Volume IV, pagina 343, nota 190. -- Piermaria Erbisti.
_Osservazioni sopra le lire e monete veronesi_, Argelati F., Parte II, pagina 46. -- Mariani. _Tariffa perpetua_, Venezia, Rampazzetto, 1567.
(6) Documento XIX.
(7) Documento XIX.
(8) Regio Archivio di Stato. Capitolare delle Brocche, carte 14 tergo.
(9) Regio Archivio di Stato. Capitolare delle Brocche, carte 14 tergo
(10) Documento XX.
(11) Mariani Giovanni, _Tariffa_ citata.
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TOMASO MOCENIGO.
DOGE DI VENEZIA.
1414-1423.
Tomaso Mocenigo, trovavasi a Lodi, oratore di Venezia presso il re Sigismondo, quando fu chiamato all'onore di reggere il ducato. Fu principe saggio, che promosse e curò la prosperità del paese: rifuggiva dalla guerra, ma dovette spedire contro i Turchi, che molestavano il commercio veneziano, l'armata comandata da Pietro Loredan, che riportò una splendida vittoria nelle acque di Gallipoli e ridusse il nemico ad una pace vantaggiosa. Anche cogli Ungheri non fu possibile venire ad un accordo, e dopo di avere tentato inutilmente di riunire in una lega le potenze italiane, i Veneziani dovettero combattere da soli contro Sigismondo alleato al patriarca di Aquileja. Essi sostennero Tristano Savorgnan nemico del patriarca e finirono col restare padroni del Friuli ed anche della Dalmazia, approfittando del momento in cui il nemico era impacciato dalle guerre in Boemia e contro i Turchi, per togliere per sempre quei paesi alle pretese dei re d'Ungheria.
Durante il suo principato Tomaso Mocenigo si occupò indefessamente a riordinare le finanze e l'amministrazione dello stato. La moneta fu pure oggetto della sua sollecitudine, anzi questo periodo si distingue per ripetuti studi e per modificazioni continue alle leggi che riguardavano la affinazione dei metalli e la coniazione delle monete. Il primo atto è del 10 febbraio 1413 (1414), solo di un mese posteriore all'elezione del doge: in esso il Senato delibera (1) di nominare tre savi col mandato di esaminare tutte le cose relative alla zecca, di prendere le necessarie informazioni dai massari e dagli estimatori dell'oro e dell'argento, e di proporre quindi quelle riforme e quei provvedimenti che credessero atti a migliorare questo importante servizio. Giovanni Garzoni, Francesco Girardi e Marco da Molin eletti a tale incarico fecero nel 18 aprile successivo le loro proposte per la zecca dell'oro, le quali vennero approvate e si trovano trascritte nei registri del Senato e nel capitolare dei massari all'oro (2). Esse contengono molte minuziose prescrizioni, che riguardano principalmente la stima del metallo prezioso portato dai mercanti, la perfetta affinazione, la custodia, il peso ed il calo dell'oro durante le molteplici operazioni che esso subiva fino a trasformarsi in tanti bei ducati. Si raccomanda di tener conto di tutto, di registrare diligentemente i pesi e, non reputandosi sufficienti tre estimatori, se ne istituisce un quarto, e così ai due massari dell'oro se ne aggiungono altri due col salario annuo di ottanta ducati.
Sembra però che il Senato non fosse contento dei risultati ottenuti, giacché il 25 gennaio 1415 (1416) delegava i propri poteri (3) ad uno speciale collegio, composto del doge, dei capi della Quarantìa, dei savi del Consiglio, dei savi _ad recuperandam pecuniam_, dei savi agli ordini, dei tre savi delegati alla riforma della zecca, degli avogadori del Comune e degli ufficiali alle ragioni nuove, ordinando che le loro deliberazioni avessero la stessa forza che se fossero emanate dal Consiglio dei Pregadi, purché raccolti nel numero di 28. Pochi giorni dopo, il 30 gennajo, riunitosi questo consesso delibera (4) che i mercanti, i quali portano l'oro in zecca, debbano sottostare al calo della fusione, dopo della quale sia fatta la stima a Rialto con ogni cautela e segretezza. Si riducono nuovamente a tre (5) collo stipendio di ducati 60 annui gli estimatori, i quali non possono stimare se non uniti, né mandare l'oro alla zecca se due non sieno concordi. Anche i massari dell'oro sono ridotti a due (6), come anticamente, collo stipendio di 120 ducati e colle solite utilità: devono fare per turno le quindicine; saldare il quaderno ed attenersi al loro capitolare, dànno pieggieria e durano in carica due anni. Si portano a due i pesatori alla moneta (7) con 60 ducati ed altri incerti: questi devono tenere le chiavi, fare i pesi, ed ajutare i massari a tenere le scritture.
Nel 30 giugno 1416 il Senato si occupa nuovamente (8) della fiorente fabbricazione dei ducati e procura di frenare alcuni abusi: minaccia gravi pene a coloro, che cercano di ridurre la zecca nelle loro mani, temendo il danno che potrebbe venire al Comune, se nelle parti di Alessandria e di Soria, ove esistono esperti conoscitori, si sospettasse che la moneta d'oro veneziana non si facesse più della solita bontà. Per incoraggiare tutte le persone, eccetto quelle che per ufficio non possono occuparsi di tale commercio, a portar oro in zecca, il prezzo fino allora pagato si aumenta di 3 grossi per marca e di 4 a chi lo dà fuso.
Altre deliberazioni del Senato si trovano in data 19 giugno 1421 (9) relative alla _stimaria_ ed alla zecca dell'oro, ma sono in massima parte ripetizioni di ordini, che esistono nei decreti precedenti, e prescrizioni di poca importanza, che non meritano di essere riportate, e mostrano solo il grande interesse, che si poneva a mantenere la purezza del ducato.
Anche per ciò che riguarda la moneta d'argento non mancano i provvedimenti durante il principato di Tomaso Mocenigo. Nel 22 aprile 1414 (10), visto il danno che reca al Comune la parte presa nel 1406, di rendere moneta dello stesso peso dell'argento posto in zecca, si stabilisce di far pagare ai mercanti 10 soldi di piccoli per fattura di ogni marca di grossi, e 14 soldi per ogni marca di soldi, quando si tratti di argento franco, e cioè di quell'argento che abbia adempiuto l'obbligo del quinto, che si doveva per legge tradurre in moneta.
Mancando i massari all'argento ed essendosi soppresso il posto di quello ai torneselli, il Senato delibera nel 30 aprile 1416 (11) di portare a tre i massari alla zecca dell'argento, col salario di 100 ducati annui e colle solite utilità annesse all'ufficio: essi durano in carica due anni, devono fare per turno le quindicine, alternando le mansioni ogni mese sotto la sorveglianza dei provveditori del Comune. Nel 5 giugno successivo (12), a quel massaro che sorveglia la fabbricazione dei torneselli, si accordano quattro mesi per regolare i conti, mancandogli il tempo di farlo in termine più breve.
Il Senato rammenta ai massari nell'11 giugno 1416 (13) che i soldi coniati in zecca devono farsi in modo da averne lire 27 soldi 4 per marca, e non più, come si è fatto talora contrariamente alle leggi: stabilisce che la zecca non possa ricevere le monete coniate da essa stessa e che i pagamenti dei quinti debbano esser fatti a conto e non a peso.
Nel 26 febbraio 1416 (1417) vengono nominati tre savi (14) per istudiare e proporre le riforme della zecca e della moneta d'argento: riescono eletti Scipione Bon, Pietro Bragadin e Cristoforo Soranzo.
