Le nostalgie

Part 2

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Gli augelli che passavano in ciel con l'ali aperte Fermavansi a guardare quelle due forme incerte E sovra il dolce gruppo circoscriveano il volo. E quello che vedevano sembrava un corpo solo Pien di forza e di grazia e doppio ed indiviso, Simile a visïone d'ignoto paradiso. Fu un lampo. Ma rinchiuso in la breve durata Era un eterno gaudio. Lei s'era risvegliata E le parea risorta esser già dalla morte E spinta nel mistero d'una novella sorte... E s'abbrancava al giovine e lo teneva stretto. Ma fu lui che pel primo sentì scemar nel petto Il soffio ed il vigore... fu lui che la fortezza Aveva degli olimpici cui vinceva in bellezza. E con un lieve gemito, un rantolo d'amore, Da un'indicibil estasi suprema, da un languore Si sentì tutto invadere soavissimo e fatale E si coprì il suo volto di pallore mortale. Ed egli sprofondava. Per un minuto ancora Ella il potè sorreggere, ma poi cedette, e allora Sempre più avvinta a lui, confusi in una speme, Unì il suo corpo al suo per rimanere insieme. --E lenta ma sicura già l'inghiottiva l'onda.--Pria s'agitò una forma, indi una chioma bionda Si vide ancor confondersi col bianco della spalla; L'oro di quei capelli restò un istante a galla, Poi l'acqua lo coprì con mormorio leggiero.-- Ella lo avea seguito nel sogno e nel mistero Sentendo che divisi non sarìano più mai.

E più vivi ed ardenti dardeggia il sole i rai: Sovra l'immenso oceano più nulla si discerne. I flutti hanno più flebili le lamentele eterne, E par che alfin si stenda, dovunque, in ciel, sull'onda, Inalterabilmente serenità profonda.

IV.

ALLA SERA

Stanca è la terra e lasse son le cose; L'uomo è languente come la natura. Scende dal cìelo una gran pace oscura. Pendono già gli steli delle rose.

L'uomo è languente come la natura. Sorgon dall'alme le armonie nascose, Pendono già gli steli delle rose, Cessa la gioia e cede la sventura.

Sorgon nell'alme le armonie nascose Rivelatrici di vita futura... Cessa la gioia e cede la sventura Tra l'acri voluttà misterïose.

Rivelatrici di vita futura Son le tinte fugaci e calorose; Tra l'acri voluttà misterïose V'è un senso di speranza e di paura.

V.

. . . . .

Rose appassite cui non rise il sole, Vergini morte senza udir parole Dolci al cor mesto lungamente attese-- Bellezze altere cui mentì la vita, Cui già sfiorò la guancia impallidita L'ala del tempo che volando offese,

Malati ingegni che non ebber lena E che al salir del monte giunti appena Caddero stanchi in vista della meta. Amanti orbati dalla fredda morte, Spirti legati da dure ritorte, Voi cui miseria ogni desire vieta,

O passeggieri per la vita vuota, Poeti oscuri! A voi sale la nota Del canto arcano che il mister susurra, Ed in voi soli sta l'eterno tema Che--protesta fatal, vago poema-- S'erge alla sorda vasta vôlta azzurra.

Voi tutti unisce un vincolo fraterno, Intirizziti dallo stesso inverno Che congela nel cor gl'impeti veri, E fra tutti un dì voi riconoscete, Mesti assetati dalla stessa sete, Compagni di desiri e di pensieri.

Piangete tutti qualche spento amore La cui memoria è com'eco che muore, O qualche ingenua aspirazion che fugge; Voi nell'esilio d'una vita immota Pensate sempre ad una patria ignota, Non mai veduta, ma che il cor vi strugge.

E quei cui schiavo nella casa stretta La via che fugge all'orizzonte alletta, Forse deluso tornerìa dal polo Se potesse partir--e intanto soffre Di non saper carpir quello che s'offre Istante d'oro ove si piglia il volo.

Invan correte il mondo e la ventura Cercando nel mutar della natura Un pascolo allo spirto irrequieto. Fuggite sempre da voi stessi invano, E qual le stelle che dal ciel lontano La stessa luce mandano sul lieto

O triste suolo, indifferenti e belle, Così nel cor--simili all'alte stelle-- Gli stessi sensi in region remote V'agitan sempre, e come al firmamento L'Orsa si mostra e la luna d'argento, Stanno nell'alma vostre brame immote.

