Volume I, carte 91.
(7) Sanuto M. _Vitæ ducum Venetorum_, in Muratori, _Rerum Ital._ _Script_., Volume XXII, colonna 601.
(8) Zanetti G. A. Opera citata, Tomo IV, pagina 166-167.
(9) Capitolare dei Signori di notte, § CCCI, carte 110.
(10) Capitolare dei Signori di notte, § CCCIII, carte 112.
(11) Regio Archivio di Stato. Senato, _Misti_, Registro 18, carte 33.
(12) V. Solitro. _Documenti storici sull'Istria e la Dalmazia_. Venezia, 1844. -- _L'ultimo conte di Veglia_. Relazione del segretario Antonio Vinciguerra.
(13) Nei ducati di questo ed altri dogi della stessa epoca manca talvolta il segno di abbreviatura sulla coda del Q.
(14) L'esame chimico fatto dall'ufficio del saggio di Venezia dà il titolo di 0,780.
(15) L'esame chimico fatto dall'ufficio del saggio di Venezia dà il titolo di 0,670.
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BARTOLOMEO GRADENIGO.
DOGE DI VENEZIA.
1339-1342.
I correttori della Promissione ducale, nominati dopo la morte di Francesco Dandolo, imposero nuove restrizioni al potere del doge, ciocché dimostra come si temessero gli esempi che venivano dalle vicine città d'Italia, ove principi ambiziosi avevano usurpato il potere assoluto coll'aiuto delle fazioni popolari e col favore della plebe. Dopo ciò fu eletto Bartolomeo Gradenigo, uomo già invecchiato nel servizio dello stato ed allora procuratore di San Marco.
La storia di questo principato non registra avvenimenti importanti, tranne la rivolta di Candia, rapidamente domata, ed alcuni disastri atmosferici. Venezia in quel tempo era ricca e prosperosa, sentiva già il desiderio di abbellirsi e di migliorare le condizioni delle sue fabbriche. Si costruì in pietra una fondamenta in Terranova, dove oggi si trova il giardinetto reale; si allargò la via che da San Giovanni Grisostomo conduce a San Bartolomeo, si ordinò la rifabbrica della sala del Maggior Consiglio ed altri lavori nel Palazzo Ducale. Anche le leggi suntuarie allora decretate mostrano ch'era già sentito il desiderio del comodo e del lusso, sebbene non si nascondesse il pericolo che veniva alla Repubblica dal rapido aumento della potenza dei Turchi, pericolo che i Veneziani addussero al re di Inghilterra scusandosi dallo stringere alleanza con lui nella guerra contro il re di Francia.
Nessuna novità troviamo relativamente alla zecca, che continuava a coniare le monete già conosciute; si lamentavano sempre più le falsificazioni e le imitazioni dei conî veneziani, donde il decreto 17 gennaio 1342 (1343) della Quarantìa Criminale (1), che autorizzava i Signori di notte al Criminal a procedere contro quel suddito dello stato che fabbricasse moneta falsa anche fuori del territorio veneziano, nello stesso modo con cui si procedeva contro chi lo faceva nell'interno dello stato.
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MONETE DI BARTOLOMEO GRADENIGO.
Ducato. Oro, titolo 1,000. Peso, grani veneti 68 e 52 sessantasettesimi (grammi 3,559).
1. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge "B A spazio G R A D O N I C O", lungo l'asta "D V X", dietro il Santo "punto S punto M spazio V E N E T I".
Rovescio. Il Redentore benedicente in un'aureola elittica cosparsa di stelle, quattro a sinistra, cinque a destra "punto S I T punto T punto X P E punto D A, T SEGNO, punto Q punto T V spazio R E G I S spazio I S T E spazio D V C A, T SEGNO, punto".
Tavola X, numero 3.
Grosso. Argento, titolo 0,965. Peso, grani veneti 42 e un decimo (grammi 2,178).
2. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge "punto B A punto G R A D O N I C O punto", lungo l'asta "D V X", a destra "punto S punto M punto V E N E T I punto".
Rovescio. Il Redentore in trono "I C sopralineati, spazio, X C sopralineati".
Tavola X, numero 4.
Segni, o punti dei Massari della moneta.
Segno 1. Nessun segno.
Segno 2. Campo 5: un punto.
Segno 3. Campo 5: un anello.
Soldino. Argento, titolo 0,670 circa. Peso, grani veneti 18 e mezzo (grammi 0,957).
3. Dritto. Il doge inginocchiato, tiene con ambe le mani il vessillo "punto, croce in basso, punto, B A sopralineati, punto G R A D O spazio N I C O punto D V X punto".
