Le notti degli emigrati a Londra
Part 12
Questi spettri circolavano in gallerie nere, si calavano in buchi, disparivano nelle viscere della terra per pozzi tenebrosi: zampillavano dal suolo lʼun dopo lʼaltro come apparizioni dellʼinferno, o sprofondavano nelle ombre, come se il moto li avesse assorbiti. Credevo sognare. Quando la sera rivenni alla superficie della terra, presi a dimandarmi se non avessi avuto delle lunghe ore di delirio. La febbre mi assalì. La notte non potei chiuder palpebre. Per ventura, uno dei miei compagni della _yurta_ era anchʼegli condannato politico—un Russo, che da Minusink avevano trasferito a Nertscinsk per punizione, e che vi era giunto appena da una settimana. Lʼaltro coabitatore della _yurta_ era un brigante Tonguso, il quale aveva rubato ed ucciso. Nessuno dei due non aveva avuto ancora il tempo di costruirsi una capanna, ed il Governo li alloggiava nelle sue _yurte_.
A capo di una settimana, la disperazione sʼimpossessò di me. Non avevo più forza per lavorare, meno ancora per intraprendere la mia evasione. Udivo la frusta del caporale sibilare alle mie orecchie, e non mi riposavo mai onde non essere battuto; ma ciò accelerava la mia morte. Non mangiavo più. Il sangue mi si agghiadava nelle vene. Risolsi finirla.
Lavoravo da tre giorni a scalzare un macigno. Mi proponevo di allogarmivi sotto, quando cadrebbe, e lasciarmi schiacciare. Due giorni ancora di lavoro, ed acquistavo la libertà! Io scavava dunque con una specie di rabbia tutto il dì. Una fibra della mia vita se ne andava ad ogni colpo di zappa, ma io persisteva. Ciò mi spossò. Allʼindomani, non potei più levarmi. Il medico, chiamato dal mio compagno russo, venne. Avevo febbre e delirio. Mi fece trasportare allo spedale.
Quando ripresi i sensi, quarantʼotto ore dopo, mi trovai in uno stabilimento in legno, disposto a guisa di interiore di nave. Ogni cabina conteneva dieci malati, cacciati entro scanzie, basse e strette, sovrapposte lʼuna allʼaltra, non lasciando fra le due file che lo spazio necessario al passaggio di un uomo. Impossibile di dar volta su quelle nude panche; il compartimento superiore schiacciava quello di sotto. Lʼoscurità vi era quasi completa; lʼaria putrida. I meno ammalati assistevano gli agonizzanti. Il medico non osava penetrare in quel carnaio; i forzati convalescenti rinculavano dinanzi lʼofficio di infermiere. Mi sentivo morire. Rinvenni nei sensi però, come qualcuno a cui si fa respirare un alcali in uno svenimento. Apersi gli occhi, cercai ricordarmi, riconoscermi, ritrovarmi; potei infine distinguere gli oggetti in mezzo a quella notte.... Orrore! Sopra due degli scaffali di contro a me, giacevano due cadaveri in putrefazione. Mi lasciai cadere dal mio giaciglio, e mi trascinai, a carponi, allʼaria libera, deciso di morire sotto la mia _yurta_ come un cane, anzi che sapermi sotterrato vivo in quel sepolcro omicida. Per fortuna, il mio Russo, Clemente Balardine, veniva a visitarmi. Eʼ mi raccolse, e mi portò nella _yurta_....
Tre settimane dopo, ritornavo alla miniera. Il capitano, vedendomi sì magro e pallido, mi collocò in una compagnia che lavorava al di fuori, alla trazione del minerale. Quel capitano era al postutto un bravo uomo, malgrado le apparenze severe e rigide: era anzitutto giusto.
—Chi diavolo ha potuto mandarvi a crepar qui, mi disse egli: che delitto avete voi commesso?
—Sono polacco, risposi io.
—Comprendo, mormorò il capitano. Non vi occorre dirmi altro; lʼuovo che sʼincaparbia a schiacciare il martello!
—Capitano, sapete voi che cosa è la patria?
—Io so ciò che è lo Czar. Ma, non importa, credo comprendervi. Quando mi ricordo il villaggio ove son nato, ove ho passata lʼinfanzia, ove ho lasciato il mio vecchio padre, ove ho visto morire mia madre.... che il diavolo mi porti! io non mi sento mica a mio modo.
