Le notti degli emigrati a Londra
Part 15
«Non mi occorre nè penna nè inchiostro per scrivere la mia lettera:—Una lagrima bruciante basterà!—Questa colomba a gola rossa e violetta sarà il mio messaggiero.—Gentile colomba, fa presto, parti, e spicca il tuo volo verso Jakoutsk, la bella città.—Tu caccerai la mia lettera sotto la sua porta, o la lascerai cadere sotto la sua finestra».
Metek, si tacque e guardò lʼorso. Questo continuava a dondolarsi, spensieratamente, in cadenza, e quasi sonnecchiando.
—Diavolo! disse Metek, esso è difficile a contentare. Eppure io non gli ho cantato uno dei nostri _andiltehinè_ guerrieri, ma il più soave dei nostri lai femminili. Ciò non lo tocca. Su, presto, fategli udire la voce più infantile del vostro giovane fratello.
È noto che lʼorso ha lʼudito durissimo. Ma, per una stranezza della natura, questo bruto, che non percepisce neppure il terribile muggito del tuono, il fragore delle valanghe ed il ruggito del mare in furore, resta estatico al gorgheggio di certi uccelletti.
Cesara poteva appena articolare qualche sillaba, accompagnandole sempre con un _crescendo_ di tosse. Come poteva ella trovare una nota di canto nella sua gola? Nondimeno la nostra salvezza era a questo prezzo. Ella fece dunque sopra di sè uno di quegli sforzi della disperazione che divengono miracoli, e si mise a mormorare con voce lamentevole e sommessa questa dolce _denka_ polacca:
«Mi mandarono in una foresta, in una piccola foresta, per cercarvi le coccolle selvagge e cogliervi i fiori della stagione; ma io non raccolsi le coccolle, non colsi i fiori. Mi riposai sulla collina solitaria, vicino alla tomba di mia madre, e piansi caldamente la sua perdita.
«—Chi piange per me lassù? chi passa sulla collina?
«—Son io, madre mia amorosa, io abbandonata in questo mondo, io orfana miserevole. Chi pettinerà oggimai le mie lunghe trecce? Chi laverà le mie guance? Chi mi dirà una parola carezzevole di amore?
«—Torna alla tua dimora, figliuola mia; là unʼaltra madre, più felice di me, ornerà la tua fronte coi tuoi capelli, spanderà lʼacqua sul tuo bel sembiante; là un giovane sposo ti sussurrerà delle tenere parole che calmeranno il tuo dolore».
Lʼeffetto di questo canto fu magico. Forse fu anche la potenza magnetica dello sguardo, di cui i Siberiani attestano lʼefficacia infallibile sullʼorso. Il fatto è, che il bruto cessò di dondolarsi, si avvicinò passo a passo, quasi strisciando, verso la cantatrice, e fregò il suo muso alle pellicce di Cesara.
Ciò si fece come in un lampo.
Metek passò al collo dellʼorso un collare delle nostre renne, lʼannodò alla slitta, caricò i due quarti di dietro delle nostre povere bestie sui pattini della predella, ove egli appoggiava i suoi piedi, e punse lʼorso, incitandolo a mettersi in cammino. Non era il momento di pensare al riposo, nè al pranzo, nè al freddo, nè a che che sia. Bisognava profittare dellʼammaliamento del difficile melomano. La malìa però non durò lungo tempo.
Lʼorso, sentendo il suo collare e la puntura dello zenzero, si rivolse con aria costernata e stupefatta verso Metek. Questi lo fissò con tutta la potenza dei suoi occhi vivi e grigi, e, scuotendo le redini e rinnovando il pungimento, emise un suono gutturale che risuonò nello spazio. Lʼorso fece qualche passo, saggiò il peso che aveva a tirare—non gravissimo per lui—si rese conto del suo destino, e fermossi. Per buona ventura, eʼ non pensò a rivoltarsi. Io lo teneva, del resto, sotto la mira del mio fucile. Fu questa vista che lo decise? Non so. Il fatto sta che dietro un novello invito di Metek, più urgente, più determinato—lo punse colla punta del suo coltello—lʼorso si rimise in cammino.
