Le notti degli emigrati a Londra

Part 10

Chapter 103,859 wordsPublic domain

—Ebbene! io non voglio che tu soffra, io. Se fosse almeno per salvarti la vita! Ma no. Tu sei condannato, avvenga che vuolsi. Ti si tormenterà per istrapparti delle confessioni; e ti si manderà al patibolo perchè ti sei battuto. Oh no! ho veduto impiccare tuo padre, mi basta.

—Ma che possiamo noi fare, madre mia? Quandʼanche avessi qualcosa a dire, e non ho nulla, io non posso parlare.

—Ma, disgraziato figliuolo, gli è appunto quello che io temo. Tu potresti parlare, perchè non sai nulla. Il dolore potrebbe strapparti dei gemiti, che essi prenderebbero per parole. Puoi divagare. Il delirio potrebbe impossessarsi di te nello spaventevole turbamento che essi gettano nel tuo sangue. Chi può esser sicuro di sè? Chi conosce appuntino la tempera dei propri nervi? Ora, figliuolo mio, un solo sospiro, che può esser interpretato come una confessione, è il disonore.

—Oh! Dio mio, madre mia, perchè venite voi a mettere questa costernazione nellʼanima mia, sclamai io in una suprema angoscia. Ho io mostrato qualche segno che vʼispiri codesti dubbii?

—Io voglio prevenire, voglio risparmiarti il dolore. Voglio strapparti al supplizio. Ah! se tu potessi vivere. Ma la tua sentenza è segnata. Il tuo patibolo è rizzato. La sorte che ti destino, del resto, sarà anche la mia. Io non posso sopravvivere alla tua morte, avendo lʼaltro nel partito figlio dei carnefici. Sono stanca di piangere, di sperare, di pregar Dio che non ci ascolta, di credere ad uomini che ci tradiscono. Vuoi tu che io divenga russa alla mia volta, e che io solleciti lo Czar onde castighi codesta Germania, codesta Francia, per le quali noi abbiamo versato tanto sangue e che non hanno per noi neppure una fiera parola?...

—Madre mia, voi parlate come mio fratello. Rassegnatevi.

—Io preferisco non più vederti, anzi che perdonare ai nostri nemici. Dunque, figlio mio, la mia risoluzione è presa. Io non voglio che tu subisca la tortura; non voglio che tu sii esposto al pericolo di una confessione per debolezza nervosa; non voglio che tu muoia per mano del carnefice. Poichè tu devi morire, muori di mia mano; poichè tu devi passare per unʼagonia spaventevole e lunga, abbreviala. Schiaccia sotto i tuoi denti questo lampone di vetro: ho anchʼio il mio.

—Che cosʼè ciò, madre mia?

—Dellʼacido prussico. Essi verranno a cercarti or ora per trascinarti dinanzi ai giudici: troveranno due cadaveri. LʼEuropa ne sarà atterrita, e avrà forse un rimorso.

—Mai più, madre mia, gridai io. Io non mi ritraggo dinanzi al mio destino, qualunque possa essere. Non più una parola su ciò. Voi mi fate arrossire. Guardate dunque quel giovane, in quellʼangolo della segreta, ridotto un gruppo di carne marcita. Sono io a quel punto forse, perchè mi proponiate di suicidarmi nel fondo di un carcere? Sono io più vile, che debba spaventarmi di soffrire almeno quanto lui? No, madre mia, io voglio andare fino alla fine; io non sono ancora esaurito.

—Ma io lo sono, disse allora Zoliwski con una voce sì affranta, sì spenta, che parve mandasse lʼultimo anelito. Di grazia, o signora, datemi la salvezza che vostro figlio rifiuta, senza sapere ciò che rifiuta.

Essi avevano udito la nostra conversazione, benchè tenuta a voce bassa. La madre di Zoliwski si trascinò ai piedi di mia madre, senza aprir bocca, e li abbracciò. Io era annientato. Mia madre tremava in tutta la persona.

—Guardatemi, signora, continuò Zoliwski. Non ho un pollice della mia pelle che non sia lacerato. Non ho un muscolo che non sia straziato; non ho più un osso al suo posto; non ho più un organo che funzioni altrimenti che per darmi gli spasimi più atroci. Le ore della mia spaventevole agonia sono contate. Abbiate pietà di un cristiano, signora; abbreviate, poichè lo potete, il mio terrore: io assisto alla mia distruzione.

