Part 8
Che il favore sperato da' Veneziani per la nuova moneta ne' possedimenti del Levante venisse successivamente meno, lo prova la cifra sempre diminuita de' pezzi che si batteano per ogni [I[posta]I]. Si volle quindi tentare un nuovo stampo, e che ancor più del primo s'accostasse a' talleri germanici. Il Senato col decreto 6 febbrajo 1768 adottava il nuovo conio, e destinava poi a presiederne la fabbrica l'ingegnere Ferracina di Bassano.
Quanto però non riuscì inferiore di bellezza al primo tallero! Di questo non sappiamo l'egregio artefice, mentre ci è conservato il nome dell'incisore del nuovo, che fu certo Antonio Schabel, mediocrissimo coniatore tedesco, che aveva la smania di segnare le proprie iniziali sulle monete.
[I[Alvise Mocenigo IV.°]I] Approvatosi il nuovo conio colla succitata terminazione, si conservò il titolo e il peso di prima, ma se ne variò il valore, conguagliandolo cioè ad un ducato e un quarto d'argento, o a lire venete 10, pari a lire 21 e soldi 10 di Dalmazia, e si permise che a quest'ultimo prezzo lo ricevessero le casse de' possedimenti oltremarini. Il nuovo tallero del Mocenigo serba il diametro e necessariamente la grossezza del vecchio, ma nel diritto reca un busto di donna rivolta a destra del riguardante, con piccolo diadema sul capo, e coperta d'ermellino le spalle, di ricco manto il petto; brutto e sdolcinato il disegno, povera l'esecuzione. Gira all'intorno del busto la leggenda RESPUBLICA VENETA, preceduta da un rosone e continuata per abbracciar più campo da un ornatino pur chiuso fra due rosoni. Il rovescio offre il leone di S. Marco colle ali spiegate seduto verso la dritta, e volgente alla sinistra il capo, tenendo la zampa manca anteriore sul libro aperto, e posato sopra una mensola nel cui orlo le iniziali . A . S . (A. Schabel); all'intorno la leggenda ALOYSIO MOCENICO DUCE prolungata dagli ornamenti stessi che rimarcammo in quella del diritto, e nell'esergo l'anno * 1768 * oppure * 1769 *. Il contorno è a fogliame.
Il nuovo tallero di questo doge, del quale non abbiamo spezzati, è rarissimo se improntato nel 1768, quasi comune se nel 1769.
[I[Paolo Renier]I]. La diminuzione decretata nel prezzo de' nuovi talleri non portò vantaggio di sorta, ma fu accagionata di disordini, per cui un nuovo Senatoconsulto del 29 settembre 1779 ne ritornava il valore al primitivo di mezzo zecchino; e vi si aggiunsero, ducante il Renier, gli spezzati, [I[mezzi]I], [I[quarti]I], [I[ottavi]I], tutti all'ordinario titolo dell'intero, cioè a peggio 190, del peso relativo di k. 69, 34. 1/2, 17. 1/4, e del valore di lire 5. 10, 2. 15, 1. 7. 6.
Non variano questi ovvii nummi dal secondo tallero del Mocenigo, quanto al tipo, se non nella iscrizione del rovescio e nella data, recando tutti intorno al leone la leggenda PAULO RAINERIO DUCE. Talleri del Renier n'esistono cogli anni 1781, 1784, 1785, 1787, 1788; mezzi cogli anni 1780, 1784, 1786; quarti ed ottavi cogli anni 1780, 1781, 1786; avvertendosi in questi due pezzi minori dentellato il contorno, anziché a fogliame.
[I[Lodovico Manin]I], mutata l'epigrafe del rovescio (LUDOVICO MANIN DUCE), continuò a stampare quelle monete; e di lui si trovano facilmente talleri degli anni 1789, 1790, 1792, 1794, 1795, 1797; mezzi talleri degli anni 1789, 1790, 1792, 1797; quarti del 1790; ottavi degli anni 1790, 1791, 1794 e 1796. I conii e i punzoni di questi pezzi dell'ultimo doge, lavorati dallo Schabel, esistono ancora nella veneta zecca.
[T3] ZECCHE DI CORON E DI MODON.