Esso andò dapprima con un passo maestoso, come un giudice o un vescovo; poi perdè la pazienza, forse in vista di liberarsi del suo fardello, e cominciò a correre. Noi salivamo una vallata fra due montagne. Lʼascensione era ardua; ma la neve indurita ci sosteneva bene, ed addolciva le difficoltà del passo. Però, blocchi immensi di piperno ci ostruivano talvolta la via. Lʼorso, fremente di collera concentrata, dava colla testa in giù contro questi ostacoli, e si precipitava negli anditi che gli sʼaprivano dinanzi. Eravamo scossi terribilmente.
—Lʼandrà, lʼandrà, disse Metek, e si mise a cantare.
La stanchezza, piuttosto che il canto, moderò lʼardore del nostro salvatore. Esso regolò il suo andare ad una specie di galoppo, che un vincitore di Derby non avrebbe disdegnato. Temevamo di vedere ad ogni istante il nostro veicolo andare in pezzi. Il pericolo aumentò, alla discesa nella valle che separa il corso delle acque dellʼIndighirka da quello della Kolima. Lambivamo i precipizi, ove lʼorso voleva slanciarsi di partito preso. Metek lo tratteneva con mano di ferro, ed il collare, stendendosi, lo strangolava. Bisognava allora addolcirlo. Io uscii dalla slitta e lo carezzai. Cesara fece altrettanto, ad un passo ove la slitta bilicava sur un baratro, ritenuta unicamente dalla trazione. Ella osò passare la sua mano sul grugno appuntito dellʼorso. Ciò fu veramente magico.
—No, sclamò Metek con un grido istantaneo, il vostro giovane fratello è una piccola sorella.
Stupefatto da queste parole, io non trovai nulla a rispondere. Sorrisi.
—Ciò è una grande fortuna ed un gran pericolo, rispose Metek. Vedremo.
Infrattanto, la corsa dellʼorso si regolava. Solamente, esso fermavasi di tempo in tempo, e volgeva la testa verso la slitta. A digiuno da dodici ore, noi osammo allora mordere un biscotto ed un lembo di carne salata, gelata.
Viaggiammo così due giorni.
Avevamo traversato sempre paludi gelate, boschi cedui quasi impenetrabili, montagne dalle creste frangiate, burroni irti, fiumi torrenziali dʼestate, ora gibbosi, e scorgendo di lontano in lontano qualche _yurta_ affamata. La terribile notte di trentotto giorni cessava alfine. Eravamo al 28 dicembre, e vedemmo allʼorizzonte una luce, come lʼalba del mattino, ma così pallida, che lo splendore delle stelle non era punto affievolito. Queste deboli apparizioni del sole rendevano il freddo più vivo, senza bandire i _moroki_, o nebbioni densi, prodotti dai venti del nord. Avevamo avuto rarissime notti serene. Dinanzi a noi si allineava una formidabile cortina di montagne, dietro la quale scorre la Kolima. Nella pianura sterminata elevansi delle colline più o meno alte, più o meno coniche e arrotondate a foggia di cranio. Il paesaggio non cangiava mai; gli accidenti non diminuivano. La nostra stanchezza era estrema. Una notte di riposo ci sembrò indispensabile. Da sessantasei ore non avevamo preso nulla di caldo.
Facemmo alto a piè dʼun poggio, che ci offriva uno scavato fra due massi. Distaccammo lʼorso dalla slitta, ma non gli demmo la libertà. Mentre io innalzava il _pologhe_ e Metek tagliava le legna pel fuoco, Cesara dalla slitta teneva la correggia dellʼorso, al quale io aveva presentato amichevolmente un pezzo enorme delle nostre renne. Lʼorso parve riconoscentissimo di questa gentilezza previdente, e mangiò il suo pasto pulitamente, senza premura, senza dare alcun segno di ghiottoneria. Si accostumava esso alla sua sorte? Cesara lo carezzò.