La madre non diceva nulla. Ella abbracciava sempre i piedi della mia. E mia madre, profondamente scossa, pareva convinta, benchè esitasse.

—Sarebbe un omicidio! esclamai io.

—No, riprese Zoliwski, è una liberazione, forse una redenzione. Io sento che non resisterei più. La prossima volta parlerei forse.... Orrore! lʼinfamia per me, la morte per chi sa quanti altri! Oh grazia, signora, grazia! Voi avete nelle vostre mani lʼonore e la vita di un uomo, che non è stato figlio indegno della patria.... Pietà per il vinto! mercè pel debole! abbiate carità di me.

—Prendete, gridò mia madre, non resistendo più. Dio mi giudicherà.

Non fu che un lampo. Prima che avessi raggiunto il braccio di mia madre per arrestarla, la madre di Zoliwski aveva abbrancato il lampone di acido prussico, e se lʼera cacciato in bocca.

—Lʼaltro per mio figlio, dissʼella alzandosi: Dio onnipotente non mi strapperebbe più questo.

Non posso descrivervi il terrore, che sʼimpadronì di noi. Chiamare i carcerieri era un tradire mia madre. Lasciar compiere il suicidio di quella donna era un assassinio. Tentare di strapparle la capsula fatale, le cui pareti avevano lo spessore di una pellicola di cipolla, era forse affrettare la catastrofe. Aggiungere al martirio di Zoliwski lo spettacolo della morte di sua madre era unʼesecrabile atrocità. Le preghiere, le ragioni, le minaccie, le promesse non servirono a nulla. La madre supplicò che la si lasciasse morire nelle braccia del figlio. La disperazione tranquilla di quei due infelici era irresistibile. Lʼeloquenza del figlio avrebbe intenerito lo Czar Niccolò. Io non sapeva più che dire. Io non trovava più una sola ragione seria.—Mia madre tremava come una foglia, ma era intenerita. La madre di Zoliwski si gettò di nuovo ai suoi piedi, e pianse, supplicò.... Mia madre cedette. Volse il capo, nascose il suo viso nel mio seno, allungò la mano, abbandonò la capsula, e compì lʼomicidio. La madre di Zoliwski gettò un grido di gioia selvaggia, baciò la mano di mia madre, e si precipitò sul suo figlio.

Si fece silenzio. I nostri cuori non battevano più. I nostri petti non respiravano. Tutto ad un tratto lʼabaino della segreta si rischiarò. Udimmo dei passi nel corritoio, poi il rumore dei fucili, poi lo stridere delle chiavi. Lʼispettore delle prigioni entrò. Lʼora del colloquio era scorsa, egli veniva per far escire le due signore.—La cellula era rischiarata dalla lucerna del carceriere. Ci volgemmo verso il gruppo delle due creature, che avevamo fulminate. La madre ed il figlio si tenevano allacciati nelle braccia lʼuno dellʼaltra, bocca a bocca, cuore su cuore. Lʼispettore li scorse, e non ricevette risposta ... Dio nella sua misericordia infinita avrà perdonato a mia madre! Fu un grido di terrore, che scappò da tutte le bocche.

Tre giorni dopo, io partiva per la Siberia, «la terra dalla quale non si ritorna più!»

La Commissione dei calligrafi avendo constatata la verità del mio racconto, mio fratello aveva ottenuto dal granduca Costantino la commutazione della pena di morte, pronunziata dal Consiglio di guerra, in quella della deportazione a perpetuità e cinque anni di lavori forzati in Siberia.

V.

Ciò che mi aveva maggiormente afflitto nella mia sentenza era la degradazione dalla nobiltà. Io sono poco democratico. Non disprezzo il popolo, ma amo meglio innalzarlo fino a me collʼistruzione e col lavoro che discendere fino a lui, abdicando una parte di me stesso. Pure, siccome lʼapplicazione della pena non principiava che dal giorno del mio arrivo a destinazione, così io godeva ancora deʼ due privilegi della nobiltà russa: lʼesenzione dai castighi corporali, e il non esser condotto in Siberia per _convoglio_.

Il convoglio è una carovana di cento a duecento cinquanta condannati di ogni specie, riuniti sotto la sorveglianza dei soldati e di qualche Cosacco. Fanno il viaggio a piedi, incatenati a due a due, colle mani o col piede, ad una catena comune a tutti. Essi camminano due giorni, si fermano il terzo in capannoni costrutti espressamente lungo la via, da Kiu fino a Nertscinsk, sotto la dipendenza assoluta dellʼufficiale che li conduce, durante un tragitto che dura un anno fino a Tobolsk, e due se la destinazione è alle terribili mine di Nertscinsk.

