Le notti degli emigrati a Londra
Part 13
Il generale, vedovo adesso, aveva due figliuole: la primogenita, Alice, un cotal che di cosacco, di venti anni, alta, violenta, col naso allʼinsù, le labbra carnose e frementi, gli occhi neri, ardenti, altieri, audaci, provocatori.... un turbine! Lʼaltra, Elisabetta, una piccola miss inglese, di dieciotto anni, dolce, carezzevole, bellissima, ipocritissima, ghiottoncella, dai capelli cenere, dagli occhi grigiverdi.... il languor sano! Elleno governavano il governatore. E non debbesi che a me, se io non ne governai almen una. Ma io avevo il cuore preso altrove.
Fui ricevuto dalle due damigelle come la confettura sul pane. Elleno avevano infine un uomo, un giovane di assai buon lignaggio, per diventare il loro cavaliere di compagnia; non molto brutto, divertevole per ordine, pieno di riserbo, che aveva molto viaggiato, ed era abbastanza atto a sostenere il loro cicalìo nelle interminabili sere dʼinverno. Il mio solo torto, forse, era di amare qualcuna. Ma, chi sa? gli uomini sono così volubili! Non era che da due anni soli che le signorine Ozeroff abitavano Yakutsk.
Prima di entrare in funzione, dimandai due giorni di congedo per installarmi. Affittai una piccola casa in legno, allʼestremità della città, sulle sponde di un ramo della Lena. Io mi misi subito a costrurre un nuovo mezzano di tavole alla bellʼe meglio, per staccarne una stanzuccia, unʼalcova per Cesara. Noi non eravamo ancora maritati. In Siberia, i letti sono un arnese incognito, perfin nelle case dei governatori, che giungono di Europa. Si dorme tra due strati di pelli o di tappeti, e vi si dorme assai bene e assai caldamente. Io aveva portati da Yrkutsk gli oggetti i più costosi del mobilio del colonnello. Comperai qualche utensile indispensabile, e fummo bentosto in famiglia.
Ma era provvisorio.
La nostra evasione restava ferma più che mai, sotto il desío della libertà ed il soffio ardente dellʼamore.
Eravamo in novembre. I giorni non avevano che tre ore, e due di crepuscolo. In decembre e gennaio, il sole non si vede affatto più: la notte è eterna.
Un funebre lenzuolo di neve copriva il mondo a perdita di vista. E ciò per otto mesi dellʼanno. La neve si accumulava fino allʼaltezza delle case, cui essa talvolta schiacciava. La violenza del vento gittava per terra le più solide. Un freddo di 30 a 40 gradi sotto lo zero (Réaumur) tagliava la respirazione, e provocava un impeto di tosse ad ogni parola che si tentava pronunziare. Per fortuna, le legna costavano poco. La contrada è circondata di selve, ove un cane non si aprirebbe il passo. Glʼindigeni risentono appena questa inclemenza della natura, e non si lamentan guari di questo cielo di ferro. Essi vivono di caccia, battono un mare di neve di parecchie centinaia di miriametri di circuito per uccidere delle renne, dei zibellini, degli alezani morelli, onde pagare il loro tributo allo Czar; poi delle volpi dalla gola scura, delle volpi rosse, delle volpi dei ghiacci, degli scoiattoli, degli ermellini, degli orsi bianchi e neri. Nei due mesi di state si vive di pesca; perocchè le numerose correnti di acqua ed i laghi di queste contrade sono ricchi di _salmo nelma_, di _salmo lavaretus_, di storioni, di ablette, di sterleti, di amuli ed altri pesci, che mangiano putrefatti e crudi.
La primavera è la stagione più dura e pericolosa: le nevi ed i ghiacci cominciano a fondere. Le paludi sono unʼimboscata ad ogni passo; perocchè non si può penetrare neppur nelle foreste, senza sprofondare in un suolo mobile ed acquitrinoso, talvolta fino al petto. Non si mangia allora che le bacche raccolte: lʼairella rossa, la camerina nera (_empetrum nigrum_), il lampone rosso, lʼuva orsina ed il frutto della rosa canina. Nei due mesi di state, il sole occupa il cielo in permanenza, ed allora la prateria sboccia a vista, il grano nasce, matura, ed è raccolto; il ricolto dei fieni si opera a furia onde approvvigionare gli stabî del magro pasto dei bestiami e dei cavalli per otto mesi dellʼanno.