L'11 novembre dello stesso anno (15) il Senato vota provvedimenti per la zecca dell'argento, i quali si riassumono così: che sia abolito il sistema dei quinti sin allora in vigore tanto nella presentazione al peso che nell'affinamento del metallo; che tutto l'argento introdotto a Venezia debba essere presentato al peso a Rialto e registrato esattamente, e che per la affinazione si debba pagare grossi 4 e un quarto a oro per marca. I tre massari debbano alternare le loro occupazioni in modo che uno riceva l'argento per fabbricare le monete, l'altro sopraintenda alla affineria, il terzo ai tornesi ed ai piccoli, cambiando ogni quattro mesi le loro funzioni, tenendo registro esatto delle operazioni e rendendone conto agli ufficiali delle ragioni nuove. Di tutto l'argento affinato la quarta parte si riduce in moneta, dando al mercante peso per peso, ma del rimanente egli è libero di fare ciò che vuole: può venderlo e portarlo via da Venezia senza spesa; però se desidera invece farne moneta, può averne peso per peso pagando la fattura. Considerato che non è più possibile mantenere gli ordini dati, di fabbricare la moneta nella misura di lire 27 soldi 4 per marca, fissata quando il ducato valeva 93 soldi, perché i mercanti ci troverebbero una perdita e non porterebbero più argento a Venezia, ora che il ducato vale 100 soldi, si delibera che la moneta sia tagliata in modo da ricavare per ogni marca lire 29 soldi 9, e ciò sulla base del calcolo che l'argento costa 5 ducati 18 grossi per marca, che il ducato vale 100 soldi e che la spesa di fabbricazione dev'essere valutata 12 soldi per una marca di grossi e 16 soldi per una marca di soldi (16). Si raccomanda alla zecca la maggiore possibile esattezza nel peso e nella fattura, e, per favorire la condotta dell'argento a Venezia, si ordina di far pagare solo 8 soldi per marca per la spesa di fabbricazione, dando peso per peso, metà grossi e metà soldi, mentre l'erario potrà rifarsi di tale perdita coll'utile della affinazione.
I risultati di questi provvedimenti corrisposero così poco alle speranze, che nel 22 dicembre 1419 (17) il Senato, osservando che le riforme fatte non hanno riuscito a far venire l'argento a Venezia, essendo arrivate solo diecimila marche in confronto di quarantamila all'anno che ne giungevano in passato, delibera che si debbano rivedere le fatte riforme da un collegio composto del doge, dei consiglieri, dei capi della Quarantìa, dei savi del Consiglio, alla guerra ed agli ordini, degli avogadori del Comune, degli ufficiali delle ragioni nuove e di quelli della moneta d'oro e d'argento, accordando alle deliberazioni prese da tale consesso, la stessa autorità che se fossero state votate dal Senato.
Nel 4 gennaio 1419 (1420) (18) questo collegio, lamentando la diminuita vendita dell'argento in Venezia sopprime, l'obbligo di venderlo _alla campanella_ a Rialto, secondo le antiche leggi e costumi, e permette di venderlo a qualunque persona, purché sia denunziato il contratto per le solite registrazioni che si mantengono. Collo stesso decreto riduce a soli 2 grossi per marca il dazio dell'argento introdotto a Venezia, invece dei 4 grossi ed 8 piccoli che si pagavano precedentemente.
Se non che la scarsezza degli arrivi dell'argento a Venezia e la conseguente decadenza della zecca dipendevano da fatti esterni e da cause economiche, che non potevano essere cambiate nemmeno dai più avveduti e solerti amministratori dello stato. Per cui nel 27 gennaio 1420 (1421) (19) il Senato, trovando necessario di provvedere _super_ _facto argenti et super factis monete et ceche nostre_, che vanno così male da non poter andar peggio, convoca nuovamente il collegio composto del doge, dei consiglieri, dei capi della Quarantìa e dei savi del Consiglio, dei provveditori del Comune, degli ufficiali della zecca, a cui si aggiungono i savi per investigare sopra i fatti del Friuli e delle terre nuovamente acquistate, coll'incarico di studiare quei provvedimenti e di dare quegli ordini, che reputassero migliori all'interesse della zecca e del Comune.
I provvedimenti pubblicati da tale Collegio nel 6 febbraio successivo (20) costituiscono una nuova diminuzione della moneta nel peso, che viene ridotto a lire 29 e soldi 16 per marca, e nel titolo, che si conserva nominalmente a peggio 55, ma tollerando le pezze d'argento di poco inferiore, purché non superino il peggio di 60 carati; provvedimento che deve condurre in breve tempo alla adozione del titolo inferiore come regolamentare. Oltre a ciò, per economia di spesa, si ordina di dare ai mercanti tre quarti del peso in grossi ed un quarto in soldi, invece di metà grossi e metà soldi, e per lo stesso motivo si sospendono le nomine dei titolari di alcuni posti rimasti vacanti, fra cui uno dei tre massari.
Come si vede, il governo veneto perseverava nella via in cui si era messo, la quale conduceva ad un peggioramento continuo del soldo e conseguentemente della lira nominale: questo provvedimento, certamente non favorevole a rialzare il credito della moneta d'argento anticamente tanto ricercata, aveva per conseguenza l'aumento di prezzo della moneta d'oro, conservata perfetta con tutte le cure.
Molte antiche monete erano ancora in circolazione e naturalmente avevano maggior prezzo delle nuove più leggere, per cui il Senato fu costretto a emanare, nel 7 marzo 1422 (21), un decreto, il quale, osservando che l'antica moneta è cresciuta a 108 soldi, ordina di raccogliere tutti i pezzi di conio antico e di fonderli nuovamente, dando al pubblico, peso per peso, nuove monete per un quarto soldi e per tre quarti grossi, provvedimento che fu in pari data (22) esteso alla terra ferma veneta.
Sebbene dai documenti, che abbiamo riportati più sopra, si rilevi che uno dei tre massari fosse specialmente destinato alla sorveglianza della fabbricazione dei piccoli e dei tornesi e che quindi si coniassero tali monetine in gran copia e lo stato ne ritraesse non poco utile, non pare però che la emissione fosse superiore al bisogno, ed infatti poche di tali monete arrivarono fino a noi, tanto che sono dai raccoglitori molto ricercate. Rarissima poi è una bella ed elegante monetina col nome di Tomaso Mocenigo, della stessa pasta dei tornesi e dei piccoli destinati a Verona e Vicenza, ma di peso alquanto superiore, giacché i due esemplari conosciuti superano di poco i sette grani. Dal lato dove si trova il nome del principe è disegnata la croce accantonata da quattro punti triangolari e dall'altro il busto di San Marco di fronte, che ricorda il disegno degli antichi bianchi, da quasi un secolo abbandonati. Questa moneta esiste ancora coi nomi di Francesco Foscari, Pasquale Malipiero, Cristoforo Moro e qualche altro posteriore, lavorata con molta accuratezza e di ogni doge se ne trovano soltanto uno o due esemplari, anche in quelle epoche in cui vi furono abbondanti emissioni di monete di mistura. Probabilmente fu coniata per una provincia od una comunità determinata, in seguito ad accordi stabiliti: supposizione che pare confermata dal fatto che i _piccoli_ di questa specie, col nome di F. Foscari e dei suoi successori, pesano notevolmente di più di quelli del Mocenigo, ciò che fa credere si volesse così compensare la differenza proveniente dalla diminuzione del fino, deliberata nel 1442 per tutte le monete di bassa lega. Ora essendo avvenuta durante il principato di Tomaso Mocenigo l'annessione del Friuli, e trovandosi anzi a far parte del Collegio istituito dal Senato per i provvedimenti relativi alla zecca nel gennaio 1420-21, anche i Savi per investigare sopra i fatti del Friuli e delle terre nuovamente acquistate, è lecito sospettare che questa nuova monetina fosse destinata a quella importante provincia. Questa misura infatti avrebbe grande analogia con quanto dallo stesso veneto governo venne fatto per i denari di Verona dapprima, e per quelli di Brescia più tardi.
Non essendomi stato possibile rinvenire alcun documento che parli di una moneta speciale per la patria del Friuli, non posso fare se non delle ipotesi per analogia, aspettando dal tempo e dalla fortuna qualche nuovo lume su questa interessante ricerca.
Raccontano i cronisti che Tomaso Mocenigo, sentendosi vicino a morte, chiamò a sé la Signoria per raccomandare a quegli illustri cittadini di scegliergli a successore un uomo degno e desideroso di continuare una politica prudente e pacifica, e per dissuaderli dal portare i loro voti sopra Francesco Foscari di cui temeva il carattere irrequieto e guerriero. Nel suo discorso vantò i benefici della pace e con visibile compiacenza riportò dati statistici interessantissimi sulla ricchezza e sul commercio veneziano, allora floridissimo, sul debito pubblico pagato e sulle finanze dello stato ristorate. Riporteremo soltanto quei dati che a noi interessano sul lavoro della zecca, la quale batteva ogni anno
"d'oro un millione e duecento millia ducati, e d'argento tra _mezanini_, _grossi et soldi_ 800 millia all'anno, dei quali cinque millia marche escono tra Egipto e la Soria de' _grossetti_, in li vostri luoghi da terra ferma ne va ogni anno tra _mezanini e_ _soldini_ ducati centomillia" (23).