Rovescio. Leone rampante coll'orifiamma "croce punto S punto M A R C V S spazio V E N E T I punto".
Tavola X, numero 5.
Piccolo, o denaro. Mistura, titolo 0,198. Peso, grani veneti 5 e 66 centesimi (grammi 0,292): scodellato.
4. Dritto. Croce in un cerchio "croce punto B A punto G R A punto D V X punto".
Rovescio. Croce in un cerchio "croce punto, S ruotata, punto M A R C V, S ruotata, punto".
Museo Bottacin.
Tavola X, numero 6.
Museo Correr.
Museo Britannico.
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OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI BARTOLOMEO GRADENIGO.
BELLINI V. -- _Dell'antica lira ferrarese, etc_. Opera citata, pagina 98.
BELLINI V. -- _De monetis Italiæ, etc_. Opera citata, _Dissertazione_ I, pagina 101, 102, numeri XIII e XIV; ed in ARGELATI, Parte V, pagina 30 e 32, numeri XIII e XIV.
(DUVAL e FRÖLICH). -- _Monnoies en or, etc_. Opera citata, pagina 275.
GRADENIGO G. A. -- Indice citato in ZANETTI G. A., Tomo II, pagina 171, numero XXXVIII.
APPEL J. -- Opera citata, Volume III, pagina 1122, numero 3922.
SCHWEITZER F. -- Opera citata, pagina 101 (159) (160) (161) e tavola.
_Biografia dei Dogi_. -- Opera citata, Doge LIII.
_Numismatica Veneta_. -- Opera citata, Doge LIII.
PADOVAN e CECCHETTI. -- Opera citata, pagina 16.
WACHTER (VON) C. -- Opera citata. -- _Numismatische Zeitschrift_, Volume III, 1871, pagina 228-229, 231.
PADOVAN V. -- Opera citata, edizione 1879, pagina 18. -- _Archivio Veneto_, Tomo XII, pagina 99, -- terza edizione, 1881, pagina 15.
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NOTE A "BARTOLOMEO GRADENIGO".
(1) Regio Archivio di Stato. _Quarantia Criminale_, Parti, Registro I, carte 6 tergo.
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ANDREA DANDOLO.
DOGE DI VENEZIA.
1343-1354.
Morto Bartolomeo Gradenigo, fu eletto a succedergli, a soli 36 anni, Andrea Dandolo uomo dotto e cultore degli studi: principe saggio ed amantissimo della patria raccolse gli antichi documenti e scrisse le cronache, monumento imperituro di storia veneziana.
Appena assunto al dogado prese parte alla crociata indetta da Clemente VI, nella quale le armi latine riuscirono ad impadronirsi di Smirne, ma in breve tempo perdettero il territorio conquistato e sciolsero l'alleanza senza alcun risultato. Zara sollevatasi per la settima volta fu ricondotta all'obbedienza, ma altre e più gravi sventure colpirono allora Venezia; prima un terremoto violentissimo che fece cadere case e campanili; poi la terribile peste nel 1348, nella quale perirono tre quinti della popolazione e si estinsero cinquanta famiglie patrizie, e finalmente la guerra fratricida fra Genova e Venezia. Le flotte più poderose ed i migliori capitani del tempo lottarono accanitamente nelle acque del Bosforo, della Sardegna e nello stesso Adriatico, con vittorie e sconfitte sanguinose, le quali ebbero il solo risultato di indebolire le repubbliche rivali, senza che una delle due ottenesse l'ambita supremazia. Non valsero a placare gli animi la parola e gli scritti dell'immortale Petrarca ambasciatore di pace. Senza vedere la fine di questa guerra sciagurata, Andrea Dandolo morì nel 1354, ultimo doge sepolto a San Marco.
Anche dal punto di vista del numismatico, il principato di Andrea Dandolo è ricco di fatti degni di essere notati; nei registri del Maggior Consiglio, in quelli della Quarantìa e nei Capitolari dei magistrati sono trascritti provvedimenti diretti a migliorare l'andamento amministrativo della zecca, a diminuire le spese ed a togliere alcuni abusi che erano di pregiudizio al pubblico erario. Fra gli altri ricorderò, dal Capitolare dei massari all'argento, l'ordine in data 7 maggio 1344 (1), di portare ai massari dell'oro tutto quel metallo in cui si doveva partire l'oro dall'argento; dal libro dei Commemoriali (2) l'atto solenne (3 agosto 1345) di deposizione, in un banco ferrato della Cancelleria, di una verga d'oro, colla bolla di San Marco impressa sopra uno dei capi, la quale verga _est sazium ducatorum_. Nei registri della Quarantìa Criminale si trova, com'è naturale, il maggior numero di documenti relativi alla moneta, ma disgraziatamente la raccolta non è completa e mancano alcuni volumi dei primi tempi, per cui sono deficienti le memorie su taluni avvenimenti che ci interessano, ed incompleti gli elenchi dei massari e dei pesatori all'oro ed all'argento, che in quei tempo erano nominati da questo magistrato.
