Le notti degli emigrati a Londra

Part 14

Chapter 143,781 wordsPublic domain

Le sponde di questo fiume, alte ed incassate, ci mettevano al coverto dal vento violento, che soffiava da due giorni. Quando le renne sembravano stanche della spessa neve gelata sulla quale scorrevamo, noi profittavamo di un ribasso degli argini per uscire nel piano. Le renne pascevano; noi addossavamo il pologue a tre pertiche legate alla cima, facevamo un buon fuoco e la cucina. I boschetti di larice, di salice, dʼalberella, che corrono lungo le sponde dellʼAldane, si urtavano sotto i buffi dellʼuragano. Metek cacciava o fumava il suo _ganzi_, una specie di pipa cortissima.

Lasciando lʼAldane, risalimmo la Khandugask fino alla sua sorgente, a traverso una doppia fila di scogli. Poi incontrammo un sentiero difficilissimo, in mezzo ad un seguito di alture, tra due catene di monti. Il corso delle riviere, andando allʼinsù, era particolarmente arduo e talvolta pericoloso. Eravamo sovente obbligati a metter piede a terra ed ajutare le renne a tirar su la slitta, nei siti delle cascate. Talvolta uscivamo dal letto del fiume, e seguivamo quella delle sue rive che presentava minori ostacoli. Talʼaltra, a piè della montagna ove il fiume prende la sua sorgente, noi lo lasciavamo, e seguivamo la valle che la contorna. La discesa di queste montagne pietrose era sopra tutto perigliosa. Qualche fiata, la metà della slitta sorpiombava ad un precipizio, mentre che, aggruppati allʼaltra metà, noi ne equilibravamo il peso, e le renne spossate la tiravano.

Dopo aver varcato, a mezza costa, la montagna ove la Khandugask nasce, sboccammo in una specie di valle seminata di alture. A destra si prolungava una cortina di alti monti nudi, a sinistra la catena delle Alpi, che separa il sistema di acque della Jana da quelle dellʼIndighirka. Quelle alture, di cui rasentavamo la base, erano coperte di pini, di abeti, di betulle, che trattenevano la neve dei precipizi; sui versanti pietrosi crescevano il cedro nano, ed i cespi di rododendron. La selvaggina non abbondava, a causa dellʼintensissimo freddo.

Appena avevamo spiegato il nostro _pologue_ ed acceso un allegro fuoco, noi uscivamo fuori del letto del fiume, e due ore dopo ritornavamo con una volpe e un meschino gruppetto di magrissimi galli di montagna. La cena era gaia. Il thè caldo sgelavaci, mentre che Metek trovava la sua delizia in una bocconata di tabacco. Ma io mi accorgeva con inquietudine che le nostre renne erano stanche e sopratutto incomodate dal freddo. Eravamo già al principio di dicembre. La corna dei piedi delle nostre bestie si screpolava. Metek fece loro delle galosce col cuore raddoppiato di un lupo che avevamo ucciso il dì innanzi. Cesara non poteva più fiatare, senza fortemente tossire. Il tempo divenne crudissimo. Metek non se ne avvedeva neppure; egli cantava, con voce stridente, un lagno malinconico, che sembrava rianimare le renne:

«Dimmi, piccola colomba,—Dimmi colomba dalla piuma nera:—Ove hai tu incontrato coloro che sono iti dalla parte del mare?—Io li ho incontrati sulla vasta spiaggia, sui fiotti,—Sulle bianche _torose_[3] dellʼOceano.—Gli è là chʼessi hanno scoverto una bellʼisola!—Gentile colomba, riprendi il tuo volo, e dirigiti verso il mare turchino,—Per dire al mio amante—Che tu hai visto la sua amica versare lagrime amare».

Facemmo alto un dì allʼimboccatura della valle, ove lʼArga raccoglie una parte delle sue acque. Fummo assaliti da un _caccia–neve_, che faceva dar le volte alla slitta ed alle renne. Per fortuna, eravamo nella pianura.

Dal 22 novembre era cominciata una notte, che durò _trentotto giorni!_ La forza della rifrazione, la smagliante bianchezza della neve—non avevamo ancora avuto aurore boreali—temperavano lʼoscurità. Ma quando lʼuragano di neve batteva la campagna, non si vedeva più ad un metro di distanza.

