Part 3
Lo spirto suo è astuto, ardito e pazzo. --Talor sdraiata in sull'alto terrazzo, Talor seguente in mare le sue flotte-- Ora voluttüosa in lunga notte Lontan dal sole nel gioir si affoga, Ora il nemico di sua man soggioga. Brevi battaglie lampeggianti adora Ed orgie senza termine in cui l'ora Passa obliata--Poi con regal calma Ozïosa sogna all'ombra d'una palma.
* *
Ella tornava un dì da una vittoria Suprema, cinta d'abbagliante gloria. E bella al par d'una immortai guerriera... Il suo serto splendeva nella sera Siccome un sol notturno sulla terra, E il popol suo e quello vinto in guerra Tremavano davanti al suo passaggio. Ed il cielo taceva sovra il maggio Fiorito e caldo, e la città giuliva Fiammeggiante brillava sulla riva, Accesa tutta da un delirio immane, Vivente mare fatto d'onde umane,
Sul re captivo ella teneva fise Le sue pupille. Ella l'amò e l'uccise.
Dei prigionieri poi fissò la sorte; Prescrisse strane leggi; ogni coorte Vide sfilare in una polve d'oro. I serti vinti chiuse nel tesoro E prodigò le gemme. Poi le sale E i cortili s'aprirò a colossale Festa. Nel colmo del gioir furente, Ella scomparve. Andò per la silente Aperta scala al sommo del palazzo D'onde scorgeva l'assordante e pazzo Spettacolo dell'orgia impicciolito. E allor pensò, pensò con infinito Ardire. Ed un desìo sentì dolente E acuto; e assorta sulla sala ardente, Che avea per vôlta il cielo imperturbato, Ora volgeva l'occhio ancor velato Da torve ebbrezze, ora mirava invece Le calme stelle scintillanti. Fece
Un gesto stanco, indi la mano stese E lentamente una gran coppa prese, E la vuotò con un gesto demente. S'accese la pupilla stranamente, Sparì dinanzi agli occhi suoi la festa, Curvossi indietro la sua bella testa Smorta e bramosa sotto il diadema, E cadde morta in una ebbrezza estrema.
XIV.
LA BARCA
Vidi una rotta barca sopra l'umida Spiaggia caduta, e giunta ai giorni estremi; Dall'albero pendea una vela lacera, Eran perduti i remi.
Smarrito è ormai il vessillo che fluttua, Franto il timon, le sarte--e la sirena Scolpita sulla prua, ridente al pèlago, Ahi! giace nella rena.
E gli arabeschi, e le dorate, ingenue Pitture son raschiate, e nulla resta Della prima parvenza e del bell'impeto Delle sere di festa.
Triste rovina avvolta nella polvere, Pur bella ancora per le svelte forme! --Simile all'uom che all'avvenire torbido Stanco rinunzia e dorme.
Tra le nubi del ciel, beffardo irrompere Scorgeasi un raggio sulla terra serena. Guardai. Sconnesse erano ormai le fradicie Coste della carena.
Era quella la barca che l'oceano Dovea meco solcar cercando i lidi Dove viviam felici nell'orgoglio Dei sentimenti fidi.
Era quello il navilio delle fervide Speranze nelle imprese ardimentose Per cui s'attese invan vento propizio Mentre appassian le rose.
Non indugiate mai, voi che la gondola Tenete in riva pronta per salpare. Furioso irride con lo scherno orribile Agli aspettanti il mare.
Varate pur tra la bufera rapida In tra i lampi ed i tuoni e le saette, Fidate pur le vostre gioie al turbine, A un fragil alber strette!
Per chi parte tra i fulmini e le tenebre, Sfidando il mar con una fede ardita, Spesso si snebbia il cielo e azzurro illumina Una novella vita.
XV.
. . . . .
Alta e superba nella sculturale Perfezïon delle sue forme pure, Pare una statua greca--eppur sa il male Delle tristezze oscure.
Divine son le linee del suo volto, Le curve altere della sua persona. --Nel bianco petto è un cor che soffrì molto E al soffrir s'abbandona.
Invano nel mirare il suo profilo Scorre il pensiero ai lieti dì d'Atene E ricordiam la Venere di Milo. --Le ore non son serene.
A poco a poco sul marmoreo viso Nuovo pallor pose la vita. Antica È la bellezza sua, ma il suo sorriso Conosce la fatica.
XVI.