Nei volumi che ci rimangono, merita di essere citata la terminazione del 26 agosto 1348 (3), che autorizza il massaro di quindicina a far fabbricare quella quantità di _bianchi_ che trovasse conveniente, dandone conto al suo successore, tanto nelle spese quanto nell'entrata, perché questa è l'ultima volta in cui si parla di una simile moneta, come è di questo doge l'ultimo bianco conosciuto. Nel 5 ottobre 1349 (4), la Quarantìa allo scopo di studiare la riforma della zecca, nomina tre savi (Giovanni Grimani, Michieletto Duodo e Donato Onoradi). Con lodevole sollecitudine essi presentano le loro proposte nel 15 ottobre (5), le quali vengono dallo stesso Consiglio approvate, e riguardano il ricevimento dell'argento, la consegna delle monete ai mercanti, l'utile che dalla coniazione deve ritrarre il Comune, i conti che devono presentare i massari ed altre disposizioni di minore importanza. Altro decreto della Quarantìa del 29 ottobre 1349 (6), il quale, constatando che la separazione testé fatta della zecca dell'oro da quella dell'argento, è più utile che dannosa al Comune, e che in tal modo si soddisfano più prontamente i mercanti, mantiene la divisione delle due zecche. Nel 21 novembre 1351 (7), lo stesso magistrato ordina che gli argenti forastieri inferiori di lega ai veneziani, non possano essere venduti a Venezia, ma sieno rotti, e nel febbraio 1353-1354 (8) proibisce di far fabbricare o coniare a Venezia e nello Stato moneta che sia collo stampo o forma della moneta forestiera.
Un provvedimento, di cui non posso darmi una spiegazione esatta e sicura, si è quello prescritto da una legge del Maggior Consiglio, in data 24 febbrajo 1352, che ordina a tutti gli ufficiali del Comune di non ricevere ducati se non bollati, essendo gli altri inferiori. Ora è strano che con una disposizione così generica e tassativa, riprodotta in diversi Capitolari (9), non si trovi sopra i ducati di quell'epoca alcun segno che possa interpretarsi per il bollo prescritto. Conviene però osservare che nel medio evo, ed anche dopo, si usò raccogliere in sacchetti o cartocci le monete, sia per non avere la fatica di enumerarle, sia per essere sicuri della perfezione e qualità dei pezzi. A Firenze, precisamente nel secolo XIV, si chiudevano in una piccola borsa i fiorini autentici e perfetti, e vi si poneva il suggello dell'autorità, per cui erano preferiti agli altri e si chiamavano fiorini di suggello. A Venezia non abbiamo memoria di una simile costumanza nelle monete d'oro, ma è possibile che si facesse anche qui per i ducati quello che si faceva a Firenze per i fiorini, tanto più che certi usi si generalizzano facilmente in luoghi e tempi vicini, e può darsi anche che si chiamassero ducati bollati non solo quelli chiusi in un sacchetto, ma tutti quelli buoni e perfetti in modo da meritare di esservi collocati.
Non mi fu possibile invece trovare tutti i documenti relativi a fatti della massima importanza per coloro che si occupano della storia numismatica di questo periodo, e cioè il decreto che eleva il valore del _grosso_ a 4 soldi, e quello che istituisce il nuovo _mezzanino_. Questi fatti sono però ricordati nelle memorie storiche e nelle cronache con piccole differenze nei particolari, ed hanno la più valida conferma nelle monete che esistono col nome del doge Andrea Dandolo.
L'antico manoscritto che abbiamo già citato, intitolato _"Eletioni, Deliberationi, Decreti etc., etc."_ riporta che nell'anno 1346 (10) il doge Andrea Dandolo fece battere una moneta che si chiamava _mezzanino_ e valeva 16 piccoli, e che nel 1353 (11) si coniò una nuova moneta chiamata _soldino_. Altre due cronache, appartenenti pure alla Marciana, l'una delle quali è attribuita a Daniele Barbaro (12) l'altra è chiamata Bemba (13), raccontano che nell'anno 1347 fu decretata la coniazione di due sorta di monete, e cioè _mezzanini_ e _soldini_.