Quando io ebbi udita la mia sentenza e lʼebbi sottoscritta, mi denudarono fino alla cintola, e si presero i miei connotati. Poi fui vestito del cappotto grigio a maniche corte, da viaggio, e mi furono levate le manette, che mʼavevano chiuso i polsi durante un mese.

Non mi ricordo di aver mai avuto in mia vita una soddisfazione più inebbriante.

Mentre si procedeva a questa operazione, lʼispettore della prigione mi lasciò scivolare furtivamente qualche cosa nella mano. Erano due borse contenenti mille rubli oro, che mio fratello mi faceva tenere. Credetti venissero da mia madre. In Russia, come dovunque più o meno, i funzionarii sono venali. Lʼispettore mi rimetteva quel denaro di nascosto, a fine di sottrarmi alla rapacità degli agenti russi, per le cui mani io doveva passare. Nascosi le borse nei rovesci dei miei stivali. Era quella unʼarma di salvezza. Lʼindomani, a cinque ore, mi trovai installato, fra due gendarmi, in una kibitka.

Varcando la porta della cittadella, io volsi il capo per dare un tacito addio a tante anime desolate che gemevano là dentro. Mio fratello, ritto dietro un casotto da sentinella, silenzioso e pallido, era venuto per vedermi partire e per dare di nascosto duecento rubli ai due gendarmi, che dovevano accompagnarmi fino ad Omsk. Cavò il suo kepì, senza avvicinarsi. Sentii sdilinquirmi nel cuore. Stesi le braccia verso di lui: la kibitka partì come una freccia. E mia madre? Pensai che la nobile donna si fosse offesa del mio rifiuto di suicidarmi e mi tenesse il broncio. Mʼingannavo. Rannicchiata dietro lʼangolo di una casa, mi vide passare, e svenne.

La mia lotta cogli uomini era finita, io andava a principiare una lotta col destino.

Dico il destino, poichè per gli uomini, dai miei gendarmi fino al governatore generale della Siberia, io non era più un individuo, ora, ma un oggetto pericoloso. Essi erano la forza, io non era più una volontà; io doveva dunque subire, come un corpo inerte, le leggi di gravitazione di tutto il sistema dello czarismo.

Viaggiavamo colla rapidità di 14 chilometri allʼora, che aumentò, anzi che diminuire, fino a Nertscinsk.

La mattina era splendida e calda; tutto sorrideva e cantava. La tensione straordinaria delle mie facoltà, da un mese in qua, si rallentò tutto in una volta, ora che la mia sorte era fissata. Mi accasciai per istanchezza, come un pallone che si sgonfia. Poco disposto naturalmente a conversare, non trovando nulla dʼaffabile nei miei gendarmi, la cui fisionomia stupida mi urtava; vinto che non si rassegna e che perciò si raccoglie in sè stesso, chiusi gli occhi, e mi addormentai, tessendo nel mio spirito tutto un piano di resistenza legale e di rivolta, se lʼoccasione mi avesse favorito. La natura esterna, in questi primi giorni di vita interna o di abbattimento, non ebbe alcuna presa su me. Che io vegliassi o dormissi, io era assente. Non principiai ad aver coscienza di me stesso se non quando, dopo aver traversato Minsk, Smolensk, Mosca, i tre cavalli della kibitka si lanciarono in contrade, ove io non aveva ancora viaggiato, e che perdevano, di tappa in tappa, la fisionomia europea. Le strade erano detestabili, perchè la via ferrata le faceva negligere. Vladimir, che traversammo in mezzo alla nebbia dellʼalba, mi parve desolata. Nijni–Novogorod aveva lʼaspetto di una decorazione dʼopera. Sospesa quasi a picco sul Volga, essa si aggruppa sopra unʼaltura ove alcuni precipizii, uniti da ponti, limitano i quartieri della città. La città nuova è sulla riva diritta di questo fiume, che mette in comunicazione il Baltico col Caspio, lʼaorta della Russia, ove la sua vita commerciale palpita più vivamente. Battelli a vapore, bastimenti a vela, barche dʼogni sorta sʼincrociavano, venendo dal nord o dallʼest, o recandovisi. Questa città acquista uno strano aspetto, dicono, al tempo della fiera, poichè vi si vedono allora tutti i campioni delle razze e semi–razze dellʼEuropa e dellʼAsia, dal Parigino fino ai Kirghisi, ai Persiani, ai Turchi, agli Armeni, ai Georgiani, ai Calmucchi, agli Indù, ai Turcomani, ai Russi, ai Cosacchi, ai Tartari ... Vi ci fermammo il tempo di cangiare i cavalli, prendere un pasto e fare alcune provvisioni, poichè i miei gendarmi avevano veduto che io non mi adattava gran fatto al pan saraceno ed alla zuppa di cavoli condita con olio rancido, soli alimenti che potevano offrirmi nelle tappe successive.