—Ecco la patria, sclamai io. Ora supponete che, invece dello Czar, fosse lʼimperatore di Austria od il Sultano che imperasse al vostro villaggio, come vostro padrone... e conchiudete.
Il capitano non fiatò più, e mi fece segno di andare a lavorare. Quel bruto mi sembrò sconcertato.
Lʼinverno fu aspro, ed io ne sentii tutto il rigore, lavorando quasi sempre allʼaria aperta. Ma non ne fui incomodato. Ero ben coperto. Mi davo un nutrimento sostanziale. Il capitano, per una ragione o per unʼaltra, trovava sempre un pretesto di destinarmi ad unʼaltra occupazione, anzichè a quella assai penosa di issare la gerla a minerale. Io impiegavo la mia settimana di vacanza a costruirmi una baracca per me solo, ed il legno non mi costava che la pena di andarlo a tagliare sulla montagna e trascinarlo.... E sempre facendo sembiante di assestarmi definitivamente e di rassegnarmi alla mia sorte, io prendeva delle misure per svignarmela.
Lʼevasione non presentava alcun ostacolo invincibile: non avevo che a seguire il corso della Schilka ed abbordare la thalweg dellʼAmour, ove comincia la frontiera cinese—la Mandchuria. Formai i miei piani; tirai le mie linee. Rimisi la realizzazione del mio progetto al mese di marzo, quando il paese è ancora gelato, ma lʼintensità del freddo è diminuita, e quando i giorni sono più lunghi. Raccoglievo infrattanto delle informazioni sui posti dei Cosacchi che guardavano i confini, sulla protezione che potevo promettermi dalle Autorità cinesi. Conoscevo già da lungo tempo la topografia del paese, che avevo a percorrere per recarmi, sia a Pekino, sia nella Corea, sia alle sponde del mare del Giappone. Insomma, io mi abituavo a considerare la mia deportazione in Siberia come una partita di piacere, unʼoccasione singolare per accoccare una beffa allo Czar, quando una circostanza venne a tagliar corto alle mie visioni.
Un giorno, verso la fine di febbraio 1864, il signor Astatchef, il concessionario delle miniere, arrivò.
Eʼ veniva da Omsk, da Irkutsk, da Nerscinsk. Mi aveva rimarcato, quando io uscii dallʼanticamera del generale Duhamel. Aveva appreso la scena, che aveva determinata la mia destinazione a Nerscinsk, ed udito con interesse le raccomandazioni dei miei compatriotti. Egli aveva interrogato il generale, che si era mostrato afflitto della severità con cui mi avevano colpito e che egli non avea osato distornare. Il signor Astatchef aveva preso il mio nome, il mio numero di registro a Omsk, poi il numero dei registri a Yrkutsk ed a Nerscinsk. A Ukbul aveva dimandato delle informazioni sul mio conto al direttore e al capitano. Non so che rapporti raccogliesse. Il fatto sta che mi fece chiamare.
—Signore—mi disse egli, guardandomi con attenzione,—percorrendo il registro della miniera, ho osservato che siete stato parecchie settimane malato. Il capitano mi ha informato che è stato mestieri, e lo è ancora, risparmiarvi per non farvi soccombere. Ora, io ho lʼabitudine di tirare dagli uomini che pago il più grande profitto che posso. Lʼuomo non sviluppa tutta la sua potenza che quando è nella linea delle sue capacità. Egli è evidente che non è nel romper massi e nellʼavvolgere una corda che voi mi rendete il vostro meglio.
Le parole erano sensate e dure; ma egli aveva il sorriso sulle labbra, la benevolenza nella voce. Che rispondere?
—Non sono io, dissi, che ho domandato questo genere di lavoro. Ho fatto ciò che ho potuto. Non mi lamento. Non ho dimandato di essere risparmiato. Ora io sono il n. 367; usatene come vi aggrada.
—Calmatevi, signore, calmatevi, riprese Astatchef, non sorridendo più. I vostri compatriotti ad Omsk e la signora Duhamel ella stessa vi hanno raccomandato a me. Ho promesso raddolcire la vostra sventura; vogliate rendermi questo còmpito facile. La vita non è tollerabile che quando la si accetta tale quale è, lavorando sempre a migliorarla. Voi vi rammentate troppo.
—Ma....
