Volume III, 1871, pagine 227 e 570-571. (Anche qui l'iscrizione non
è esatta).
PADOVAN V. -- Opera citata, edizione 1879, pagina 9. -- _Archivio Veneto_, Tomo XII, pagina 92, -- terza edizione, 1881, pagina 8.
[Nuova pagina]
NOTE A "VITALE MICHIEL".
(1) Promis D. _Monete della zecca d'Asti_. Torino, 1853, pagine 20-21.
(2) Ughelli F. _Italia sacra_. Venetiis, 1717, Tomo V, pagina 1383.
(3) Azzoni Avogaro R. _Della zecca e delle monete ch'ebbero corso in_ _Trivigi fin tutto il secolo XIV_; in Zanetti Guid'Antonio. _Nuova_ _raccolta etc_. Volume IV, pagine 138 e 165.
(4) Archivio di Stato. _Petizion_. Pergamena, busta III.
(5) Archivio di Stato. _Grazie_. Registro 8, carte 82.
(6) Archivio di Stato. _Grazie_. Registro 12, carte 49 tergo.
(7) Museo Correr. _Manoscritti_ III, 349, carte 62 tergo.
(8) Archivio di Stato. _Quarantia criminale, Parti_. Registro II, carte 26 tergo.
(9) Il peso è rilevato dai due esemplari che si conservano nei Musei di Parma e Trieste, pur troppo alquanto sciupati; non avendo potuto conoscere il peso del Bianco del dottor Gregorutti, che è di migliore conservazione.
[Nuova pagina]
SEBASTIANO ZIANI.
DOGE DI VENEZIA.
1172-1178.
Sebastiano Ziani, che successe al Michiel nel principato, resse saviamente la repubblica e rialzò le sorti di Venezia, ove ebbe luogo il memorabile incontro fra Alessandro III e Federico Barbarossa e fu segnata la tregua che condusse alla pace di Costanza.
Di questo doge abbiamo solamente il denaro o piccolo, bella monetina scodellata d'argento colla croce da entrambi i lati, che sul diritto ha il nome di battesimo del principe accompagnato dal titolo di Dux e sul rovescio quello di San Marco. Niun documento o memoria ci dice in che epoca siasi cominciato a coniare tale moneta, che è la base del sistema monetario veneziano, ma sappiamo che essa era perfettamente uguale al denaro di Verona e che nelle provincie vicine, come a Venezia, si trattava indifferentemente in denari veneziani o veronesi, come se fossero la stessa cosa. Sino dal secolo scorso Brunacci aveva mostrato, coll'appoggio di documenti, che i denari veronesi ed i veneziani avevano contemporaneamente corso in Padova ed erano considerati dello stesso valore (1); i più valenti eruditi di allora accettarono le sue conclusioni che sono confermate, oltreché dai documenti, anche dal fatto che i denari di Verona e di Venezia colla croce d'ambo i lati si trovano facilmente commisti quando viene alla luce qualche tesoretto di quell'epoca. La meta o calmiere dello stesso doge Sebastiano Ziani pubblicato nel 1862 dal fu commendatore Cecchetti (2) determina i prezzi delle derrate in denari veronesi, ed è una nuova prova della parità del valore delle due monete e del fatto che a somiglianza dei veronesi erano stati battuti i denari veneziani; tutt'al più si potrebbe inferirne che i veneziani erano in corso da poco tempo e che i veronesi avevano guadagnato quella reputazione che viene da un lungo ed onorato servizio. È bene anche osservare che in quella antichissima tariffa di commestibili, quando si parla di _veronesi_ senz'altro, si intendono, i denari, mentre che le lire ed i soldi vengono chiamati _libras veronenses_, _solidos veronenses_ (3).