—Ma! eʼ si lascerebbe baciare, senza far troppo lo schifiltoso, se glielo proponessi, disse ella. Non è vero, ninì?
Il fuoco scintillava. Io sollevai il lembo che serviva di porta al _pologhe_. Lʼorso, solidamente legato ad un corno della roccia, allungò il capo, e parve incantato del fuoco che ci affumicava come prosciutti. Cenammo con una parte dellʼanca dellʼalce, messa sulle brace, che restavaci ancora. Lʼorso non volle gustare di carne cotta, ma rotolò fra le sue zampe enormi lʼenorme osso scarnato, divertendosene come di un trastullo. Poi feʼ scricchiolar sotto i denti con diletto un biscotto. Noi bevemmo del thè; eʼ si contentò fiutarlo con curiosità. Lʼaspetto di Cesara, messo a nudo, fece brillare i suoi occhi dʼun insolito scintillio, malgrado ciò dolce e tenero. Eʼ si allogò allʼingresso della tenda, e la sbarrò.
Metek assicurò che lʼorso erasi oramai affezionato a noi, e che non si avviserebbe a riprendere la libertà. Non pertanto, siccome esso era la nostra vita, così decidemmo che Metek lo sorveglierebbe, mentre io dormiva, e che alla mia volta, io gli terrei compagnia, mentre che Metek sonnecchierebbe. Ciò fu fatto.
Il dì seguente riaccendemmo il fuoco, facemmo colazione, demmo un pezzo di renna al nostro amico, cui io battezzai col nome di _Czar_, e partimmo. Lo Czar lasciossi carezzare da Cesara, lasciossi attaccare alla slitta, senza la minima dimostrazione di cattivo umore, e si mise a trottar gaiamente, non avendo bisogno di essere toccato dallo zenzero. Viaggiavamo con una celerità media di dodici chilometri allʼora.
Percorrevamo una pianura interminabile, qua e là interrotta da qualche collina. Lʼintensità del freddo cresceva. Certo, se avessimo avuto un termometro, esso avrebbe segnato 40 gradi sotto lo zero. Metek non cessava dal batter i denti: Cesara ed io ci sentivamo colpiti dal mal del ghiaccio. Respiravamo di tempo in tempo, come di soppiatto, un boccon dʼaria fresca, che ci increspava il petto con la crepitazione della tela che si lacera, e provocava un impeto di tosse insopportabilmente doloroso. Nessuna parte del nostro corpo restava esposta per un minuto solo al contatto dellʼaria. Gli occhi sʼinjettavano di sangue. La slitta procedeva, avviluppata in una densa nuvola piombacea, proveniente dalle nostre esalazioni animali. La neve, restringendosi, scricchiolava, ed i fiocchi leggerissimi di vapore, prodotti dallo sprigionamento del suo calorico, si trasformavano in una miriade di pagliuzze ghiacciate che scoppiettavano nellʼaria. I laghi gelati, sui quali volavano, erano numerosi e prossimi. Il ferro che toccavamo, bruciavaci le dita peggio che se fosse stato rovente; non potevamo servirci più dellʼaccetta, che sarebbe andata in frantumi al minimo uso.
Arrivammo così, dopo parecchi giorni di marcia alternati di riposo, ai piè dei monti, che chiudono allʼovest la vallata della Kolima.