—Calmatevi, vi ripeto. Voi dovete avere altre attitudini. La vostra missione nel mondo non era di esser minatore. Non vi hanno appreso solamente a tirar moschettate contro i Russi. Io non biasimo le moschettate. Mio padre ne tirò non male contro i Francesi, i quali vennero a fare appo noi presso a poco quello che noi facciamo contro di voi. Ma, insomma, poichè vi hanno condannato ai lavori forzati, e che vi hanno destinato alle miniere che io fo lavorare, proviamo, io di piacervi, voi di essermi utile. Quale è dunque lʼoccupazione che io posso darvi? Cosa sapete fare?
—Non so far nulla, e posso far tutto. Scegliete voi stesso. So il francese, lʼinglese, il tedesco. Parlo il russo come voi. Scrivo tutte codeste lingue. Conosco benissimo la scrittura, la scherma, la musica, il disegno, persino la pittura. Ebbi, per dirigere i miei studii, un uomo che diceva: bisogna imparare dapprima le cose utili per sè e per gli altri—ed ei mʼinsegnò la storia naturale, la botanica, la geologia, la chimica, la fisica, la meccanica, le matematiche, lʼeconomia politica, la storia.... Restammo lì. La rivoluzione mi chiamò.
—Come? avete tutto codesto nel vostro capo, e sareste ridotto a non servirvi che delle vostre braccia? No, no, io non penso che ciò sia giusto. Abbandonerete la miniera. Eʼ mi sembra impossibile che il governatore della Siberia orientale non trovi qualche cosa a farvi fare, non fosse che chiamarvi a suonare i valzer sul piano della signora Jukowski per far danzare le sue figliuole! Infrattanto, vi prendo come mio secretario fino ad Yrkutsk. Ho non poche carte da mettere in ordine, e son dietro da redigere una memoria per lo Czar. Voi vi caverete di questa bisogna meglio di me, poichè voi siete economista, geologo e botanico.....
—Io non ho lo stile imperiale, signore: ve ne prevengo.
—Lo ritoccherò io. Dʼaltronde non si tratta di suppliche. Io era un semplice mercante di Tomsk, e col lavoro e lʼindustria ho guadagnato qualche milione, e ne fo guadagnare per centinaia al Governo. Ho avuto lʼoccasione di vedere, di osservare, di riflettere molto. La non può durare così in Siberia. Ci mandano qui, tutti gli anni, diecimila condannati in media, senza contare gli anni ubertosi delle rivoluzioni polacche; i matrimoni non scarseggiano; la vita non è punto cara: al contrario; il suolo produce tutto, malgrado gli otto mesi di verno terribile che pesa su noi; abbiamo dei corsi di acqua magnifici; uno strato di _humus_ fertilissimo sopra un letto di ghiaccio eterno; le comunicazioni sono facili; la terra non costa quasi nulla.... e nondimeno, la Siberia è il soggiorno della desolazione e della miseria. No, la non può durare così. Vi è un vizio radicale nel sistema. Io non pretendo averlo scoverto, ma avrò il coraggio di segnalare almeno qualcuno dei difetti secondarii.
—Fate attenzione, gli dissi: codesto coraggio potrebbe divenirvi fatale.
—In Russia non vi è di fatale che la verità politica. Del resto, non vi è a mutar nulla. Noi saremo un giorno assai fortunati di avere i Cosacchi per imporci la libertà! Il male che io segnalo è di natura affatto economica: gli è lo sciupìo delle forze. Si aggioga un elefante per trasportare un foglio di carta! Non vi è proporzione tra lo sforzo ed il prodotto. Si distorna lʼattività umana dalla produzione utile, durevole,—lʼagricoltura,—per la produzione effimera e minima, comparata agli strumenti che si usano, le miniere... Ma parleremo di ciò. Ci siamo dunque intesi. Partiremo fra unʼora. Siate pronto.
Rimasi atterrato. Questo cangiamento di posizione rovesciava il mio avvenire. Bisognava ricominciare il progetto della mia liberazione sur un altro piano, scegliere forse unʼaltra via. Se fossi stato sicuro almeno di restare ad Yrkutsk!....
Due mesi dopo, il governatore di Yrkutsk mi nominava professore di lingua francese in uno istituto di fanciulle, magnifico stabilimento consacrato alla educazione ed allogato sotto la protezione, sʼintende, dellʼimperatrice, rappresentata dalla moglie del governatore. Coprivo inoltre lʼalbum della signora Jukowski di paesaggi e caricature, suonavo le contradanze, come Astatchef lʼaveva bene indovinato, e giuocavo agli scacchi col generale. Tutto ciò per 100 rubli al mese! Me ne andavo in brodo di giuggiole. La mia fuga diveniva una certezza. La frontiera toccava per così dire la mia porta. La città di Kiakhta è a tre o quattro giorni, per _slitta_, nellʼinverno, e là comincia la Cina. Pekino non è che a 360 leghe.