È da osservarsi che il cronista parla in questa occasione di mezzanino, moneta che non fu coniata da Tomaso Mocenigo. Io inclino a credere che il Dolfin, il quale era bensì contemporaneo, ma probabilmente scriveva alquanto più tardi, abbia confuso le epoche, attribuendo al Mocenigo questo pezzo, che fu battuto in altra epoca per i bisogni della terra ferma, come nello stesso discorso dice talora _grossetto_ per _grosso_, parola che venne in uso solo dopo il decreto del 9 luglio 1429, con cui si istituivano i grossi da otto soldi, chiamati _grossoni_, per distinguerli dai grossi soliti da 4 soldi, che da allora in poi ebbero il nome di _grossetti_.
Per completare le notizie sulle imitazioni dei ducati veneziani, ricorderò che in una commissione data con deliberazione del Senato del 24 febbraio 1422 (1423) (24) ad un notaro della Cancelleria ducale inviato presso il gran maestro di Rodi, si legge:
"Insuper volumus quod dicto reverendissimo domino Magistro Rodi dicere et exponere debeas nostri parte quod nuper intelleximus, quod paternitas sua reverendissima _cudi fecit et facit in terra_ _Rodi ducatos ad stampam et cunium nostrum Venetiarum_, quod displicenter audivimus considerata importantia hujus facti. . .".
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MONETE DI TOMASO MOCENIGO.
Ducato. Oro, titolo 1,000. Peso, grani veneti 68 e 52 sessantasettesimi (grammi 3,559).
1. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge, "T O M punto M O C E N I G O", lungo l'asta "D V X", dietro il santo "punto S punto M punto V E N E T I".
Rovescio. Il Redentore benedicente in un'aureola elittica cosparsa di stelle, quattro a sinistra, cinque a destra "punto S I T punto T punto X P E punto D A, T SEGNO, punto Q apostrofo punto T V spazio R E G I S punto I S T E punto D V C A, T SEGNO, punto".
Tavola XIV, numero 5.
Grosso, terzo tipo colle stelle. Argento, titolo 0,952. Peso, grani veneti 33 e 88 centesimi (grammi 1,753), e grani veneti 31 e 29 centesimi (grammi 1,619), legge 11 novembre 1417.
2. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge, nel campo due stelle tra le figure e l'iscrizione; dietro il doge "T O M spazio M O C E N I G O", lungo l'asta "D V X", a destra "S punto M punto V E N E T I".
Rovescio. Il Redentore in trono, "punto croce punto T I B I punto L A V S punto spazio punto 7 spazio G L O R I A punto".
Tavola XIV, numero 6.
Grosso, terzo tipo colle iniziali. Argento, titolo 0,952 sino a 0,949 (peggio 60). Peso, grani veneti 30 e 92 centesimi (grammi 1,600), legge 6 febbraio 1420-21.
3. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge "T O M spazio M O C E N I G O", lungo l'asta "D V X", a destra "punto S punto M punto V E N E T I", nel campo, fra le figure e l'iscrizione, due lettere che sono le iniziali del massaro.
Rovescio. Il Redentore in trono, "punto croce punto T I B I punto L A V S spazio punto 7 punto G L O R I A punto".
Tavola XIV, numero 7.
Iniziali dei massari. "P OI, T S".
Soldino. Argento, titolo 0,952. Peso, grani veneti 8 e 47 centesimi (grammi 0,438) e grani veneti 7 e 82 centesimi (grammi 0,404), legge 11 novembre 1417.
4. Dritto. Il doge in piedi, tiene con ambe le mani il vessillo "croce T O M spazio M O C E spazio N I G O spazio D V X", nel campo, dietro al doge, l'iniziale del massaro sormontata da una stella di sei raggi.
Rovescio. Leone accosciato che tiene il vangelo tra le zampe anteriori "croce punto S punto M A R C V S punto V E N E T I punto".
Tavola XIV, numero 8.
Iniziali dei massari. "A, B, D, F, I, M, OI, P, T".
Soldino, colle iniziali dei massari. Argento, titolo 0,952 sino a 0,949 (peggio 60). Peso, grani veneti 7 e 73 centesimi (grammi 0,400), legge 6 febbraio 1420-21.
5. Dritto. Il doge in piedi tiene con ambe le mani il vessillo "croce T O M spazio M O C E spazio N I G O spazio D V X", nel campo, dietro la figura del doge, le iniziali del massaro, una sotto 1'altra.
Rovescio. Leone accosciato sulle zampe posteriori, tiene colle anteriori il vangelo, attorno, "punto S punto M A R C V S punto V E N E T I punto".
Tavola XIV, numero 9.
Iniziali dei massari. "P sopra OI, T sopra S, EZH capovolta sopra B".
Sul rovescio di questo soldino il cerchio attorno il leone non esiste, od è così sottile che riesce appena visibile.
Piccolo, o denaro. Mistura, titolo 0,111. Peso, grani veneti 4 e 80 centesimi (grammi 0,248): scodellato.
6. Dritto. Croce in un cerchio "croce T O punto M O C punto D V X".
Rovescio. L'impronta del diritto incusa.
Museo Correr.
Tavola XIV, numero 10.
Altro esemplare del Museo Correr ha il nome del principe in rilievo nella parte concava, ed incusa la stessa impressione nella parte convessa della monetina. Si trovano _piccoli_ senza impronta visibile nella parte concava.
Piccolo, o denaro per Verona e Vicenza. Mistura, titolo 0,111. Peso, grani veneti 5 e 98 centesimi (grammi 0,309).
7. Dritto. Croce a braccia uguali, accantonata da quattro anellini: alle estremità delle braccia quattro punti dividono l'iscrizione "T O spazio M O spazio C punto D spazio V X".
Rovescio. Testa di San Marco in un cerchio "croce punto S punto M punto V E N E T I punto".
Tavola XIV, numero 11.
Piccolo, o bagattino per il Friuli (?). Mistura, titolo 0,111. Peso, grani veneti 7 e mezzo (grammi 0,388).
8. Dritto. Croce accantonata da quattro punti triangolari in forma di raggi, entro un cerchio, attorno "croce T O M spazio M O C E N I C O spazio D V X".
Rovescio. Busto di San Marco con aureola di perline in un cerchio, attorno "croce punto S punto M A R C V S punto".
Museo Bottacin.
Tavola XIV, numero 12.
Regio Museo Britannico.
Tornesello. Mistura, titolo 0,111. Peso, grani veneti 14 (grammi 0,724).
9. Dritto. Croce patente "croce punto T O M spazio M O C E N I G O spazio D V X punto".
Rovescio. Leone accosciato col vangelo tra le zampe anteriori "croce V E X I L I F E R punto V E N E T I A, RUM TONDA".
Tavola XIV, numero 13.
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OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI TOMASO MOCENIGO.
BELLINI V. -- _De monetis Italiæ etc_. Opera citata, _Dissertazione_ I, pagina 104 e 109, numero XXVI; ed in ARGELATI, Parte V, pagina 30 t. e 32, numero XXVI. -- _Dissertazione_ III, pagina 99, tavola XIX, numero 2. -- _Dissertazione_ IV, pagina 90, tavola XIV, numero 3.
(DUVAL e FRÖLICH). -- _Monnoies en or, etc_. Opera citata, pagina 276.
GRADENIGO G. A. -- Indice citato, in ZANETTI G. A., Tomo II, pagina 176, numeri LXXIX, LXXX, LXXXI e LXXXII.
TERZI B. -- Opera citata, pagina 25-27, tavola II, numero 11.
APPEL J. -- Opera citata, Volume III, pagina 1126-1127, numeri 3941 e 3942.
BELLOMO G. -- Opera citata, pagina 42 e 64-65, nota 39, tavola II, numero 3 (25).
SCHWEITZER F. -- Opera citata, Volume II, pagina 27 (310 a 321) e tavola.
CUMANO dottor C. -- _Numismatica_, articolo citato.
CUMANO dottor C. -- _Illustrazione etc_. Opera citata, pagina 39.
LAZARI V. -- Opera citata, pagine 71-72 e 169.
_Biografia dei Dogi_. Opera citata, Doge LXIV.
_Numismatica Veneta_. Opera citata, Doge LXIV.
PADOVAN e CECCHETTI. -- Opera citata, pagina 19 e 85.
LITTA P. -- _Famiglie celebri d'Italia_. -- STEFANI F. Famiglia Mocenigo, disegni di C. Kunz, Milano, 1868-72.
WACHTER (VON) C. -- Opera citata. -- _Numismatische Zeitschrift_, Volume III, 1871, pagina 228, 229, 231 e 254, Volume V, 1873, pagina 206- 207.
