Le notti degli emigrati a Londra
Part 11
Partimmo allʼistante.
Traversai Omsk, ma non la vidi: io entrava nellʼestasi del sogno della liberazione!
Il paese, per cui passiamo, ha lʼaspetto selvaggio e monotono; ma è solamente un poco innanzi la stazione di Turumoff che sʼentra nelle paludi della Baraba.
Il postiglione di questa stazione mi domandò se io avessi una maschera; imperciocchè, quantunque i primi buffi di vento dellʼOceano glaciale avessero cacciato via qualcuna delle specie delle zanzare, restavano ancora troppi di questi dipteri succhiatori per divorarmi vivo prima della fine della traversata. Comperai da lui una maschera di crini, e feci bene.
Queste paludi hanno 325 chilometri nella loro parte meno larga—una specie dʼimbuto in fra gli altipiani più elevati dellʼObi e del Irtitsc. Le acque non hanno scolo, ed il sottosuolo argilloso, che le riceve, non le assorbe. Da ciò gli stagni ed i pantani fetidi e micidiali. Gli abitanti rarissimi di queste contrade desolate le fuggono. Non vi sʼincontra che qualche pastore Ostiako, squallido, tremante di febbre, e trascinantesi dietro ad armenti pieni di vita, che pascolano unʼerba fresca e succulenta.
Gli era infatti un mare dʼerba, che ondulava sotto il vento, ed ove migliaia di uccelli acquatici svolazzavano. Impossibile di asciolvere a Bulatova. Io galleggiava in mezzo ad un nugolo di zanzare, di tafani, di moscherini, di maringuini, di tipole grosse come una testa di spillo, che mi trafiggevano attraverso la maschera ed attraverso il mio gabbano da forzato. I cavalli grondavano sangue dʼogni poro, pugnalati da tafani lunghi un pollice, armati di trombe e lancette formidabili.
A Kamsk, assiso vicino ad un gran fuoco, mi avventurai a prendere una zuppa di rape. Ma non appena servita, era immediatamente coperta da uno spesso strato di questi insetti, che vi si precipitarono alla stordita.
Kamsk è al centro della Baraba. Gli abitanti avevano tutti emigrato a Kolivan od a Omsk.
La strada che segue, fino a Karghinsk, è quasi sempre nellʼacqua. Per indicarla, mettono dei tronchi di abeti per traverso, li ricoprono di argilla, specie di lastrico poco solido e poco durevole. Il terreno oscilla sotto le ruote del veicolo, lʼacqua si agita, il vapore si sprigiona da quelle alte erbe verdeggianti che tremolano; i rami dʼabete, denudati dellʼintonaco argilloso, rassomigliano a tibie umane in un carnaio. Una caligine grigia limita il paesaggio, e si dondola lentamente prendendo forme fantastiche. Delle mappe di acqua giallastra dietro a mappe di acqua verdastra; delle praterie torbose coperte di erbe mostruose, alte sei piedi: giunchi, ginestre, piante paludacee a foggia di canne, fiori selvaggi molto splendidi, gigli, achillee, iridi, ledracocefale... un orrore splendido, che allʼalba ed al tramonto vi riempie di ammirazione e di terrore misterioso! La natura vi celebra le sue nozze della creazione per mezzo della distruzione!
A qualche versta di là, un dramma orrendo si compiè sotto i miei occhi, vicino a Karghinsk. Una _taranta_ ci seguiva, tirata da cinque cavalli, che i tafani avevano imbizzarriti fino alla pazzia, e cui il postiglione apostrofava col suo linguaggio più energico, pregando nel tempo stesso Dio e il diavolo di aiutarlo a contenerli. Ad un tratto, udiamo un grido formidabile di disperazione. Ci fermiamo a guardare: la taranta, il postiglione, i viaggiatori, trascinati dai cavalli, avevano abbandonato il sentiero e vagavano di fianco a traverso il palude. Vedemmo da prima un solco moventesi in mezzo allʼerba, seguìto da un nugolo nero dʼinsetti, poi le erbe cessarono di ondulare, glʼinsetti piombarono sur un punto come un uragano sibilante, il movimento si estinse, il silenzio successe: taranta, cavalli, uomini erano stati assorbiti dallo stagno, ed i feroci dipteri spigolavano i rimasugli della strage.