Marino Sanuto (14) non parla dei mezzanini e si limita a notare la stampa dei nuovi soldi colle seguenti parole:
"nell'anno (1353) vedando venetiani i soi soldi erano stronzati atorno per tuorli l'arzento feno una nova sorte cuniar cum uno zerchio atorno aziò i non se podesse stronzar et quelli non haveano el ditto zerchio atorno non voleano si potesse spender".
Così altre cronache, senza occuparsi dei _mezzanini_, ricordano la coniazione dei _soldini_ nell'anno 1353.
Anche le memorie di Zecca fanno menzione:
"Anno 1343 Prencipe D. D. Andrea Dandolo li _Aurelij_ cressetero fino a soldi quatro l'uno et si nominarono _grossoni_. -- 1343, Prencipe detto fu stampado moneta nova nominata _quartaroli_ che era un quarto di grosson, valeva soldi uno l'uno".
La compilazione di epoca relativamente recente, che va sotto il nome di _Memorie di Zecca_ (15), fatta dal Fedel Francesco Marchiori maestro di zecca, se non merita cieca fede rispetto ai tempi remoti o quando vi contraddicono i fatti e cronache, è però tratta da antiche carte e può servire di ajuto, allorché i documenti e le monete vi corrispondono. Essa cade in errore quì come altrove, nel dare a monete conosciute nomi inesatti, come quelli di _aureli_ e _grossoni_ ai grossi e di _quartaroli_ ai soldi: cade in errore nell'ascrivere la riforma monetaria al 1343, anno della elezione del Dandolo, quasi ad indicare piuttosto il principato sotto cui furono coniate le monete, che la data vera dell'emissione. Noi però dal confronto colle altre notizie e dall'esame delle monete, possiamo rilevare che il nuovo _mezzanino_ si cominciò a coniare nel 1346 o 1347, e che era valutato 16 piccoli. Esso ha il peso di 15 grani veneti abbondanti, di ottimo argento, e quindi il valore intrinseco di poco più di tre ottavi del grosso, per cui, correndo esso per 16 piccoli, ne viene naturalmente che il grosso aveva aumentato di pregio, o per dir meglio, il piccolo era rinvilito in modo, da non essere più un trentaduesimo del grosso, ma bensì un quarantesimo od un quarantaduesimo, e però è assai probabile che in questo tempo il grosso valesse 40 o 42 piccoli. Non essendo il _mezzanino_ la metà del grosso effettivo, fu mutato il suo tipo in modo da non confonderlo con quello coniato da Francesco Dandolo, ma siccome alla nuova moneta fu conservato il valore di 16 piccoli, si può arguire che sino dai primi anni del principato di Andrea Dandolo si cominciasse ad usare del grosso ideale di 32 piccoli effettivi, di cui ho già parlato a proposito della lira di grossi, e di cui avrò occasione di occuparmi anche in seguito.
In mezzo a tanta scarsezza di documenti storici, abbiamo la fortuna di possedere il decreto, che ordina la coniazione del soldino, conservato nei registri della Quarantìa Criminale, ed io qui lo pubblico per la prima volta.
"(1353) die VIII mensis aprilis.
Capta
Cum inquirendus sit omnis bonus modus qui inducat utilitatem communi et destrum merchatoribus navigantibus et conversantibus in partibus Romanie, et modus monete infrascripte verisimiliter redundare debeat, si fiat, in utilitatem tam communis quam dictorum merchatorum;
Vadit pars, quod fiat una moneta de eo argento quo fiunt mezanini et in eamet stampa qua fiebant soldini, que vadat ad soldos XXXVI pro marcha, et valeat quilibet denarius dicte monete parvos XII. Et quod omnes mercatores qui volent ponere argentum in Zecha pro faciendo fieri de dicta moneta debeant habere a communi, seu ab officialibus deputatis ad monetam, soldos XII grossos VI proqualibet marcha argenti quam posuerint in zecha. Et sculpiri debeat in ipsa moneta prima sillaba nominis massarii.
De parte 26" (16).
Dalla lettura di questo interessante documento si rileva che lo scopo principale della deliberazione era quello di recare vantaggio ai traffici colla Romania, dove pare che avesse trovato favore anche l'antico soldino. Ciò è pure dimostrato da una proposta trascritta nello stesso foglio, in seguito alla parte qui sopra riportata: in essa Andrea Gabriel chiedeva si coniassero soldini dell'antica bontà e dell'antico modello per comodo dei naviganti e commercianti in Romania. La proposta non fu accolta per ragioni facili ad indovinarsi, ma mostra quali erano i desideri ed i bisogni delle classi interessate.