Ci sembrò esser perduti. Impossibile di fare un passo oltre. Un gruppo di larici e di betulle era ad una mezza versta a sinistra, a piè di una prominenza; Metek ed io prendemmo le renne per la correggia, e, sprofondando nella neve fresca, che cadeva come una sabbia di punte di aghi e ci trapassava, tagliammo la via verso questo ricovero. Lo raggiungemmo. Legammo la slitta, che girava come una trottola, e distaccammo le renne. Non bisognava pensare a spiegare la nostra piccola tenda o accendere il fuoco. Dovemmo contentarci del pesce secco e del biscotto e bere un sorso di acquavite. Non avevo termometro, ma sono persuaso che il freddo toccava i 38 o 40 gradi; perocchè il legno era divenuto duro come ferro, e lʼaccetta sarebbe andata in pezzi come vetro, se non lʼavessimo adoperata con grande precauzione.

I monti che circondavanci, come pure le boscaglie, avevano dei gridi di laceramento: macigni che si fendevano e precipitavano, alberi che schiattavano, rami che si spezzavano nella battaglia, sotto la potenza che li lanciava gli uni contro gli altri. Noi non tremavamo neppure più: eravamo agghiadati, irrigiditi. Metek, egli stesso, pigiava il suolo, e faceva scambietti per darsi un poʼ di caldo. Seppellita sotto una montagna di pellicce, Cesara sembrava un pezzo di ghiaccio. Questa terribile calcitrata del verno durò ventisei ore. Infine si calmò alquanto. Le nostre renne, che accollate lʼuna allʼaltra, accovacciate vicino alla slitta, non avevano osato andare in busca di una bocconata di crittogama sotto la neve, si allontanarono. Noi spiegammo la tenda, ed accendemmo un immenso braciere. Il thè caldo, qualche pezzo di cacciagione restatoci, un poʼ di _pemmican_ sciolto nellʼacqua bollente, che ci diede immediatamente un brodo squisito, ci rifocillarono e richiamarono a vita.

Non ostante, eʼ non occorreva pensare a partire per quel dì. La gola della valle, quantunque assai larga, era ostruita dalla neve accumulata e profondamente agitata ancora. Le nostre renne restarono assenti per più lungo tempo del consueto. Io cominciava perfino ad esserne inquieto, perchè udivamo lʼurlo dei lupi risvegliar tutti gli echi delle boscaglie vicine. Ora, quale non fu la nostra sorpresa, quando, udendo un poʼ di rumore presso la tenda, misi fuori la testa, ed in luogo di tre, vidi cinque renne! Tutto indicava che desse avevano già servito, e che, per una ragione o per unʼaltra, avevano disertato lʼantico padrone. Metek non perdette un istante. Uscì dalla tenda, e mise una sbarra ai nuovi ospiti onde non si allontanassero di nuovo. Infatti quando partimmo allʼindomani, noi li aggiogammo tutti al nostro veicolo. Avventuroso rinforzo! cinque giorni dopo, entrammo nel letto dellʼArga. La sera, accampammo sul confluente orientale del fiume, in una yurta di cacciatore Jakuto con la sua famiglia.

Questa famiglia componevasi di cinque individui. Egli è impossibile imaginare alcun che di più miserabile, di più screpolato, di più stomachevole di questa dimora e di questi individui. Il cacciatore aveva avuto il suo cane divorato da un lupo. Le sue lunghe corse erano dunque adesso spessissimo infruttuose. La piccola cacciagione, rarissima ancora, non poteva bastare a nudrir quella gente. Le giovanette portavano una specie di astuccio di pelle dʼorso in lembi. La madre, scarna, squallida, cogli occhi stralunati di fame, somigliava a bestia feroce, anzi che a donna. Lʼuomo soccombeva sotto il peso della rassegnazione, delle privazioni, dei gemiti di questi esseri affamati. Io diedi loro un poʼ di pesce secco. Metek sospettò di quegli sventurati, cui la fame poteva cangiare in assassini. Eʼ fumò tutta la notte, fuori della yurta, a guardia delle renne e della slitta. Il dì seguente, cominciammo a discendere lʼArga.