A Sektinskaia, uscimmo dalla Baraba, che avevamo traversata per cinquanta ore. La contrada non divenne però più gaia. Noi volavamo sempre in mezzo a quella steppa immensa, ove eravamo entrati a Novozaimsk, non vedendo unʼanima che desse indizio di vita fra quelle macchie nere, quelle brughiere e giunchi grigiastri. Arrivammo a Kolivan a mezza notte, e fino a Dombrovino, ove traversammo lʼObi sur una chiatta, la strada conteggiò gli stagni. Qualche figura dal tipo mongolico, qualche casolare popolato di Tartari apparvero qua e là: miseria, lordura, scoraggiamento, impotenza, rassegnazione... Ecco tutto ciò che esprimono quegli uomini, quelle donne, quei fanciulli, coperti di pelli di montoni, cui lʼEuropa si è abituata a considerare ed a temere con una specie di terrore misterioso.
La Russia è abilissima nel dar le traveggole.
Il paesaggio non cangia fino a Tomsk. Questa piccola città avrebbe una fisionomia affatto europea, se non fosse la collezione completa di tipi siberici, Bouriatti, Kalmuki, Khirghisi, che si incontrano nelle strade. Il quartiere tartaro, allʼest, giace sul Toru, che taglia a mezzo la città.
Io finivo di prendere il mio pasto nella stazione e rimontavo nella kibitka, quando la strada fu invasa da una gaia partita di nozze, la quale entrava nella casa dirimpetto. Lo sposo era un Russo, appaltatore di lavatoj dʼoro e di platino; la giovane sposa, una Polacca, figlia di un esule. Un curioso dimandò al gendarme chi io mi fossi. La Polacca udì la risposta. Ella si distaccò come un lampo dal braccio del manto, si slanciò su di me, e mi baciò. Poi strappò dal suo collo un piccolo cuore di oro, e me lo porse, dicendo:
—Vien di laggiù.... era di mia madre!
Il marito andò a cercare del pane e del sale, e me lʼofferse sur un desco, soggiungendo:
—Dio vi consoli, fratello!
Le mie guance si bagnarono. Non potei rispondere una sola parola.
E la kibitka fendè lo spazio come uno sparviere. Il fiume Tchoula, ad Atchiusk, separa la Siberia orientale dallʼoccidentale. A Krasnoirk termina la steppa, che percorrevamo da sei giorni. Anche questa città ha un aspetto completamente europeo. Un bellissimo giardino, specchiandosi nellʼIenisei, presenta uno splendida panorama. Poi, carrozze, donne eleganti, ricche e pittoresche livree, musica militare, passeggio, caffè, sale da ballo: un insieme prospero. Non un giornale!! Vʼè alcuno qui che pensi esservi nel mondo una cosa, che si addimanda libertà, per la quale tanti popoli soffrono e tanti pensatori muoiono?
La strada, fino a Kansk, è magnifica. Noi scendiamo al galoppo la collina, ove accampa Krasnoravsk; valichiamo lʼIenisei, dalle correnti vertiginose, dalle onde chiare e sonore, largo come un lago; traversiamo Kansk, assisa sulla riviera; poi Niveondiusk, ove sono rilegati parecchi dei nostri compatriotti, e passando un fiume dopo lʼaltro, belle valli, casali piacevoli dai campanili di stagno e dalla croce dorata, un territorio boscoso, variato, con betulle, pini ed erbe verdeggianti, la catena degli Oltai a destra e dei Soblonoi di fronte, arriviamo finalmente a Irkeretsk, la capitale della Siberia orientale, adagiata sul versante elevato dellʼAngara—a un mese da Pekia.
In questa città, più chiese che case, case a mattoni e tugurii in legno; il movimento febbrile di una capitale che fa assai; macadam, marciapiedi in legno, piazze ombreggiate, gore di fango, insegne francesi, pianoforti a coda, poliziotti, viali sullʼAngara, lampioni ad olio, milionari: non portinaj nè lacche di montone!
Il governatore è il generale Ionkowski, di cui stavo oramai per divenire umile suddito, o piuttosto misero oggetto. Il capo della polizia, Wokoulski, capitò. Egli esaminò le mie carte, ed ordinò ai gendarmi di continuare la strada. Non si curò nemmeno di dimandarmi se, avendo percorsi, di un sol fiato, 5000 chilometri, io avessi potuto aver bisogno di un poʼ di riposo.