La deliberazione notata ordina che il nuovo soldino abbia bensì lo stesso disegno dell'antico, ma la bontà del mezzanino, e che porti scolpita nel campo la lettera iniziale del nome del massaro. Il valore della moneta è determinato in 12 piccoli, e se ne devono trarre da una marca soldi 36; mentre l'erario è tenuto a pagare 12 e mezzo soldi di grosso al mercante che porta l'argento in zecca.
Non vi è bisogno di discutere il valore delle nuove monete fissato dalla legge in 12 piccoli; esse devono rappresentare il soldo della lira di piccoli e sono perciò chiamate _soldini_ ed anche _dodesini_. Invece è necessaria qualche illustrazione alle altre cifre; perché non si capisce a prima giunta di che specie sieno quei 36 soldi che si devono ottenere da una marca: sono troppi per appartenere alla lira di grossi, e pochi, ma molto pochi, per essere della lira di piccoli. La frase che segue _. . .et valeat quilibet denarius dicte monete. . ._ dà la chiave dell'enigma; perché, se viene chiamato denaro una unità di tale moneta, è evidente che soldo vuol dire l'agglomerazione di 12 pezzi; quindi da una marca si devono cavare 12 volte 36, e cioè 432 pezzi, il che corrisponde esattamente al peso del soldino di questo tempo. Anche il prezzo di 12 e mezzo soldi di grossi pagati dall'erario pubblico ai portatori dell'argento merita qualche breve osservazione, perché da una marca di argento fino, secondo il capitolare antico dei Massari alla moneta, si dovevano ottenere grossi 109 e mezzo o 109 e un terzo, i quali non fanno che soldi 9 e denari 1 e mezzo od un terzo di grossi. Ciò vuol dire che il grosso era già in questo tempo, e pochi anni prima del presente decreto, elevato al valore di 48 piccoli, e che il computo dei soldi si faceva non sopra i grossi effettivi, che erano di uguale bontà e peso degli antichi, ma sui piccoli, dei quali 32 si valutavano per un grosso nominale. Infatti soldi 12 e mezzo sono 150 grossi ideali inferiori agli esistenti, e la differenza fra questo prezzo e quello ricavato effettivamente dalla coniazione è evidentemente il compenso delle spese e l'utile della fabbricazione. Le memorie di zecca, sebbene sotto una data soltanto approssimativamente vera, ricordano il nuovo ragguaglio che rimase definitivo e tradizionale, perché anche oggi, nell'uso del nostro popolo, il grosso equivale a 4 soldi veneti.
Tanto il nuovo _mezzanino_ che il nuovo _soldino_ di ottimo argento sono incisi e coniati con molta cura e diligenza ed hanno una perfezione di forma rotonda affatto sconosciuta fino allora. Il Sanuto ricorda che un cerchio posto nel contorno faceva tosto conoscere se le monete avessero subìto quella tosatura o stronzatura, di cui si lagnano non pochi documenti del tempo: e vediamo per la prima volta sostituiti gli antichi punti o segni dalle iniziali dei massari, per mezzo delle quali si possono rilevare gli anni della battitura, quando non sono interrotti gli elenchi di quei magistrati, che ci furono tramandati dagli antichi registri, di cui mancano alcuni volumi.
Per completare la storia numismatica di questo periodo è necessario parlare di altra nuova moneta coniata dai veneziani per comodo del commercio e dei loro possessi orientali: è il _tornese_, che, poco conosciuto dagli studiosi del secolo scorso, fu degnamente illustrato da Cumano e da Lazari dopo un fortunato rinvenimento seguìto in Morea nel 1849.
Le monete francesi, e principalmente quelle di Tours, erano divenute assai popolari in Levante durante le crociate, e gli avventurosi cavalieri che si erano impadroniti dell'Acaja, di quasi tutto il Peloponeso e di altre provincie vicine, avevano introdotti negli effimeri principati, conquistati con poveri mezzi, ma con molto ardire, una moneta che imitava perfettamente il denaro tornese, avendo da un lato la croce e dall'altro il celebre ed emblematico castello che si vede sulle monete di Tours. Attorno al castello si leggono i nomi delle principali signorie franche della Grecia come Tebe, Damala, Lepanto, Corfù, Tino, Scio ecc., ma la officina più antica e più importante fra esse era certamente quella di Chiarenza, capitale politica ed amministrativa del principato di Acaja, fondato da Goffredo di Villehardouin, che divenne sotto i suoi successori una città prosperosa, residenza di una corte feudale celebre per la sua magnificenza. Della antica grandezza oggi non rimane, presso l'umile villaggio, cui fu tolto perfino il nome, che una torre diroccata e le rovine del Castello Tornese, dove senza dubbio era piantata la zecca, da cui uscivano abbondantissimi quei denari, che nei secoli XIII e XIV ebbero rinomata diffusione in tutto l'Oriente.