La lira veronese, e conseguentemente anche la veneziana, derivano dalla lira di Carlo Magno, che è la sorgente ed il punto di partenza di tutte le monetazioni dell'Europa occidentale. Essa si divide in venti soldi, ognuno dei quali è composto di dodici denari e fu istituita dal grande imperatore riformando i precedenti sistemi dei Franchi, come ci viene narrato dalle cronache contemporanee. Carlo Magno ed i suoi successori non coniarono né la lira né il soldo, ma soltanto il denaro ossia un duecentoquarantesimo della lira, moneta che si trova facilmente nelle raccolte coi nomi delle principali città del vasto impero.
Sulla libbra, o lira di Carlo Magno dottamente scrissero illustri uomini che si dedicarono agli studi monetari ed economici in Italia ed in Francia, ma siccome il decreto o capitolare che la istituisce non è giunto fino a noi, e ci manca un campione, un modello fedele ed esatto di ciò ch'essa doveva essere, così le sapienti disquisizioni non sono riuscite a dimostrare con sicurezza l'origine storica ed il valore esatto di tale moneta. L'unico documento contemporaneo e sicuro sebbene non esattissimo, dal quale non si può allontanarsi, è il peso dei denari stessi, che essendosi conservato costante sotto i primi successori di Carlo Magno, è un freno sicuro contro i voli della fantasia.
Discussero, gli autori del secolo scorso, se Carlo Magno avesse repristinata la libbra romana (4) o sostituita la gallica (5). Chi volle che tale nuovo peso corrispondesse alla libbra di 16 once adoperata in Francia ed in Germania e formata dal doppio peso del marco (6), chi invece la cercò in un peso corrispondente a 12 once del marco (7), opinione alla quale sarei tentato di accostarmi, ritenendo probabile un legame fra il peso della moneta e dei metalli colle altre misure, considerando le molte _libbre_ ed i molti _marchi_ esistenti in Francia, in Germania ed in Italia, come degenerazioni di uno stesso sistema, di cui resta traccia nell'analoga divisione.
Fra i moderni che si occuparono di questo interessante argomento merita una speciale menzione la memoria presentata nel 1837 all'Accademia reale di Francia dall'eruditissimo signor Guérard (8), nella quale egli sostiene, dopo ricerche coscienziose, che la nuova libbra introdotta da Carlo Magno non fosse se non l'antica romana aumentata d'un quarto, fissando la prima in grammi 326 e 337 millesimi e la seconda in grammi 407 e 92 centesimi.
Il Fossati invece in altra dotta memoria (9) presentata all'Accademia delle scienze di Torino, attribuisce un maggior peso alla lira di Carlo Magno, e la crede equivalente a grammi 434 e 416 millesimi, ed il cavalier C. Desimoni (10) in un recente lavoro sulla decrescenza graduale del denaro dalla fine dell'XI, sino al principio del XIII secolo, lo porta fino a grammi 467 e 724 millesimi. In Italia due grandi autorità si sono pronunciate in favore del peso proposto dal Guérard e cioè Domenico Promis (11) e Camillo Brambilla (12), ed io piegandomi a sì illustri maestri ho seguito il loro esempio in un saggio sul valore della moneta veneziana che ho letto all'Istituto Veneto (13).
L'indole e lo scopo del presente lavoro non mi permettono di dilungarmi su questo importante argomento; osserverò solo che il Guérard ha preso per base del suo sistema il peso medio dei denari di Lodovico il Pio, da lui valutato a 32 grani del marco di Troyes. Ora a me sembra che il peso medio degli esemplari di una moneta, dopo tanti secoli, non possa dare un'idea esatta di quello fissato dalle leggi. Anche oggi noi vediamo che le monete appena uscite dalle officine raggiungono assai raramente il peso normale, perché la zecca cerca di aumentare i suoi utili colla tolleranza, e se per caso qualche esemplare eccedesse il peso legale, esso sarebbe subito tolto dalla circolazione e fuso dagli speculatori.