Io mʼebbi queste ed altre cognizioni dai nostri compatriotti, confinati nelle selve paludose della Lena. Da tutto quanto appresi, da quanto vidi, mi formai il criterio dellʼepoca che avevo a scegliere e della strada a battere nella mia fuga. Ottenni dal generale il permesso di cacciare, e mi servii dei suoi fucili. Io aveva comperato a Yrkutsk secretamente, prima di partire, due revolver ed una carabina a due canne: ciò che aveva aperta una bella breccia nel mio tesoro. Ma, siccome queste armi dovevano essere lʼistrumento di mia salvezza, così io le tenni preziosamente celate, e le custodii con amore.
Feci, durante lʼinverno, parecchie escursioni, accompagnato altresì due o tre volte dalla signorina Alice e da un manipolo di Cosacchi. Partivo in slitta a cavalli, e restavo fino a tre giorni assente. Volevo abituare il generale a non vedermi per parecchi giorni. Raddoppiavo poi di zelo per compensare il tempo perduto. Io passava le mie sere in casa sua, e vi portavo la gaiezza con la musica, le caricature, le sciarade in azione che improvvisavamo, le partite di scacchi o di picchetto. Il generale mi trattava con affabilità, ma io non obbliai giammai che io era un forzato, onde non farmelo ricordare, se per avventura mi permettessi o lasciassi prendere un poʼ di dimestichezza. Il contegno dalla mia parte gli imponeva rispetto. Organizzammo perfino qualche balletto, quantunque le signore non fossero numerose a Jakutsk. La _siberienne_, al suono del _gausli_, specie di salterio, ci mise sovente in vena di _cancan_. Ma io non condussi giammai Cesara con me. Chi avrebbe creduto chʼessa non mi fosse altro che una sorella? La feci passare per tisicuzza, onde giustificare il suo ritiro. Io divenni dunque indispensabile pel generale e per le sue figlie; troppo forse, perchè lʼuno e le altre mi pigliavano il tempo di cui io avevo mestieri per lavorare ai miei apparecchi.
Non potendo più evadermi questo anno, io aveva aggiornata la nostra partenza al mese di novembre 1865: in novembre, perocchè, tutto calcolato, lʼinverno eliminava gli ostacoli insormontabili. A quellʼepoca dellʼanno, gli stagni, i fiumi sono gelati; le foglie degli alberi nelle foreste sono cadute, e tutto il paese è divenuto una strada. Io poteva allora correr dritto dinanzi a me, senza seguire i tragitti governativi. Potevo risparmiarmi di passare per le case di rifugio, le stazioni, ed evitare sopra tutto gli _ostrogs_—posti di Cosacchi disseminati nella contrada, piccole fortezze perdute in mezzo alle nevi—senza parlare degli altri agenti della polizia russa, pronti sempre a dimandar passaporti ed estorcere mancie. Il mio solo nemico serio oggimai era il Russo officiale, od il suo cane, il Cosacco.
In seguito ai ragguagli più minuti raccolti, io vedeva aprirsi innanzi a me due vie: discendere la Lena fino alla foce dellʼAldan, rimontar questo fiume fino alla foce dellʼUtsciur, risalire questo corso di acqua fino alla sua sorgente, varcare i monti Stanovoi e recarmi ad Udskoi, alle sponde del mare di Okhosk, per trovarvi una nave europea; ovvero tirar dritto, a traverso i deserti di neve e di ghiaccio, i boschi e le tribù dei Jakuti, dei Tsciuvani, degli Jukaghiri, dei feroci Tsciuktscias, e raggiungere il golfo di Andyr, nel mare di Behring. La prima strada era la più corta, la più facile, la meno pericolosa; imperciocchè, quantunque il letto dei fiumi gelati fosse soppannato di un materasso formidabile di neve, una slitta poco carica, tirata da tre renne, poteva bene o male trionfare di tutte queste difficoltà. Non pertanto, io mi decisi per la via a traverso le steppe ed a recarmi allo stretto di Behring. I porti sul mare di Okhotsk sono frequentati da bastimenti da guerra russi, sopratutto da qualche anno in qua; il commercio in questi porti è praticato dal cabotaggio russo e dalla Compagnia russo–americana, ed il naviglio europeo ed americano bazzica piuttosto i porti del Kamtsciatka. I posti dei Cosacchi sono più numerosi tra Yakutsk ed Udskoi od Ayan, che tra Yakutsk ed il capo Orientale od il capo Navarino nello stretto di Behring. Questa risoluzione irrevocabilmente presa, mi misi allʼopera.