SCHLUMBERGER G. -- Opera citata, pagina 474.
PADOVAN V. -- Opera citata, edizione 1879, pagina 23 e 124. -- _Archivio Veneto_, Tomo XII, pagina 102-103, Tomo XIII, pagina 147 e Tomo XXI, pagina 136, -- terza edizione, 1881, pagina 18-19, 89 e 134.
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NOTE A "TOMASO MOCENIGO".
(1) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro L, carte 70.
(2) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro L, carte 96 e seguenti. -- Capitolare dei massari all'oro, rubriche 85, 86, 87, 88, 89, 90, 91 e 92.
(3) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro LI, carte 89 tergo.
(4) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro LI, carte 90 tergo. -- Capitolare dei massari all'oro, rubrica 93.
(5) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro LI, carte 91. -- Capitolare dei massari all'oro, rubrica 94.
(6) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro LI, carte 91 (rimangono massari all'oro Piero Ghisi e Michele Contarini). -- Capitolare dei massari all'oro, rubrica 95.
(7) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro LI, carte 91. -- Capitolare dei massari all'oro, rubrica 97.
(8) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro LI, carte 143 tergo. -- Capitolare dei massari all'oro, rubrica 98.
(9) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro LIII, carte 154. -- Capitolare dei massari all'oro, rubriche 101 a 108.
(10) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro L, carte 99 tergo.
(11) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro LI, carte 122 tergo. -- Capitolare dai massari all'argento, carte 48 tergo.
(12) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro LI, carte 133 tergo. -- Capitolare dei massari all'argento, carte 49 tergo.
(13) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro LI, carte 140.
(14) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro LI, carte 189 tergo.
(15) Documento XXI.
(16) Infatti a lire 29 soldi 9, da una marca si ricavano 589 soldi, mentre a 100 soldi per ducato cinque ducati e 18 grossi fanno 575 soldi; i 14 soldi di differenza corrispondono alla spesa media di fabbricazione.
(17) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro LIII, carte 18.
(18) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro LIII, carte 19. -- Capitolare dei massari all'argento, carte 56.
(19) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro LIII, carte 104 tergo.
(20) Documento XXII.
(21) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro LIV, carte 6 tergo.
(22) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro LIV, carte 7.
(23) _Cronaca Veneta_ di Zorzi Dolfin q.m ser Francesco, fino all'anno 1458. Regia Biblioteca Marciana, It., cl. VII, Codice 794.
(24) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, registro LIV, carte 85 tergo e 86.
(25) È Tomaso e non Giovanni Mocenigo.
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FRANCESCO FOSCARI.
DOGE DI VENEZIA.
1423-1457.
Con lunga e contrastata elezione fu creato doge Francesco Foscari, che tenne il seggio ducale per ben trentaquattro anni, in una delle epoche più avventurose della nostra repubblica. Si avverarono così i timori del prudente predecessore: l'ingrandimento dei possessi in terraferma costò a Venezia dure lotte e penosi sacrifici, di cui si sentirono per lungo tempo le conseguenze nelle finanze e nella prosperità dello Stato. Non si può, senza ingiustizia, darne tutta la colpa al doge Foscari, il quale aveva energia ed avvedutezza non comuni e sentiva altamente di sé e della repubblica, ma conviene attribuirne gran parte ai principi vicini, ambiziosi e senza fede, ed alle condizioni generali dell'Italia in quei tempi tristissimi. Filippo Visconti agognava il dominio di tutta la penisola e le due repubbliche di Firenze e di Venezia dovettero allearsi per difendere la loro libertà contro il nemico comune. Aspre ed accanite lotte si pugnarono sui campi di Lombardia, sotto il comando dei più illustri capitani di ventura, con varia vicenda; più volte fu segnata la pace, ma si riprese poco dopo la guerra, e solo dopo la morte del Duca Filippo i Veneziani poterono concludere una pace durevole colla cessione definitiva di Cremona, oltre a Brescia e Bergamo ottenute nei precedenti trattati.
Gli sforzi fatti nelle lunghe guerre d'Italia impedirono di tutelare validamente gli interessi veneziani in levante, dove i Turchi si avanzavano minacciosi molestando continuamente l'impero greco ed i principi cristiani. Nel 1430 presero Salonicco, di cui gli abitanti s'erano dati pochi anni prima a Venezia, e nel 1453, dopo una memorabile difesa, entrarono in Costantinopoli, con gravissimo danno del commercio e dell'influenza dei Veneziani, che non avevano potuto recare efficace soccorso ai Greci, per l'abbandono di tutte le potenze europee e per la mancanza di forze militari ed economiche stremate nelle guerre d'occidente.
Gli ultimi anni del vecchio doge furono amareggiati da sventure e dolori, e principalmente dalla condanna del figlio Jacopo, che si era reso colpevole di gravi infrazioni alle leggi dello stato. Finalmente la deposizione dal dogado, consigliata da crudele ragione di stato, o da altri motivi assai difficili ad apprezzarsi, a distanza di secoli, affrettò la fine di quel principe elettivo, che aveva avuto più lungo regno.
Quanto alla zecca, pochi fatti importanti sono da notare in questo periodo, meno forse che in altri regni più brevi, ma più calmi. Relativamente al più prezioso dei metalli non si conoscono che due soli documenti: un decreto del 18 settembre 1453 (1) con cui il Senato delibera di eleggere tre nobili per istudiare e proporre quelle misure che credessero più utili ad aumentare il concorso e la coniazione dell'oro, ed una legge del 1 dicembre 1454 (2), colla quale il Maggior Consiglio incarica il Senato di fare all'ufficio del saggio dell'oro quelle riforme che stimasse convenienti a mantenere il ducato in quella perfezione, per la quale è reputato in tutto il mondo. Non havvi memoria che gli studi ordinati e le proposte, che dovevano esserne la conseguenza, abbiano avuto un pratico risultamento, anzi è da ritenere che nessun provvedimento sia stato adottato, non trovandosene traccia nel Capitolare dei massari all'oro. Dalle considerazioni che precedono il decreto 18 settembre 1453, in cui è detto che la quantità dell'oro portato in zecca era minima, mentre abbondantissimo era l'argento che si coniava in moneta, si può facilmente argomentare che gli inconvenienti lamentati dipendevano dall'abbondanza del ricavo delle miniere d'argento, mentre era scarso il prodotto di quelle d'oro. Non era quindi in potere dei savi consultori della repubblica rimuovere le cause di questo fenomeno economico, mentre abbassando continuamente e progressivamente il valore dell'argento si otteneva d'impedire l'esportazione della ricercatissima moneta d'oro.
Alcuni provvedimenti troviamo quindi in questo senso e, prime in ordine di data, due parti sancite dal Senato nel giorno 9 luglio 1429; nella prima (3) si ordina che coll'argento del quarto che i mercanti avevano obbligo di consegnare alla zecca per farne moneta, debbano essere coniati _soldi_ della forma usata e due nuove monete, l'una da _8_, l'altra da _2 soldi_, in uguali proporzioni, e cioè un terzo di ogni qualità. Il grosso da _4 soldi_ viene mantenuto, ed i mercanti possono farne coniare per la Soria e per gli altri paesi del levante col rimanente dell'argento, dopo francato l'obbligo del quarto. Sì le nuove che le antiche monete dovevano avere la lega e la bontà usata fino allora e andare al taglio di lire 31 per marca, ed in modo che 104 soldi valessero un ducato, aggiungendo calde raccomandazioni per l'esattezza del peso e della fabbricazione. Tale decreto, motivato dalla invasione di monete forastiere nelle nuove provincie di Brescia e Bergamo, prescrive che le monete da 1, da 2 e da 8 soldi sieno spedite in quei territori, conservando i grossi per i commerci dell'Oriente. È questa la ragione per cui nei ripostigli che si rinvengono nella terraferma, dove la Repubblica estendeva i suoi possessi, troviamo più facilmente i grossoni ed i pezzi da 1 e da 2 soldi, mentre i grossi vengono ai raccoglitori dai ritrovamenti fatti in Oriente.
La seconda parte presa in quel giorno (4) revocava la deliberazione 4 gennaio 1419 (1420), nella quale si abolivano tutte le restrizioni e si permetteva di vendere l'argento in qualsiasi luogo ed a qualsiasi persona, e richiamava in vigore l'antica legge 28 settembre 1374, la quale ordinava che tutto l'argento condotto a Venezia fosse venduto a _campanella_ a Rialto.