Non avevamo nè carta della Siberia, nè bussola, nè alcuno strumento per dirigerci. Metek possedeva una memoria locale sorprendente, ed eʼ trovava la via, esaminando gli strati di neve, che il vento forma, spirando nella medesima direzione—ciò che la gente del paese chiama la _zastruga_—, ovvero osservando la corteccia dei larici, la quale, in tutta la Siberia, è nera dal lato nord e rossastra da quello del mezzodì. Stavamo per intraprendere lʼascensione di unʼerta montagna, da quella parte della catena degli Stanovoi, che termina, traversando le _tundras_, allo stretto di Behring. Eʼ fu dunque mestieri ora scalare o girare enormi massi, esponendoci ad ogni istante a scivolare nei precipizi, ora a varcare crepacci colmi di neve, nei quali talvolta affondavamo, ora aprirci la via con delle scale. Volgemmo la montagna a mezza costa, attraverso un selviccio di pini sparuti. Ma, spuntando sul versante orientale, un colpo di vento, spruzzando dallʼimo degli abissi come un milione di razzi, ci prese di assalto. Ci sentimmo sollevati da terra ed atterrati: uomini, slitta, orso, tutti fummo capovolti. Se i pattini della slitta non si fossero appiccati a qualche arbusto di cedro nano, noi eravamo gittati nei precipizi, o disparivamo in una tromba verso le nuvole.
Corremmo immediatamente a rialzare lʼorso, che era lì per fracassar tutto ed accelerare il nostro capitombolo nei burroni. La correggia del suo collare erasi svolta: esso saltò in piedi, e noi potemmo raddrizzare meglio la slitta coricata sulla neve. Lavoravamo con una mano, avvinghiandosi collʼaltra agli sterpi, oscillanti essi stessi sotto la bufera.
Fu mestieri torcer cammino e cercar un ricovero nella macchia, dietro i macigni. Lʼuragano durò ventiquattrʼore. Il freddo, malgrado il fuoco enorme che avevamo acceso, ci penetrava, e cʼimpediva di uscir fuori della tenda. E noi avevamo a nutrir lʼorso! La carne dellʼalce e della renna era terminata. La nostra provvigione di biscotto toccava la fine. Il pesce e la carne secca, il pemmican erano una risorsa troppo preziosa per destinarli ad alimentar lʼorso, che divorava due o tre chilogrammi di carne per pasto e brontolava, non trovando la sua parte sufficiente. Bisognava vederlo, assiso alla porta della nostra tenda, allungare la sua terribile zampa al fuoco e dimandare che vi mettessimo qualche cosa. Egli mangiava ora di tutto, beveva persino il thè e lʼacquavite. Era ghiottissimo soprattutto del brodo del pemmican.... Metek si arrischiò ad uscire, conducendo seco lʼorso, che lo seguì con molta mala grazia. Lo Czar non perdeva mai Cesara di vista. Metek si rassegnò ad uccidere due corvi, non trovando altra preda. Ciò bastava presso a poco per lo Czar: era lʼessenziale. Infine, la bufera si calmò. Il cielo si rischiarò: la luce apparve. Che spettacolo!
Le roccie avevan forme fantastiche; gli alberi projettavano le loro ombre sul tappeto di neve, e vi disegnavano arabeschi bizzarri. Il vapore prendeva aspetti magici, trasformandosi in polvere di ghiaccio. Si sarebbe detto che nevicassero diamanti. Il freddo, slogando i rami degli alberi e screpolando i macigni, dava una voce sinistra alla solitudine, ed interrompeva con questo rumore metallico il silenzio infinito che ci circondava. Tutto prendeva una fisionomia insolita e sorprendente: le proporzioni degli oggetti sembravano gigantesche. Questo paesaggio selvaggio e grandioso ci riconduceva, per un contrasto doloroso, alla memoria della patria, del focolare paterno, della società, dellʼagiatezza, dei volti amati, e ci stringeva il cuore. La vallata della Kolima si apriva alla nostra sinistra, e di fronte a noi rizzavasi una catena di monti dalle cime raggianti, dalle sovrapposizioni stravaganti.
Allʼindomani raggiungemmo il letto della Stolbovayask, che saltella di roccia in roccia sugli spalti della montagna.