Il vento era violento. Eravamo al 15 dicembre. Il freddo si era un poʼ calmato. Il letto del fiume, ora incassato fra due alti margini, ora a fior di terra, in una steppa immensa che saliva verso il nord, non offriva accidenti insormontabili. Avanzavamo quindi in media da sette ad otto chilometri lʼora. Ad un sito, ove il fiume faceva gomito, ci arrestammo per lasciar pascere le renne e preparare il nostro desinare. Noi facevamo due pasti caldi al dì: lʼasciolvere, prima di metterci in cammino, e la cena la sera. Nel mezzo del dì, rosicchiavamo un biscotto, e strappavamo coi denti un lembo di carne salata. La tenda era affumicata e rischiarata ad un tempo dal fuoco dei ginepri verdi che bruciavamo. Io aveva disteso uno strato di piccoli rami rotti sul ghiaccio, e vi spiegavo sopra le molte pellicce della slitta per preparare il letto di Cesara, quando udimmo un rumore intorno al nostro accampamento ed un bramito straziante nel lontano profondo della foresta. Prendemmo le nostre armi, ed uscimmo. Le nostre tre renne tremavano, e si avanzavano dietro la slitta per cercarvi un ricovero; le altre due renne non vi erano più.

—Qualche belva le divora, gridò Metek: andiamo in loro aiuto.

Penetrammo nel boschereccio a gran pena. La neve, meno esposta sotto i rami degli alberi, perciò più cedevole, ci affaticava. Le branche dei salici ci opponevano una siepe fitta, come il traliccio di un paniere. Rompendo questi ostacoli, strisciando a carponi, saltando, brancolando, facemmo qualche versta dalla parte ove il grido delle nostre povere compagne aveva risuonato; ma non potemmo trovar nulla.

—Ritorniamo, dissi io, le renne sono state sbranate, e noi non arriveremmo neppure a tempo per istrappare ai lupi od agli orsi la nostra parte delle vittime.

Continuammo la nostra strada. Il paesaggio non cangiava. Noi guizzavamo come ombre in mezzo a questo aere perso, carico di brina, pesante, cieco, su questo suolo, di cui la stanchevole bianchezza aumentava la tristezza. Di vita, punto. Senza la demenza degli elementi ed il guaito delle foreste, un silenzio assoluto ci avrebbe circondati. Le belve stesse tacevansi, di disperazione forse, forse per non dare lʼallarme alle prede, che esse cacciavano con rabbia e non trovavano. Lʼorso e lʼaquila, assiderati, restavano in uno stato letargico. Il volo dei rari uccelli era corto, trascinantesi, timido. Il corvo solo ci seguiva pesantemente, lentamente, lasciando dietro a sè un trascico di vapore, che si allungava come un filo. Infine, dopo parecchi giorni di viaggio, sboccammo nella Yadighirka, al punto ove la si confonde con la Moma.

Lʼimmersione, o piuttosto la discesa da una corrente dʼacqua in unʼaltra, fu penosa. Allʼimboccatura dellʼaffluente eravi una barra di rocce, che formavano una cascata di otto o dieci metri di altezza. Lʼacqua gelata e la neve soprapposta cangiavano la cascata in un piano inclinato assai rapido, per non dire a picco. Fu mestieri distaccare le renne e farle saltare a parte, poi alleggerire la slitta e farla scivolar giù, ritenendola per di dietro con le corregge delle renne; poi operar la discesa, o piuttosto lo sdrucciolo, di Cesara, il mio e quello di Metek. Ciò ci prese lungo tempo, ma ci procurò un ricovero per la notte. Noi eravamo come al fondo di un pozzo, salvo il corso immenso della riviera, che si apriva dinanzi a noi come un viale a perdita dʼocchio. Il vento, che spirava in questo corridoio di granito, era intollerabile. Dico corridoio, perchè le due sponde del fiume erano bastionate di rocce merlate. La tenda fu spiegata, il veicolo raggiustato. Faceva un freddo di 35 gradi, almanco.

Scalammo la ripa a sinistra, la più bassa, ed andammo a cercar dei bruscoli. Le renne ci seguivano. Mentre che Metek trasportava il legno ed allumava il fuoco, e che Cesara si occupava del desinare, io restai per sorvegliare le renne e cacciare. Rimuginando nel selvatico dai cespi intrecciati di ginepri e salici, scoversi sul nevischio gelato della notte precedente una pesta, che mi arrestò. Era il piede di un animale della famiglia dei cervi, che aveva gironzato per là:—forse—mi dissi—una delle nostre renne perdute. Presi a seguire la traccia. Ben presto, Metek mi raggiunse. Era difficilissimo procedere; il chiarore insufficiente limitava la portata dello sguardo. Ma le peste si seguivano. La speranza di una bella preda ci diede lo slancio. Penetrammo sempre più nella macchia, Metek avanti, io dietro a lui. A un tratto, Metek fermossi, e per di dietro fecemi segno colla mano di fermarmi altresì. Guardammo. A un tratto, un alce sbuca da una specie di cespuglio di rododendri e di piante fanerogame, di cui sbioccolava i tralci gelati. I nostri due colpi partirono ad un tempo. Lʼalce cadde.