Avremmo potuto prender qui il battello a vapore sul Volga e sulla Kama, che ci avrebbe condotto diritti a Perm. Ma tale conforto non è accordato ai viaggiatori della mia categoria. Continuammo dunque per la via ordinaria.

Costeggiammo quasi sempre le rive del Volga. Il fiume dà una certa animazione ed una fisionomia a queste contrade, singolari dʼaltronde pel tipo, i costumi e le abitudini deʼ suoi abitanti. Tutte le varietà del tipo tartaro vi sono rappresentate, ed oltre i Tartari, vi si scorgono i resti di quelle orde venute dallʼAsia, la cui origine è nella razza mongola, colle numerose ramificazioni che sbucciano da quella grande linea.

Da questʼAsia pittoresca, che si traversa, si casca in una città assolutamente europea, Kazan, ove cʼè museo, università, ginnasio, osservatorio, vescovato, teatro, officine, scuole primarie, e tutto ciò che una città incivilita può offrire di _confortable_, di fastoso, di aggradevole. Avrei potuto simulare una grande stanchezza, una malattia anzi, senza troppe smorfie, poichè io era molto pallido ed avevo lʼaspetto dʼun tisico senza speranza. Ma non avevo ancora imparato che nella disgrazia occorre esser nobile, ma non fiero. Facevo le mie prime prove. Ondʼè che rispondevo a monosillabi, ovvero restavo silenzioso verso i curiosi e le curiose, molto convenienti e pieni di compassione del resto, che ronzavano a me dʼintorno, sia che io restassi nella kibitka, o che cercassi ravvivare un poʼ le gambe indolenzite negli uffizii delle tappe. I gendarmi mʼinformarono allora che mio fratello aveva dato loro 200 rubli, onde procurarmi per via tutti gli alleviamenti che potessero, senza compromettersi. E se qualche ufficiale delle stazioni si stupiva della loro premura nel servirmi, essi mormoravano: «Suo fratello è lʼaiutante favorito del Granduca Costantino; chi sa dunque?» Non occorreva di più.

Il paesaggio era monotono: steppe e foreste. E poi, lo confesso, io non intendo bene in tutta la creazione, che una sola bellezza, quella della donna! Gli splendori della natura, i prodigi dellʼarte, faceano poco effetto su me. Noi abbiamo tutti delle corde che vibrano e delle corde rotte, in quanto alle armonie esteriori. Traversai Viatka di notte. Dormivo nella kibitka come nel mio letto. Le notti erano fredde. Eravamo in settembre, vale a dire al principio del verno per contrade che non conoscono stagioni intermedie. La vallata della Kama non acquista una bellezza affascinante che allʼalba ed al tramonto, quando i bianchi vapori espirati della notte si dissipano, prendendo forme fantastiche vivamente ondulate, o quando la caligine della sera avviluppa di un velo misterioso i campanili delle chiese greche e i minareti dei villaggi, le foreste che si sottraggono allo sguardo, e le distanze che scompaiono come per rientrare nelle sacre funzioni della natura. Nulla di carezzevole in tutto ciò che ci circondava; ma non pochi profili giganteschi e boschi immensi ci sorprendevano. Ed eccoci a Perm, ai piedi della catena degli Urali, la porta di quella cittadella da titani che noi ci accingevamo a scalare.

Dietro a noi, la valle della Volga e della Kama, il mondo reale; dinanzi a noi, i picchi coperti di nevi, le roccie scarne, le foreste secolari, i valloni profondi, le vette vergini, i precipizii irti, i torrenti sonori e... la Siberia: lʼindefinito e lʼinfinito.

Una bella giovinetta venne ad offrirmi delle ciambelle: era il giorno della festa di sua madre. Il direttore della posta mi offerse il thè: il samowar bolliva sul suo tavolo. Accettai. Poi, siccome occorreva rattoppare non so che di rotto nella kibitka, così mi stesi sur un banco, e mi addormentai.