RESURRECTA
Che la vostra miseria non mi tange, Nè fiamma d'esto incendio non m'assale. DANTE
*
Ella già visse nell'antico Egitto, Tra le città che sembran visïoni, Allor che gloriosi nel delitto
Trionfavan superbi i Faraoni; E guardò calma col gran d'occhio nero Le feste immense e l'orride tenzoni.
Pallida e bruna, col sorriso altero, Della immobile Sfinge colossale Sfidò lo sguardo bianco ed il mistero
Con la serenità d'una rivale. --E degli amori sempre più implacati Conobbe il peso e il fàscino letale;
E gli ascosi desir negli abbagliati Occhi d'intera folla plaudente E le brame che lottano coi fati.
--Poscia sparì d'in mezzo a quella gente, La splendida sua vita ebbe una fine; Crebbe il pallor, fûr le pupille spente,
S'irrigidir le sue forme divine Qual prodigio che subito s'arresta, E nel sonno calò senza confine.
In bende avvolta fu dai pie' alla testa, E sotto la piramide, in l'eletto Sepolcro preparato come a festa,
Dormì mill'anni con lo stesso aspetto.
* *
Ora è fra noi. Per mistica e segreta Legge rinata sotto nuovo clima, Come una evocazione di poeta,
Bellezza tal che realtà sublima! I dolori dell'oggi ed i desiri Guardando senza sprezzo e senza stima.
Ahi! non cura le gioie ed i martiri Di quest'epoca folle ed ammalata, Ed ignora la causa dei sospiri.
E resta calma e pensierosa, e guata Tra le piccole feste e il triste amore, Nel trionfo paranco trasognata.
Della sua vita e morte anterïore Un vestigio sul viso l'è rimasto; Vi si scorge il ricordo che non muore
Dei sogni ardenti e del suo sonno casto.
XVII.
FRA I MONTI
*
Giovani e già dalle uniformi grevi Vicende affranti e dal tornar dei giorni Inesorabili, Dagli anni lunghi e dai dì troppo brevi Ora tumultüosi or disadorni,
Risospinti dal caso, ancor riuniti, Ma più divisi assai che dagli eventi Dal sentir intimo, Un istante obliavano, smarriti In te, Natura, che il cuore addormenti.
* *
Andavan soli come ai dì passati In una valle chiusa in mezzo ai monti. Era il meriggio, Ma sui verdi sentier dal sol dorati Nell'alme loro v'eran due tramonti.
Ei camminava mesto, lentamente. Guardando le pupille dolorose D'azzurro limpido E la purezza del profilo, e spente Quasi sul volto a lei le belle rose.
Gli antichi dì parean tornati ancora; Ei credeva sognare un sogno vero. Le foglie tremule Mormoravan su lor come in allora Che Amor li precedeva sul sentiero.
L'alte montagne nere e i verdeggianti Colli e le roccie e i pini e le cascate D'argento vivido Suscitavano in lui gli antichi canti, Ricordavano a lei l'ore passate.
Mirava il triste sguardo ed il sorriso Ancor più triste--e gli diceva i fati Lungo il silenzio E la terribil calma del suo viso E i suoi capelli d'oro scolorati.
Egli sentiva nuovo atro dolore E non osava prenderle la mano. Il labbro roseo, La bocca semiaperta come un fiore Davan tormento di desir lontano.
Andavan sempre, appena una parola Vana scambiando ed un sorriso mesto, Ma come un rantolo L'inutil detto ritornava in gola Ed il sorriso scompariva presto.
Giunsero alfine al pie' d'una cascata Che dall'alto piombava eternamente; E stanchi, subito Sedetter sulla pietra logorata Sotto la piova dell'acqua cadente.
Tutto era verde intorno, alberi ed erbe Ed il muschio dei sassi ognor spruzzati Dall'acqua candida, Verdi le foglie e verdi le superbe Cime dei monti eccelsi e imperturbati.
A un tratto innanzi a loro una parvenza Vaga si leva. Uno spettro gentile, Ahi! bello e pallido, Oltremodo e silente. Eppure senza Stupore lo guardaro in atto umile.
Poichè l'avevan ben riconosciuto Al pallore, agli spenti occhi divini, Ai raggio livido Che uscìa da lui, ed al suo labbro muto, --E rimaser tremanti, ad occhi chini.