Il versante orientale si presentava meno ripido che quello del sud, cui avevamo scalato, ma le difficoltà raddoppiavano. Nondimeno riescimmo a cavarcela, a poco a poco, grazie ad unʼaurora boreale, che ci rischiarò. Nel mese di gennaio, il chiarore delle aurore boreali è meno splendente che in novembre e dicembre. Unʼiride appena colorata spuntò dapprima verso il nord–est. Poi delle colonne di fuoco si slanciarono allʼorizzonte, percorrendo il firmamento ora lente, ora rapide. Dei fasci luminosi si appresero al cielo, spandendo zampilli immensi di luce, che si scarmigliavano. La luna si circondò di una benda, ora verde–azzurra, ora rosa. Le trasformazioni più imprevedute si successero, e presero forme strane, di un chiarore vario sul fondo bleu–nero profondissimo della notte.
Due giorni dopo, ci fermammo allʼimboccatura della Stolbovayask nella Kolima.
Eravamo talmente stanchi, la nostra vettura era talmente avariata, che io ordinai due o tre giorni di riposo, non fosse che per cacciare e provvedere ai nostri bisogni.
Adagiammo il _pologhe_ al ricovero in unʼimboccatura di basalto, vicino ad una piccola macchietta di salici erbacei e di rododendri, costruendogli intorno un riparo di neve per assicurarlo contro la rapacità dei venti. A qualche distanza apparivano yurte di Jakuti. Un vento caldo si levò di un tratto, fenomeno singolare, che ha luogo alla metà del verno nelle vallate della Kolima e dellʼAniuy. La temperatura cangiò di botto, e passò dai 35 o 40 gradi di freddo a 5 o 6 gradi di caldo.
Profittammo di questo sorriso della natura, che non si prolungò oltre ventiquattro ore per cacciare lʼintera giornata con una fortuna mediocrissima, e rientrammo la sera affamati, stanchi e malcontenti. Eravamo in un vimineto, che orla il fiume, quando sembrommi udire il sordo brontolìo di un orso ed il grido acuto di una voce umana. Il mio cuore balzò forte. Avevamo lasciata Cesara sola ed il nostro orso libero, affinchè eʼ cacciasse a sua volta e rimuginasse nei buchi dei sorci e delle marmotte sibilanti. Lo Czar era affatto addomesticato, e non temevamo neppur più che ci abbandonasse. Mi fermai sotto, ed ascoltai. Il grugnire ed il grido risuonarono di nuovo.
—La disgrazia, che temevo, è arrivata, gridò Metek, mettendosi a correre verso il nostro accampamento.
Ne eravamo lontani tre o quattro cento metri ed i cespi dei ginepri ce lo mascheravano. Io seguii, poi precedetti Metek più spaventato di lui. In quattro salti fummo fuori del folto... Orrore!
Innanzi la tenda rovesciata vedemmo Cesara sprofondata nella neve, dibattendosi contro lʼorso, che la scalpitava e la leccava orridamente. Non fu che un attimo: Metek ed io avemmo la medesima idea, presi dallo stesso terrore, ed obbliosi delle conseguenze. Prendemmo di mira lʼorso: due colpi partirono nel medesimo tempo, e due palle andarono a ficcarsi nel cranio della belva. Essa fece un salto indietro, e cadde supina in tutta la sua lunghezza.
Noi corremmo a rialzar Cesara. Era svenuta.
Metek sollecitò a rialzare la tenda, riaccendere il fuoco. Io allargai le vesti della povera creatura, e la richiamai alla vita. Dio lʼaveva salvata. Cinque minuti ancora, e che sarebbe avvenuto di lei?
Ma la gioia di aver salva la giovinetta si offuscò allʼistante, e le successe la disperazione: noi non avevamo più chi tirasse la nostra slitta!
X.