Quasi in appendice alla parte del mio lavoro che tratta delle monete del Levante Veneto ho creduto collocare le scarse notizie che ci rimasero di officine nummarie progettate da' Veneziani a Coron ed a Modon, castella che proteggono la punta della Morea che guarda a libeccio. Quanto è a mia cognizione su questo argomento è solo una legge del Maggior Consiglio, sancita il 7 marzo 1305, legge di cui qui trascrivo il tenore:
[I[ Millesimo trecentesimo quinto, die VII Marcii. Cum per principem Achaiae et alios de Romania fiat talis moneta propter quam redditus nostri Comunis Coroni et Modoni sunt valde deteriorati, et etiam mercatores inde recipiunt magnum praeiuditium et sinistrum; capta fuit pars quod per nostrum Comune debeant cudi in Corono et Modano illae monetae quae videbuntur Domino Duci, Consiliariis, Capitibus de XL et Provisoribus esse meliores pro nostris negociis de inde.]I]
(Dal [I[Registro MAGNUS]I] appartenente al M. C., pag. 10, conservato nell'I. R. Archivio Generale di Venezia).
Parlando più sopra del [I[tornese]I], ho fatto vedere come il favore ch'ebbe in Levante ne' secoli XIII e XIV questa moneta introdottavi da' Francesi signori d'Acaja, movesse i Veneziani intorno alla metà del trecento a coniarla essi pure allorché stesero nel suolo di Grecia i loro possedimenti. Ma se anche il primo tornese battuto da' nostri fu improntato del nome di Andrea Dandolo, vedemmo come fino dal 1287 una legge speciale regolasse le pratiche de' cambiatori di tornesi, e come nel 1298 Marco Polo ne parlasse come di nummo avente singolar favore ne' commercii orientali. Qual maraviglia perciò se i Veneti, gelosi della voga di questa moneta francese, che ridondava in danno delle proprie, pensavano nel 1305 d'imprendere lo stampo di conio che le si avvicinasse, e d'imprenderlo in due castella del Peloponneso acciò ne fosse più pronto lo spaccio?
Sennonché, qualora la terminazione surriferita avesse effettivamente avuto esecuzione, sarebbe molto difficile che non si fosse conservata fino a noi alcuna moneta di Modon o di Coron, battuta sotto Pietro Gradenigo e sotto i costui successori fino ad Andrea Dandolo. Eppure a nessun pezzo di Pietro Gradenigo, di Marin Zorzi, di Giovanni Soranzo, di Francesco Dandolo e di Bartolomeo Gradenigo non puossi applicare il nome di tornese; né dal disegno prender argomento a tenerli altrove battuti che nella zecca di Venezia. Escludendo il ducato d'oro che si possede di que' dogi, le monete conosciute di Pietro Gradenigo sono le seguenti: il [I[piccolo]I] coniato la prima volta da Sebastiano Ziani sul modello de' denari imperiali, il [I[grosso]I] cuso primamente da Enrico Dandolo, il [I[marcuccio]I] di bassissima lega che pure avea dato fuori il doge vincitore di Costantinopoli, il doppio[I[ quartarolo]I] e la sua unità di cui alcuni vorrebbero attribuire l'origine alla ducea del Dandolo stesso, ma che genuino non si trova che da Pietro Ziani in poi. Lo Zorzi e il Soranzo non hanno altra moneta argentea che il grosso. Francesco Dandolo ha il piccolo e il grosso, a cui aggiunse il [I[mezzanino]I] o mezzo grosso e il [I[marchetto]I] d'argento, continuato quest'ultimo dal suo successore Bartolomeo Gradenigo, del quale pur hassi il grosso. Queste, e non altre, sono le monete che si conoscono nell'epoca di cui ci occupiamo, ma nessuna di queste poteva sicuramente essersi battuta per sostenere la concorrenza con quelle de' duchi d'Atene e di Chiarenza, come vorrebbe la terminazione 1305.
Che cosa dunque è a conchiudere, s'esiste la legge e non esistono le prove che siasi effettivamente eseguita? La risposta è facile a indovinare; tanto più che di officine monetarie de' possedimenti veneti non abbiamo veruna memoria, all'infuori da quella di Cattaro.
[T1] III. CANDIA.
Imprendendo a parlare delle monete che i Veneziani coniarono per l'isola di Candia, la mente corre a que' torbidi giorni in cui una serie di maravigliosi avvenimenti guerreschi rese immortali gli sforzi de' nostri per conservare quel baluardo d'Europa che la prepotente forza de' Turchi fe' suo, dopo venticinque anni di guerra accanita.