Vittime tutti d'uno stesso inganno, Nell'imo vostro cor chiuso è l'affanno Che la parola invan cerca ridire, E s'ode solo qualche flebil suono. Incompreso dai più, mentre che un tuono Sublime dorme nelle vostre lire.

VI.

PRESENTIMENTO

La candida fanciulla ha sedici anni E non provò nè duolo ancor, nè gioia; Ignora i gaudi tristi e i dolci affanni E il disperar per fieri disinganni,

Quando sembra che il cor nel petto muoia.

Sciolti e cadenti i suoi capelli biondi Sul roseo volto dai grandi occhi puri, Allor che, o sole, i vasti campi inondi, Ella si siede sotto l'alte frondi

Nei recessi al meriggio ancora oscuri.

Sulla sua via ell'ha ben lievi impronte, Il suo passato ancora non le pesa, Niun periglio ella scorge all'orizzonte, Le tempeste ella ignora, i mali e l'onte,

E non sa nè il rimpianto nè l'attesa.

La terra è allegra sotto al firmamento, È puro il giorno come il suo bel viso, Par che tutto il creato sia contento, Cantan gli augelli mentre tace il vento,

La terra rende al cielo il suo sorriso.

Fiutano i bovi l'aura profumata, Ronzan tra i rami mille alati insetti; La pianura serena, illuminata, Vive una vita intensa e più beata,

Fremono già i misterïosi affetti.

E allora in mezzo a quella pace lieta; Sotto la vasta celestiale vôlta, Lei che improvviso ignota speme asseta, In tra la gioia cósmica e segreta

Si sente triste per la prima volta.

VII.

NEL PARCO

Nel mistero del crepuscolo S'addormìa la villa e il parco. Io sognavo ai tempi rosei, E la speme moribonda Cui ravviva la profonda Solitudine degli alberi Al mio cor trovava un varco.

S'era spento allor l'incendio Del tramonto all'orizzonte Nelle tinte d'oro e porpora, Celestiale ed uniforme Luce blanda sulle forme Si spandeva e nello spazio Cancellando l'altre impronte.

Cancellando ogni vestigio Doloroso delle lotte Che la vita sempre genera, Sul color troppo vivace Distendendo la sua pace, E annunciandone già prossima L'aura sacra della notte.

Si sentìa l'epitalamio Ineffabil della sera, V'eran soffii e note languide Che turbavano la mente, E facevan che le spente Rose antiche rifiorissero In ogni anima più nera.

VIII.

SEMPER ET UBIQUE

L'amour pleure en tout temps et triomphe en tout lieu. VICTOR HUGO

A GIOVANNI CAMERANA

*

A me, stupito, apparve un giovinetto Coronato di rose il crin ricciuto. Mi sorrise e guardò, ma stette muto Al mio cospetto.

Pareva, fatto ver, sogno d'artista Da ingelosir Pigmalïone o Apelle; E gli occhi suoi parean due nere stelle Senz'ombra trista.

Pieno d'incanto era il suo bel sorriso, Fatte pei baci le sue labbra rosse, Armonïose le leggiadre mosse, Fulgido il viso.

La sua tunica bianca a liste aurate Lasciava nude le marmoree braccia; Sul volto suo non si vedeva traccia D'ore passate.

Vuote le mani, senza flauto o lira, Pur silente sembrava ch'ei cantasse Con la presenza sua--e l'alme lasse Togliesse all'ira,

Alle lotte, ai dolori, ai desìr vani Con la purezza del sereno sguardo. --E compresi ch'egli era a parlar tardo Per gaudi arcani.

Ed ei lieto tacea. Ma alfine io lessi --Interpretando l'occhio che parlava I segreti dell'alma allegra e schiava Sul fronte impressi.

E diceva il suo sguardo: È senza inganni La vita, e il cielo ognor ride ai mortali! Più non invidio ai cherubini l'ali: Ho diciott'anni.

Il mondo è mio, il piano e la foresta; I vezzosi giardini e i verdi colli Già mi donaron tutti i fior che volli Per farmi festa.

Mai non si stanca questo piede e varca Il monte che conduce all'alta mèta; E non invidio alcun, prence o poeta, Dotto o monarca.