Questo bello antilope è al presente rarissimo in questa contrada. Una provvigione così inaspettata e felice ricolmocci di gioia. Ci mettemmo a modo di trascinarlo allʼaccampamento. Ma come caricare le nostre povere renne di questo soprappiù di peso? Esse avevano già tanta pena a camminare, sia per il freddo, sia per lʼinsufficienza del nutrimento. Bisognollo nondimeno. Solo, procedevamo più lentamente.

Ci fermammo due giorni per far riposare la nostra muta, regalandoci della carne squisita dellʼalce. Poi rimontammo la Moma; e dopo un giorno di viaggio voltammo la corrente a sinistra.

Dinnanzi a noi spiegavasi, a perdita di vista, a destra ed a sinistra, una bastionata di montagne, della forma presso a poco simile alle mezze lune delle piazze forti. Il versante ovest rizzavasi quasi a picco davanti a noi, in distanza, mentre i versanti nord ed est si abbassavano, e disegnavano come delle vallate alberate. Risalivamo la corrente. La superficie della neve gelata era increspata sotto il soffio del vento, che lʼaveva agitata quando cadeva. Procedevamo quindi con infinito disagio. Una burrasca secca, che sollevava la neve, ridotta ad un polverio di punte acuminate, ci tagliava la faccia, e percuoteva i fianchi. Le renne non ne potevano più. Io apriva ad ogni momento le store della slitta, perocchè avevo notato una specie di inquietudine sul sembiante di Metek, il quale si volgeva, e guardava indietro. Egli incoraggiava più che mai le renne a correre, col suo lungo scudiscio armato di spuntone.

—Cosa cʼè dunque? dimandai io, alla fine.

—Guardate! rispose Metek.

Sporsi il capo fuori della slitta, e vidi tre lupi, a due trecento metri di distanza, seguirci tristamente. Avevano le code abbattute, le orecchie tese in avanti, la testa bassa, e seguitano la striscia che lasciava il nostro veicolo.

—Ebbene, sclamai io, se ci fermassimo per dimandar loro notizie dello Czar?

—Oibò! rispose Metek. Stamane era uno solo che ci teneva dietro. Più tardi ne ho veduto un altro sbadigliare alla vetta dellʼargine, e poi si è messo alla coda del compagno. Più tardi ancora, un terzo si è congiunto alla compagnia. E... guardate, _toyone_, essi sono già quattro! Eʼ si fermano quando noi ci fermiamo, e conservano la distanza con rispetto. Se facciamo alto per andare a presentar loro le nostre palle devotissime, potrebbe darsi che qualcuno dei loro amici, nascosto dietro quei ginepraj, profittasse della nostra distrazione per precipitarsi sulle nostre renne e scannarle. Continuiamo dunque per la nostra via. Vedremo, alla sosta di stasera, ciò che abbiamo a fare.

Mi arresi a questa ragione. Procedemmo, ma io sporgeva di tratto in tratto il capo fuori della slitta. Il corteggio aumentava. Bentosto i quattro lupi divennero sei, poi otto, poi dieci, poi dodici, poi venti: infine, non potevamo più contarli. La situazione aggravavasi in modo sinistro. Le renne, non so per quale presentimento, acceleravano la corsa. Gli stivaletti, che Metek aveva fatti loro, si erano lacerati, e noi scorgemmo sulla neve la traccia rossa del sangue dei loro piedi. Gli era appunto questo sangue che allettava i lupi e li incocciava ad inseguirci. Essi meditavano un attentato, o si rassegnavano ad aspettare una catastrofe.

La banda dei lupi prendeva, frattanto, proporzioni terribili. Metek diveniva livido. Il crepuscolo si ottenebrava. Le renne volavano, saltando sugli ostacoli, di cui il letto della Moma era gremito: quarti di macigni, alberi, banchi di ghiaccio sovrapposti, formanti torri, barricate, bastioni. Noi ci trascinavamo dietro un corteggio di almeno dugento lupi. Riempivano il letto del fiume, marciando parecchi di fronte, e permettendosi oramai di tempo in tempo un ululato, cui lʼeco ripercuoteva e moltiplicava. Era un appello. Suonavano la carica. Bande dietro bande dalla foresta accorrevano: le volpi dietro i lupi; i corvi sullʼinsieme.