Io aveva reso qualche servigio ad un tal signor Jodelle, vedovo poco desolato di una modista parigina, venuta da Mosca e morta a Jakutsk. Il signor Jodelle si diceva repubblicano, come tutti i commessi viaggiatori che fanno cattivi affari, ma eʼ sobillava ciò dallʼorecchio allʼorecchio, e non favoriva mai i Russi della confessione dei suoi principii politici. Egli continuava a fabbricare cappellini da donna con delle modiste Jakute, ma fabbricava sopratutto dello Sciampagna, che spumava e schioppettava, col succhio fresco della betulla; ei comperava pellicce, vendeva degli oggetti di vetro e del thè a pani, insegnava la mazurka ed i _lanciers_ e perfino gli sgambetti di Chicard, commetteva dei _calembours_, e componeva le liste dei desinari. Al postutto, bravo uomo, discreto, odiante i Russi, e felice di render servigio alle persone, fossero desse perfino Cosacchi.
Mi era indispensabile avere un complice per certe compere, che, fatte da me, avrebbero destato sospetti sulle mie intenzioni. Io risolsi confidarmi ad un uomo che mi sembrava incapace di tradimento, e che, anche scoverto, il governatore non poteva far morire sotto lo Knut. Aiutato da Jodelle e da Cesara, i miei preparativi avanzarono bellamente. Durante lunghe sere dʼinverno, che non passai dal governatore, mi costrussi una slitta leggera, una specie di barella ad angolo ottuso, ove due persone potevano restare coricate in tutta la loro lunghezza, avente una predella ed una cassa. Io la foderai accuratamente di pelli dʼorso e di cuscini di piume, e vi adattai un mantice e delle bandinelle di pelle di renna. Quanto a me, un abito di forte rascia sotto un astuccio di pelle di renna che mi copriva dalla testa ai piedi, a moʼ dei Jakuti, un _chest–protector_ di pelle di volpe sul petto, una specie di pelliccia, un berretto a pelo, bastavano, credeva io, per preservarmi contro un freddo di 50 gradi. Poi, dei grossi guanti, due paia di usatti di pelle di lepre dentro lunghi stivali tuffati essi stessi entro dei _chiravar_ di pelle di orso, compievano lʼabbigliamento.
Cesara cucì per lei tre vestiti di flanella, sovrapposti lʼuno allʼaltro, adattati alla pelle; su questa epidermide di flanella una camicia di pelle di renna col pelo dentro, tinta a rosso con la corteccia dellʼontano; un abito di pelle di volpe sotto un altro di pelle dʼorso camosciata, col pelo dentro anchʼessa: sopra tutto ciò due pellicce. Coricata nella slitta, imbacuccata così, coverta di pelle dʼorso, Cesara poteva sfidare i freddi polari i più selvaggi. Ciò era lʼessenziale. Se trovavamo per via delle _yurte_ dʼindigeni, potevamo poi dimandar loro un ricovero per le ore di riposo; se le _yurte_ mancavano, la si sarebbe restata coricata nella slitta, guarentita contro tutte le intemperie, o sotto la _pologue_—piccola tenda in pelle di renna di due metri quadrati sopra tre di altezza, che io avvolsi ed allogai nella slitta. Mettemmo nella cassa, sotto il letto del veicolo, due abiti di state. Lʼestate precedente avevamo avuto un caldo di 34 gradi Réaumur.
Io aveva le mie armi: due revolver ed una carabina a due colpi, vale a dire dodici colpi, dodici vite, prima di esser obbligati a ricaricare. Cesara tirava la pistola altrettanto bene che io stesso. Con ciò, 470 cartuccie. Siccome la cacciagione e la carne non costavano quasi nulla la state, così Cesara aveva preparato una trentina di kilogrammi di _pemmican_, o estratto di carne, ciò che, da solo, avrebbe bastato per nudrirci quattro mesi; poi una quantità sufficiente di carne e pesce secco. Io non poteva caricare la slitta al di là di 350 kilogrammi, perchè le renne non trascinano un forte peso. Ebbi dunque a rinunziare ad una buona provvigione di acquavite. Presi un poʼ di farina, del sale, del biscotto, del tabacco, e sopratutto del thè. Poi due accette, una sega, un laccio, una rete, due coltellacci, un calderino, uno spiedo, una marmitta, una lamina di rame per collocarla sulla neve ed accendervi su il fuoco, ed altri minuti oggetti.