Era il povero antico amor, perduto Da tanto tempo, d'ogni speme privo, Disciolto in l'aere!... E fûr trafitti da un rimorso acuto, L'antico amor non era ahimè! più vivo.
Ahi! senza vita egli era a lor davanti Coi capelli di fiori incoronati, Ma eran languide Appassite ghirlande e i vecchi pianti S'eran negli occhi suoi cristallizzati.
Lo spettro cadde a terra. Allor pietosa Anco una volta la bella compagna Posò un ginocchio; Lui pure si chinò; la prezïosa Salma portaro in mezzo alla campagna,
La portarono insieme a un vasto prato Solitario più ancora e là, scavata La terra, un tumulo Apprestarono, ed or giace isolato L'amore che finì la sua giornata.
La fossa è larga e guarda il firmamento Perchè ei possa risorger s'è immortale, Ed in silenzio Restaro a lungo là senza lamento E sentivan passar soffio letale.
Ed ella, fredda, lui guardava intanto Senza fede oramai ne' giorni bui. Guardava gelida; Ed ei sentì che l'occhio senza pianto Dicea che aveva amato più di lui.
XVIII.
. . . . .
La terra è un punto in mezzo al firmamento, Tra una polve di soli astro ignorato: Atomo è l'uomo ignaro del suo fato, Che appena nato è spento.
--Cosi pensiam nelle ore solitàrie Quando è di noi signor solo il pensiero, Quando cerchiam senza fralezza il vero E scrutiam l'invisibile--
Ma allor che avvinti da due bianche braccia Nella festa dei sensi appare il vero E ne sembra si fonda ogni mistero Nel mistero d'un bacio,
Sentiam che vasto più del vasto cielo E più forte del fato Amore impera, Che l'uomo è il re per cui vediam, la sera, Steso il sidereo velo.
XIX.
LA VILLA
*
Risplende il sole; il vasto cielo puro Distende la sua pace sovra il mondo; Dormono le colline, e lungi, in fondo Mette una riga nera il bosco oscuro;
Ed il largo viale sontüoso Conduce nella villa abbandonata, Aperta, dove l'alta sala ornata È piena di frescura e di riposo.
Errando nel tepor del mezzogiorno, Due vaghi amanti innanzi a quella villa S'arrestan contemplando la tranquilla Vista pensosi e il muto parco intorno,
Il vecchio giardiniere ai vaghi amanti Mostra la casa, e lor dice una storia D'amor celati e di trascorsa gloria, Di luminosi giorni e amari pianti--
E d'una principessa innamorata, Da ognun respinta e fiera del suo fallo... --E la descrive--amazzone, a cavallo Passare per la strada ombreggïata--
Amorosa sedere in sul terrazzo All'ora del tramonto a Lui vicino, --Poi sollevare uscendo dal giardino Con la piccola mano il greve arazzo.
* *
I vaghi amanti erraron fino a sera Tra le aiuole e i sentieri, e nelle vaste Gallerie, su e giù tra le rimaste Gaie memorie d'una gioia vera.
Il sorridente amor loro appariva Il sovvenir d'un sentimento fido, La lunga festa del nascosto nido, La passion che nel desir si avviva,
I rai del sol sulle sboccianti rose E la profonda gioia contenuta E il ridere argentino fra la muta Complicità festosa delle cose.
Ridean le cose. Un'allegria infinita Usciva dai cespugli, dai viali, E tra i profumi e un vivo batter d'ali Nell'ebbrezza la mente era smarrita.
E desiaron di restare. L'alma Dovea goder più dolcemente e forte In un tal sito l'indulgente sorte Che permetteva lor sì dolce calma.
* * *
Ma l'ombra scese della sera, a poco A poco invase il cielo ed ogni loco, E stese un velo sui ricordi lieti. S'adombraron le lucide pareti, Smorti si fero i bei colori, spenti Gli estremi bagliori aurei correnti In su le stoffe sontuose e oscure, Sulle quali vivevan le figure Dipinte una esistenza tenebrosa Mentre morìa la vita vera. Ascosa Malinconia sorgeva nei recessi Amati dove dagli Dei concessi Divini istanti eran trascorsi. E voci Sorger pareano arcane--e dubbi atroci Mormoravano allora e di segreti Dolor non anco espressi dai poeti Svelavano a metà l'atro mistero, Senza parole definite, il vero Nudo mostrando e la fuggente gioia. E lo spettro s'alzava della Noia Regina alfine, ed i sospetti muti S'infiltravan siccome dardi acuti Per l'alme scosse nella giovin fede. E si sentia che l'uomo, triste erede Di colpe antiche e di fralezze vili, Sol può tener con vincoli sottili Per un istante l'alta, passaggiera Felicità, senza misura, intera.