Andrea Valier senatore che visse in quell'epoca memoranda, e che in que' fatti ebbe parte, se ne fece lo storico. La costui opera, pubblicata nel 1679, è libro sommamente importante; è uno de' più bei monumenti con che si onorasse la memoria di tanti generosi cittadini che prodigarono alla patria gli averi ed il sangue. Io, ristretto dalla cerchia limitata del mio soggetto, non posso occuparmene in quest'opera se non in quanto alcuni di que' fatti abbiano immediato rapporto colla materia che ho a svolgere.
La grande isola di Candia, [I[Creta]I] degli antichi, la quale, forse perché la maggiore delle isole greche, si favoleggiò culla e reggia di Giove, venne in mano a' Veneziani l'anno stesso della conquista di Costantinopoli, avendola essi per oro da Bonifacio marchese del Monferrato. Mandatevi colonie per abitarla e dissodarne gli abbandonati terreni, si mostrò in sulle prime intollerante di giogo, e costrinse con ribellioni frequenti la dominante a reprimervi gli spiriti, di soverchio esaltati, colla forza dell'armi. Più che un secolo e mezzo durò questa lotta incessante fra la Repubblica e que' sudditi turbolenti, finché assicurata la tranquillità e agevolate le comunicazioni colla capitale mercé le conquiste fatte da' Veneziani sui lidi della Dalmazia, ebbe Candia giorni di pace e di prosperità. Ma l'impeto degli Ottomani, minaccianti Europa ed invasori d'Europa, strinse quella colonia alla lontana metropoli, questa temendo di perdere il più agguerrito antemurale de' suoi possedimenti, quella paventando di subire il giogo esecrato, ambedue prevedendo che le forze turche, assicurate le loro conquiste nel continente, si sarebbero arrovesciate, quando che fosse, su quel punto importantissimo.
E così veramente addivenne. Quantunque fino dal 1539 temessero i Veneziani per Candia e ne guardassero i porti e le castella, pure gli sforzi de' Turchi si diressero durante l'intero secolo XVI contro le isole dell'Arcipelago e contro Cipro, e la prima minaccia a Candia, che apre questa guerra, continuata venticinque anni, si avverò solo nel 1644.
Quali monete prima di quell'epoca correvano in Candia? quelle stesse che pur avevano corso in tutt'i possedimenti del Levante Veneto, i [I[tornesi]I], come abbiamo veduto parlando di questi ultimi all'anno 1476. Non si ha memoria però di nummi particolari di quell'isola prima del 1632, in cui troviamo i
[T5] Soldini.
Allorché, occupandomi nel capitolo precedente delle monete del Levante Veneziano, parlai de' tornesi, dissi come ciascuno d'essi corrispondesse in origine alla dodicesima parte del grosso nostro, vale a dire a quattro bagattini, valore che in seguito andò scemando fino a che ne' primi anni del secolo XVII tanto era deteriorato che il tornese si ragguagliava a que' giorni alla quindicesima parte del soldo, era cioè calato ad un 1/5 del primitivo valore. Le sigle che incontriamo ne' [I[soldini]I] di Candia, così appellati per la loro piccolezza in confronto de' nostri che si chiamarono allora [I[soldoni]I], ci provano che il soldino equivaleva a 4 tornesi, cioè a 4/15 del soldo veneziano.
L'anno 1632 decretava la Repubblica si battesse per Candia, e tosto s'inviasse a quell'isola, una somma di tredicimila ducati in soldini di rame. Ad agevolare pertanto il computo nei soldini dell'isola e nei tornesi comuni a' possedimenti di Levante, si fecero due monete di differente valore, l'una cioè di un soldino o 4 tornesi, l'altra di 10 tornesi o due soldi e mezzo. Sono queste le prime monete [I[certe]I] che i nostri abbiano coniato per la sola Candia, e di queste passo senz'altro alla descrizione.
