Part 4
Her eyes were as a dove's that sickeneth. SWINBURNE
Bianca apparizïon dagli occhi immensi, Dal magro viso smorto, dove un fiore Sanguigno par la bocca che nei sensi Versa ignoto languore,
Ella s'avanza, arcana creatura, Dell'ideai col vero unione estrema, Anima che traspar dalla figura E il corpo strema.
Ed in mezzo al silenzio uno strumento Nuovo risuona per la vasta sala... È la sua voce musical, portento Ch'alta dolcezza esala.
Le rime echeggian nuove ed ecco i vieti Ritmi ne sembra udir la prima volta; Quelli accenti di fàscini segreti Empion la vôlta.
Ella commove fin le turbe sorde E l'ascosa rivela umana fibra. Lira vivente dalle cento corde Che ad ogni tocco vibra.
Or la vediamo pura statua, eterna Classica imago dalle caste pose; Ma all'indomani si rifà moderna, E con le ondose
Movenze ed il febbril gesto e il sorriso Parigina si mostra--avventuriera-- Gran dama--amante dallo stanco viso, Smorta, morbosa, vera.
La lunga stola dalle pieghe belle Tragicamente cade sul suo piede; Ella prega ed impreca--irosa--imbelle Comanda, chiede,
Schiava, regina dal gemmato crine-- Innamorata, ascetica, pagana... --Poi sovra il raso sa sgualcir le trine Occhïeggiando vana.
E a dieci lustri d'intervallo il dramma Rifulge ancor nella novella attrice, Arde in quell'esil corpo una gran fiamma Divoratrice.
E, presente, il Poeta imperituro* Rammenta il dì della battaglia vinta! Ed al supremo suo trionfo puro Ora la vuole avvinta.
E dico a Lei: avventurosa, insieme Al plauso della folla il plauso ottieni Di Lui che ancor dall'alto tuona e geme, Spezzati i freni.
Vivo Egli assiste alla sua gloria intera; E applaude a te, artista, e a te sorride. --Il tuo meriggio unito alla sua sera Non scorderà chi vide.
* Victor Hugo assisteva nella primavera del 1879 alla prova generale di _Ruy Blas_--in cui Sarah Bernhardt aveva assunto la parte della Regina.
XXXVI.
A ERNESTO ROSSI
Shakespear ne appar quale caverna mistica Da lontano riflesso stenebrata; Incerto è il suol, ma di rubini e zàffiri La vôlta costellata.
Chi vi s'interna sente l'ali viscide Delle strigi passar sulla sua fronte E trova ignoti fior foschi e purpurei Nelle sanguigne impronte.
Incespica tra i scettri e le corone, Urta i fantasmi mesti degli uccisi; Poi lo incanta la bianca visïone Di sovrumani visi.
Inorridito per le larve pallide, Mentre fugge accecato dalle spade, Ode dal fiume la canzon d'Ofelia E il sovvenir lo invade.
E l'immensa caverna ognora stendesi Da ogni lato nel mondo interïore, O tenebrosa nel delitto o rosea Nel mistero d'amore.
E l'uomo vi si perde senza guida, Oppresso, ammaliato, smorto, anelo... Ma pur fra il tenebrore e fra le strida Scorge un lembo di cielo.
Nè bello il vide mai qual nella plumbea Notte di quelle stanze sontüose Illuminar da una fessura tenue Le più sordide cose.
Passan guerrieri spaventosi e taciti, Passan regine pel rimorso scarne, Tornan sibille con l'antico dubbio Lo spirto a affaticarne.
Contorce il riso il labbro del buffone, E intanto al suoi cade una testa mozza... Vicino al canticchiare del beone La passïon singhiozza,
La più gentil pietà vive in Cordelia Eternamente--e ognora Otello latra; Vince ogni senno con le forme olimpiche L'imperïal Cleopatra.
Or tu, sublime attore, alta una fiaccola Scotendo in mano, discendesti al fondo Della buia caverna in cui nascondesi Entro la terra un mondo.
Animoso scendesti del Poeta Nel vasto impero ove il volgo si tedia, E forzasti a parlar, possente atleta, La velata tragedia.
E il popol vide corruscar di rùtili Gemme la vôlta, e le pareti in fiamma Pareangli allora che la vita scorrere Sentivasi nel dramma.
Ai corpi, creator, donasti il palpito Strappando ad ogni petto il suo segreto; Nè si potè celar nel nero strascico Il sognatore Amleto.
Qui ne appare un profilo e là d'un torso I muscoli, e laggiù brilla uno sguardo... Or ne atterra il delitto, ora il rimorso Di Macbeth o Riccardo.