Una scena caratteristica venne a distrarmi ed a rattristarmi. Mentre io aspettava nel corpo di guardia che il capo della polizia avesse letto la mia filza (_incartamento_), due gendarmi, dallʼuniforme azzurro e dallʼelmo di rame, spinsero lì dentro un bipede legato ed incatenato come una bestia feroce. Egli è impossibile figurarsi alcun che di più orrido. Era un forzato, scappato dai cantieri di costruzione di Okotsk. Egli avea cancellato, mediante lʼacido fosforico, le lettere fatali _vor_, ladro, che il carnefice gli aveva impresse sulla fronte e sulle guance, e si era per tal guisa dato un aspetto mostruoso.
—Chi dunque ha perfezionata così la tua bellezza? gli domandò il custode del corpo di guardia.
—Caddi, essendo ubbriaco, in un focolaio ardente, rispose il galeotto.
—Povero uomo, sclamò lʼaltro. Ora, sai tu ciò che la bontà dello Czar ti riserba?
—Ebbene, che dunque? chiese il forzato.
—– Cinquanta colpi di knut, ed il resto, replicò lʼaguzzino.
—Li subirò, disse il vor di unʼaria rassegnata e maligna. Cosa è ciò? Ma non è dello knut che io mi lamento; gli è del mio onore che sʼinsulta, dicendo che io sono un vor corretto.
—Sopporterà desso i cinquanta colpi di knut? dimandai al mio gendarme.
—Prima del ventesimo, eʼ sarà crepato. Pertanto quel mariuolo potria bene andare fino a venticinque, se il carnefice non serra troppo il dito mignolo.
—Ecco ciò che mi aspetta, pensai io, se me la scapolo malamente e se mi riprendono! Grazie allo Czar, tra quellʼuomo e me non vi è più alcuna differenza: siamo entrambi forzati!
—Andiamo, gridò il mio postiglione; io sono pronto.
Un colpo di frusta, e Irkutsk restò alle nostre spalle. Saliamo sempre, contornando la splendida valle dellʼAngara, il livello del lago Baikal essendo più alto di quello della pianura. LʼAngara, più larga del Reno, scorre tra due sponde alte a moʼ di _falaise_, rimboscate di pini e di cedri. La corrente è forte; il colore dellʼacqua è turchino. Il paese è coltivato, alla sinistra del fiume; a destra, sono gole profonde e nere e foreste di abeti. LʼAngara, allo sboccare del lago, larga più di un miglio, si precipita fra due montagne a picco, allogate lì come i due pilastri della sua porta. Lo spettacolo fa impressione, sopratutto se il sole al tramonto lambe ed increspa questa massa immensa dʼacqua limpida e mugghiante.
A Listvenitchnaia, piccolo porto sul lago, lasciamo la Kibitka, e montiamo sur un battello a vapore, che solca il lago per cinque mesi dellʼanno; in ottobre comincia a gelare.
Questo lago è forse il più grande del mondo: 600 chilometri sur una larghezza variabile di 30 ad 80 chilometri. Gli è un cratere vulcanico spento, la cui profondità non ha potuto essere scandagliata. Le rocce obrupte, che lʼinquadrano, hanno unʼaltezza, in qualche parte, di circa 1200 piedi, le une coperte di boschi, le altre nude, dallʼaspetto fantastico e basaltico. Lʼacqua è dolce ed azzurra; lʼondata ha lʼincesso ed i furori di quella del mare. La rena delle sponde è bianca. Qui, i fiotti si frangono contro picchi perpendicolari; là essi dormono, e si affusolano di foglie di piccole ninfacee, delle foglie lunghe e strette dei potomagetoni, delle punte dei miriafilli, e dei fiori rossi della poligonia delle paludi. I palmipedi di ogni specie vi fanno gazzarra e galloria. Delle caverne inesplorate, sui fianchi irti dei balzi del Chamerdoban, giammai senza neve. Lʼeco sempre sveglia. Si direbbe che il Baikal è un pozzo gigantesco, dai margini merlati.
Sbarcammo a Passolsk, sulla riva orientale. Uno dei gendarmi andò a cercare un _telega_ per continuare il nostro viaggio. Avremmo potuto fare il giro del lago al sud per terribili ed impraticabili montagne, poichè la strada postale da Irkoutsk a Selenguinsk non era ancora terminata; ma si volle risparmiarmi questo sopraccarico di disagio. Il viaggio fu così abbreviato di parecchi giorni. Le contrade che percorremmo, avendo continuamente sotto gli occhi, a sinistra, le vette radianti dei monti Vablonoi, variano di tappa in tappa: ora sterili, ora ben coltivate, ora lande rossigne, ora praterie di un verde azzurrognolo.