La costruzione della slitta ed il suo approvvigionamento si fecero lentamente, nascondendo il tutto dietro lʼalcova di Cesara. Io contavo, al peggio andare, sul viaggio di un anno, restando, bene inteso, nei recessi di un bosco nei mesi di giugno, luglio e agosto, ovvero dal mezzo maggio al mezzo settembre. Io credevo potermi dispensare di una guida e camminare dritto davanti a me, orientandomi colle stelle. Ma, dopo nuove informazioni prese e storie udite, risolsi di assoldare un Jakuto che il signor Jodelle conosceva da anni, e di cui aveva sperimentato la sagacia, la fedeltà e le cognizioni esatte delle steppe che io aveva a traversare nella Siberia del nord fino allo stretto di Behring. Il mio Jakuto aveva fatto il mestiere di cacciatore e di _promichleniks_, cercatore di denti di mammuth, per venti anni, ed abitava Killaem, a due _hoes_ e mezzo (50 verste) al nord di Jakutsk, sulla Lena.
Io aveva dati tanti passaporti agli altri, in nome del governatore, potevo dunque bene appropriarmene uno alla mia volta, sotto nome russo. Feci anche di più: mi detti, per ogni ventura, una commissione del Governo di Pietroburgo: studiare e tracciare i piani della costa del golfo di Anadyr ed altri punti nello Stretto, richiedendo, allʼoccorrenza, lʼaiuto e la protezione degli uffiziali dello Czar. Nulla mancava alla lettera di commissione: lʼavevo calcata sur unʼaltra simile, che avevo trovata negli archivi della cancelleria. A dir vero, mi vergognavo di questa falsità; ma la tirannia ingenera logicamente e fatalmente il delitto. Contavo, del resto, non valermi giammai nè dellʼuna nè dellʼaltra di queste carte. Cangiai quattrocento rubli di oro in biglietti da cinque e dieci rubli. Insomma, presi tutte le precauzioni, previdi tutti gli avvenimenti e le venture.... Non sospettavo ancora che la fatalità prendesse tanta parte nel destino umano, e che, se lʼuomo si agita, Dio lo mena.
Lʼinverno passò gaiamente. Alla primavera, le figlie del generale vollero provarsi a dipingere il paesaggio preso dalla natura, e facemmo lunghe corse in slitta nelle superbe praterie che si stendono lungo la Lena—quando questo fiume non ne fa dei paludi—e nelle splendide foreste. Alice cacciava, mentre Elisabetta dipingeva. Nella state, accompagnai il generale nelle sue escursioni attraverso la provincia di suo governo, ed ebbi lʼoccasione di studiarne un poco la topografia e segnare i punti più vicini di Jakutsk, che dovevo evitare. Lʼautunno, pescammo e cacciammo di nuovo, facendo progetti per lʼinverno; perocchè io aveva definitivamente acquistato la stima e lʼamicizia del generale, e lʼuna delle sue figliuole pregava Iddio di tutto cuore—se pur mai pregasse—che il permesso del mio matrimonio con Cesara non arrivasse giammai.
Il 1.º novembre spuntò. Il cielo mostrava talvolta il suo sole freddo e giallastro, e spiegava la notte le stelle del suo mantello turchino. La tempesta, lʼuragano, le trombe di neve scorrevano lʼaere sbrigliate. Lʼora suonò.
Io pregai Jodelle di comperarmi tre renne e di far venire il suo Jakuto, a notte fissa, al sito designato. Jodelle comprese probabilmente il mio progetto, poichè a bella prima sclamò: Viva la repubblica! Poi, ravvisatosi nel mio interesse, eʼ mi fece delle osservazioni indirette sulla sorte terribile che pesava sui deportati che tentavano fuggire. Io tagliai corto. Tre giorni dopo, eʼ mi annunziò che tre magnifiche renne erano a mia disposizione, e chʼei mʼaccompagnerebbe fino a Killaem per mettere il Jakuto al mio servizio, avendolo già prevenuto di tenersi pronto a partire. Io domandai al generale il permesso di andare a caccia dellʼorso. Per fortuna, Alice era indisposta. Questo permesso mi venne accordato, ed io staccai dalla panoplia dei generale una carabina appropriata a questa caccia: buon rinforzo, bellʼarma inglese, di cui feci poscia rimborsare il prezzo al signor Ozeroff, che è restato mio amico.