Noi percorrevamo per lo meno quattordici verste allʼora.

Infine raggiungemmo la gola dei due monti, ove la Moma attinge la sua sorgente. A un tratto le nostre renne caddero al suolo: esse non potevano andar più oltre.

Eʼ fu come se un generale avesse gittato il grido: Allʼassalto!

Metek, io, Cesara stessa, armata di revolver, ci schierammo intorno alla slitta.

I primi lupi, che avanzarono, furono fulminati. Noi tiravamo nel mucchio: non un colpo era perduto. Una montagna di cadaveri ci fece presto una barricata; un ruscello di sangue colava intorno a noi. Nulla valse: eravamo circondati da gole formidabili, armate, spalancate, affamate, livide, gettanti urli che ci atterrivano. Cesara caricava i fucili; col coltellaccio alla mano, noi sventravamo i lupi che si avvicinavano. Nulla valse: no, nulla valse.

Mentre lottavamo da un lato, altri lupi si precipitavano sulle nostre sventurate renne, e, con un colpo di zanna, aprirono loro la jugulare. Esse gittarono un bramito lamentevole, che ci lacerò il cuore. Giammai in vita mia, in alcuna circostanza, io ho risentito un dolore più dilaniante. La banda intera si scagliò allora sulla preda. Noi mietevamo le teste come spighe. I brani di carne volavano allʼaria.... A un tratto, un grugnito formidabile risuonò di fianco a noi, sul limitare della selva. Erano due orsi, uno bruno ed uno grigio.

—Ah perchè non siete arrivati prima—gridò Metek con una voce di rimprovero, arringando gli orsi—briganti.... vigliacchi...

E non continuò la sua frase...

IX.

I lupi, incomodamente interrotti nel loro festino da quei parassiti intrusi, che venivano ad imporsi al banchetto senza aver sostenuta la battaglia, fecero voltafaccia allʼistante. Gli orsi retrocessero di qualche passo, e si addossarono ad un macigno, onde avere le spalle sicure; poi si assisero sulle lacche, sporgendo la gola aperta ed incrociando sul petto le loro zampe anteriori. I lupi si spiegarono in mezzo cerchio intorno ai loro nemici, alla distanza di tre quattro metri. Noi restammo indietro, spettatori attoniti, in mezzo a quellʼimmenso macello. I combattenti dei due campi si squadravano: i lupi invitando gli orsi a prender lʼiniziativa, provocandoli coi ringhi quasi beffardi; gli orsi aspettando con pazienza che la flemma dei loro nemici si esaurisse. Non erano essi padroni del tempo e dello spazio? Un nugolo di corvi calò sui rami degli alberi, e sembrava incoraggiare, collʼorrido gracchiare, la collera sorda dei combattenti. Una doppia fila di volpi si costituiva spettatrice in distanza, senza muoversi, neutrale. Gli orsi tennero fermo. I lupi, aizzati forse dalia fame o più esasperati, perdettero la pazienza. Qualcuno dei più arditi saltò sui due pilastri di carne e di pelle, che li sorvegliavano. Invece di fare gomitolo e scagliarsi di un balzo sugli orsi, i lupi si avanzarono alla spicciolata, e si spiegarono a ventaglio. Questo fu il loro errore e la nostra salvezza.

Gli orsi cominciarono ad agitare le loro zampe come una clava di acciaio. A destra ed a manca, a manca ed a destra.... ad ogni sgrugnare si schiacciava un cranio di lupo.

—Andiamo in soccorso dei nostri amici, disse Metek.

Avevamo caricati i nostri fucili ed i nostri revolver. Facendo un mezzo giro vicino alle volpi, giudici del campo, andammo a collocarci a fianco degli orsi. Il nostro intervento inaspettato, non sperato, cagionò un momento di sorpresa in mezzo ai due campi. Ma lʼattacco essendo principiato, era oramai impossibile di rimettersi in guardia. I lupi si sbrancarono in massa. Noi non avevamo ad occuparci dei nemici onesti e franchi che si facevano avanti, colla testa alta, e si trovavano per conseguenza alla portata delle zampe o dei denti degli orsi. Noi sorvegliavamo i traditori, vale a dire quelli fra i lupi che strisciavano e miravano al ventre, poco difeso, dei loro nemici. Noi facemmo fuoco su questi vigliacchi. Gli orsi esitarono un momento, udendo dʼaccosto a loro quellʼesplosione di cui non comprendevano lʼintenzione. Ma, come videro i lupi fulminati avvoltolarsi ai loro piedi, essi si persuasero dellʼimportanza del nostro intervento, e divennero meno cauti.