Passammo la Selenza in chiatta, a Verineoudinsk, ove sembianti polacchi circondarono la mia slitta, mentre si cangiavano i cavalli. La riviera è larghissima. È dessa, certo, fra le riviere del mondo quella che ha il corso il più lungo; perocchè, sotto nomi diversi, le sue acque sʼimmettono nel mare Artico, dopo aver percorso una distanza di 1300 leghe e tagliati ventisei paralleli di latitudine.
Prima di giunger a Tchita, il nostro telega si ruppe. Continuammo la via a piedi fino a questa città. Alla mia destra, si stendeva la Mongolia, culla dei compagni di Tchinghiz–Khan; alla sinistra, le rive del Baikal. Poi, le tribù nomadi dei Buriati, cui i Russi si sforzano invano di fissare; ed a qualche centinaio di verste, la frontiera cinese. Silenzio e solitudine ovunque: lʼinverno cominciava. Lʼaquila ed il caimano, essi stessi, emigravano verso lʼalto Gobi, abbandonando i deserti chiaro–azzurri del cielo, il deserto della terra non offrendo loro più prede. Il suolo non ha più vita...
Infine, eccoci a Nertscinsk.
Avevo percorsi ottomila chilometri di un solo fiato. Ero spossato. Avevo visto poco del mondo che fendevo a tiro di ala. Avevo vissuto di una vita interna: fino ad Omsk, del passato; a partir dallʼannunzio della mia sentenza, dellʼavvenire. Ora, eccomi solo, ma risoluto, in faccia al destino.
VI.
Nertscinsk è un borgo di 2000 anime, sulla sponda sinistra della Schilka, al confluente della Nertcha, ornato di un Osservatorio e di una scuola delle miniere. La direzione e lʼamministrazione dello scavo delle miniere di oro, di piombo argentifero, di stagno, di mercurio, di rame di queste regioni, sono concentrate in questa piccola squallida cittadina, ove si versano tante lagrime, ove esplodono tanti ruggiti. Le miniere propriamente sono a 300 o 400 verste ancora al nord–ovest, fra i monti Sablonoi, nella vallata della Schilka, e al di là del confluente della Schilka e dellʼArgun, lungo lʼAmur. Io non avevo dunque raggiunto ancora esattamente il mio destino.
Ricevei quel giorno stesso la visita del capo della polizia. Eʼ mi squadrò con una persistenza fredda, che mi rivoltò internamente; sfogliò il mio incartamento, e non mʼindirizzò affatto la parola.
Allʼindomani fui chiamato appo il direttore delle miniere. Era un uomo adiposo, dallʼocchio vivo, di origine tedesca, dallʼaspetto gradevole ed esperto.
—Siete dunque venuto di un sol tratto da Varsavia a qui? mi chiese egli.
—Sì, signore.
—Avete lʼaria malata ed assai delicata; perchè non avete voi dimandato di riposarvi un giorno o due a Omsk, a Yrkutsk? Ne avevate il diritto.
—Perchè ho avuto paura me lo rifiutassero, dissi io abbassando il capo.
Il direttore tacque, e mi osservò più attentamente; poi soggiunse:
—Vi resta ancora trecentoquaranta verste a percorrere, prima di arrivare alla mina di Ukbul, ove dovrete lavorare. Avete qualche cosa a dimandarmi?
—Sì, se lʼosassi, non sapendo se ciò sia nelle vostre attribuzioni.
—Osate.
—Ebbene, vorrei essere liberato delle mie catene. Sono circa tre mesi che non ho levato i miei stivali.
—E poi ancora?
—Oh! sclamai io, con un vivo slancio di riconoscenza, potreste voi cangiare la mia destinazione? Quelle miniere di verderame....
—Ciò, no. La pena è fissata dal governatore generale della Siberia occidentale, il quale, peraltro, non ne aveva il diritto, poichè voi venivate nella Siberia orientale. Gli è dunque il governatore generale della Siberia orientale, che può revocare la sentenza, ovvero il concessionario delle miniere del Governo, il signor Astatchef, che può derogarvi. Bisognerà fare una domanda e farla appoggiare dal direttore della miniera di Ukbul.
—Mi rassegno.
—Le vostre catene vi saranno tolte, e partirete fra tre o quattro dì. Non sovvenitevi troppo di ciò che foste, signore; la fierezza non può che peggiorare la vostra condizione, di già sì trista.
Eʼ chiamò, e dette degli ordini. Unʼora dopo, ero sgravato dei ferri, e passeggiavo per la città.
Ecco la Russia, ed ecco la causa dei giudizi contradditorii che si portano sopra di lei: un funzionario vendicativo aveva aggravata esorbitantemente la mia pena a Omsk; un funzionario umano lʼaddolciva più che non avrebbe potuto, perocchè io avrei dovuto conservare le mie catene fino ad Ukbul!
Incontrai molti Polacchi, che mi diedero utilissimi ragguagli. Mi comperai dei vestiti caldi, dei grandi stivali di pelle di cane di mare, un berretto a pelli, che scendeva fino alle spalle e mi copriva il viso, non avendo che piccoli fori per la bocca e le orecchie. Cangiai un centinaio di rubli, e cucii il resto in una specie di legacci, che attorcigliai alle mie gambe, sotto le mie calze—e compresi lʼutilità di questa precauzione ad Ukbul, quando mi misero affatto ignudo, fino alle anche, per verificare i miei connotati presi a Varsavia. Mi munii di un poco di chinino, cui nascosi pure nei risvolti dei miei stivali. E sei giorni dopo, ero alle miniere.
Il direttore, o piuttosto lʼispettore, al quale il mio gendarme rimise le carte che mi riguardavano, venne. Mi fece spogliare, e, colle carte in mano, verificò la mia identità. Poi ordinò dʼiscrivermi al registro dei forzati, sotto il numero corrente, e di condurmi ad una specie di _yurta_, cui due altri minatori già occupavano. Cessai dʼallora di essere un individuo, e non fui più che _il numero_ 367.
Allʼindomani mi condussero alla miniera.
I pozzi della miniera erano in un precipizio della montagna, uno screpolo perpendicolare, largo un chilometro ed alto duemila piedi. La state, una magnifica cascata, prodotta dalla fusione delle nevi dei Sablonoi, metteva in movimento una ruota idraulica al servizio della miniera. Lʼinverno, quella cascata si cangiava in una gittata di cristallo sulle pareti grigie e rossastre della roccia. La fessura della montagna aveva delle asperità, ove si accoccavano dei ciuffi di lichene, degli arbusti e degli albericciuoli, che, lʼinverno, assumevano lʼaria di sgorbi geroglifici sur un foglio di carta bianca. Il vertice della montagna restava accappellato di neve tutto lʼanno; gli spaldi, coperti di abeti e di betulle, prendevano per quattro mesi un bellʼornamento verde cupo. Ora, di già ottobre, lʼinverno era cominciato, la neve era caduta, il vento soffiava: non più foglie, nè erba, nè uccelli; un sole squallido di freddo, che si coricava alle tre e mezzo; un cielo sovente splendido, la notte, chiaro il giorno, ma rischiarando poco; o lʼuragano di neve, che polverizzava ed aguzzava ad aghi la brina della vigilia. Una tristezza infinita succedeva ad una fatica snervante.
Io aveva visitate, nei miei viaggi, le miniere dellʼInghilterra, del Belgio, dellʼAllemagna, perocchè io aveva studiato la geologia e la mineralogia. Non avevo fatto, del resto, che studii utili—e perciò molto poco di scienze morali e punto di metafisica. Le miniere della Siberia non mʼoffrirono alcuno di quei progressi che facilitano lʼesplorazione, raddoppiano la produzione, garantiscono la vita e la salute del minatore. Quindi, non pompe idrauliche per lʼestrazione dellʼacqua e la trazione del minerale, non ferrovie nellʼinterno delle gallerie, non _men–engine_, come si chiama in Inghilterra, o _fahrkunst_, come si addimanda in Germania, per salire e discendere i minatori; non lʼassisa salubre del minatore inglese e la candela al cappello che lo rischiara.
Il pozzo dellʼUkbul aveva 430 metri di profondità, ad asse inclinata. Bisognava discendervi per una scala interminabile, con rare panche di riposo,—operazione che prendeva unʼora e mezzo, e due ore per salire, e dava agli operaj delle anemie, di cui infine morivano. Alcuni preferivano a questa fatica, quando il potevano, il paniere a minerale, così pericoloso.
Dugento cinquanta minatori lavoravano allʼopere diverse dellʼinterno, sorvegliati da caporali, sorvegliati essi pure da un capitano, e tutti sotto la direzione dʼun intendente. La miniera aveva degli strati di rame e di stagno. Io era stato destinato al traforo delle gallerie. La miniera aveva parecchie gallerie laterali e parecchi pozzi negli strati, ove ci recavamo, sospesi ad un pezzo di fievole corda avvolta ad un verricello. Lʼinfiltramento dellʼacqua, durante lʼinverno, diminuiva moltissimo, e lʼacqua gelava appena messa in contatto dellʼaria nel serbatoio. La si tirava su allora nel paniere a minerale.
Io non obblierò giammai la prima impressione che mi colpì.
Erano le otto del mattino, quando misi il piede sul primo piuolo della scala del pozzo. Le poche lucerne, che fumigavano nei buchi del muro, servivano a constatare, anzi che rischiarare le tenebre. Sul mio capo, delle ombre che si sprofondavano nel baratro; sotto i miei piedi, degli spettri, ai quali la poca luce, che filtrava dallʼalto, esagerava i cenci selvaggi e le proporzioni difformi. Ciascuno si vestiva di ciò che poteva; di brani di pelle di vitello marino o di montone, di lembi della casacca del galeotto. I sembianti erano divenuti orridi. Ogni compagnia era seguita dal suo caporale, armato di scudiscio. Queglino che avevano raggiunto il fondo del pozzo lavoravano già, ed io udiva i colpi del martello, il rumore metallico del punteruolo risuonante sulla roccia. La banda, di cui io faceva parte, si fermò ai tre quarti della scesa, ad una galleria traversale che si prolungava.
Si lavorava già ad un pozzo interno scavato nel filone. Si praticava un buco di mina, battendo lʼun dietro lʼaltro sullo scalpello, cui un terzo minatore sosteneva. Il macigno era duro, e scintillava sotto lʼaddentar dellʼacciaio. In una galleria vicina, si trasportava il minerale abbattuto fino al sito dellʼestrazione. Il luogo era schiarato appena. Lʼaria mancava, e la respirazione ne soffriva. Benchè più calda che alla superficie del suolo, lʼaria era ancora pizzicante e viziata in quel dedalo inestricabile, ove si affondava e circolava. Il terreno, che scavavamo per profondar le gallerie, si sbricciolava, quando non incontravamo il piperno: quindi due pericoli, due catastrofi, che si rinnovellavano ogni settimana—degli sfondamenti imprevisti, talvolta provocati a disegno, che sotterravano i minatori; ovvero lʼesplosione a contratempo di un cavo di mina, che li acciecava, li sfigurava o li uccideva. Il minerale, sminuzzolandosi, degenerava in fine polvere: arsenico, se era minerale di stagno; verderame, se era rame. Noi respiravamo dunque del tossico a piene sorsate. Se la stanchezza ci guadagnava, il caporale, sempre cupo e silenzioso, scaricava per di dietro un subisso di colpi. Se si cadeva spossati, lʼintendente tratteneva i pochi kopeki di mercede, che lʼintraprenditore della miniera accordava per vivere. Imperciocchè il Governo non somministra ai condannati che due _pound_ di farina di segala—33 chilogrammi—e cinque franchi al mese, con che bisogna nudrirsi, alloggiarsi, tenersi in essere. I minatori possono inoltre disporre di una settimana sopra quattro a loro talento. La giornata di lavoro era di dieci ore.
Dappoichè la mia vista si fu abituata alle tenebre, io rabbrividii allʼaspetto dei dannati fra i quali mi trovavo. Degli uomini a lunga barba, dalle lunghe zazzere orribilmente irte e luride, dal color quasi nero, le guance ed il fronte stigmatizzati dal ferro rovente, che vi aveva impresso la sinistra sillaba vor; cogli occhi stralunati di collera concentrata e di disperazione, quasi nudi o peggio che nudi, con cenci infami, lʼalito fetido, la pelle scagliosa o screpolata, bestemmiando o lamentandosi di aver fame... ovvero, se erano condannati politici come me, dei sembianti squallidi, scarni, tisici, dei corpi affranti, esalando lʼanima, alitando, ferendosi ad ogni colpo di vanga, uccidendosi di lavoro per non esser battuti....