Torna opportuno, a proposito dell'origine del tornese levantino, riprodurre le parole con cui Marino Sanuto, nella _Istoria del Regno di Romania_ (17), racconta il viaggio di Guglielmo di Villehardouin a Cipro per fare omaggio a San Luigi re di Francia, che si recava in Palestina nell'inverno 1249:
"Intendendo il principe Guglielmo che il Re passava in persona, volse andar egli a passarvi con circa 24 tra gallere e navilj e con 400 boni cavalli passò al Re. E dicendo egli al Re: Signor Sir tu sei maggior signor di me e puoi condur gente dove vuoi e quanta vuoi senza denari: io non posso far così. Il Re gli fece gratia ch'el potesse battere torneselli della lega del Re mettendo in una libbra tre onze e mezza d'argento".
Senza occuparci di quanto possa esservi di vero nella leggenda o tradizione ricordata dal celebre diarista veneziano, l'epoca ivi segnata concorda colle monete, non sembrando che il tornese sia stato coniato in Acaja se non dopo il 1250.
Altre notizie importanti delle monete che correvano in quei paesi possiamo rilevare dal diligentissimo Pegolotti, il quale dedica a Chiarenza il capitolo XIII, ove dice:
"In Chiarenza e per tutta la Morea vanno a perpero sterlini 20, e gli sterlini non vi si vendono, né vi si veggiono, ma spendonvisi torneselli piccioli che sono di lega oncie due e mezza d'argento fine per libbra, ed entrane per libbra soldi 33 denari 4 a conto e ogni denari 4 de' detti tornesi piccioli si contano per uno sterlino; e gli tre sterlini un grosso viniziano di zecca di Vinegia e gli 7 grossi un pipero (iperpero). . . La moneta di Chiarenza. . . chiamasi tornesella picciola" (18).
Da questo paragrafo importante si rileva che il tornesello era la sola moneta reale coniata nel paese e la vera base del sistema monetario, che 4 torneselli formavano uno _sterlino_, moneta meramente ideale, e che 20 sterlini formavano un _iperpero_, il quale doveva essere una moneta di conto, che aveva il valore di un bisante di Costantinopoli, o forse lo stesso bisante degli imperatori greci, il quale continuava ad essere in corso in tutti i paesi che avevano fatto parte dell'antico impero.
I veneziani, che dopo la conquista di Costantinopoli avevano ottenuto il predominio commerciale e monetario in Oriente, si trovarono danneggiati nei loro interessi dalla introduzione del denaro tornese, che soddisfaceva al bisogno di moneta spicciola. Di questa preoccupazione si scorgono le traccie nei lagni espressi in parecchi documenti della prima metà del secolo XIV, non solo per le imitazioni di monete veneziane, ma anche per le nuove monete introdotte dai principi di Romania.
Dopo di avere provveduto ad una migliore sistemazione della moneta piccola di argento fino, colla emissione dei nuovi _mezzanini_ e dei nuovi _soldini_, il Senato, o la Quarantìa, pensarono che sarebbe tornato vantaggioso al Comune di fabbricare anche delle monetine di poco valore sul tipo del tornesello dell'Acaja; fabbricazione alla quale si mirava forse fino dal giorno in cui si pensò di aprire una officina in Corone o Modone, ma che non fu posta in esecuzione se non negli ultimi anni del principato di Andrea Dandolo, quando le circostanze erano più favorevoli per le guerre e l'anarchia che desolavano il Peloponeso.
I _torneselli_ veneziani somigliano a quelli di Chiarenza nel peso, nella forma ed anche nella lega, alquanto inferiore a quella indicata dal Pegolotti. Sul diritto hanno la croce patente col nome del principe; ma, invece del castello da cui traggono il nome, portano il Leone di San Marco per la prima volta colle ali, accosciato in quella forma che dal nostro popolo fu detta leone in molleca, ed in termine di zecca leone in soldo, colla leggenda espressiva "V E X I L I F E R spazio V E N E T I A R V M".