Perm è una triste e sordida cittaduzza commerciante. Per contrario, la strada, che taglia traversalmente la catena degli Urali, fino ad Ekaterinenburg, è magnifica. Queste montagne sono popolatissime di borghi, o piuttosto _stabilimenti_, come li chiamano, proprietà in parte della Corona, in parte dei signori padroni delle mine. Tutti sono minatori in queste castella, persino le donne ed i fanciulli. Si estrae il ferro, il rame, anche lʼoro, il platino, lʼargento, e marmi preziosi, e pietre fine. Il paese è ricco; le case e gli abitatori che incontriamo in questi valichi e gole grandiose, han lʼaria prospera e felice. La strada penetra nelle selve, taglia le rocce, si slancia sulle correnti, che scorrono verso il mar Glaciale ed il Caspio, costeggia gli abissi vertiginosi, lambe le vallate che, durante la state, debbono essere deliziose; si precipita a perpendicolo nelle frane, sotto i rami dei pini selvaggi e degli abeti, che già si sprizzolano di brina, mentre le cime dei monti si mantellano di nuova neve. Noi calpestammo la neve della notte. La montagna non ha ancora voci, ma essa ha già dei sospiri, e, nella notte, dei gemiti; le rocce infocate nella state si fendono di un tratto, il vecchio albero scoppia, e dà il suo alito estremo! I camini di qualche opifizio fumano. Le macchine idrauliche strepitano. I torrenti mugghiano. Noi voliamo attraverso tutto ciò, senza prender fiato, senza allentare il galoppo; ci arrampichiamo sui vertici come aquile, sprofondiamo negli abissi come valanghe, così sicuri come se percorressimo i viali di un parco. Il postiglione, i cavalli il veicolo, hanno unʼanima sola—unʼanima che sfida lʼaudacia stessa. Ah, se io fossi poeta, che inno! Ah, se io fossi trovator di armonie, che fanfara!

Gli Urali son valicati: siamo a Khaterinenburg, ai piedi del versante opposto, il versante orientale: siamo in Asia, siamo in Siberia! La città ha qualche bellʼedifizio: la zecca, lo stabilimento della direzione delle mine, lʼarsenale ove si fondono cannoni e fabbricano armi, la dogana... Vi è grande movimento industriale e commerciale: forni, opificii, officine di pietre preziose, lavatoj dʼoro e di platino... che mi importa tutto ciò? Io non sono più unʼanima.

I lineamenti del Siberiano sono regolari, ma pallidi. Non si resta chiusi impunemente per otto mesi dellʼanno in camera riscaldatissime, poco o punto aereate.

Poi di nuovo la pianura. Passiamo lʼIsset, poi la Tura, sulla quale si stende Tiumen. Mi disponevo a discendere dalla kibitka per pranzare, mentre si cambiavano i cavalli, quando scôrsi alla porta dellʼalbergo della posta parecchi uffiziali russi. Mi vi assisi. Essi osservavano i miei movimenti, e chiesero ai gendarmi chi mi fossi.

—_Uno sventurato_, risposero i gendarmi, un Polacco condannato politico.

Quegli uffiziali appartenevano ad un reggimento, che era stato parecchi anni di guarnigione in Polonia. Lo avevano balzato in Siberia per punirlo, non volendolo sterminare. Il capitano si avvicinò, e mi pregò, coi modi più dilicati e squisiti, di andare a pranzo con loro. Mi sentii commosso: lʼinvito era così imprevisto, inatteso, contrario al corso delle mie idee.... Accettai. Dieci mani si stesero per aiutarmi a discendere. Sʼintuonò lʼaria di Dombrowski: _No, la Polonia non perirà!_

Io non so se il pranzo fu buono, o cattivo. Credetti cullarmi in un sogno. Era io a tavola con uffiziali russi, o in un club di repubblicani? Un motto sopra tutto mi colpì: questo motto è tutto un programma, forse il programma dellʼavvenire.

—Non è contro la Russia che i Polacchi debbono insorgere, ma contro lo Czarismo, disse il capitano. Allora, invece di esser nemici, noi saremo fratelli dʼarme. Prima di essere Russo o Polacco, gli è mestieri esser uomo.

Lo Champagne scorse a fiotti. La Russia è il paese ove si consuma più di questo vino, autentico o apocrifo che sia.