Il 7 novembre 1865, a mezza notte meno dieci minuti, la slitta fu tratta fuori dallʼalcova di Cesara per volare sulla strada di Killaem.
La notte era scura, la neve cadeva a polvere gelata, non una voce nellʼaria, non una creatura vivente svegliata; io udiva il cuor di Cesara palpitare. Le detti il secondo bacio, dopo il primo che le presi, quando suo padre me la confidò come sorella. Non proferimmo una parola. Solo, a due o tre verste fuori di Jakutsk, Jodelle cantarellò: _Malbrouk sʼen va–t–en guerre!_ La mia iliade, una delle più drammatiche della vita di un uomo, cominciava.
VIII.
—Padrone, _toyone_, mi dimandò Metek, il Jakuto, ove bisogna dirigerci?
—Al golfo di Anadyr.
—Quale via volete seguire, la più corta o la più sicura?
Se io fossi stato solo, non avrei esitato un secondo a rispondere: La più corta. Ma io era risponsabile della vita di Cesara. Risposi:
—La più sicura, ma altresì la più corta possibile.
—In questo caso, bisogna seguire la strada del Governo, riprese Metek, per Verkho–Jansk, Baralasse, Jobolask, Zakiversk, Saradakhsk, Srednè–Kolimsk.
—No no. Io amo visitare lʼinterno della contrada, poco esplorato, poco noto.
—Sta bene, ma siccome non abbiamo sufficienti provvisioni, siccome non troveremo ogni dì una volpe, una renna, un orso, un uccello di buona volontà che voglia servire ad accomodarci un desinare; siccome le notti sono _fresche_, ed i lupi potrebbero provare una troppo forte tentazione alla vista delle nostre belle renne, così noi non volgeremo il dorso, quando si può, alla _yurta_ dellʼindigeno, che ci offre lʼospitalità.
—Questo è pure il mio avviso. Ho visto tante facce russe e cosacche, che sono assetato di contemplare dei buoni volti mantsciù.
—Avete ragione, _toyone_. Possiamo dunque partire.
—Comperatevi il pane, almeno per tre giorni.
—Non occorre, padrone: io non mangio che ogni quattro giorni, e ancora! Il pane ci caricherebbe, e la slitta è già troppo pesante per le nostre bestie. La corteccia del larice non manca lungo la via, e dessa è eccellente.
—Io pure la penso così; ma ho qui un giovane fratello che non è mica altrettanto ruminante. Nondimeno, se ciò fa peso...
—Sì, la nostra corsa ne sarebbe rallentata... Avremo molte, molte montagne a scalare. Andiamo, colla grazia di Dio!
Io strinsi la mano a Jodelle, che mi parve assai commosso, e partimmo.
I primi giorni passarono a meraviglia. Cʼintromettemmo per una cinquantina di verste nellʼinterno della contrada, poi cominciammo a seguire, a questa distanza, la direzione parallela al punto cui miravo. Non ombra di strada. Dei piccoli sentieri, talvolta praticati attraverso lagune, foreste, steppe, cavati da macchie spesse e chiuse, colline e montagne erte.... e ciò fino al letto dellʼAnadyr—cinquemila chilometri! Incontrammo qualche _ulus_, o gruppo di cinque o sei case di Jakuti, spalmate di terra grassa; e se il sole ci salutava di un sorriso, la pietra speculare o il pezzo di ghiaccio delle loro finestre fiammeggiava come lamina di diamante. Il paese si sviluppa per un seguito di pianure e di colline alberate, di piccole vallate, ove la state scorrono chiari ruscelli. Tutto era bianco adesso: solo di qua e di là un ciuffo di larici o di pini. Entrammo in una pianura seminata di piccoli laghi, e ne costeggiammo uno di forma ovale, il Sibeli.
