Part 7
La somiglianza di tipo fra i nummi di cui ci occupiamo ed uno, stupendamente raro e, per quanto io mi sappia, sconosciuto a' numografi, ch'esiste nel Museo Correr, mi consiglia a dargli luogo nella serie presente. La lega è pari a quella de' precedenti pezzi, il diametro di m. 0,028, e il peso di k. 23. 3 che nel nummo appena coniato doveva essere ben maggiore. Il diritto offre verso il contorno la epigrafe * ANTONIVS . PRIOL . DEI . GRA . D, e nel mezzo fra un ornamento leggiadremente arabescato e diviso dalla leggenda del contorno mediante un cerchio di perline * = * VE * = NET . = sotto cui una linea formante l'esergo, nel campo del quale è la cifra . 4 . che indica i soldi corrispondenti a 60 tornesi. Similmente chiuso da cerchio di perline e da pari arabesco è il S. Marco in gazzetta del rovescio, verso il cui contorno gira la epigrafe * SANCTVS. MARCVS. VENET.
Molto è diverso il pezzo di pari valore del doge Giovanni Corner I.° Simile al suddescritto nel diametro, ha ne' suoi migliori esemplari il giusto peso di k. 32. Il diritto offre nei centro, sotto una rosa fra due stelline, la epigrafe [Gr[TORNES]Gr] . (ovvero [Gr[TORNESIA]Gr]) = [Gr[EXENTA]Gr], e sott'essa altra rosa; e all'ingiro oltre un cerchio di perline * [Gr[IOAN]Gr] (o IOAN) [Gr[KORNELIOS O DOUX]Gr]. Il rovescio è in proporzioni maggiori simile al pezzo da 30 tornesi, ma nell'esergo porta la cifra * IIII * esprimente la somma de' soldi veneziani che formano 60 tornesi. È pezzo di nessuna rarità.
[T5] Da 15 tornesi.
Né raro è il pezzo da tornesi 15 che s'incontra soltanto col nome del primo Giovanni Corner. Il peso di un esemplare a fior di conio e coperto di bella tinta argentina che n'esiste alla Marciana è esattamente di k. 8. Il tipo n'è simile al pezzo da tornesi 30 di questo doge, ad eccezione della leggenda nel centro del diritto così immutata = * (ovvero ***) = [Gr[TORNES]Gr] = [Gr[DEKAP]Gr] (o [Gr[DEKAPE]Gr]). L'esergo del rovescio di alcuni esemplari è * I *, reca cioè la cifra indicante un soldo di lira veneta a cui corrispondono 15 tornesi.
[T5] Piastra.
Di esimia rarità e di molta bellezza è la moneta di cui imprendo a trattare, la [I[piastra]I]. Essa manca a tutte le nostre raccolte, fuorché a quella della Marciana a cui provenne dal medagliere del Pasqualigo. Reca il nome di Francesco Contarini, che tenne la dignità ducale dal settembre 1623 al dicembre 1624; è di argento a peggio k. 60 per marca, corrispondente al titolo 0,947917, del peso di k. 130 e del diametro di m. 0,040. Ecco pertanto la descrizione che ne stesi su quell'esemplare, del quale diede un disegno esattissimo col metodo Collas lo Zon alla tav. IV. n. 5.
Il diritto offre uno scudo ornato di cartocci nel suo contorno, sormontato dal corno ducale e recante in quattro linee la iscrizione PIAS = TRA = VENE = TA; un cerchio di perline gira intorno allo scudo, ed oltr'esso la leggenda FRANCISCVS . CONTAR : DVX. Nel rovescio è il San Marco in soldo, di leggiadro disegno, fra un ricco ornamento circolare di gigli doppii e di rosoni.
Quanto al valore della piastra, risulterà facilmente dal confronto d'essa con altra moneta che la uguagliava nel titolo, eccedendola nel peso di k. 4. 1/2, il [I[ducatone]I]. Quest'ultimo correva a' giorni del Contarini a lire 7 e soldi 5, quindi la piastra dovea correre a lire 7. Computandosi allora lo zecchino lire 14, la piastra equivaleva a mezzo zecchino.
La rarità singolare di questo pezzo, il vederne l'unico esemplare che se ne conosca a fior di conio, il non incontrare in tariffe né in memorie di zecca alcuna moneta con questo nome, né in quell'epoca né dappoi, fanno ritenere essersi bensì progettata la piastra ed eseguitone il conio, ma non aver mai essa avuto corso, qualunque sia il motivo che determinasse a sospenderla.