Ed ignoro le voglie ambizïose, Non mi curo d'imperio o di potenza, Sprezzo i tesori, e d'oro so far senza Perchè ho le rose.

Parlo tacendo e regno senza spada E rinnegar la gioia mia non voglio, Ma il segreto svelare dell'orgoglio A ogni contrada:

Sono superbo perchè sono vinto Dalla fragile man d'una fanciulla; E mi tien quella man che si trastulla Di fiori avvinto.

Ella è candida e bionda, alta e sottile Nella maestà delle nascenti forme, Divine son de' brevi piedi l'orme Sul suolo vile.

Lo sguardo suo celestïale è pieno Di ricordi di cielo e di speranze, E le vïole acquistano fragranze Sovra il suo seno.

E nel sentiero ombroso ed appartato, Sotto le piante antiche ed indulgenti, Passiamo uniti lungi dalle genti A lato a lato--

Ciò diceva il suo sguardo, e lo splendore Crescea della pupilla e del sorriso... Aprì la bocca alfine, e d'improvviso Mormorò: «Amore...»

* *

Obliai questo sogno. I giorni grigi Uniformi passavan senza eventi; E stetti a lungo ascoltando i concenti Del perenne tumulto di Parigi.

Vivevo assorto tra i rumori strani Della vita febbrile affaccendata, Dimenticando l'ora, il dì, la data, Noncurante dell'oggi e del domani.

Era bel tempo--ed il cangiante smalto Del ciel verdastro e grigio verso sera Facea parer tutta la folla nera Che passava serrata sull'«asfalto».

Un dì, seduto in mezzo al gran frastuono Dell'ampia via su cui l'ombra scendea, Sognavo senza concretar l'idea Mentre coi lumi già cresceva il suono.

Sorgevan vaghe imagini riflesse Dalla svariata scena a me davanti: Studïavo la storia dei sembianti, Le intere vite in un sol gesto espresse.

E quella via era teatro e specchio. Ma a un tratto si fissò la mia attenzione Sovra d'un uom che fra tante persone Umil passava e dispregiato: un vecchio.

La barba grigia avea lunga ed incolta, E come giunto a qualche passo estremo Stanchissimo pareva e quasi scemo, Qual chi non parla mai e rado ascolta.

Smorte, scarne le guancie, incerto il passo, A brandelli le vesti, e tremolanti Le magre mani, ei si fermò davanti A noi, guardando indifferente e lasso.

Lo spingeva la folla ed i monelli Al cencioso beon davan la baia, Si scostava la dama e l'ambubaia, L'insultavano i ricchi e i poverelli.

Ei non se ne accorgeva, e tra le rozze Spinte d'ognun mangiava un po' di pane, Proprio sul passo delle cortigiane, Tra il continuo rumor delle carrozze.

Mi vide, mi fissò nel viso, e fosse Ch'egli scorgesse in me pietà od ingegno, Si raddrizzò, guardò, cambiò contegno, Sorrise mestamente, e non si mosse.

Oh! qual tristezza in quello sguardo spento! Quanta miseria nell'aspetto affranto! Quanta eloquenza in quelle rughe, e quanto Dolore in quella bocca senz'accento!

Vi si leggevan vergognose doglie, E forse--orrende malcelate impronte D'anni passati tra rimorsi ed onte-- Ebrezze trangugiate e morte voglie.

Nella moderna ed acre poesia Di quella strada pazza e fragorosa, Quale contrasto nella orribìl prosa Del misero che soffre e non desìa!

Tra la lotta malsana dei piaceri, In quella gara delle immonde brame, Null'altro egli sentiva che la fame E non avea ne sensi nè pensieri.

Gli diedi una moneta e domandai Più con lo sguardo assai che con un motto Come si fosse in tal stato ridotto, Per qual sequela di sventure e guai.

Allor la sua pupilla ebbe un bagliore, Crollò il capo scotendo il bianco crine, E con la rauca voce disse alfine Una parola sola: «Amore, amore...»

IX.

GLI AMORI

*

O felice la Grecia! Sensüale E puro insieme per la forma pura Vi librava l'amor le rapid'ale. Ignorando i tormenti e la paura.

O sereno l'amor che ingenuo assale, Che Orazio canta in seno alla natura, Scandendo il verso dolce ed immortale E bevendo il falerno fuori mura!

Il cielo sorrideva e il lieto sole Irradïava la beltà pagana, E musica sembravan le parole.