Al di là del lago, appoggiando al sud, procedendo sempre verso lʼest, incontrammo come un deserto: rare yurte a destra, montagne separate da valli paludose di forma ondulata. Raggiungemmo presto il Bongo, un fiume che si getta nellʼAldane; ne seguimmo il letto, e, tre giorni dopo la nostra partenza, eravamo sulla sponda di questo fiume. Non volli prendere alcun riposo fin qui. Tiravamo dritto, passando su campi, fiumi, stagni, come sopra una strada liscia, quando le ripe dei corsi di acqua, troppo alte, non ci obbligavano a piccole svolte per scalarle. Non volli entrare in alcuna abitazione umana. Avevo detto che partivo per la caccia. Avevo dunque tre giorni di respiro, prima che il governatore si accorgesse della mia fuga ed ordinasse dʼinseguirmi. Bisognava quindi fargli perdere la mia traccia.
Voi avete visto certamente una renna, in qualche giardino zoologico, o in qualche museo di storia naturale. Essa rassomiglia un poco al daino, avendo il muso, il piede e la taglia di un vitello. Essa ha le corna come quelle del cervo, palmate in cima; il pelo baio chiaro, talvolta bianco e brizzolato. Nulla di più elegante che il suo andare. La rapidità della sua corsa è favolosa; al contrario dellʼalce, essa vola sugli strati più sottili di neve senza affondare. Discesa o salita, nulla arresta o rallenta la sua corsa. Messa sopra una direzione, essa trova la sua via, senza aver mestieri di esser guidata o condotta. Essa si affeziona allʼuomo, di cui è la vera provvidenza, un benefattore in quelle contrade ed in quei climi. Quando la renna è stanca, o quando ha fame, si ferma. La si scapola. Essa va a disotterrare sotto la neve e pascere un poʼ di lichene come può; e quando si è riposata e nudrita, viene a prendere spontaneamente la coreggia della slitta. Coraggiosa al lavoro, la renna percorre da trenta a quaranta chilometri di un sol fiato; poi si corica un istante sulla neve, ed un quarto di ora dopo riprende il suo volo di rondine. La sua carne è squisita, sopra tutto la lingua; la sua pelle è preziosa a mille usi.
Mentre le nostre renne andavano a disotterrare il loro nutrimento, noi cacciavamo un istante. Cesara alimentava il fuoco, che avevamo acceso, faceva bollire il calderino pieno di neve, e preparava, col thè, la farina ed un poʼ di sale, una densa polenta. Se la caccia era stata prospera, aggiungevamo al nostro desinare un arrosto; se ritornavamo a secco, ciò che non succedeva di rado, il pesce e la carne secca apparivano sul tappeto di neve che ci serviva di tovaglia. Cesara dormiva nella slitta. Io riposavo a fianco a lei un paio di ore. Metek non conosceva queste umane debolezze; tutto al più, ei sonnecchiava un quarto dʼora ogni due giorni, un occhio chiuso ed uno aperto. La neve rifletteva, la notte, un crepuscolo scialbo, che ci permetteva di viaggiare, se il tempo era calmo, il cielo sereno. Incontrammo qualche povero cacciatore col suo cane, e di tempo in tempo, un lupo o due, che ci vedevano passare malinconicamente, non sentendosi tanto forti da attaccarci. Il freddo, quantunque a 28 gradi, non cʼincomodava ancora.
A partir dal terzo giorno, io cominciai a respirare più liberamente. Avevo qualche centinaio di verste di vantaggio sui cani dello Czar.
La quarta notte profittammo del ricovero di una yurta di cacciatore. Nevicava così forte, così fitto, che non vedevamo dalla predella la prima renna del nostro tiro. La yurta era orribilmente sudicia e miserabile. I cinque individui, che lʼabitavano, portavano il vestito di pelle di montone assai frusto. Un buon fuoco però scintillava nel mezzo della yurta ripiena di fumo. In un vaso bollivano dei pezzi di argali e qualche kavaky. Si mescolò al brodo un poʼ di scorza di larice grattato. Metek scelse nel mucchio della cacciagione cruda del nostro ospite una cicogna bianca magrissima, la spiumò, e la mise allo spiedo, che cavò dalla nostra slitta. Cenammo. Cesara preferì coricarsi nella slitta: lʼaria del tugurio le parve insopportabile. Metek sorvegliò le renne. Il cacciatore ci disse che vi erano molti lupi e qualche orso nelle vicinanze.
Allʼindomani, comprai il resto della cacciagione del mio ospite, e partimmo. Metek aveva dormito tre ore. Le renne si erano riposate una notte intera. Cesara aveva avuto freddo. Risalimmo il corso dellʼAldane.