Nessuna lingua al mondo potrebbe dipingere lʼannichilimento che piombò su di noi e ci accasciò. Assisi attorno al fuoco, noi ci guardavamo senza trovar parola, non curandoci nè di mangiare nè di bere. Si figuri un uomo nella mia posizione, che ha preso in custodia la vita di una fanciulla potentemente amata, a duemila e quattrocento chilometri lontano dal termine del suo viaggio, in pieno verno, in mezzo ad un deserto di ghiaccio, dovendo diffidare di tutto, privo ad un tratto dei suoi mezzi di trasporto, ridotto allʼalternativa di morire presto o tardi sul sito, di miseria e di disperazione, o di morire per via, di fame e fatica! Non più salvezza, nè libertà, nè fuga in prospettiva, ma forse, o presto o tardi, la cattività di nuovo. Le prime ore furono una spaventevole agonia di silenzio e di visioni desolanti. Infine, Metek dimandò:
—Padrone, quale è il vostro avviso per cavarci di qui?
—Lo so io forse? risposi col singhiozzo nella voce, guardando Cesara, coricata sotto le pelliccie.
—Bisogna nondimeno tirarci di qui, riprese Metek. Si muore anco, ma si deve lottare contro la morte.
—Conoscete voi bene la contrada ove abbiamo naufragato?
—Perfettamente. Siamo a centocinquanta verste da Verknè–Kolimsk, il solo sito, nel giro di mille o millecinquecento verste, in cui potessimo trovare un aiuto qualunque.
—Bisogna recarvisi a piedi, risposi io. Se noi cadiamo spossati, voi vi salverete.
—Non si tratta di noi, vale a dire voi e me, padrone. Gli uomini della nostra tempera muoiono sotto la mano di Dio, di raro sotto i colpi della sventura. Ma vostra sorella?
—Ah! sclamai io, che fare?
—Ebbene, proviamo, disse Metek. Le yurte sulla Kolima erano altravolta numerose; ora lʼepizoozia, la miseria le hanno deserte. Non ne troveremo una ogni sera al termine della nostra marcia, ma ne troveremo ancora, senza dubbio, per riposarci un giorno, di tempo in tempo. La giovane padrona può percorrere sei o sette verste al dì?
—Ne dubito.
—Lo posso, rispose Cesara, che ascoltava la nostra conversazione, rialzando la testa; senza la neve ed il freddo, potrei camminare anche di più.
—Allora proviamo. Chi ci dice che non troveremo in una di queste yurte una _narta_ con una muta di cani?
—Io sarò pronta fra due giorni, disse Cesara. Non domani: sono troppo affranta.
—Ci occorre questo tempo, riprese Metek. Noi non trascineremo certo dietro a noi tutto ciò che possediamo. Prenderemo dunque quanto potremo di viveri, ciascuno secondo le sue forze, qualche pelliccia, le nostre armi, lʼaccetta, il calderino...... e seppelliremo il resto sotto la neve, per venirlo a prendere quando avremo cani o cavalli. Bisogna sottrarre il nostro tesoro alla ricerca dei lupi: i Jakuti non sono da temere.
—E voi pensate che troveremo cani o cavalli?
—Non so se ne troveremo, che vogliano adattarsi a seguirci fino al mare di Behring. Ma non dubito punto che ne troveremo per una parte almeno della via. Dormiamo adesso. Lʼuomo non è padrone del suo domani; è dunque inutile preoccuparsene.
Due giorni dopo, eravamo in cammino, sopraccarichi, coi piedi armati di pattini. Non avevamo fatto una versta, che il tempo ci dichiarò la guerra. Uno spaventevole caccia–neve ci avviluppò. Il turbine ci prese nel suo grembo: noi giravamo sopra noi stessi, acciecati, soffocati, ci sentivamo innalzare dal suolo storditi.
—Faccia a terra, gridò Metek, che ci apriva la strada, dandoci lʼesempio.