Nel 1442, 24 maggio (5), quando più grande era il bisogno di denari a cagione delle guerre, si ordina che ogni marca di argento posta in zecca debba pagare due grossi per indennizzare le spese per la fusione e per le altre operazioni. Nel 15 gennaio 1443 (1444) (6) si rinnovano le prescrizioni per la vendita dell'argento, emanate nel 1429, minacciando, a quelli che contravvenissero, la perdita del metallo, da dividersi fra i denunciatori ed il Comune. Con decreto del 23 gennaio dello stesso anno (7) il Senato porta il taglio della moneta a 34 lire per marca, con nuova e sensibile diminuzione, determinando che si stampino soldi, e non grossoni né altre monete: la quale disposizione, trovata troppo gravosa per i lavoranti della zecca, si modifica nel giorno dopo, 24 gennaio (8), deliberando che una terza parte sia ridotta in grossi da 4 soldi, e gli altri due terzi in soldi, ferme le altre disposizioni. L'aumento del taglio induceva naturalmente i mercanti a portare in zecca l'antica moneta più pesante, per avere la nuova e lucrare la differenza; per cui nel 2 febbraio 1443 (1444) (9), ottenevano che si abolisse il pagamento dei 2 grossi per marca, in quanto si trattasse dei grossoni e di altre vecchie monete, e, per evitare i lamentati ritardi nella consegna delle nuove monete lavorate, fu accordato che l'argento fosse ridotto metà in soldi, metà in grossi. Non bastando per questa trasformazione il termine fissato da prima a tutto aprile, fu prorogato nel 26 giugno (10) fino a tutto agosto dello stesso anno.
I bisogni delle esauste finanze fecero ricorrere a frequenti emissioni di monete di bassa lega, le quali davano alla zecca non pochi guadagni, destinati ad alleviare le spese delle guerre lunghe e costose. I pezzi di questo genere, abbondantissimi anche oggi, col nome di Francesco Foscari, sono vari di tipo e di peso, per cui viene naturale il sospetto che sieno stati creati per località e monetazioni differenti; ma siccome non hanno alcun segno che chiarisca l'attribuzione, non si seppe fin'ora trovare una soddisfacente spiegazione. Su ciò le cronache e le storie sono mute, ond'è necessario ricorrere ai documenti, che in quest'epoca si susseguono numerosi e ordinati.
Nei primi anni del dogado del Foscari non havvi alcun cenno di moneta minuta, per cui è probabile si continuasse la coniazione dei piccoli e dei tornesi col peso e col titolo usato precedentemente.
Solo nel 22 febbraio 1441 (1442) (11), si trova il primo decreto del Senato, il quale delibera di diminuire l'intrinseco dei piccoli, che si battono in zecca per Brescia, Bergamo, Verona e Vicenza, _sub diversis stampis secundum corsum locorum_, essendo necessario, per la strettezza della guerra, far denari in tutti i modi onesti. Quasi a giustificazione si osserva che quelle provincie sono invase da moneta del ducato di Milano detta _Sesino_, che di sopra è imbianchita, ma del resto è tutta rame, e, per sostituirla, si ordina che i bagattini colle stampe usate per _Bergamo, Brescia, Verona, Vicenza e Venezia_, contengano una diciottesima parte di argento, invece di un nono come avevano precedentemente.
Il 24 maggio dello stesso anno 1442 (12) osservando il Senato che, provveduto per Bergamo, Brescia, Verona e Vicenza, nulla sia espresso per Padova, Treviso ed altre terre, determina che i massari della moneta d'argento _mittere debeant Paduam, Tarvisium et ad alias terras nostras a parte terre et in patriam Foro Julii_, i bagattini che vengono usati in tali siti, fatti colla lega fissata precedentemente, e stabilisce che i rettori delle provincie debbano in ogni pagamento dare, per ogni ducato, almeno cinque soldi di tali monetine, e tutti gli utili sì di questa che della precedente fabbricazione debbano essere mandati allo Sforza, che comandava le armi veneziane in Lombardia, per gli stipendi delle truppe. Con decreto dello stesso giorno (13) s'incaricano i governatori delle entrate di riscuotere dalle provincie l'equivalente dei piccoli spediti e di rifondete alla zecca il capitale esborsato, destinando l'utile alle spese di guerra.
Questi provvedimenti confermano che la stessa lega era adoperata per le diverse monetine, che con tipi variati si usavano nelle provincie: bisogna dunque ricercare nel solo peso a quali lire corrispondano i denari coniati in quell'epoca. A Padova ed a Treviso erasi sempre adoperata la stessa lira che a Venezia, e quindi i piccoli o denari veneziani avevano corso tutti quei territori, nei quali era anche comune la tradizione della forma concava o scifata. Infatti, tra gli esemplari che si conservano nei medaglieri, alcuni sono di buon aspetto ed hanno la consueta quantità d'argento, altri invece sono neri e di lavorazione negletta. I primi sono quelli coniati avanti il decreto, gli altri colla nuova lega più scadente, ma tutti hanno lo stesso peso, che supera di poco i quattro grani e non raggiunge i 4 e mezzo. A Verona e Vicenza correva invece la lira veronese, la quale, come fu detto precedentemente, valeva un terzo più della veneziana, e quindi per quelle provincie si continuavano a coniare i denari colla croce a lunghe braccia, che divide a due a due le lettere dell'iscrizione, simili a quelli per la prima volta coniati da Michele Steno, che pesano scarsi 6 grani. I territori di Brescia e della Lombardia veneziana usavano la lira imperiale, doppia della veneziana, come rilevasi anche da un documento poc'anzi riferito, e quindi ad essi deve attribuirsi quel _piccolo_ assai comune, che da un lato ha il leone accosciato senza iscrizione e dall'altro, fra le braccia della croce, le lettere "F F D V", il cui peso, abbastanza variabile fra pezzo e pezzo ha però una media di 8 grani e mezzo. È questa la prima volta che nei documenti veneziani s'incontra la parola _bagattino_, che invece a Padova è adoperato sino dall'ultimo quarto del secolo XIII (14) ed a Treviso anche prima, e precisamente nel decreto 7 settembre 1317, in cui si ordina la coniazione del piccolo ossia _bagattino_ (15).
Il Pegolotti, riportando i cambi ed i prezzi della piazza di Venezia, li traduce sempre in lire e soldi di grossi, lire e soldi di piccoli o denari, ma non nomina mai i bagattini, tranne quando fa il ragguaglio fra la moneta friulana e la veneziana (capitolo XXXIII), dove parla di bagattini piccioli di Venezia. In tal modo quell'esattissimo scrittore di usi commerciali mostra che il bagattino ed il denaro erano bensì una stessa cosa, ma che il nome di bagattino era adoperato nelle vicine provincie, non a Venezia.
Anche a Venezia se ne parla per la prima volta quando si tratta di coniare i piccoli per la terraferma. Senza occuparmi dell'origine di questa parola né della sua etimologia, osservo solo che in Lombardia si usa tutt'ora _bagai_ per dinotare un essere singolarmente piccolo, _bagatti_ per significare un valore minimo, e nel giuoco del tarocco si chiama _bagatto_ la carta più piccola; le quali voci tutte, hanno la radice comune con _bagattella_, parola usata in italiano ed in francese.
Alla data del 18 luglio 1442 (16), e cioè pochi mesi dopo i provvedimenti relativi alla moneta minuta per le provincie della parte di terra, troviamo inscritto, nel libro risguardante le faccende del mare, un decreto del Senato, che ordina la coniazione di _quattrini_ e _mezzi quattrini_ per Ravenna, secondo la lega ed il modello presentato dai massari dell'argento, e prescrive al provveditore di Ravenna di adoperare, in tutti, i pagamenti fatti in quei territori, tali monete nella misura di un cinque per cento.