Là nel bosco s'udia passar Dïana... E Afrodite che regna dove vuole Era indulgente per la stirpe umana.

* *

E nella ferrea età medioevale Dalle barbare pugne e dai portenti, Tra i fati avversi ed i furor cruenti, Crescea pallido il fior dell'ideale.

Sostenea ne' perigli e negli stenti Il giovin paggio una cura immortale; Ei tenea chiusa nel cuore leale La bella fede de' suoi dì ridenti.

Un sorriso bastava. Egli moriva Per la divisa sovra il brando scritta, --O se tornava alla natìa sua riva

Per più non ritrovar la derelitta, Il vecchio cavaliero ancor sen giva Con la corazza da uno stral trafitta.

* * *

Poi divenne l'amor falso, elegante, Al dolore ribelle e insiem crudele; E se restava un core ancor fedele Pareva in uggia al secolo incostante.

Il convento s'apriva a qualche amante Sconsolata, e chiudevasi.--E le vele Verso Citera vôlte al suono de le Vïole seguitava il trionfante

Tragitto il bel navilio pien di suoni, Dai cordami di seta rispondenti Come corde di cetra alle canzoni.

Le donne artificiose e sorridenti Scordavano le labili passioni Col core pronto ai capricciosi eventi.

* * * *

Nella vita moderna comprendiamo La storia tutta degli amor passati. --Dal dì che ingenuamente il motto: t'amo Diciam, la prima volta innamorati,

Non sentiam solo in noi l'antico Adamo, Ma insieme al suo l'amor di tutti i vati, Il desir forte ed il languire gramo Del mesto cor, dei sensi inacerbati.

Nell'estasi più pura che levarne Può fino al cielo, pur sentiamo invisa La colpevol memoria della carne:

Nel loto ove sguazziamo in bassa guisa Un pensiero risorge a tormentarne, E sogniam d'Abelardo e d'Eloisa.

X.

UNA VOCE

*

Era deserto il vasto cimitero, Nella pace suprema silenzioso; Qua e là pel verde prato, maestoso S'alzava un monumento alto e severo.

E tra una fila di cipressi tristi Stavan gli umili avelli al par sacrati; Molti che qui passarono obliati Alfin dormivan là cheti e non visti.

Pendean dal tempo scolorite e storte Le antiche croci in legno nero--rotte E infracidile ognor dalle dirotte Pioggie inondanti il campo della morte.

Qualcuna si vedea su cui d'affetto Ultimo pegno stava ancor posata Una ghirlanda misera e sfiorata Che la mestizia ne risveglia in petto.

Coperte di mal erbe e insiem d'oblio Altre vedeansi ove taceano i lai: Stavano là da niun compiante mai, Con le due nere braccia aperte a Dio.

E nel vento spirante intesi voce Lugùbre e fioca da una tomba uscita: Era suon che venìa dall'altra vita: Mi piegai per udir sovra la croce.

--«O voi felici cui riscalda il sole!... Dimmi, mortal, che fate ancor tra i vivi? O voi che avete il cielo, il mare, i rivi, La terra, i fior, le piante, e le parole,

«Sospirate? Piangete ancor? Sperate? Che fate là? V'amate ognor? Gioite? Ancor chiedete al tempo le infinite Gioie fuggenti già in dolor mutate?

«Ai raggi incantatori della luna Sentite ancor le bramosìe nascose? Sonvi le selve ancor? Sonvi le rose Ch'esalano l'amore ad una ad una?

«Ti parlo qui, mortal, dall'altra riva, Dalla riva ove il vero è senza velo. Mi appar chiara la terra e aperto il cielo, Benchè giaccia quaggiù di luce priva.

«Son qui da sola, in questo avel, gelata Ultima stanza ove s'attende Iddio, --Verrà l'anime a scioglier dall'oblìo Dell'angelo divino la chiamata?

«Ma fino allora, oh! quanto è questa cella Gelido albergo per il corpo stanco! --Rigida sta nel suo lenzuolo bianco Colei che un giorno fu chiamata bella.»

* *

Gorgheggiavano intanto gli augelletti Smentendo tutte le tristezze umane. Splendeva il sol sulle iscrizioni vane, Sui nomi già scordati--o benedetti.

Mormoravan le piante all'aura estiva, E volsi il guardo al calmo firmamento, Limpido come il ver, pien di contento, Eterno sulla vita fuggitiva.