[I[Pezzo da soldini 2 e 1/2]I]. = Varia nel peso da k. 22 a k. 27, quantunque lo Zon lo fissi (p. 74) a k. 25, per modo che gr. 10 di peso rispondano ad un tornese di valore. Il suo diametro è m. 0,025, e la materia n'è puro rame. Il diritto offre in mezzo ad un leggiadro contorno, che non molto si discosta da quello descritto nella [I[piastra]I] e nel [I[reale]I] di Francesco Contarini, la epigrafe in tre linee = SOL = DINI = * 2 * 1/2 * (in alcuni esemplari mancano le stelline). Il rovescio ha il S. Marco in gazzetta a' cui fianchi due piccole rose e nell'esergo . T. 10 . ovvero T . 10. ed anche T . 10, [I[tornesi dieci]I]. Il Museo Correr ne ha pure esemplari con due incusioni, delle quali non sono in grado di spiegare il significato, SP sopra B negli uni, GM negli altri.
[I[Soldino]I]. = Parimente di rame, ma del diametro 0,019, e del peso variante da k. 9 a k. 10. 3. Simili discrepanze nel peso da me avvertite in esemplari della più bella conservazione, m'indurrebbero a credere che anche per queste piccole frazioni della moneta non si avesse riguardo che al valor nominale, benché sia probabile che ne fosse stabilito l'intrinseco nella misura più sopra notata di k. 2. 2 per tornese. Il diritto offre in due linee la parola SOL = DINO. Sovra la prima è una stellina; altra stellina maggiore, talvolta una rosa fra due minori, sotto la seconda. Il rovescio è simile al pezzo da 10 tornesi, ma nell'esergo ha variamente espresso il valore T . 4, . T . 4 ., * T 4 *, . T 4 . [I[tornesi quattro]I].
Equivalendo pertanto il soldino di Candia a 4/15 del veneziano, il pezzo da soldini 2 e 1/2 va ragguagliato a 2/3 del marchetto. E siccome il soldo è costantemente la 20.ª parte della lira, così è a ritenere che a quell'epoca v'era in Candia una lira del valore di 80 tornesi cioè rispondente a soldi veneti 5. p. 4. Ma non conosco di questo pezzo la effettiva esistenza, e fors'era, come la lira di Dalmazia, una semplice moneta ideale di computo.
Il soldino e il suo multiplo non portano, è vero, il nome della colonia per cui furon battuti; ma il loro valore doppiamente espresso in soldini e tornesi, la rispondenza esatta di una moneta peculiare di Candia a quel nome ed a quel valore, il sapersi per quell'isola ordinato nel 1632 lo stampo di monete analoghe, il disegno delle figure e i caratteri de' pezzi in questione proprii di quell'età, sono tutte ragioni colle quali io credo di giustificare pienamente l'averli, collo Zon, attribuiti a quella colonia e a quell'epoca.
[T5] Gazzetta doppia di F. Erizzo.
Gli ultimi anni del governo di Francesco Erizzo, che sedette sul trono ducale dal 1631 al 1646, furono funestati dall'incominciamento della guerra di Candia, e dalla perdita di una delle piazze più importanti dell'isola, la Canea, presa nel 1645 da' Turchi dopo un'eroica resistenza. Il pericolo nel quale si trovava l'intera colonia, di cui era minacciata la medesima capitale, determinò il Senato ad imprendere con enorme dispendio una nuova spedizione per assicurare il restante dell'isola e ripigliare agli Ottomani la piazza dalle loro armi occupata. Il doge Erizzo, comeché ottuagenario, fu proclamato generalissimo, ma anziché salpasse mori. Gli è appunto in quel breve tempo che scorse dalla presa della Canea alla morte dell'Erizzo che ho collocato lo stampo del [I[reale]I] per il Levante, come qui vi colloco quello della [I[doppia gazzetta]I] per Candia. La somiglianza di questo rarissimo pezzo con quelli battuti per l'isola stessa dal suo successore Francesco Molin, e la necessità in cui si trovava l'esercito veneziano a Candia di monete piccole, necessità che indusse a coniare le doppie gazzette, le gazzette semplici e i soldi per quell'isola un anno dopo, mi determinano ad assegnare a Candia questo cimelio della numismatica veneziana, anziché al Levante, dove facilmente avrebbe potuto trovar posto presso il non men raro [I[reale]I].
Della doppia gazzetta di Francesco Erizzo non conosco che un solo esemplare, conservato nella Marciana. Quanto al metallo, è biglione bassissimo, a peggio k. 1098 per marca, del peso di k. 20 all'incirca e di diametro indeterminabile per la irregolarità del contorno. Questo pezzo subì due volte il martello monetario, ed il secondo colpo fu aggiustato al nummo dapprima impresso, per modo che il diritto s'improntasse dello stampo del rovescio e viceversa. Ebbi così ad impiegare la maggior pazienza per dicifrarne sotto la doppia impressione le rappresentazioni e le leggende; giunsi nullameno a discernere faticosamente le une e le altre. Il diritto porge la figura del doge genuflesso e rivolto di profilo alla sinistra del riguardante, chiuso in un cerchio di perline oltre cui è l'iscrizione FRANC . ERIZZO . D . Nell'esergo hannovi iniziali di monetario delle quali non è riconoscibile che una A in mezzo a due altre sigle, di cui quella a destra pare una B. È quindi agevole il riscontrare nelle sigle medesime le iniziali di Zuan Alvise Battagia che fu massaro all'argento nella zecca nostra gli anni 1646 e 1647, sigle che rafforzano la opinione che più sopra esposi sull'epoca e quindi sulla destinazione di questa moneta. Il suo rovescio presenta il leone alato e nimbato, rampante verso sinistra, pur avvolto in cerchio di perline oltre cui gira la epigrafe SANCT . MARC . VENET . Nell'esergo la cifra * IIII * indica il valore di [I[quattro soldi]I], o due gazzette.
Per quanto io mi sappia, questo pezzo è totalmente sconosciuto agli amatori della nostra numografia. Tale circostanza è appieno giustificata dalla qualità dell'unico esemplare che forse n'esiste nelle raccolte. Non puossi nemmeno asserire che abbia avuto mai corso; né d'esso, né del reale dell'Erizzo, non abbiamo fondamento alcuno per ritenerli più che semplici prove di zecca.
[T5] Gazzette doppie e semplici, e Soldi di Francesco Molin.
Per fatti gloriosamente immortali, quali prosperi, quali sventurati, va segnalata la ducea di Francesco Molin, successore all'Erizzo nel 1646, e che resse la Repubblica fino al 1655. Gli sforzi per avanzare l'armamento di Candia, la nobiltà patrizia venduta a prezzo d'oro per sopperire a' favolosi dispendii, le imprese arditissime sulle coste dalmate ed albanesi, la chiusa fatta a più riprese da' nostri colle bocche de' lor cannoni dello stretto de' Dardanelli, le cittadelle perdute e ripigliate, le fazioni sul mare di Tommaso Morosini, del Cappello, del Grimani, del Mocenigo e del Riva sono a leggersi nella storia del Valier. Io non credo che alcun popolo possa vantare una serie di avvenimenti sì gloriosi, anche se il loro esito fu infelice, come il popolo veneziano combattente a Candia le forze smisurate de' Turchi.
Difettava nel 1647 quell'isola di danaro pel traffico minuto, necessario a tanti soldati che vi spediva la Repubblica, traendoli dalle proprie terre od ingaggiandoli all'estero. Si decretò quindi quell'anno stesso che fossero coniate monete da 2 e da 1 gazzetta e da 1 soldo per Candia, ed ivi prontamente inviate. Sembra peraltro che il loro stampo non fosse così copioso da saziare i bisogni dell'isola combattuta, se nel volgere di pochi anni fu necessario ricorrere a monete ossidionali.
Volgendoci ora a descrivere le monete battute nel 1647 per Candia, ricorderò conservarsene ne' nostri musei tre diverse.