Lo stesso diligentissimo signor Guérard ci dà il peso di 69 denari di Lodovico dei quali 16 oltrepassano i 32 grani ed alcuni raggiungono i 35 e 36, e saviamente egli fece a scegliere quell'imperatore che mostrò esattamente mantenuto il peso della moneta, ma tenendo conto del consumo per la circolazione e della ineguaglianza del peso naturale in tutti i tempi e più comune in quell'epoca, io ritengo che il peso normale del denaro dovesse essere tra i 34 ed i 35 grani di Troyes, e quindi più vicina al vero la lira di grammi 434,416 proposta dal Fossati.
Il denaro, sola moneta coniata nei primi secoli, conservò il suo peso quasi completamente durante il regno dei sovrani carolingi; ma decrebbe sensibilmente durante quello degli imperatori germanici, per cui i denari coniati a Venezia nel secolo XI coi nomi di Corrado e di Enrico, pesano circa la metà di quelli di Carlo Magno e sono di titolo inferiore. Nelle più antiche carte che parlano di moneta veneziana, essa viene calcolata la metà (14) di quella milanese, pavese od imperiale, che è quindi quella che più si accosta alla originaria.
Assai più rapido fu il deterioramento della moneta nel secolo XII, ed infatti i denari Veneziani coi nomi di Sebastiano (Ziani), Aurio (Malipiero) ed Enrico (Dandolo) pesano meno del quarto dei denari di Carlo Magno, sebbene contengano tre quarte parti di lega ed una sola di fino. Gli assaggi che ho fatto fare su tali monetine danno il titolo di 0,250 a 0,270 ossia, relativamente al peso di oltre sei grani veneti, essi contengono qualche cosa di più di un grano veneto e mezzo di buon argento, peso ed intrinseco che stanno in armonia con quelli del grosso istituito da Enrico Dandolo e di cui parleremo più tardi.
Siamo già abbastanza lontani dal valore e dal peso del primo denaro, ma la scala discendente non è ancora finita e si può anzi dire che non finisce mai, perché il deterioramento della moneta è legge generale e costante. I tempi antichi e quelli del medio evo, ce lo provano cogli esempi di tutti i paesi, ed attualmente solo i freni artificiali ed i legami internazionali possono trattenere la moneta da questa china fatale. Il confronto col vecchio denaro imperiale e la esiguità del volume fecero dare il nome di _piccolo_ al denaro veneziano, e poco a poco l'aggettivo sostituì il nome originario in modo da farlo dimenticare. Col tempo il nome di _piccolo_ od il suo equivalente latino di _parvus_ divenne ufficiale e rimase nelle scritture anche quando l'uso popolare diede al denaro altri appellativi.
[Nuova pagina]
NOTE A "SEBASTIANO ZIANI".
(1) Brunacci J. _De re nummaria patavinorum_. Venetiis, 1744, pagine 31-42. -- Brunacci J. _Della beata Beatrice d'Este_. Padova, 1767, pagina 51.
(2) Cecchetti B. _Programma dell'i. r. Scuola di Paleografia in_ _Venezia, 1862_. Pagina 48 e seguenti.
(3) Documento III.
(4) Carli Rubbi G. R. _Delle monete etc_. Opera citata. Tomo I, pagina 248.
(5) Le Blanc F. Opera citata. Paris, 1690, pagina 83.
(6) Carli Rubbi G. R. Opera citata. Tomo I, pagine 249-251.
(7) Le Blanc F. Opera citata. Pagina 83.
(8) Guérard B. _De système monétaire des Francs sous les deux_ _premières races_, Revue Numismatique française, Blois, 1837, pagina 406.
(9) Fossati. _De ratione nummorum ponderum et mensurarum in Gallis sub_ _primæ et secundæ strpis regibus_. Atti della Regia Accademia delle Scienze. Torino, 1842.
(10) _Mélanges de Numismatique_. Paris, 1882, pagina 52.
(11) Promis D. _Monete dei romani Pontefici avanti il mille_. Torino, 1858, pagina 47.
(12) Brambilla C. Opera citata, pagina 56.
(13) _Atti del Regio Istituto Veneto_. Tomo III, serie VI, 1885.
(14) Papadopoli N. _Sulla origine etc_. Opera citata, pagina 29.