E dissi allor: Sognai. La tomba tace. La tomba è vuota. In tutto il cimitero Compie natura il suo vital mistero; Sorgono fiori dal terren ferace.

È lieto il cimiter, natura è lieta, Il dolore è nell'uomo e nella vita. Il resto è pien della gioia infinita, Della gioia immortale a noi segreta,

O voce ch'io credeva udir dal suolo Sorger vêr me con un mesto susurro, Piomba dall'alto invece e per l'azzurro Fino quaggiù discendi ratta a volo!

Volsi lo sguardo al ciel--l'orecchio invano Tesi aspettando l'implorata voce. Scordavo il duol della vicina croce, Ma il verbo non venìa dal ciel lontano.

XI.

. . . . .

*

Fuggiva il giorno ed io pensai: l'estate Segue la primavera e passa, e viene Il queto autunno, e poi le sconfortate

Brume; ma pur dopo le amare pene Giungon le gioie e l'esultanze liete, Dopo le lotte son l'ore serene.

L'uomo dopo la vita avrà quiete Nella luce letal crepuscolare, E dei desir più non saprà la sete.

Sì, una vita ventura che spaziare Lascierà l'alma nostra alfine pura Come libero augello sovra il mare

Verrà, ma forse nella nostra oscura Mente sogniam la speme d'una vita Fulgida troppo in la sorte futura.

Dei mondi nella serie indefinita Entro un mondo sarem di veli avvolto, E la luce sarà vaga e sbiadita.

Ne parrà forse rivedere il volto D'alcun che amammo sulla terra vieta, Ma mestamente fia l'occhio rivolto.

Avrem raggiunto il porto, ma la mèta Ne apparirà diversa e men lucente Di quanto disse ogni miglior profeta.

Un grigio azzurro regnerà; fian spente Allor le tinte più sonore e vive; Tutto parrà languire eternamente.

Color di perla, interminate rive Si seguiran, cristalli inargentati, E piante ignote d'ogni raggio schive,

E smorti fiori come addormentati Nell'eterno sopor dolce e fatale, E profumi sottili ed ignorati

Senza gli aromi turgidi del male, Senza i poemi intensi del dolore E dei peccati senza l'aureo strale,

Senza le lotte del terreno amore, Sarà quale ombra d'una vita arcana, E regnerà dove non suonan l'ore

Una nuova mestizia sovrumana.

* *

Pure al domani sotto il sol raggiante Che illuminava i piani e l'alte cime E mutava ogni goccia in un diamante

E pareva attestare il ver sublime. Sentii scendere ancor nell'alma lassa Il peso della vita che ne opprime.

Mi parve ancor che qui ove tutto passa, Ove il dolore sol di nostro è certo, E ogni voglia ne attira odiosa e bassa,

Ove tutti si va per cammin erto E faticoso ad una ignota mèta, Non sapendo il perchè d'aver sofferto,

Ove lo spirto mai non si disseta E ribellar sentiamo prigioniera L'alma rinchiusa nella fragil creta,

Temibile non è per l'uom la sera, Che alfin dirà ciò che a ciascuno è ignoto, E affermerà se la speranza è vera

O se il destino d'ogni senso è vuoto.

* * *

Ma sul mio capo s'avvolgean le spire Dei rami d'una quercia secolare Dal tronco immane che non vuol morire.

Ed ecco, a un tratto, io la sentii parlare! Una rauca e sottil voce da un ramo Su di me scese e dovetti ascoltare.

--«Ah! tu almeno t'arresti quando chiamo, E fai silenzio a queste mie parole. Odon le piante. Mentre leggevamo

Nel tuo pensier che ignora ciò che vuole E che per false strade si disperde, Ridemmo, chè sei cieco innanzi al sole.

Bello risplende delle frondi il verde Sull'azzurro del cielo, e altero è il fiore, --E in vani sogni il tuo pensier si perde,

Sorride il sol nell'allegro splendore, E le messi che zeffiro accarezza Piegano liete innanzi al mietitore;

È gaio il mare per la dolce brezza E avrà la gioia pur della tempesta... E trilla l'augellin che il guscio spezza.

Sulla terra e nel ciel dovunque è festa, Pur chiuso è ancor dell'universo il fato E l'avvenir che agli esseri s'appresta.