Il Lazari nella piccola moneta col nome di Ravenna e coll'immagine di Sant'Apollinare credette vedere il quattrino coniato in quest'epoca. Però nelle sue memorie, che conservo manoscritte, egli giustamente si ricrede, osservando che la fattura di questo pezzo, perfettamente uguale a quello coniato per Rovigo, li mostra entrambi incisi dalla stessa mano e battuti nella stessa epoca, che per Rovigo non si può antecipare dal 1484, seconda occupazione veneziana di quella città. Aggiungerò che non sarebbe naturale che la zecca di Venezia, soltanto in questo caso per Ravenna, avesse messo il santo protettore ed il nome della città, uso introdotto più tardi, e che il volume ed il peso di tale monetina non permettono di supporre un mezzo quattrino, che sarebbe riuscito troppo piccolo e troppo leggero. D'altronde la lira ed il quattrino di Ravenna erano uguali a quelli adoperati nelle città di Rimini, Pesaro ed altre vicine, ma i quattrini di quel tempo e di quei luoghi sono più pesanti e stanno fra i 14 ed i 16 grani. Crederei piuttosto riconoscere il quattrino decretato sotto Francesco Foscari in quel rarissimo nummo, che ha da un lato la croce ornata e dall'altro il leone rampante senza ali, colla banderuola fra le zampe anteriori, il cui peso si avvicina assai a quello dei quattrini battuti nelle città della Romagna, ed è tale da permettere la coniazione di un mezzo quattrino di sufficiente volume.
Il quattrino a Ravenna e nelle Romagne valeva due denari piccioli della lira usata in quelle provincie come dimostra G. A. Zanetti, per cui il mezzo quattrino era uguale alla duecentoquarantesima parte della lira. Credo poterlo identificare in quella moneta esistente nel Museo di San Marco, che Lazari credette un tornese. Siccome più tardi si sono ritrovati degli esemplari del vero tornese di Francesco Foscari e di Cristoforo Moro, con la solita croce, non si può ammettere che la zecca abbia lasciato un tipo antico e popolare, come quello del tornese, per riprenderlo più tardi. Un esemplare meglio conservato, che da poco è stato acquistato dalla raccolta Bottacin, mi fa credere, tanto per l'aspetto quanto per il peso di circa 7 grani, ch'esso sia il mezzo quattrino desiderato.
Resta ancora da interpretare una singolare monetina assai comune, avente sul diritto una croce patente col nome del doge e sul rovescio un leoncino rampante e le sole lettere "S punto M". Essa è tanto tenue, tanto leggera, che riesce difficile a comprendersi come abbia potuto essere praticamente adoperata. Ne troviamo la spiegazione in un decreto dei Pregadi del 21 giugno 1446 (17), che abolisce l'antico modello dei _piccoli_ ed ordina una nuova stampa, la cui scelta affida al Collegio, ma colla stessa lega e colla stessa bontà. Lo scopo di questo cambiamento era quello di liberarsi da molte falsificazioni che infestavano il paese, e, sebbene non sia espresso, è facile intendere che si tratta di quei piccoli scodellati, che si coniavano per Venezia e che avevano corso nel dogado e nei territori vicini di Padova e di Treviso. Infatti questi denaretti hanno lo stesso intrinseco e lo stesso peso dei precedenti denari scodellati, sebbene seguano la tendenza comune delle monete di quest'epoca, e cioè vadano insensibilmente scapitando nel peso, dacché si cercava di aumentare quant'era possibile il largo guadagno, che la fabbricazione recava al pubblico erario, essendo lo stato travagliato da bisogni sempre crescenti. Così finisce e scompare una delle più antiche monete veneziane, che era stata la prima base della nostra monetazione; ma il piccolo nummo chiamato a sostituirla era destinato a breve vita, perché la sua esiguità conduceva naturalmente ad adoprare il puro rame, come avvenne più tardi.
Nel 18 dicembre 1453 (18) il Senato ordina alla zecca di coniare colla massima sollecitudine, per la somma di 20.000 ducati, _quattrini_ da 4 piccoli l'uno, i quali sieno spesi in tutto lo Stato, ad eccezione della città di Venezia, proibendo però di eccedere quella somma senza autorizzazione dello stesso Consiglio. Tali quattrini si trovano assai facilmente anche oggi, ed hanno sul diritto la croce col nome del doge e sul rovescio un leone rampante senza ali, che tiene nelle zampe anteriori la spada. Servivano utilmente per avere una comune moneta nei conteggi delle varie lire adoperate nella terra ferma veneziana, giacché a Padova ed a Treviso valevano quattro piccoli e con tre pezzi si aveva il soldo veneziano; a Verona ed a Vicenza il quattrino valeva tre denari di quella lira e quattro quattrini formavano un soldo veronese. La comodità di tali monete era tanto apprezzata che la Comunità di Verona nel 1493 (19), e quella di Vicenza nel 1498 (20) chiesero al Consiglio dei Dieci di far coniare in zecca quattrini da tre al marchetto ed oboli da nove al marchetto, per servire alle minute contrattazioni. A Brescia gli stessi quattrini avevano un valore doppio del bagattino o denaro locale, per cui si dicevano _quattrini-duini_, nome che viene adoperato in un decreto del 29 agosto 1458, di cui parleremo più tardi, ed in un contratto conchiuso in Collegio (19 ottobre 1474) (21) per la vendita di monete fuori d'uso a certo Antonio Agostini, a cui restava vietato di spenderle, contratto ove sono specificati i _quattrini duini da Brescia ed i pizzoli vecchi dal lion, le qual monede non se possino in alchuna parte del mondo spender_.
Data così soddisfacente spiegazione di pressoché tutte le monete di bassa lega, che portano il nome di Francesco Foscari, una sola ci resta da chiarire, ed è quella lavorata accuratamente, che da un lato reca la testa del Santo Evangelista e dall'altro una croce accantonata da quattro punti triangolari, la quale esiste anche col nome di Tomaso Mocenigo, per cui ne ho già parlato nel capitolo che riguarda quel doge. Sia per l'epoca in cui fu introdotto questo tipo, sia per non poterlo ad altra regione attribuire, sospettai che questo denaro sia stato coniato per la provincia del Friuli, conquistata dai veneziani precisamente ai tempi di Tomaso Mocenigo. Il decreto 24 maggio 1442, riferito più sopra, ordina che i _Masseri nostri della moneda de largento mandar debiano a padoa, trevixo e ale altre tere nostre da parte de tera et in la patria del friul di bagatini, i qual vien spesi in li diti luogi_. Tale dizione sembra confermare che si coniassero anche pel Friuli bagattini di una stampa speciale, avendo quella provincia una monetazione differente da quella usata a Padova ed a Treviso: altrimenti il decreto avrebbe semplicemente ordinata la coniazione e la spedizione di un solo tipo di denari, sapendosi che la stessa lira era adoperata a Venezia, Padova e Treviso, e che alle monete speciali di Verona e Vicenza, di Brescia e Bergamo, erasi provveduto coll'altro decreto 22 febbraio 1441 (1442).
Così abbondanti e ripetute emissioni di monete scadenti, il cui pregio era di gran lunga inferiore al valore ed al ragguaglio colle principali d'oro e d'argento, recavano non pochi danni al commercio ed a tutti i cittadini, producendo, fra gli altri inconvenienti, anche quello di incoraggiare le imitazioni e le falsificazioni. In tale epoca ai volgari falsificatori, che sono e furono sempre, si aggiungevano alcuni principi e governi, i quali non avevano scrupolo di copiare i tipi più conosciuti e più pregiati e di riprodurli con lievi modificazioni in metallo scadente, ricavando non iscarso guadagno da tale disonesta operazione. Il ducato ed il grosso veneziano erano stati copiati in Italia ed in Levante, ma era ben più facile imitare piccole monetine di fabbricazione molto trascurata, approfittando della negligenza che si osserva nel pubblico di tutti i tempi, nelle cose di poco valore. Infatti il Senato si preoccupa dei piccoli falsi che infestano il paese, ordinando nel 7 maggio 1446 (22) a tutti i cittadini di presentarli alle autorità, per essere indennizzati del solo valore del rame, e chi avesse piccoli falsi e non li denunciasse deve perderli. Visto che gli altri rimedi non sono sufficienti ad estirpare il male, si decide di cambiare il tipo dei denari veneziani, come abbiamo raccontato più sopra, prescrivendo a tutti di portare agli ufficiali della zecca i piccoli della vecchia forma, per avere in cambio quelli nuovamente coniati (23). Pochi mesi dopo, 9 settembre 1446, si minacciano pene e multe a chi introduce monete false nello stato, con proibizione di far grazia, ed il decreto (24) parla principalmente di soldi e di piccoli. Finalmente nel 15 dicembre 1454 il Senato (25), trovando troppo miti e non adequate alla colpa le punizioni sino allora comminate, estende anche a quelli, che portano o fanno portare dall'estero monete false, le pene stabilite per i falsificatori, che non erano certamente leggere, giacché si trattava della perdita della mano destra e di tutti due gli occhi, oltre a multe gravissime, delle quali una parte era devoluta ai denunciatori.