Rimisi dunque il compimento del mio progetto al prossimo inverno. Infrattanto, per abituare il mondo alla mia disparizione, feci dimandare al generale Jukowski, da sua moglie, il permesso di andare a caccia. E lʼottenni.
VII.
Un incidente complicò il mio destino.
Evvi a Yrkutsk un numero considerevole di esiliati polacchi. I deportati del 1862 sgomitano queglino del 1848, questi i deportati del 1831, e tutti salutano i vecchi avanzi del 1825. Tutti costoro, bene o male allogati, esercitano unʼindustria, occupano un posto, riempiono una funzione; e ciò tanto più facilmente, che taluni degli emigrati delle epoche che ho ricordate, han potuto ritornare ai loro focolari, dopo quellʼequivoca amnistia del 1855. Il colonnello Niemcewski apparteneva alla categoria del 1831. Io aveva udito più di una volta mia madre parlar di lui come di un amico intimo di mio padre. Fui felice di apprendere chʼegli abitava Yrkutsk; imperciocchè egli non era stato compreso nellʼamnistia. Mi recai immediatamente da lui.
Eʼ dimorava nel sobborgo, in una casipola di legno, vivendo poverissimamente della piccola pensione di proscritto del Governo e delle limosine dissimulate dei suoi compagni di sventura. Una fanciulla di quindici a sedici anni, di una grande bellezza, sua figlia, venne ad aprirmi la porta, e mi annunziò al vegliardo.
Il colonnello aveva poco più di sessanta anni, ma pareva ne avesse ottanta. Cieco da dieci anni, eʼ si teneva accovacciato sur una seggiola, e si bagnava al sole che filtrava dalla sua finestra. I suoi lunghi capelli bianchi, ben pettinati, gli cadevano sulle spalle. I suoi vestiti, bottonati fino al collo, frusti ma lindi, lo serravano militarmente. Un cane gli teneva luogo di sgabello.
—Sareste voi per avventura parente del mio amico Taddeo Lowanovicz, signore? mi dimandò egli, udendo il rumore dei miei passi.
—Sì, colonnello; sono il suo primogenito, risposi io.
Eʼ si alzò, e mi strinse fra le sue braccia. Tremava in tutta la sua persona. Delle lagrime scorrevano sulle sue guance. Si accasciò quasi sulla sedia; poi, cercando la mano di sua figlia e mettendola nella mia, cui egli continuava a premere, sclamò con voce profondamente commossa:
—Lʼonnipotente Dio sia benedetto! Cesara, io posso morire senza disperarmi adesso; Dio ti ha mandato un fratello.
Io era inginocchiato da un lato della seggiola del vecchio, Cesara dallʼaltro. Ci levammo con un simultaneo sentimento istintivo, e le labbra di Cesara e le mie si toccarono.
—Ve lo giuro sul patibolo di mio padre, colonnello, sclamai io, io sarò un fratello per la figliuola vostra, un figlio per voi.
Allʼindomani, aiutato da un falegname, cominciai ad aggiungere una stanzuccia alla capanna del colonnello. Due settimane dopo, io aveva un focolare. La consolazione entrò nella famiglia. Cesara vi spandeva talvolta la gaiezza: ella cantava con voce meravigliosa i nostri vecchi inni polacchi. Io non parlava più di evadermi, o piuttosto ne parlavamo come di un progetto aggiornato ad unʼepoca indeterminata. Perchè? Ho bisogno di dirvelo?
La primavera, la state passarono senza incidenti. Io aveva conquistato la stima del generale Jukowski, lʼaffezione della parte femminina della sua casa, la benevolenza dellʼistituto ove insegnavo, e la simpatia di tutta la città, senza mettervi gran che del mio, conservando una dignità molto vicina alla fierezza. Vivevamo nellʼagiatezza. Il signor Astatchef mi aveva regalato 500 rubli per la memoria che io aveva redatta sulle sue note, completandole, e che egli aveva trovata di pieno suo gusto ed aveva già indirizzata al Governo, a Pietroburgo. I miei 1000 rubli erano quasi al completo. Sgorbiavo ritratti, che mi si pagavano, e dei bozzetti di paesaggio o caricature per gli album delle dame di Yrkutsk, che io offriva quando elleno me li dimandavano. Due avvenimenti vennero ad offuscar questo cielo radioso.