Piangean le cose--una tristezza immensa S'alzava ovunque; si facea più densa La tenebra che ai cuori s'infiltrava.-- Nello sconforto che la mente aggrava I rosei sogni già finiano in pianto-- Rotto pei due era il soave incanto-- La villa, prima gaia e ospitaliera Nel dì sereno, or diventava nera, Arcigna e chiusa in ostile rifiuto. Sacrileghi sentiansi entro quel muto Tempio dal Dio crudele abbandonato Su cui librava il minacciar del Fato Uguale sempre e che si fugge invano.
Il desire parea fatto lontano. Ed un fantasma incontro a lor venìa Che avea sul volto il Duolo e l'Ironia, La sazietà e la gioia bugiarda, L'ipocrita pietà per cui s'attarda L'amor che menzognero ancor sorride.
Il vecchio giardiniere allora vide Fuggire i due amanti impalliditi: --La bella villa dai cortesi inviti Or sembrava un soggiorno di iattura, --Scansando il malaugurio, dalle mura Usciron presto del giardin deserto, E ripresero il lor cammino incerto.
SONETTI
XX.
GIOIA PASSATA
A J. M. DE HEREDIA
Il palazzo è di marmo, e le fontane Ebber zampilli lieti e gorgoglianti; Sovra i pilastri due leon rampanti Superbi ancora alzan le zanne vane.
Il cancello ad ornati irti e pesanti, Semiaperto, cadente, alle lontane Ville ricorda ancor le pompe insane E le feste e gli amori e gli alti vanti,
Ma l'erba intanto cresce in sul viale, La ruggine corrode i gran blasoni, E stanno chiuse le istoriate sale,
Ahi, prive di chiarore e di canzoni! --La noia regna in fra le due grand'ale E con l'edera sale pei balconi.
XXI.
RISPOSTA A H. CAZALIS
Credete che la forma passaggiera Dalla materia eterna ch'è sua culla, Come caduta in mar goccia leggiera Disparirà nell'ocean del nulla.
Sperate che il destin che si trastulla Con l'alma nostra rifulgente e nera, Allor che lascerem la terra brulla Ne affogherà dentro una notte vera.
Ma v'ingannate: eterna è la condanna. Desire ignoto gli scomparsi affanna; Nasce chi muore, ad altro sol gettato.
Ma forse il dì della stanchezza estrema Comprenderemo alfin tutto il poema, Ed in quel dì perdoneremo al fato.
XXII.
RITRATTO
La testa, il busto suo da imperatrice Sembran scolpiti in marmo imperituro; Nel circo avrìa sorriso al morituro Gladiator, suprema vincitrice.
Il morso dei desir, che a noi non lice Impuniti pensar, nei dì che furo Avrìa sentito e nel triclinio impuro Regnato bionda incoronata attrice.
Or passa altera ma non più serena Nella moderna vita dolorosa, E il suo pallor dice la stanca lena,
Lo sguardo fisso la mestizia ascosa, Lo sforzo d'una fede che raffrena L'irrequieto spirto che non posa.
XXIII.
RITRATTO
Ella ha i capelli biondi e gli occhi neri, Lo sguardo dolce ed il sorriso astuto, Parla talora il ciglio e il labbro è muto, Volan le chiome e gli occhi son severi.
Ha buono il core e lo spirito arguto E i detti or folleggianti ed ora alteri, Variano i suoi pensier sempre sinceri, Ama la canzonetta ed il liuto,
Ama il chiarore della luna mesta E il falso luccicare della scena, Si sente triste in mezzo ad una festa,
Senza ragion l'alma ha di gioia piena. Vuole la calma e brama la tempesta, Bionda con l'occhio ner, cupa e serena.
XXIV.
RITRATTO
Col nero e lungo sguardo e con l'arcana Vaghezza del sorriso che indovina, Con la raccolta sua chioma corvina E col caldo pallor che il viso emana,
Ella sembra venuta da lontana Festa opulenta dove fu regina. Gemma salvata dalla gran rovina Della passata gloria veneziana.