Io non saprei dipingervi questa mischia. I lupi, lanciati da tutti i lati, piovevano a cinquanta metri in circolo, schiacciati, lacerati, sventrati, col cranio fracassato, cadevano sotto le nostre palle, senza neppur gettare un urlo. Essi rincularono nella loro prima posizione.

—Se ne andranno? domandai io.

—Eh! non ancora, rispose Metek; essi hanno troppa fame.

Infatti, ritornarono alla carica, ma con minore ardore, e solamente, si sarebbe detto, per lʼonore della bandiera. Sicome io non voleva sciupare la mia polvere, ora che vedevo la vittoria quasi assicurata, mi accontentai di appoggiare la canna del mio fucile al fianco dellʼorso che era dal mio lato e proteggere la sua epa. Metek, che comprese la mia manovra, fece altrettanto. Gli orsi, dʼaltronde, non avevano più bisogno di noi. Essi sostennero il secondo assalto con la medesima bravura e la medesima fortuna. I lupi retrocessero: gli orsi caricarono alla loro volta. Era finita. Dieci minuti dopo, non restava più intorno a noi che delle carcasse. Ma la mia disperazione non aveva limite.

La morte delle nostre renne era la nostra morte. Noi non osavamo neppur parlare. Non avevamo più freddo, non avevamo più fame: Dio ci schiacciava. Il ritorno degli orsi venne a formar diversione alla nostra agonia.

Essi non sembravano avvedersi di noi. Si misero senzʼaltro a divorare i loro nemici morti.

Lʼorso, in questa stagione, si trincera di ordinario nel campo fortificato, chʼeʼ si prepara per irrigidirsi nella sonnolenza e restare così sino alla primavera, senza mangiare, pacifico, inoffensivo. Perchè questi due orsi si trovassero così sulla nostra via, era stato mestieri che qualche cacciatore li avesse stanati e non uccisi. Gli urli dei lupi li avevano attirati al sito della zuffa. Arrivavano dunque terribilmente affamati ed esasperati da un digiuno di due mesi. Noi restammo a considerarli, ma sotto le armi. Li avevamo soccorsi, perchè i lupi li avrebbero infallibilmente divorati, dopo aver mangiato le due renne—tanto poca cosa allo spaventevole loro appetito—, ma non eravamo punto rassicurati sulle buone intenzioni dei nostri alleati. Certi alleati sono più a temere che i nemici stessi—e noi Polacchi ne sappiamo qualche cosa. Lʼorso bruno si rimpinzava di carne con voracità. Lʼorso grigio sceglieva i suoi bocconi, li mangiava più lentamente, più pulitamente, con una certa voluttà. Esso era immenso. Quando lʼorso bruno fu sazio, sbadigliò, volse le spalle, e sʼinselvò nelle macchie. Lʼorso grigio, invece, si sedè sulle sue lacche, e cominciò a dondolarsi, guardandoci. Si sarebbe detto che, alla frutta, esso avesse voglia di chiacchiere.

Voi sapete che lʼorso grigio si nutre di vegetabili, e di pesce, anzichè di carne; non è feroce, al punto che gli Ostiaki della Siberia occidentale, al principio dellʼinverno, li menano a Berezoff in branchi considerevoli, e la carne loro si vende ai beccaj mentre la pelle è destinata al commercio delle pellicce. Lʼorso grigio è dolce, intelligente, socievole, e sopratutto, quando è sazio o quando qualcuno sʼincarica di nutrirlo, esso può divenire un animale domestico molto utile. Il nostro orso grigio aveva probabilmente ronzato attorno alle _yurte_ degli indigeni, ed erasi familiarizzato allʼaspetto dellʼuomo.

—Noi stiamo per giocare la vita, mi disse Metek basso allʼorecchio: ma, se Dio ci aiuta, siamo forse salvi.

Eʼ si mise allora a cantare il _lied_ siberiano seguente: