fondo della slitta. Ma che dar a mangiare ai cani?

—Ho di che nudrirli per tre giorni, mormorò Metek. Noi cacceremo. Siamo in un paese che abbonda di renne selvagge, argali, orsi, che stanno per isvegliarsi presto e ci daranno, se Dio vuole, non poco travaglio. Frattanto giungeremo alle sponde de lʼAnadyr.

—LʼAnadyr non è una città, dissi io. Ed una volta colà, abbiamo ancora circa mille verste di fiume da discendere. Quanto ad Anadyrskoi–Ostrog, non voglio approssimarmivi.

—Nondimeno, soggiunse Metek, noi non possiamo restar qui. Saremo inseguiti. Questa notte bisogna viaggiare.

—Ma i cani sono sfiniti.

—Vado a regalarli, disse Metek.

Io vidi allora, con forte fremito, chʼegli, preso il coltello, andò a tagliare quanta più carne potè dalle parti più polpute dei cadaveri dei briganti. Egli lʼaccatastò tutta sotto i suoi piedi, nella slitta; poi si mise a tondere i muscoli delle braccia e delle spalle, e ne gettò a manate ai cani affamati. Che festa! Mentre quei lupi un poʼ addomesticati si davano ad una vera orgia, Metek accese il fuoco. Ben presto il calderino risuonò, e il pemmican ci fece un brodo in cui stemperammo un poʼ di farina di segale. Nientʼaltro; ma era un liquido caldo, e ci rifocillò.

Due ore dopo, giravamo la steppa macchiosa.

La notte era estremamente fredda, ma chiara; le stelle palpitavano di luce azzurrina. La neve, indurita come marmo, offriva una strada solida e sdrucciolevole. Ai primi passi, i cani caddero sulle orme di un selvaggiume. Ciò fu buona ventura: quelle bestie, che di solito fanno dieci o dodici verste allʼora, oltrepassavano in questo momento le quindici verste—il massimo della loro velocità. Unʼora e mezzo dopo, li lasciavamo respirare per una mezzʼora; poi la corsa ricominciò. Due giorni dopo, eravamo allʼAnadyr, nel sito ove la Travyanaija ha le sue foci.

Bisognò riposarci un giorno. I cani non avevano più fiato. Ci credemmo, del resto, liberi dallʼinseguimento degli assassini.

Non ci restavano che novecento verste di fiume da discendere.

Io mi credeva quasi al termine del mio viaggio.

—Egli è impossibile raggiungere il golfo dʼAnadyr col nostro equipaggio, mi disse ad un tratto Metek. I nostri cani, quasi tutti, hanno i piedi malati. Se sanguinano, siamo spacciati.

—Che fare allora?

—Anzi tutto li calzerò di stivaletti, e continueremo con essi fin dove potremo. Ma è mestieri pensare ad altro.

—Per esempio?

—Per esempio, cacceremo alle renne, ma non col fucile, col laccio. Queste bestie se la svignano verso il mare Glaciale a primavera, onde sottrarsi al calore ed alle zanzare, e ritornano nelle foreste della pianura il verno per trovarvi un poʼ di caldo. Le steppe dei _torendras_, della sponda sinistra dellʼAnadyr, ne formicolano. Lʼimmensa contrada che principia allʼOmolone e si stende fino allo stretto di Behring, tra la via sinistra dellʼAnadyr ed il mare Glaciale, è abitata dei _Tsciuktscias a renne_. Arriveremo quindi a procurarci una muta, il cui nutrimento non ci costerà nulla, e la cui forza e lʼabitudine di soffrire sono superlativi. I nostri cani ci serviranno a cacciare le renne. Imperocchè non basta di giungere alla baia dʼOnemene, nel golfo; ma bisognerà forse risalire verso il nord, o costeggiare il mare allʼest per...

Metek si tacque. Aveva egli indovinato il mio segreto, al pari dellʼ_esaule_ di Verknè–Kolimsk? Io penso che sì...

Le ripe dellʼAnadyr sono molto erte a destra, appiattate in parte a sinistra. Da un lato si osserva la catena degli Stunovoi, che comincia là verso il mare di Okhotsk, e prolunga i suoi picchi fino al mare di Behring. Dallʼaltro lato, sono stagni frastagliati da piccoli laghi, numerosi torrenti e fiumi, e parecchie colline del paese dei Tsciuktscias. Vi è ancora a destra qualche selva, ma lontana, e non raggiunge nè i torendras a sinistra nè le rive del mar Glaciale. Il corso dellʼAnadyr è seminato qua e là di isole, e riceve un gran numero di affluenti. Gli ostacoli, che sbarrano il suo letto, si rinnovellano di frequente, ma non sono insormontabili. Incontrammo tutti i pericoli, tutte le sofferenze, tutte le fatiche che avevamo affrontate fin qui: freddo, guerra di elementi, privazioni, inseguimenti di bestie affamate, la vista di qualche orso bruno, che ci fiutava con una voluttà sibaritica; poi un silenzio spaventevole dappertutto. I cervi stessi ci accompagnavano come se avessero seguìto un funebre corteggio.

Il cane siberiano ringhia ed urla, ma non abbaia.

Siccome diveniva sempre più urgente di dar la caccia alle renne—due dei nostri cani sanguinavano già ai piedi—così ci fermammo al sito, ove il Kholole si precipita nellʼAnadyr, il sito sembrava propizio. Un cespuglio di arboscelli si prolungava quasi fino alle sponde. La spaccatura delle rocce ci presentava una grotta, che aveva servito, prima di noi, a non pochi orsi, ma che al presente trovavasi vuota. I cani digiunavano da trenta ore. Issammo dunque la slitta sul margine destro del fiume, ed accampammo nella grotta.

Il freddo era feroce, benchè in febbraio. I cani ci aiutarono a cacciare. Fummo tanto fortunati, da uccidere un lupo ed una volpe per il desinare, atteso da così lungo tempo dalla nostra muta. Ma non una renna, neppure una lepre si presentò ai nostri sguardi. Bisognò, per quel dì, contentarci di due o tre Karaki, smarriti in queʼ paraggi. Allʼindomani, lʼistessa mala ventura; ma trovammo la traccia delle renne. Questa traccia però, andando dallʼest allʼovest, ci consigliò a cacciare sulla riva sinistra del fiume. Facemmo dunque gli apparecchi pel dì seguente.

In fatti, verso il mezzodì, la vista nellʼaria di qualche aquila ed altri uccelli da preda, che si librano sempre sulle gregge di renne che emigrano, ci segnalò la vicinanza di queste bestie. Continuammo ad andare nella medesima direzione, e, poco dopo, un branco di renne si offerse al nostro sguardo.