Il destino definitivo dei deportati è fissato dalla Commissione che siede a Tobolsk, quando condannati vi arrivano per convoglio. Io arrivava in kibitka. Gli era dunque il governatore generale della Siberia occidentale, residente a Omsk, che doveva statuire sul mio stabilimento. Partimmo dunque diritto per questa capitale.

A Novozaimsk, dopo Yalontorowsk, entrammo nelle steppe, cui percorremmo per parecchi giorni, molto al di là di Tomsk. Le strade sono cattive, il cielo grigio e basso; il silenzio sarebbe assoluto, se i campanelli dei cavalli non lo interrompessero. Passiamo lʼIchim presso Abatskaia, e cominciamo a trovare dei blokhaus di terra e di legno, di distanza in distanza sulla strada, ma abbandonati, dappoichè le tribù dei Kalmuki e dei Khirghisi si sono sottomesse definitivamente.

La Siberia pesava già sopra di me: la tristezza mi opprimeva. Nelle vicinanze di Omsk, un barcone ci prese a bordo per farci traversare il Yenisei, uno dei più larghi fiumi della Siberia. Le acque fangose si frangevano con impeto contro la barca. Ed eccoci a Omsk.

La kibitka si fermò innanzi la fortezza per dare avviso del mio arrivo al comandante, ed i gendarmi mi depositarono nel corpo di guardia, vicino al palazzo del governatore, il generale Duhamel. Unʼora non era scorsa, che avevo già ricevuto la visita del comandante della fortezza e del commissario di polizia, e chʼero chiamato alla presenza del governatore.

La sala dʼaspetto, ove mi fermai, era riccamente mobiliata e zeppa di funzionari e sollecitatori. Mi guardavano tutti con attenzione, qualcuno con tenerezza. Io mi assisi in un angolo, e presi a contemplare i ferri dei miei piedi.

La signora Duhamel era polacca; il generale suo marito si chiudeva quindi in un riserbo austero, quando trattavasi di condannati politici polacchi. Eʼ lasciava fare al Consiglio, e non ne alterava giammai le risoluzioni.

Uno dei consiglieri uscì dal gabinetto del generale per vedermi. La fisionomia, lʼetà, la costituzione, le maniere del condannato hanno un peso considerevole sulla decisione del Consiglio, la quale può essere un decreto di morte a breve scadenza. Mi alzai. Il consigliere mi squadrò dal capo ai piedi, con quellʼaria scrutatrice degli scozzoni, che esaminano un cavallo che voglion comprare. Questo esame durò parecchi minuti. Io abbassai gli occhi, reprimendomi. Infine eʼ dimandò:

—_Tu_ sei dunque malato?

Senza essere orgoglioso, io aveva sempre avuto dei modi così circospetti, una gravità sì vera ed assoluta, che mio fratello stesso, dallʼetà di quindici anni, non mi aveva più dato dal tu. Quel tu, scoccato come uno schiaffo da uno sconosciuto, da un uomo che non era nè della mia casa nè deʼ miei amici, mi parve un vivo oltraggio. Alzai dunque la testa con arroganza, fissai sul consigliere uno sguardo vivo, e gli dissi:

—_Voi_ vʼingannate: io sto benissimo.

Un nugolo si stese sul volto del mio uomo: la sua fronte si corrugò. Eʼ non rispose. Volse le spalle, e si ritirò.

La mia risposta, il mio atteggiamento gittarono la costernazione fra i Polacchi che lavoravano nellʼuffizio del generale. Essi sclamarono ad una voce: Disgraziato!

Scorse unʼora, unʼora di tortura.

Il consigliere riapparve.

—_Signore_, mi disse con aria troppo pulita, il Consiglio vi destina al lavoro della mine del verderame, a Nertscinsk.

Nertscinsk è la Caina di Dante, vale a dire la cerchia più spaventevole dellʼinferno del forzato in Siberia.

La sentenza mi colpì al cuore, ma non abbassai lo sguardo. Il brivido non durò, del resto, che un istante; mi ricordai che quel sito era il più vicino alla frontiera cinese ed allʼOceano Pacifico—due porte della speranza. Uscii. Nel tempo stesso entrava Astatchef, il concessionario delle mine del Governo, ed io intravidi i funzionari polacchi serrarsi attorno a lui e favellargli con calore. Giù mi attendevano unʼaltra kibitka ed unʼaltra scorta, quella che doveva accompagnarmi fino al termine della mia deportazione.

Era il 17 settembre 1863. Avevo impiegato venti giorni per arrivare ad Omsk, viaggiando dì e notte—in media 14 chilometri lʼora.