[Nuova pagina]
ORIO MALIPIERO.
DOGE DI VENEZIA.
1178-1192.
Orio Malipiero, che aveva rinunciato una prima volta alla suprema dignità in favore di Sebastiano Ziani, fu chiamato a succedergli quando questi si ritirò in un monastero. Il nuovo doge dimostrò saviezza ed accorgimento politico nelle relazioni coll'impero bizantino, e così pure durante gli avvenimenti disgraziati dei Crociati in Palestina, in modo che se ne avvantaggiarono l'influenza ed il commercio dei veneziani in Oriente.
Il Carli (1), il Gallicciolli (2) ed altri scrittori di cose veneziane riproducono nelle loro opere la notizia di una nuova moneta di Orio Malipiero chiamata _Aureola_, dal nome del doge, la quale era adoperata dai notaj allorché minacciavano la pena di _quinque libras_ _auri_. Non sono concordi i cronisti ivi citati sulla natura della specie metallica, perché alcuni parlano di moneta bianca o di argento, altri di moneta d'oro e finalmente le _Memorie di Zecca_ notano all'anno 1178:
"Prencipe D. D. Aureo Mastropetro fu stampada moneta d'argento nominada Aurelij quali pesavansi Carati 10 per uno, Valeva Soldi due L'uno".
Qualunque sia la lezione che si voglia preferire non è facile interpretare le parole di questi antichi storici, tanto in quelle parti in cui sono concordi, quanto in quelle in cui differiscono, perché l'oro non fu ridotto in moneta nella zecca veneziana prima del 1284; i piccoli ed i bianchi esistevano anche prima del doge Malipiero ed il grosso, che pesa poco più di 10 carati, fu coniato per la prima volta da Enrico Dandolo, come ci assicurano i cronisti più autorevoli e ci provano quei documenti palpabili che sono le monete esistenti nei nostri Musei.
Ricercando quale sia la moneta nominata dai vecchi notai troveremo che la multa di _quinque libras auri_ era imposta ai prevaricatori dei contratti e dei testamenti da antichissimo tempo e ben prima del Malipiero, come in un sinodo tenuto in San Marco nel 960 (3) per vietare il commercio degli schiavi, nel quale il doge ordinava, che chi violasse la legge _componat in palatio nostro auri obrizi libras quinque_, e nell'atto di donazione di Entesema, figlia di Domenico Orseolo al fratello Pietro nel 1.° dicembre 1061, che termina con queste parole:
"Quod si unquam tempore contra hanc meæ donationis cartam ire temptavero. . . solvere promitto cum meis heredibus tibi et tuis heredibus _auri libras quinque_, et hec donacio maneat in sua firmitate" (4).
È chiaro adunque che si tratta non di nuove e speciali monete, ma bensì delle libbre d'oro con cui si facevano molte contrattazioni nei secoli X e XI, che troviamo segnate nei documenti colle parole _auri_ _libras_, _auri obrizi libras_, _auri optimi libras_, _auri purissimi_ _libras_, _auri cocti libras_, e che continuarono ad essere usate anche più tardi, particolarmente nei testamenti ed altri simili atti dove le formole si conservano per tradizione anche quando il vero motivo di usarle è scomparso. L'errore proviene da una confusione ingenua fatta col nome del doge che latinamente si diceva _Aurio_, e di ciò sono persuasi anche il Carli ed il Gallicciolli, il quale però si affatica a cercare il rapporto di valore fra queste libbre, la lira grossa e la fantastica _Redonda d'oro_.