Collo stesso scopo il Senato (28 agosto 1447) sancisce una legge (26) secondo la quale gli intagliatori della zecca devono essere cittadini originari di Venezia, per isfuggire il pericolo che i conî possano cadere nelle mani dei Signori forestieri, che imitano le monete veneziane, e poco tempo dopo (29 novembre 1447), essendo vacante il posto dell'intagliatore delle stampe delle monete d'argento, per la morte di Gerolamo Sesto, il Collegio prescrive (27) che la elezione debba farsi assieme dagli ufficiali della moneta dell'argento con quelli della moneta d'oro, tanto in questo caso, quanto in quello che mancasse il maestro delle stampe dell'oro.
Indipendentemente dalle falsificazioni, i danni causati da sì grande copia di moneta inferiore erano tanti e così manifesti, che il Senato più volte ne fu compreso e sospese la coniazione dell'uno o dell'altro genere di monetine, quando troppo si era abusato di questo ripiego finanziario. Ma si tornava a ricorrervi sotto la pressione delle necessità di una guerra lunga e dispendiosa, sostenuta da truppe di ventura, che smungeva le finanze dello Stato e le risorse del paese. Per esempio nel 23 novembre 1443, dopo segnata la pace, sperandosi tempi più tranquilli, si proibisce la coniazione di piccoli per Brescia, Padova ed altre terre (28) ma nel 13 marzo 1447, quando più urgente era il bisogno di denaro, si ordina ai massari dell'argento di fabbricare tremila marche di piccoli per Brescia, per ricavare 3500 ducati di utilità, che sono destinate agli armamenti (29). Nel 25 settembre 1451 si sospende nuovamente la fabbricazione di piccoli per Brescia (30), e nel 12 novembre successivo (31) si ordina alla zecca di far uscire in qualsiasi modo i piccoli di Brescia già pronti e che non si possono spedire costà per la proibizione fatta, consegnando il ricavato all'arsenale per provviste di guerra, ma nel 29 dicembre dello stesso anno si delibera la coniazione di 7000 ducati di _piccoli da Brescia_, non ostante tutti gli ordini contrari (32). Nel 18 settembre 1453 il Senato proibisce agli ufficiali della zecca di coniare _piccoli da Venezia_ (33) sotto pena di 200 ducati di multa da infliggersi dagli Avogadori del Comune: tre giorni dopo, questo provvedimento viene sospeso per ordine della Signoria (34) finché sia completata la somma di 18,000 lire di tali denari decretata nel 22 agosto precedente (35), il cui ricavato doveva essere consegnato all'arsenale per l'armamento di cinquanta galere.
Giunte le cose a questo punto, vi si ingerisce il Maggior Consiglio, il quale in una legge del 16 marzo 1456 (36) osserva che nel tempo della guerra, e per le necessità delle terre e per le molte spese, furono ordinati e coniati nella zecca quattrini e piccoli di varia sorte, e si sono continuati a coniare anche dopo la pace, ed ora sono talmente moltiplicati che nella terraferma sembra che non vi sia altra moneta se non di rame, e comincia ad esserne infestata anche la città, ciò che è causa di questioni, di confusioni e di altri gravi inconvenienti. Per cui proibisce agli ufficiali della zecca di coniare quattrini o piccoli senza il permesso dello stesso Maggior Consiglio, minacciando la privazione dell'ufficio, pene pecuniarie e personali, agli ufficiali ed agli stampatori che contravvenissero a questi ordini.
Nel 20 febbraio successivo 1456 (1457) (37), essendovi circa 2500 marche di rame legato coll'argento giacente in zecca con danno del Comune, il Maggior Consiglio ordina di fabbricare quattrini con quella pasta e di adoperare in preparativi di guerra la utilità risultante, calcolata in 1500 ducati, e ciò solo per la materia esistente e non più, rimanendo ferme le disposizioni e le pene stabilite dal precedente decreto.
Con sifatti provvedimenti si chiude questo periodo importante della storia numismatica veneziana. Per lungo tempo non si coniarono più dalla nostra zecca monete di bassa lega, se non nella quantità strettamente necessaria ai bisogni.
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MONETE DI FRANCESCO FOSCARI.
Ducato. Oro, titolo 1,000. Peso, grani veneti 68 e 52 sessantasettesimi (grammi 3,559).
1. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge "F R A C punto F O S C A R I", lungo l'asta "D V X", dietro il Santo "punto S punto M punto V E N E T I".
Rovescio. Il Redentore benedicente in un'aureola elittica cosparsa di stelle, quattro a sinistra, cinque a destra "punto S I T punto T punto X P E punto D A, T SEGNO, punto Q apostrofo punto T V spazio R E G I S punto I S T E punto D V C A, T SEGNO, punto".
Tavola XV, numero 1.
2. Varietà nel Dritto. "F R A C apostrofo punto F V S C A R I".
Grossone da 8 soldi. Argento, titolo 0,949 (peggio 60). Peso, grani veneti 59 e 45 centesimi (grammi 3,076).
3. Dritto. Il doge in piedi, volto a sinistra, tiene con ambe le mani l'asta di un'orifiamma ed è chiuso in un cerchio di perline, oltre il quale sporge la banderuola volta a destra "punto F R A N C I S C V S punto F O S C A R I spazio D V X".
Rovescio. San Marco di fronte, mezza figura, cinto il capo d'aureola, tiene il vangelo colla mano sinistra e colla destra benedice: un cerchio di perline divide dall'iscrizione "croce punto S A N C T V S punto M A R C V S punto V E N E T I punto".
Tavola XV, numero 2.
4. Varietà. Dritto. Il doge in ginocchio, volto a sinistra, tiene con ambe le mani l'asta di un'orifiamma, la cui banderuola, volta a destra, divide l'iscrizione. Il diametro della moneta è minore e manca il cerchio di perline. "F R A N C I S C V S punto F O S C A R I punto punto punto V X punto".
Rovescio. San Marco di fronte, come sopra, manca il cerchio di perline.
Tavola XV, numero 3.
L'esemplare del Museo Correr, solo conosciuto, è bucato e consumato dall'uso, per cui non pesa che grani veneti 55 (grammi 2,846).
Grosso, o grossetto. Argento, titolo 0,949. Peso, grani veneti 30 e 92 centesimi (grammi 1,600), grani veneti 29 e 72 centesimi (grammi 1,538), legge 9 luglio 1429 e grani veneti 27 e 10 centesimi (grammi 1,402) legge 22 gennaio 1443-44.
5. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge "F R A punto F O S C A R I", lungo l'asta "D V X", a destra "punto S punto M punto V E N E T I punto", nel campo, tra le figure e l'iscrizione, le iniziali del massaro.
Rovescio. Il Redentore in trono "croce T I B I spazio L A V S spazio 7 punto G L O R I A".
Tavola XV, numero 4.
Iniziali dei massari. "A P, B S, D I, D EZH CODA, F L, L G, L L, M corsivo B, OI L, M M, OI M, M P, N B, N C, N F, N f corsivo, P P, EZH capovolta B, EZH CODA EZH CODA".
6. Varietà nel Dritto. "F R A C punto F O S C A R I".
Mezzo Grosso (2 soldi). Argento, titolo 0,949. Peso, grani veneti 14 e 86 centesimi (grammi 0,769).
7. Dritto. Il doge in piedi, volto a sinistra, tiene con ambe le mani un vessillo, la cui banderuola svolazza a destra "punto F R A punto F O S C spazio A R I punto D V X".
Rovescio. Marco di fronte, mezza figura con aureola, tiene il vangelo con la mano sinistra e colla destra benedice "punto S punto M A R C apostrofo spazio V E N E T I punto".
Tavola XV, numero 5.
Soldino. Argento, titolo 0,949. Peso, grani veneti 7 e 73 centesimi (grammi 0,400) e grani veneti 7 e 43 centesimi (grammi 0,384), legge 9 luglio 1429 e grani veneti 6 e 77 centesimi (grammi 0,350) legge 23 gennaio 1443-44.
8. Dritto. Il doge in piedi tiene con ambe le mani il vessillo "F R A punto F O S C A spazio R I punto D V X punto", nel campo, dietro alla figura del doge, le iniziali del massaro una sopra l'altra.
Rovescio. Leone accosciato sulle zampe posteriori, tiene colle anteriori il Vangelo: la iscrizione è qualche volta divisa da un leggero cerchietto, che manca completamente in altri esemplari "croce punto S punto M A R C V S punto V E N E T I punto".