Noi ci lasciammo cadere lʼuno accosto allʼaltro, col viso contro lʼimmensa nappa di neve. Qualche minuto dopo, eravamo seppelliti. Per avere un poʼ di aria e respirare, elevavamo il braccio alla superficie dello strato di neve che ci copriva. Quando il fardello diveniva troppo pesante, noi ci sollevavamo di un grado. Faceva caldo. Udivamo stridere sul nostro capo come milioni di seghe di giganti, che addentassero il granito. Impossibile dire o far intendere una parola. Ci toccavamo la mano, sotto un metro di neve, per farci deʼ segni. Ciò durò sette o otto ore. Quando il turbinio si acquetò, noi uscimmo dalle nostre tane, ed il freddo intenso che incontrammo alla superficie, allʼaria aperta, cʼirrigidì di un colpo come una verga di acciaio. Ci rimettemmo in cammino per ripigliare un poʼ di calorico; ma il cuore era più ghiacciato ancora che il corpo.
Facemmo così cinque verste; poi Cesara cadde sulla neve. Cercammo un ricovero sotto un cespuglio di spine, ed a forza di grattare, sbarazzammo il sito fino alla superficie del suolo: vi posammo la nostra lamina di rame, secondo il solito, ed accendemmo il fuoco. Il caldarino, pieno di neve, cantò; il pemmican ci offrì un brodo rifocillante. Ma come passare la notte? Non avevamo più la tenda. Scavammo, dietro un ciuffo di pini nani, un tunnel sotto la neve, assicurandoci bene chʼessa era solidamente gelata, affinchè la vôlta non ci cadesse sopra; poi ci calammo sotto quellʼarcata, a moʼ dei Samojedi, coi piedi verso il fuoco, bene avvolti nelle nostre pellicce. Poco dopo, avevamo, per così dire, troppo caldo.
Viaggiammo in questa guisa tre giorni, e facemmo circa venti verste. Al quarto giorno, Cesara cadde ai miei piedi, e sclamò:
—Uccidimi, e salvatevi. Io non posso andare più oltre.
Mi sentii annientato. Mi lasciai piombar sulla neve, e gridai alla mia volta:
—Ebbene, figliuola, moriamo insieme.
Metek ci guardò senza proferir sillaba, e si assise accosto a noi. Il silenzio, lʼinerzia disperata durò quindici minuti: quindici secoli! a traverso i quali lʼanima valicò abissi di dolore senza nome, terrori frenetici. Infine Metek si levò, e disse:
—Padrone, ecco il mio pensiero. Ritorneremo là donde movemmo tre giorni sono. Rizzeremo la tenda, e la guarentiremo di una bella difesa. Il fuoco non mancherà. Di provvisioni ve nʼè ancora abbastanza. La cacciagione è rara, ma non manca del tutto. Voi resterete là, e mi aspetterete. Io andrò solo a Verknè–Kolimsk, e vi condurrò una narta e dei cani. Mi occorrono per andare e tornare quindici giorni al più. Troverò in quel villaggio il delegato dellʼ_ispravnik_—il commissario del distretto di Kolimsk dimora a 350 verste più al nord, a Srednè–Kolimsk—ovvero il capo del vecchio ostrog, che resta ancora in piedi, ovvero lʼ_esaule_, lʼuomo di confidenza della tappa di Verknè. Io mʼindirizzerò loro. In nome di chi debbo loro domandare soccorso e protezione?
In nome di chi? Ecco dunque lʼuomo, chiamato ad intervenire a sua volta per complicare il disastro del destino! Io riflettei un istante, poi dissi a Metek:
—Ricordatevi bene questo, che io non voglio nulla per prestazione forzata, se ciò può essere. Voglio comperare una narta ed una muta di dodici cani. Caricherete la narta di ciò che occorre per nudrire i cani per un mese, di un poco di provvigioni per noi, soprattutto polvere e piombo, se ne trovate. Aggiogheremo la slitta alla narta.