Con la toga romana, o sotto il lucido Corsaletto, od il manto d'ermellino, Del cuor dell'uom sentiamo eterno il battito Pauroso del destino.
E ognor t'inoltri con l'accesa torcia, Infaticabil cercatore ardito, E rischiarato dal fulgente genio Mostri un regno infinito.
XXXVII.
VENERE NERA
Era una notte chiara e tropicale. Nell'aria torrida Passava un soffio di languor letale, Afrodisiaco.
Sul mar brillava un luccichìo di fosforo, Misterïoso; Parca forier di cósmiche battaglie L'alto riposo,
Morivan lenti in su la calda riva I flutti languidi, L'onda lambendo la rena moriva Con lungo murmurare.
Tutto era bruno: e terra e cielo e oceano; Taceano i venti, Eppur movea lassù un arcano palpito Le stelle ardenti.
Stendeasi in là, vastissima pianura, Il suol dell'India; Il sacro suoi della gran fede oscura Pieno di tènebre.
Pareva il mar d'alto portento gravido. Irrequieto, Ma la natura già potea conoscere Il suo segreto.
Ecco, d'un tratto, l'onda si divide, E sorge argentea In mezzo al mar che intorno ad essa ride Una conchiglia,
Vasta conchiglia illuminata, rosea, Che par dischiuda Cosa di ciel, poichè vi sorge Venere Divina e nuda,
Ma paurosa ancor più della greca Bellezza candida, Chè bianca no, ma è d'un color che acceca, Di bronzo splendido.
S'allieta il ciel, la luna vibra un raggio... Ed ecco altera Incanta allora in sua beltà terribile Venere Nera.
XXXVIII.
INTERNO
A F. COPPÉE
Lontana dai rumor, chiara e quieta, Addorme il core ed il pensier risveglia La stanza del poeta, Qui c'è l'impronta della lunga veglia, Là stanno i libri che lo spirto adora, Ovunque è sparsa una malìa segreta.
La penna giace non asciutta ancora; Tutto spira la vita e insiem la pace. Ed il sole colora Ogni appeso ritratto: là, procace, Mostra un'attrice le sue grazie infide E turba lievemente la dimora.
Qui s'impegnò la lotta che non vide Il lettore distratto; e qui l'idea Passò come la donna che sorride, Poi torna Dea. --Su un piedestallo, bianca e imperitura, La Venere di Milo ne conquide
Con la sua posa eternamente pura.
XXXIX
*
In fondo ai chiari abissi prezïosi Che il mar contende irato agli occhi nostri, Gl'ignorati tesori stanno ascosi.
Difesi là da spaventosi mostri Ed ammassati in cristalline valli In tra lucenti grotte e rosei chiostri;
In tra le piante strane ed i coralli, Nei profondi splendor che, ignoti, per le Iridi hanno riflessi verdi e gialli,
Vergini d'ogni sguardo stan le perle.
* *
Così, lontani e avvolti nel mistero Dove sorgon spettrali visioni, Nel dominio fatato del pensiero,
Tra la magìa degli imminenti suoni, Tra i vïolenti olezzi e blandi e acuti, Prede rapite e ben celati doni,
Tra gli azzurri vapor come perduti, In confuso fulgor misti e sommersi, Attendendo i poeti ed i lïuti,
Non anco detti stanno i nuovi versi.
INDICE
I. _Invitte stanno le superne cime_ 3 II. Separazione 15 III. Storia di mare 33 IV. Alla sera 47 V. _Rose appassite cui non rise il sole_ 51 VI. Presentimento 57 VII. Nel parco 63 VIII. Semper et ubique 67 IX. Gli amori 79 X. Una voce 89 XI. _Fuggiva il giorno ed io pensai_ 97 XII. La cascata 107 XIII. Atarah 111 XIV. La barca 121 XV. _Alta e superba nella sculturale_ 127 XVI. Resurrecta 131 XVII. Fra i monti 137 XVIII. La terra è un punto in mezzo al firmamento 145 XIX. La villa 149 XX. Gioia passata 159 XXI. Risposta 161 XXII. Ritratto 163 XXIII. Ritratto 165 XXIV. Ritratto 167 XXV. _È un castello feudale in miniatura_ 169 XXVI. Rassomiglianza 173 XXVII. Paesaggio 175 XXVIII. Sotto un ritratto 177 XXIX. Marina 179 XXX. Marina 181 XXXI. Paesaggio 183 XXXII. Paesaggio 185 XXXIII. A Emilio Praga 189 XXXIV. Théophile Gautier 193 XXXV. Sarah Bernhardt 199 XXXVI. A Ernesto Rossi 205 XXXVII. Venere Nera 213 XXXVIII. Interno 217 XXXIX. _In fondo ai chiari abissi prezïosi_ 219