[T5] Reali.
Raro, quanto la piastra, è il [I[reale]I] del medesimo doge, e con essa ha comuni il titolo, il peso, il tipo ed il valore; comuni altresì le circostanze che inducono fondata opinione esser rimasto esso pure un progetto ineseguito per cause che ci sono del tutto ignote. L'unica diversità che si riscontra fra questi due pezzi sta nella leggenda del diritto, portando in mezzo allo scudo la epigrafe in tre linee REAL = VENE = TO; e all'ingiro * FRANCIS . CONTARENO . DVX . * L'unico esemplare ch'io ne sappia è quello che colla collezione Pasqualigo passò alla Marciana.
Altro reale esisteva nella raccolta di Maffeo Pinelli, la cui libreria fu sì dottamente descritta dal Morelli (Venezia, 1787) che ci conservò memoria di questo pezzo, che non si sa ove più esista dopo la deplorata dispersione di quel medagliere.
Accontentiamoci dunque del poco che il Morelli ne disse, e ch'io fedelmente trascrivo: [I[Altra moneta rarissima, detta reale, v'ha di Francesco Erizzo, della grandezza di un ducato d'argento, in cui da una parte v'è un lione colle ale stese e con un libro nelle zampe, ed all'intorno SANCTVS . MARCVS . VENET . e sotto REALE. Dall'altra si vede il doge in piedi, e dietro il mare con la prora di una galea ed una fortezza, ed all'intorno si legge FRANC . ERIZZO . DVX . VEN .]I] (Morelli, [I[Libreria di Maffeo Pinelli]I], vol. V. p. 346, [I[App]I].), La rappresentazione di questo secondo lato è invero assai singolare, e meglio ricorda le [I[oselle]I] che non le comuni monete. Lo Zon, riportando questo pezzo sulla fede del Morelli, soggiunge: [I[È noto come l'Erizzo mori nel 1646, quando era in procinto di partire in qualità di generalissimo sulla flotta spedita contro i Turchi che aveano invaso il regno di Candia, a cui pare che abbia relazione quest'ultima moneta]I] (p. 60). Non potrei non soscrivere a questa savia opinione; infatti sappiamo urgente il bisogno di monete per la spedizione contro i Turchi, che nel 1645 avevano presa la Canea; ed io credo probabilissimo siasi coniato il presente reale per gli stipendii dell'armata in que' pochi mesi che volsero dalla perdita di quella piazza alla morte dell'Erizzo avvenuta il 3 gennajo 1646. E forse quest'ultima circostanza originò la sospensione dello stampo, che poi non venne ripreso dal suo successore.
Anche il favore che trovarono ne' commercii d'Oriente nel secolo XVII le piastre e i reali importativi dai trafficanti spagnuoli, mi fa ritenere essersi dalla Repubblica progettato pe' suoi possedimenti di Levante lo stampo di questi tre curiosissimi pezzi.
[T5] Leoni Morosini.
Gl'immensi dispendii che la Repubblica dovette sostenere per la guerra co' Turchi, gli ultimi anni del secolo di cui ci occupiamo, resero straordinariamente operosa in quell'epoca la zecca nostra. Ad agevolare pertanto le transazioni commerciali co' popoli del Levante, si determinò lo stampo di nuove monete che fossero in un medesimo facili a conteggiarsi ne' territorii ove durava la ideale lira di computo dalmata, e dove non si conosceano altre monete all'infuori da quelle della dominante. Nel 1688, ducante Francesco Morosini, uscirono dalla veneta zecca tali monete, che 2 e mezza d'esse uguagliavano uno zecchino, e delle quali ciascuna equivaleva a lire 10 di Dalmazia o lire 6. 16 di Venezia, perché allora nella capitale lo zecchino andava a lire 17, nelle province a lire 25.
Questa moneta, che dal leone rampante nel suo rovescio e dal casato del doge del cui nome primamente s'improntò fu appellata [I[leone Morosini]I], è conosciuta d'ordinario col nome di [I[lion per Levante]I] dalle memorie di zecca, le quali ne determinano il peso in k. 131, ed il titolo a peggio 300 la marca, o al titolo 0,739583, avente cioè d'argento fino per ogni pezzo k. 96. 85/96. Le stesse memorie ci conservarono la cifra del valore monetato in [I[leoni]I] e ne' loro spezzati, che monta alla somma di leoni 1,126,744. 1/2. Ed è invero singolare come oggi nelle raccolte si veggano così raramente i pezzi che appartengono a questa serie; né la si saprebbe spiegare tal rarità che pensando come la maggior parte d'essi fosse o recata in terre pochi anni dopo occupate da' Turchi, o messa fuori di commercio dal sopravvenire di nuove monete che trovarono più favore, come avvenne per esempio de' talleri battuti pel Levante, la cui comparsa nel 1756 dové far isparire i leoni che ancora rimanevano colà in corso.