Ma per lei si vorrebbe altra cornice: L'antico Canalazzo pien di festa Al tempo di Venezia imperatrice.
Dagli ornati scalini ecco s'appresta.. E sullo smalto di quel ciel felice Spicca il profilo della bruna testa.
XXV.
È un castello feudale in miniatura, Dall'abbandono sorto in nuovo aspetto; Sei secoli passaron sul suo tetto E or ridon bianche le vetuste mura.
Solitario ed in mezzo alla frescura D'alte piante, tra verdi prati eretto, Da una profonda fossa è ancor protetto E d'acqua ha ancora una larga cintura.
Ma il ponte levatoio è fisso ormai, E aperta sta la sala allegra e vasta Dove non giunge il mugghiar del vento.
E ne sembra il castello, allor che i rai Vibran del sol che la torre sovrasta, Gioiel di pietra legato in argento.
XXVI.
RASSOMIGLIANZA
Vidi l'umido labbro e pur procace Lo sguardo per lussuria semispento, E il ciglio pien di volontà tenace E la fermezza del marmoreo mento;
Mirai la linea del profilo altera, La maestà della sua guancia smorta, E dissi: È larva od è figura vera? È viva o dal passato alfin risorta?
Chi è mai? Chi fu?--Ma nuova visïone S'alzò dinnanzi alla mia mente scossa: Era una sala aurata, e più persone In una luce profumata e rossa,
E Lei rividi bella e tenebrosa Versar l'ebbrezza in cesellata coppa E accendere il desir che più non posa Ma vola ognor della Chimera in groppa!
Era l'antica cena di Ferrara, L'amor letale ed il velen dell'orgia... E riconobbi, uscita dalla bara Alla moderna età, Lucrezia Borgia.
XXVII.
PAESAGGIO
Senza rumore, immacolata e lieve, Sovra il ghiaccio del lago smerigliato In linee lunghe scende ognor la neve E bianco sembra l'aere rigato.
E fino agli orizzonti indefiniti Tutto è candore. In sulle opposte rive Pendono gigantesche stalattiti Coperte di diamanti e luci vive.
Si disegnano i rami delle piante In bianco sovra il cielo grigio e smorto. I fiori son spariti e tutte quante Le frondi e l'erbe. Ed ecco tutto è morto
Per un tempo e sepolto nell'inverno. Cosi tace talora ogni desìo E sembra spento pure ciò ch'è eterno Sotto il manto di neve dell'oblìo.
XXVIII.
SOTTO UN RITRATTO
Diritta e bianca sorge in sul cammino Arido e triste della vita umana, Fragile come un fior di gelsomino, Eppur dotata di potenza arcana; Soave qual chi ancor ride al destino Ma altera come l'errante Dïana.
Dalle svelte sue forme arrotondate, Dallo sguardo, un olir voluttüoso-- D'acri gioie imminenti ed aspettate Spira, desìr sotto le nevi ascoso. Il sen, le braccia di bellezza armate Formidabili sono nel riposo.
XXIX.
MARINA
Par quasi nero il mare sconfinato Sotto il cielo pesante e cupo. Il vento Tace e tutto ne sembra addormentato; Nella natura ogni volere è spento.
Dovunque regna una oppressiva pace, S'odono mormorii sottomarini. Si dirìa ferma alfin l'ora fugace E che immobili pendano i destini.
Ma è minacciosa la profonda e mesta Calma che rassomiglia ad una morte... Ed ecco, lungi, un soffio di tempesta Ed un fragor di ferree infrante porte!
Sordo rumor e lampi ardenti e tuoni, Tenebra fitta e luce che ne abbaglia... E in mezzo alle fulgenti visioni La letale magia della battaglia!
XXX.
MARINA
Di gente affaccendata è pieno il porto. Tutto è clamore, grida e voci sorde; Parlano i marinai con gesto accorto, Stridono lungo gli alberi le corde.
Al brulicar del suolo fa contrasto L'austera calma maestà del mare Che si stende color di piombo e vasto Fin dove sguardo umano può arrivare.
E sotto il sole ardente d'improvviso Tutto si tace e sta ciascuno e guata. Brillano gli occhi in ogni attento viso, La folla in varie pose sta atteggiata
Verso un sol punto. Ed ecco, abbandonando Lenta la riva, al pelago infedele Rivolta, ubbidïente ad un comando Esce la nave lieta a gonfie vele.
XXXI.