Sebbene non si conosca la legge con cui fu ordinata la coniazione del _tornese_, possiamo essere certi che nella zecca di Venezia e non altrove essa fu cominciata dopo la metà del secolo XIV. Ne abbiamo la prova in una istanza del 20 giugno 1354 (19) di Giovanni intagliatore
"che da cinque anni lavora ad incidere i conî secondo gli ordini ricevuti, ed ora è occupato da mattina a sera per i tornesi che in questo momento si fanno in zecca".
In breve tempo il tornese incontrò tanto favore e se ne coniò tale quantità, che uno dei massari fu detto massaro ai torneselli, perché destinato a sorvegliare quella fabbricazione, e così pure troviamo nominati uno scriba _ad tornesellos_ ed un pesatore _ad tornesellos_.
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MONETE DI ANDREA DANDOLO.
Ducato. Oro, titolo 1,000. Peso, grani veneti 68 e 52 sessantasettesimi (grammi 3,559).
1. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge "punto A N D R punto D A N D V L O", lungo l'asta "D V X", dietro il Santo "punto S punto M spazio V E N E T I".
Rovescio. Il Redentore benedicente in un'aureola elittica cosparsa di stelle, quattro a sinistra, cinque a destra "punto S I T punto T punto X P E punto D A, T SEGNO, punto Q punto T V spazio R E G I S punto I S T E spazio D V C A, T SEGNO".
Tavola X, numero 7.
Grosso. Argento, titolo 0,965. Peso, grani veneti 42 e un decimo (grammi 2,178).
2. Dritto. San Marco porge il vessillo al doge "punto A N D R punto D A N D V L O punto", lungo l'asta "D V X", a destra "punto S punto M punto V E N E T I punto".
Rovescio. Il Redentore in trono "I C sopralineati, spazio, X C sopralineati".
Tavola X, numero 8.
Segni, o punti dei Massari della moneta.
Segno 1. Nessun segno.
Segno 2. Campo 2: quattro linee a formare una croce.
Segno 3. Campo 1: quattro linee a formare una croce; campo 2: quattro linee a formare una croce.
Mezzanino di nuovo tipo (16 denari o piccoli). Argento, titolo 0,965 (20). Peso, grani veneti 15 e mezzo (gram. 0,802).
3. Dritto. A sinistra San Marco, nimbato in piedi, vestito di abiti sacerdotali ed il vangelo nella sinistra, colla testa di tre quarti si volge a destra e riceve dal doge, pur in piedi, ma di profilo, un cereo che questi gli porge con ambe le mani. Il principe con ricco manto, ornato di pelliccia, ha il capo coperto dal berretto ducale. Nel campo sotto il cereo, fra le due figure, una lettera, che è l'iniziale del massaro. Dietro il doge "A N punto D A D V, L SEGNO, punto", in mezzo "D V X", dietro il santo "punto S punto M punto V E N E punto".
Rovescio. Gesù Cristo di fronte, con nimbo crociato di forma greca, sorge dal sepolcro ponendo a terra la gamba destra. È coperto di lunga veste che gli svolazza sul fianco, stringe nella sinistra la croce e nella destra un vessillo che ondeggia a sinistra. Sul sepolcro sono scolpite quattro croci, attorno "punto X P E punto R E S spazio V R E S I T punto".
Tavola X, numero 9.
Iniziali dei massari. "A, legatura AR, B D F, M corsivo, OI, N corsivo, P, S, EZH capovolta".
Soldino vecchio. Argento, titolo 0,670 circa. Peso, grani veneti 18 e mezzo (grammi 0,957).
4. Dritto. Il doge inginocchiato tiene con ambe le mani il vessillo "croce punto A N D R spazio D A N spazio D V L O spazio D V X".
Rovescio. Leone rampante, coll'orifiamma "croce punto S punto M A R C V S punto V E N E T I punto".
Tavola X, numero 10.
Soldino nuovo. Argento, titolo 0,965 (21). Peso, grani veneti 10 e 66 centesimi (grammi 0,552).
5. Dritto. Il doge inginocchiato tiene con ambe le mani il vessillo "punto croce punto A N D R punto D A N punto D V L O punto D V X punto".
Rovescio. Leone rampante coll'orifiamma in un cerchio, attorno "croce punto S punto M A R C V S punto V E N E T I punto", nel campo l'iniziale del massaro.
Tavola X, numero 11.
Iniziali dei massari "OI, S, ALFA CEDILLA".