I.° [I[Gazzetta doppia]I]. = È delle tre la più rara, mancando essa alla raccolta Correr, né avendone io mai veduto altro esemplare da quello in fuori della Marciana, quantunque esistesse anche nella collezione Gradenigo descritta dal suo possessore nel secondo volume dello Zanetti, dove però il Gradenigo ci assicura non averne lui vedute di simili nei lunghi anni che fu sulla flotta (p. 197-198, n. 218). Il diametro n'è m. 0,028, il peso del pezzo da me esaminato è di soli k. 28. 3, mentre dovrebb'essere di k. 39. 51/235, incolpandosi di tal divario il cattivo stato di conservazione dell'esemplare. Il biglione che ne costituisce la materia ha di fino k. 54 per marca, è cioè a peggio 1098, equivalente al titolo 0,046875. Perciò il metallo è il medesimo che quello allora impiegato a battere i [I[soldoni]I] da 12 bagattini, il cui peso dovrebbe stare esattamente alla nostra moneta come 1 a 4. Il diritto offre una donna coronata, seduta di prospetto, avente nella destra il corno ducale, lo scettro nella manca; il leone di S. Marco le giace accosciato presso il piede sinistro, e un cerchio di perline le gira intorno, lasciando spazio alla iscrizione . FRANC . MOLINO . D . V . ([I[Dux Venetiarum]I]); e nell'esergo le sigle . Z . A . S . indicano il nome di Zuanne Alvise Salamon che fu massaro all'argento negli anni 1650 e 1651, sigle che ricorrono altresì nella [I[osella]I] dell'anno settimo del Molin, e provano come siasi seguitato più anni a battere quelle monete, la cui rarità può facilmente spiegarsi colla occupazione turca dell'isola per cui furono coniate. Il rovescio ha il S. Marco in soldo colla singolare aggiunta di una spada alzata ch'ei stringe colla destra, mentre nella manca tiene il Vangelo. Lo accerchia il solito contorno di perline, oltre cui la leggenda SANCT. MARC. VEN fra due rosoni, e fra due rosoni parimente nell'esergo la cifra IIII indicante il valore del pezzo, 4 soldi.
II°. [I[Gazzetta]I] = Simile al suo duplo è pur la gazzetta semplice, del diametro di m. 0,023, del peso di k. 19. 143/255, e di biglione al titolo antecedentemente notato. Uguale n'è pure il tipo, proporzionalmente minore, in cui altra differenza non si rimarca dal doppio pezzo che la leggenda del rovescio che offre VE. invece di VEN, e l'esergo del lato medesimo che porta di necessità la cifra . II .
III.° [I[Soldo]I] = I due esemplari da me veduti di questa moneta, l'uno nella Raccolta Correr, l'altro alla Marciana m'inducono forte sospetto non sia essa che una moneta di capriccio, seppure non vogliasi credere che la fretta in cui si trovò la zecca veneta di coniare e spedire a Candia quantità di monete piccole non avesse impedito di preparare lo stampo del soldo particolare per quell'isola, e obbligato a valersi per l'uno de' lati del conio comune de' soldoni veneziani, per l'altro del conio della gazzetta di Candia. Ambedue infatti quegli esemplari presentano dall'una parte il leone di S. Marco dinanzi a cui genuflesso è il doge; gira intorno alle due figure oltre il cerchio di perline la scritta . S. M. V. ([I[Sanctus Marcus Venetiarum]I]) FRANC. MOL ([I[Franciscus Molino]I]) e sotto la linea dell'esergo è fra due rosoni il numero 12 de' bagattini componenti il soldo. Il rovescio invece è improntato col conio del diritto della suddescritta gazzetta, ma essendo il diametro dell'ultima non poco eccedente quello del soldone comune, non poté stamparvisi che la base delle lettere che ne formano la leggenda. Il peso è l'ordinario de' soldi, k. 9. 189/235, co' quali ha comune il titolo dell'argento.
Siccome queste monete doveano principalmente servire ai pagamenti delle truppe che riceveano i loro stipendii in moneta veneziana, credo per tal ragione essersi preferito allo stampo degli altri pezzi di Candia da 4 e da 10 tornesi quello di monete perfettamente analoghe a quelle della metropoli, se non nel tipo, bensì nel peso, nel titolo e nel valore. Era poi facilissimo in quell'isola ragguagliare questo valore alla moneta ivi corrente; il soldone era pari a 15 tornesi; la gazzetta a 30 tornesi, la gazzetta doppia a tornesi 60.
[T5] Moneta Grimani.
Dalle monete battute per l'isola di Candia nella veneta zecca, passiamo ora a quelle che per dolorosa necessità dovettero coniarsi nell'isola stessa. Prima di tutte ci si presenta fra queste una moneta ch'ebbe il nome dal capitano generale Giambattista Grimani, sottentrato al destituito Cappello nel 1646. Gli è appunto questo anno che leggiamo inciso sulla moneta, ma non credo che allora siasi cusa, bensì in uno dei successivi, improntandola colla data 1646 solo perché la nomina del Grimani era caduta in quell'anno.