Alla fine di agosto, il colonnello morì subitamente, di unʼaneurisma al cuore.
Nel mese di settembre, arrivò il generale Ozeroff, governatore di Jakutsk.
Questo generale, aspettando lʼasciolvere, si mise un mattino a sfogliare lʼalbum che io aveva regalato alla signora Jukowski, esposto in vista sur una tavola nel salone. Egli fece i suoi complimenti a questa dama, da uomo galante, sulla ricchezza del suo album. Io entrava proprio allora per parlare al generale. Madama Jukowski mi presentò al suo ospite, il generale Ozeroff....
La scattò come una palla, e fu accordato su due piedi per un movimento irreflessivo, ma irrevocabile: il generale Ozeroff mi chiese al suo collega per dare delle lezioni di disegno alle sue figliuole! Il generale Jukowski mi consegnò, da una mano allʼaltra, come una delle curiosità cinesi dei suoi stipi. Madama Jukowski non ebbe neppure il tempo di gridare: «E le mie polke! chi dunque suonerà i miei _Lanciers?_» Io aveva cangiato di proprietario. Non restava più che una piccola formalità di cancelleria da compiere per mutare il mio numero, e tutto era in ordine. Non si diedero neppure la pena dʼinterrogarmi, di chiedere il mio avviso, benchè io mi fossi presente!—Eʼ non si trattava più di un uomo.
Essi mi avevano non pertanto fulminato.
Dopo la morte del colonnello, lʼamor mio per Cesara aveva acquistato lʼintensità di una passione irresistibile. Nel rantolo dellʼagonia, il padre mi aveva supplicato di proteggere sua figlia. Io lo aveva promesso.
—Voi la sposerete! fu lʼultima parola del vegliardo.
—La sposerò! fu lʼultima parola che egli potè udire sulla terra.
Che promessa avevo io fatta!
Il deportato in Siberia non si può ammogliare che nella classe la più infima e la meno rispettabile della società. Se egli vuole contrarre altri legami, il concubinaggio, per esempio, egli è libero. Ma, se vuole sposare una giovinetta di condizione elevata, o anche nella posizione di Cesara, eʼ bisogna dimandare ed ottenere il permesso dello Czar. In un modo e nellʼaltro però, i suoi figli restano egualmente servi della Corona. Se egli è amnistiato, i suoi figliuoli non possono accompagnarlo: eʼ sono esclusi dallʼamnistia, e non cessano di esser servi.
Lʼukase dellʼemancipazione ha migliorato un poʼ le condizioni di questi miserabili.
Potevo io dunque tenere la mia promessa?
Dʼaccordo unanime, Cesara ed io, aggiornammo la nostra unione, la quale non poteva essere benedetta che sur una terra libera. Infrattanto, accelerammo i preparativi della fuga.
Essendo ad Yrkutsk, e non volendo esporre Cesara alle avventure di ogni sorta di una traversata del deserto, inevitabile per recarsi a Pekino, io aveva risoluto che avremmo provato di arrivare al mare di Okhotsk, sul Pacifico, costeggiando i contrafforti del Baikal e dei Sablonoi, e che avremmo cercato imbarcarci sur un naviglio europeo.
Questo itinerario, gremito altresì di pericoli, lungo, irto di difficoltà, era un atto di disperazione. Nondimeno, non andavamo a tentare Dio.
Lʼordine della partenza per Yrkutsk si abbattè sulle nostre speranze, e le stritolò.
Cosa fare? Scrissi la dimanda allo Czar per isposar Cesara, e la portai al generale Jukowski. Gli confessai il mio amore. Gli parlai della promessa che avevo fatta al padre. Gli dipinsi la situazione di questa giovinetta restata sola. Madama Jukowski si trovava presente. Lʼavevo prevenuta ed interessata in mio favore. Ella ottenne da suo marito e dal generale Ozeroff che la mia fidanzata mi accompagnasse a Yakutsk. Rividi il cielo aprirsi sul nostro capo.
Incaricai uno dei miei compatriotti di vendere la nostra casetta ed i pochi arredi e mobili che non potevamo trasportare, ed affagottai il resto.
Partimmo da Yrkutsk il 17 settembre 1864.
Percorremmo dapprima unʼassai bella strada, fiancheggiata di rododendri e di campi coltivati. Ma il dì vegnente, il paese cangiò, e divenne triste e sterile. Avevamo lasciato a sinistra le sponde dellʼAngara. A Katsciugsk, cʼimbarcammo, il 19, in un povozok sulla maestosa Lena.