«Tutto è mister, ma nel tronco ingrossato Scorrer sentiamo il vital succo, come Il mondo sente vita in ogni lato.

L'aura folleggia tra le sparse chiome... Vengon gli amanti uniti--e poi retrivi Cercan sui tronchi nostri inciso un nome.

E le foglie agitiamo e siam giulivi Ignorando il destino, e pur sentiamo Che ovunque è vita. E tu solo non vivi?

Tu pensi e scruti e dici: il vero io bramo. E intanto passano i momenti vani E le fronde non vedi sul mio ramo,

Breve è la vita e lungo il suo domani, Qualunque sia. Sorridi dunque e sorgi! Qui non dormire i sonni tuoi malsani!

Il mondo è immensa gioia che non scorgi».

XII.

LA CASCATA

Irradiata di sole, spumeggiante, Dalla roccia scoscesa la cascata Vedea cader laggiù--romoreggiante, Inalterata.

E anch'io nel cor sentivami un torrente Non bianco nè fulgente--doloroso-- Ma in quel posto si fè subitamente Meno penoso.

Ed una voce udii tra quel fragore Che mi disse: Tu pure hai la sorgente Come la mia. Dessa si chiama Amore Eternamente.

Lascia che scorra dal tuo core aperto, In essa affogherai ogni tristezza; Ti scorderai perfin d'aver sofferto Nell'allegrezza.

Compresi il ver, provai la commozione Che ne riempie l'alma tutta intera, E mi sentii nel petto una tenzone Dolce ed altera.

E a me stupito là su quella sponda, Della vita tra il duolo e l'egra noia, Parve il cader dell'acqua vagabonda Pianto di gioia!

XIII.

ATARAH

AD ARRIGO BOITO

*

Atarah regna sopra un vasto impero; Ha dolce l'occhio e lo sguardo severo, E passa eretta fra le vinte genti. Le sue pupille sono più fulgenti D'ogni fuoco che brilla al diadema Pel quale ognuno innanzi ad essa trema. La strana gemma che il coturno allaccia Dall'alto carro par che guardi in faccia --Mentre il corteggio maestoso incede-- Il popol schiavo che le giunge al piede, (Al piè divin che sa sulla cervice Dell'uom posare e renderlo felice). Ella è possente, e se bella non fosse Col terror frenerebbe le sommosse; E come un uomo ella saprìa regnare E ricever l'incenso dell'altare. Ed anco è bella, e se non fosse forte Padrona pur sarebbe della sorte, E senza scettro ella potrìa guidare La moltitudin cui dal monte al mare Abbaglia il ritmo di sue forme e il truce Occhio languente dall'arcana luce.

Ella non teme alcun rivale e sfida Che il più grande l'offenda o la derida, E non paventa alcun Iddio e china Non si prostra ad alcun, poichè è divina. Sapïente, l'immenso impero regge E per sè non conosce alcuna legge E frena il mondo e non subisce freno. --E quando passa, alta e scoperto il seno Marmoreo e bruno e coronata in fronte, Porta la gloria alteramente e l'onte.

Prostràti al suolo cristïani e mori Miran tacendo i mostruosi amori Cui potenza e talento ognor la spinge-- E i suoi desir stupiscono la sfinge Che sogna sempre nella sabbia avvinta Dall'immenso silenzio intorno cinta.

Ella tutto provò. Nei più segreti Abissi del piacer con gl'inquieti Sensi seguì la mente che galoppa, La fantasia malsana; e nella coppa Cercò l'ultima goccia. E tutto il campo Del possibile scorse (come lampo Che ovunque guizza) e lo trovò assai vasto, Ma limitato. Nulla m'è rimasto? Disse sognando, e con la sua possanza, Con l'ingegno che annulla la distanza, Con la muta scïenza della carne, I toccati confin vuole allargarne.

Si risovvenne ed inventò. La storia Le fu maestra, ma ad infame gloria Peggiore ell'è d'ogni regina; strinse Più stretti i nodi alla chimera e vinse Semiramide stessa invidïosa Nel superbo sepolcro. A mente che osa Aiutata dall'oro e dal potere Natura cede. E nelle calde sere Perfino il puro ciel complice anch'esso Parea s'inebbriasse, a lei sommesso Con le infinite stelle. Ed ella in alto Guardava meditando un qualche assalto Per convertire coi desiri occulti Il firmamento ad infernali culti.