Piccolo, o denaro. Mistura, titolo 0,190 (22) circa. Peso, grani veneti 6 e mezzo (grammi 0,336): scodellato.
6. Dritto. Croce in un cerchio "croce punto A N spazio D A N spazio D V X punto".
Rovescio. Croce in un cerchio "croce punto, S ruotata, punto M A R C V, S ruotata, punto".
Tavola X, numero 12.
Bianco, o mezzo denaro. Mistura, titolo 0,040 circa. Peso, grani veneti 7 (grammi 0,362).
7. Dritto. Croce accantonata da quattro punti "croce A N D R punto D A N punto punto punto D V X".
Rovescio. Busto di San Marco di fronte "croce punto S punto M A R C V S punto".
Raccolta Papadopoli.
Tavola X, numero 13.
Tornesello. Mistura, titolo 0,130 circa. Peso, grani veneti 14 (grammi 0,724).
8. Dritto. Croce patente in un cerchio, attorno "croce, due punti in verticale, A N D R, due punti in verticale, D A N D V L O, due punti in verticale, D V X, due punti in verticale".
Rovescio. Leone accosciato sulle gambe posteriori, tenendo colle anteriori il vangelo, il tutto in un cerchio, attorno "croce V E X I L I F E R, due punti in verticale, V E N E C I A, RUM TONDA".
Tavola X, numero 14.
[Nuova pagina]
OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI ANDREA DANDOLO.
SANTINELLI S. -- Opera citata, pagina 271-272 e 274 (disegno pagina 271); ed in ARGELATI, Parte I, pagina 300 e 301.
KÖHLER I. D. -- Opera citata, Tomo XIV, pagina 153-160.
MURATORI L. A. -- Opera citata, _Dissertazione_ XXVII, colonne 649-652, numeri X, XI e XII; ed in ARGELATI, Parte I, pagina 48, tavola XXXVII, numeri X, XI e XII.
CARLI RUBBI G. R. -- _Delle monete etc_. Opera citata, Tomo I, pagina 414, tavola VI, numero III.
BELLINI V. -- _De monetis Italiæ etc_. Opera citata, _Dissertazione_ I, pagina 102 e 108, numero XV; ed in ARGELATI, Parte V, pagina 30 e 32, numero XV.
(DUVAL e FRÖLICH). -- _Monnoies en or, etc_. Opera citata, pagina 275.
GAETANI P. A. -- _Museum Mazzuchellianum_. Venetiis, 1761-63, Tomo I, tavola VII, numeri 7, 8.
GRADENIGO G. A. -- Indice citato, in ZANETTI G. A., TOMO II, pagina 171-172, numeri XXXIX, XL, XLI, XLII, XLIII, XLIV, XLV, XLVI, XLVII, e XLVIII.
APPEL J. -- Opera citata, Volume III, pagina 1122-1123, numeri 3923, 3924, 3925.
PFISTER J. G. -- Opera citata. -- _The Numismatic Journal_, Volume II, 1837-1838, pagine 214, 215, tavola a pagina 201.
BELLOMO G. -- _La pala d'oro considerata sotto i riguardi storici, archeologici ed artistici, etc_. Venezia, 1847, pagina 42 e 64-65 (nota 39), tavola II, numero 1.
ZON A. -- Opera citata, pagina 30, tavola I, numero 13.
SCHWEITZER F. -- Opera citata, Volume I, pagina 103-104 (162 a 196) e tavola.
CUMANO dottor C. -- _Numismatica_, articolo del foglio "_L'Istria_", Anno V, numero 11, sabato 16 marzo 1850.
CUMANO dottor C. -- _Illustrazione da una moneta argentea di Scio, sul disegno del Matapane di Venezia_. Trieste, 1852, pagina 32, 38, 40 e 43. (In questo opuscolo è riprodotto l'articolo del giornale "_L'Istria_").
LAZARI V. -- _Le monete dei possedimenti veneziani di oltremare e di terraferma_. Venezia, 1851, pagina 65-69 e 169.
KUNZ C. -- Catalogo citato, pagina 8.
ORLANDINI G. -- Catalogo citato, pagina 5.
_Biografia dei Dogi_. Opera citata, Doge LIV.
_Numismatica Veneta_. Opera citata, Doge LIV.
PADOVAN e CECCHETTI. -- Opera citata, pagina 16 e 85.
WACHTER (VON) C. -- Opera citata. -- _Numismatische Zeitschrift_, Volume III, 1871, pagina 228-231, 254. Volume V, 1873, pagina 200-201 e