Tavola XV, numero 6.
Iniziali dei massari. "B sopra S, D sopra I, E sopra P, F sopra L, F sopra OI, G sopra OI, K sopra Q, M sopra B, M corsivo sopra B, M cosrivo sopra B simmetrica, OI sopra L, M sopra M, M sopra P, OI sopra P, N sopra B, N corsivo sopra B, N sopra C, N sopra D, N sopra F, N corsivo sopra V, R sopra B, EZH capovolta sopra B, EZH capovolta sopra L, EZH CODA simmetrica sopra B, EZH CODA sopra EZH CODA".
Piccolo, o denaro. Mistura, titolo 0,111 e 0,055 (peggio 1088). Peso, grani veneti 4 e 80 centesimi (grammi 0,248): scodellato.
9. Dritto. Croce in un cerchio "croce F R A C punto F O spazio D V X".
Rovescio. Croce in un cerchio "croce, S ruotata, spazio M A R C V, S ruotata".
Tavola XV, numero 7.
10. Varietà Dritto. "croce F R A punto F O punto D V X".
Rovescio. "croce punto, S ruotata, spazio M A R C V, S ruotata, punto".
Per la negligenza degli stampatori della zecca, i _piccoli_ di questo doge, come quelli di Michele Steno e Tomaso Mocenigo, sono talvolta incusi da un lato, tal altra mancano di ogni impressione sul rovescio.
Piccolo, o denaro, nuovo tipo. Mistura, titolo 0,055. Peso, grani veneti 4 e mezzo (grammi 0,232) circa.
11. Dritto. Croce patente in un cerchio "croce punto F R A punto F O punto D V X punto".
Rovescio. Leone nimbato, senza ali, rampante a sinistra, nel campo "S punto spazio punto M".
Tavola XV, numero 8.
Quattrino per la terraferma (4 denari). Mistura, titolo 0,055. Peso, grani veneti 18 (grammi 0,931) circa.
12. Dritto. Croce patente, colle braccia divise longitudinalmente in tre comparti, quello di mezzo di perline, il tutto chiuso in un circolo, attorno "croce punto F R A punto F O S C A R I punto D V X punto".
Rovescio. Leone rampante, nimbato, senz'ali, che tiene la spada nella zampa destra anteriore, volgendosi a sinistra, chiuso in un circolo "croce punto S punto M A R C V S punto V E N E T I punto".
Tavola XV, numero 9.
13. Varietà nel Dritto. Croce colle estremità ornate di ricci, che somiglia a quella del numero 13.
Tavola XV, numero 10.
Quattrino per Ravenna (due piccioli). Mistura, titolo 0,055. Peso, grani veneti 12 (grammi 0,621).
14. Dritto. Croce colle estremità ornate di ricci, chiusa in un circolo "croce punto F R A punto F O S C A R I punto D V X punto".
Rovescio. Leone rampante, nimbato, senz'ali, volto a sinistra, che nelle zampe anteriori tiene un'orifiamma, la cui banderuola esce dal circolo che separa l'iscrizione "S punto M A R C V S punto V E N E T I".
Gabinetto di Sua Maestà. Torino.
Tavola XV. numero 11.
Regio Museo Britannico.
Conte Antonio de Lazzara. Padova.
I tre esemplari conosciuti sono consumati e quindi deficienti di peso.
Mezzo Quattrino per Ravenna (picciolo). Mistura, titolo 0,055. Peso, grani veneti 7 e mezzo (grammi 0,388).
15. Dritto. Croce colle estremità ornate di ricci, in un cerchio "croce punto F R A punto F O S C A R I punto D V X punto".
Rovescio. Leone accosciato, col vangelo tra le zampe anteriori, in un cerchio "croce punto S punto M A R C V S punto V E N E T I punto".
Regia Biblioteca e Museo di San Marco.
Tavola XV, numero 12.
Museo Bottacin.
Raccolta Papadopoli.
Piccolo, o Bagattino per Brescia. Mistura, titolo 0,111 e 0,055. Peso, grani veneti 9 (grammi 1,465) circa.
16. Dritto. Croce a braccia uguali, accantonata dalle quattro lettere "F F D V".
Rovescio. Leone accosciato, che tiene il vangelo tra le zampe anteriori, senza iscrizione.
Tavola XV, numero 13.
Piccolo, o Bagattino per Verona e Vicenza. Mistura, titolo 0,111 e 0,055. Peso, grani veneti 5 e 98 centesimi (grammi 0,309).
17. Dritto. Croce a braccia uguali, accantonata da quattro anellini "F R spazio A punto F spazio O punto D spazio V X".
Rovescio. Testa di San Marco in un cerchio "croce punto S punto M punto V E N E T I punto".
Tavola XV, numero 14.
18. Varietà nel Dritto. "F A spazio F O spazio S punto D spazio V X".
Piccolo, o Bagattino pel Friuli (?). Mistura, titolo 0,055. Peso, grani veneti 11 (grammi 0,569).
19. Dritto. Croce accantonata da quattro punti triangolari in forma di raggi, entro un cerchio, attorno "croce punto F R A C punto F O S punto D V X punto".
Rovescio. Busto di San Marco, con aureola di perline in un cerchio, attorno "croce punto S punto M A R C V S punto".
Museo Correr.
Tavola XV, numero 15.
Tornesello. Mistura, titolo 0,111 e 0,055. Peso, grani veneti 14 (grammi 0,724).
20. Dritto. Croce patente "croce F R A, C SEGNO, spazio F O S C A R I, due punti in verticale, D V X".
Rovescio. Leone accosciato, col vangelo tra le zampe anteriori "croce V E X I L I F E R punto V E N E C I A, RUM TONDA".
Tavola XV, numero 16.
[Nuova pagina]
OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI FRANCESCO FOSCARI.
MURATORI L. A. -- Opera citata, _Dissertazione_ XXVII, colonne 650-652, numero XVI; ed in ARGELATI, Parte I, pagina 48 e 49, tavola XXXVIII, numero XVI.
SCHIAVINI F. -- Opera citata, in ARGELATI, Parte I, pagina 283 e 287, numero II.
CARLI RUBBI G. R. -- _Delle monete etc_. Opera citata, Tomo I, pagina 420, Tavola VI, numero VI e X.
BELLINI V. -- _Dell'antica lira ferrarese, etc_. Opera citata, pagina 6, nota 1.
BELLINI V. -- _De monetis Italiæ etc_. Opera citata, _Dissertazione_ I, pagina 104, 105 e 109, numero XXVII, XXVIII, XXIX, XXX; ed in ARGELATI, Parte V, pagina 30 t., 31 e 32 t., numero XXVII, XXVIII, XXIX e XXX. -- _Dissertazione_ II, pagina 133-135, numero IV, V e VI.
(DUVAL e FRÖLICH). -- _Monnoies en or, etc_. Opera citata, pagina 276.
GRADENIGO G. A. -- Indice citato, in ZANETTI G. A., Tomo II, pagina 176-178, numeri LXXXIII, LXXXIV, LXXXV, LXXXVI, LXXXVII, LXXXVIII, LXXXIX, XC, XCI, XCII, XCIII, XCIV, XCV, XCVI e XCVII.
TERZI B. -- Opera citata, pagina 26-30, tavola II, numero 12.
APPEL J. -- Opera citata, Volume III, pagina 1127-1128, numeri 3943, 3944, 3945, 3946, 3947 e 3948.
MANIN L. -- _Esame ragionato etc_. Opera citata, pagina 180, numero 11 della tavola.
GEGERFELT (VON) H. G. -- Opera citata, pagina 9.
ZON A. -- Opera citata, pagina 25, 31, 34-36, tavola I, numero 14.
SCHWEITZER F. -- Opera citata, Volume II, pagina 29 e 30 (numeri 322 a 373) e tavola.
LAZARI V. -- Opera citata, pagina 72, 136-137 e 144-147, tavola VI, numero 30 e tavola XIV, numero 70.
KUNZ C. -- Catalogo citato, pagina 9 e 10.
ORLANDINI G. -- Catalogo citato, pagina 7.
_Biografia dei Dogi_. Opera citata, Doge LXV.
_Numismatica Veneta_. Opera citata, Doge LXV.
PADOVAN e CECCHETTI. -- Opera citata, pagina 20-21, 85 e 96.
WACHTER (VON) C. -- Opera citata. -- _Numismatische Zeitschrift_, Volume III, 1871, pagina 228-233, 254-255. Volume V, 1873, pagina 207-210.