PAESAGGIO
Circondata da rupi alte e scoscese La valle è angusta, strana e tenebrosa Per l'altezza degli alberi. Il paese È degno d'ispirar Salvator Rosa.
Sotto quell'ombre, in tra le roccie rotte, Si sognano guerrieri in armature Che pugnan dal mattin sino alla notte Con la lancia affilata e con la scure,
Ed il cozzar de' destrier bardati E il fluttuar dell'ondeggianti piume E gli scudi sonare e gli ululati Dei feriti che piombano nel fiume.
I prodigiosi assalti e l'ire pazze, E il delirio di vincere e le scosse Supreme, allor che gli elmi e le corazze Si spezzano e le spade sono rosse,
Gli sguardi irati uscir dalle visiere E i lampi irradïar l'orrenda scena! --Ma passa un fanciullin con un paniere Vociando una canzone a gola piena.
XXXII.
PAESAGGIO
Tutto riposa al raggio della luna, Ma il viale è nell'ombra a noi davanti. S'ergono all'aura in lunga fila bruna I profili degli alberi giganti.
Biancheggia in fondo tacita la villa Tutta chiusa, deserta o addormentata. Non si scorge laggiù lume o scintilla, Ma la vôlta del ciel tutta è stellata.
Un poema infinito ed amoroso Le foglie vi susurrano giulive... Il parco nella notte appar festoso E le statue intraviste quasi vive.
Dormono i nidi ed i fragili fiori Posan col capo languido che pende, Si confondon le forme ed i colori... --E l'ombroso vial qualcuno attende.--
XXXIII.
A EMILIO PRAGA
Il gracile tuo corpo lotta fiera Brevemente pugnò:--Ma vinse alfine L'alma alata e fuggì. Misera fine, Vittoria altera!
L'alma fuggì pari ai fulgenti versi Che uscìan da te quasi inconsciente e ignaro --E se ne andavan per le vie dispersi Del mondo avaro--
E mentre qui tarda giustizia ormai Al tuo nome si rende sull'avello Che incoronato di pòstumi rai Risorge bello,
E mentre qui trovano alfine il porto, Il rimpianto e la lode i tuoi poemi, E rivivono i primi con li estremi, --Or che sei morto--
Tu forse già mutato in altra forma Gioisci d'una gloria assai più pura, Di qualche nuova vita nella norma A noi oscura.
Ma nella tomba o in nuovi dì raggianti Hai scordato, non vedi e non ascolti, Ed ignori i pigmei a te rivolti, Ora inneggianti!
XXXIV.
THÈOPHILE GAUTIER*
* Dal libro _Le Tombeau de Théophile Gautier_ (Paris, Lemerre, 1873).
Sereno, e stanco di vicende umane, Questa terra inquieta egli ha lasciato. Egli, il Maestro, delle forme arcane Innamorato.
Era forte nell'arte--era il leone. Ne possedea la maestà severa, Lo sguardo assorto in calma visïone, E la criniera.
Risuscitò l'ignota poesia, Evocando col suo desir possente Il fulgore infocato e la magìa Dell'Orïente,
I monumenti sotto il cielo aperto Nella tòrrida luce polverosa, E la sublime noia del deserto Senza una rosa.
Disse Bisanzio dove l'onda bagna L'alte moschee dalle dorate fronti, I calli angusti nella dolce Spagna In mezzo ai monti.
Fu dell'Italia appassionato amante E ne applaudì la gloria e la fortuna, --I palazzi il ricordano vagante Per la laguna.
Cantò la Gioia e il Bello e la pagana Voluttà della Forma, e gl'imi amori Delle cose e i desir--l'ebbrezza umana E i suoi colori.
Eppur sapeva le segrete pene E le immense mestizie del poeta; Sentì tristezza nella morta Atene, Pensò alla mèta,
Al destino, alla brama d'Infinito; Pianse il passato ed indagò il futuro, Interrogò le sfingi, e tese il dito Verso l'oscuro.
L'occhio profondo all'orizzonte volto Assaliva i confini del pensiero... E il suo sogno vagava ognor più sciolto Oltre il mistero.
Or lo ha seguito. Ei che raggiunta avea Perfezione impeccabil di parola, Sentiva in sè come sepolta dea L'alma che vola.
E forse già lassù dove s'ammanta La gran luce terribile e superna, Bello di nuova vita, ardente canta La Beltà eterna.
XXXV.
SARAH BERNHARDT