Per togliere ogni incertezza e comprendere come l'errore si sia formato, osserviamo da prima che non è giunta sino a noi alcuna cronaca o memoria storica scritta al tempo di Orio Malipiero od in epoca tanto vicina da considerarsi quasi contemporanea. Martino da Canal, che scrisse circa un secolo dopo, non parla di alcuna moneta nuova istituita da quel doge, e nemmeno Andrea Dandolo, giacché la postilla che ricorda il fatto nel Codice Ambrosiano, fu aggiunta in epoca posteriore. Il primo a parlarne è un manoscritto del secolo XIV intitolato _Chronicum venetum ab U. C. ad annum 1360_, che si conserva nella Regia Biblioteca Marciana (5), dove si legge:
"Iste Dux quandam monetam vocatam aureolus ut suo congrueret nomini cudi fecit de qua etiam hodierna die in cartis ubi pena apponitur V libre auri fit mentio singularis".
I cronisti posteriori riproducono la notizia quasi colle stesse parole, e finalmente Marino Sanuto nelle vite dei Dogi (6) racconta:
"Ancora fu fata una moneda d'arzento che si chiamava aureola per la chasada dil doxe: et è quella moneda che li nodari di Veniexia metevano in pena soto i lhoro instrumenti".
Possiamo dunque essere tranquilli che nessuna moneta nuova fu fabbricata al tempo di Orio Malipiero, il quale continuò soltanto a coniare nummi scodellati delle stesse specie usate dai suoi predecessori.
[Nuova pagina]
MONETE DI ORIO MALIPIERO.
Denaro, o Piccolo. Argento, titolo 0,270 circa (7). Peso, grani veneti 7 (grammi 0,362): scodellato.
1. Dritto. Croce patente in un cerchio "croce A V R I O spazio D V X".
Rovescio. Croce patente in un cerchio "croce punto, S ruotata, punto M A R C V, S ruotata".
2. Varietà nel Rovescio. "croce, S ruotata, punto M A R C V, S ruotata, punto".
3. Varietà nel Rovescio. "croce, S ruotata, punto M A R C V, S ruotata".
Tavola V, numero 3.
4. Varietà nel Rovescio. "croce, S ruotata, spazio M A R C V, S ruotata".
5. Varietà nel Dritto. "croce A V R punto D V X punto".
Rovescio. "croce punto, S ruotata, punto M A R C V, S ruotata".
Tavola V, numero 4.
Mezzo denaro, o Bianco. Mistura, titolo 0,070 circa. Peso, grani veneti 9 (grammi 0,465): scodellato.
6. Dritto. Croce accantonata da quattro punti triangolari "croce A V R I O punto D V X".
Rovescio. Busto in faccia di San Marco "croce S spazio M A R C V punto punto".
Gabinetto numismatico di Sua Maestà, Torino.
Tavola V, numero 5.
(Il rovescio della moneta è ribattuto, per cui la croce incusa copre quasi interamente l'immagine del Santo).
[Nuova pagina]
OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI ORLO MALIPIERO.
LIRUTI G. G. -- Opera citata, pagina 142, tavola VII, numero 61; ed ARGELATI, Parte II, pagina 149, tavola III, numero 61.
ZANETTI GIROLAMO. -- _Dell'origine, etc_. Opera citata, pagina 47, numero IX e X della tavola; ed ARGELATI, Parte III, Appendice, pagine 11 e 14, numero IX e X.
CARLI RUBBI G. R. -- _Delle monete etc_. Opera citata, Tomo I, pagine 401-402, tavola VI, numero II.
GRADENIGO G. A. -- Indice citato in ZANETTI G. A., TOMO II, pagina 167, numero XI. e XII.
(MENIZZI A.). -- Opera citata, pagina 79.
APPEL J. -- Opera citata, pagina 1118, numero 3906.
SAN QUINTINO G. (DI). -- Opera citata, pagina 53 e 55, tavola II, numero 10.
ZON A. -- Opera citata, pagina 17.
SCHWEITZER F. -- Opera citata, pagina 73 (94) (95) (96) (97) (98) (99) e tavola.
_Biografia dei Dogi_. Opera citata, Doge XL.
_Numismatica Veneta_. Opera citata, Doge XL.
PADOVAN e CECCHETTI. -- Opera citata, pagina 10.
WACHTER C. (VON). -- Opera citata. -- _Numismatische Zeitschrift_,