Questo fiume prende la sua sorgente nei monti che circondano il Baikal, e da questa sorgente fino al mar Glaciale, ove si getta, percorre 1240 leghe. Ne avevamo percorse già circa 660 fino a Yakutsk. Le sue acque sono torbide e scapigliate. Il suo corso è seminato di risucchi, di isolette, di banchi di sabbia, di oasi. In qualche sito essa è larga nove chilometri; a Yakutsk ne ha ben sette. La Lena traversa il paese dei Tungusi, dei Yakuti, tribù nomade della famiglia dei Mantsciù. Essa riceve parecchi affluenti considerevoli: lʼOrlenga, la Kuta; dei laghi numerosi riempiono gli intervalli dei corsi di acqua. La vallata della Lena si compone di strati di terra gelata, alternati da strati orizzontali di puro ghiaccio. Gli è nelle _toundras_ di questi laghi che si rinvengono gli avanzi di elefanti e di altri mammiferi, che Adams raccolse per il primo, il mammuth che si vede allʼAccademia di Pietroburgo.
Il paesaggio variava poco, quando non scompariva affatto, talmente gli argini della riviera sono alti. Da Katsciugsk fino a Riga, 400 verste, il paese è montuoso, imboscato, pittoresco, coltivato, quasi ridente. A Riga, le montagne si schierano, e divengono rocciose; ma la Lena se ne sbriga, e continua il suo corso fra due rive basse. Ad Ust–Kutsk, scivoliamo sopra banchi di sabbia. Da Zaborya a Kirensk, la Lena descrive delle grandi curve. Traversammo Kirensk, dai bei giardini, la notte. A Tcheki, famoso pel suo eco, a 250 verste da Kirensk, cominciano le rocce calcaree, che penetrano nel letto del fiume, la cui dimensione aumenta fino a Olekma, sur uno spazio di 350 verste. Poi la coltura cessa, e le sponde si abbassano di nuovo per 150 verste. Qui le rive divengono erte, ed il talco del suo suolo si colora a verde pallido.
La Lena si allarga sempre, divenendo più calma. Scendemmo ad Olekminsk, ove il governatore aveva non so che ordini a dare. Povero borgo, reso più triste ancora dallʼaspetto dei Tungusi: grosse teste difformi, coperte di una zazzera lunga, arruffata, sporca, con larghe spalle donde piove una cascata di cenci, e gambe esili terminate da piedi enormi. Vicino alla stazione di Batomoy, 180 verste da Yakutsk, le rocce della sponda destra sʼinnalzano a picco. Un poco più innanzi, ebbimo lo spettacolo sorprendente di una foresta, che brucia e rischiara la nostra traversata di notte: dei fantasimi strani prodotti dalle nuvole di fumo, penetrate di luce purpurea! Ad Ulakhani, a 50 verste da Yakutsk, cessa la dimora del contadino russo, e comincia il paese dei Yakuti.
Il 21 ottobre, arrivammo a Yakutsk, con grande pena e non senza pericoli, considerevolmente avariati dalle zanzare.
La Lena correggiava già i suoi giovani ghiacci, e parecchie fiate ebbimo ad aprirci la via, rompendo le prime lamine di ghiaccio.
Alle tre, era notte.
Mi avevano relegato a Yakutsk per lavorare nella cancelleria del governatore di questa provincia, con 70 rubli di stipendio, come lʼinverno precedente io aveva lavorato alle miniere. Le lezioni di musica, e più tardi le lezioni dʼinglese e di piano, e la partita di scacchi col generale non figuravano nel catalogo dei miei obblighi. Era un piccolo cumulo, pel quale io rifiutai ogni specie di retribuzione.
—Se lo Czar mi ha fatto forzato, dissi al generale, Dio mi ha fatto gentiluomo, come egli aveva fatto granduca Alessandro II, prima di essere imperatore. Per quanto io sappia, le lezioni di musica e il disegno non entrano nella categoria dei lavori forzati in Siberia. Permettetemi dunque, generale, di non allogarveli, e lasciatemi lʼonore dʼinsegnare alle vostre figliuole il poco che ne conosco.
Il generale Ozeroff, da uomo bene educato, di carattere umano, istrutto ed onesto, sorrise, e soggiunse:
—Per il favore che dimandate e che vi accordo, mi farete bene il mio ritratto, spero bene?
—A piedi ed a cavallo, generale, risposi io: ci siamo intesi.