[I[Leoni]I]. Il diritto di questa moneta, avente un diametro di m. 0,042, offre in proporzioni maggiori la rappresentazione dello zecchino, e reca dietro la figura stante di S. Marco la epigrafe in lettere verticali . S . M . VENET, e dietro al genuflesso doge il suo nome FRAN . MAVROC. Sotto la linea dell'esergo su cui posano le figure, alcuni esemplari hanno le sigle . A . G ., iniziali di Alvise Gritti massaro all'argento nel 1688. II rovescio offre il leone alato e nimbato, ritto sulle zampe posteriori, verso la dritta, e piegante a sinistra il capo, mentre tiene nella zampa anteriore destra la croce, nella manca una palma. Oltre il cerchio di perline che lo racchiude è la epigrafe FIDES ET VICTORIA.
Simile al leone del Morosini è quello di Silvestro Valier che gli succedette nel ducato, e che reca quindi mutata la epigrafe del diritto S * M * VENETV (verticale) = SILV * VALERIO, e nell'esergo le iniziali * A * G * e in altri esemplari * F . T * ed anche * G. A . B *. Il rovescio ne differisce alcun poco per la varia disposizione delle zampe anteriori del sacro leone e per non esser questo chiuso da cerchio di perline. È pezzo men raro di quello del Morosini.
Non si conoscono leoni di Alvise Mocenigo II.° che succedette nel 1700 al Valier, bensì di Giovanni Corner II.° che dopo lui ebbe il ducato nel 1709. I costui leoni, rari come quelli del Morosini, non hanno altre varietà da questi nel diritto che il nome necessariamente sostituitovi da IOAN . CORN . e le sigle dell'esergo * A . M *. Il rovescio è simile al leone del Valier.
[I[Mezzi leoni]I]. Il loro peso, in rapporto all'intero, è di k. 65 e 1/2 e tiene di fino k. 48. 85/192. Simili agl'interi nel tipo e proporzionalmente minori, li superano in rarità. Quello di Francesco Morosini, che pur dovett'esistere, manca a tutte le collezioni da me esaminate; quello di Silvestro Valier si trova alla Marciana ed al Museo Correr, ma di due tipi diversi, recando l'uno nell'esergo le iniziali * P. M *, l'altro * F. T *. Il loro diametro è m. 0,035. Del Corner non vidi mai questa moneta benché sia da ritenere ch'effettivamente si coniasse. Valeva lire venete 3. 8, o lire di Dalmazia 5.
[I[Quarti di leone]I]. Del peso di k. 32. 3, aventi cioè di fino k. 24. 85/384, e parimente rarissimi. Il quarto di leone del Morosini non l'ho mai veduto, ma ne ritengo la esistenza dalle memorie di zecca, e credo sia quella moneta della raccolta Gradenigo (Zanetti, vol. II, p. 203 n. 253) che il suo possessore descrisse per mezzo leone di questo doge, benché le desse il peso di k. 34. 2; peso, se vuolsi, eccedente il legale, ma che induce forte sospetto non abbiasi potuto deteriorar cotanto un pezzo da ridurlo quasi alla sua metà; porta le sigle . A . C ., ch'io credo s'abbiano a leggere . A . G ., attribuendone la fabbrica al 1688 quand'era massaro all'argento il già ricordato Alvise Gritti.
La Marciana e la Raccolta Correr possedono bensì il quarto di leone di Silvestro Valier, simile in proporzioni minori all'intero di questo doge, con un diametro di m. 0,030 e colle iniziali * F. T * nell'esergo dell'averso. Il Gradenigo pur ci descrive (ibid. n. 258) simile moneta da lui conservata di Giovanni Corner II.° che portava nell'esergo le sigle ... M. che si possono facilmente supplire A. M.
Il quarto equivaleva a lire 1. 14 di nostra moneta, o a lire 2. 1/2 di computo nel Levante.
[I[Ottavi di leone]I]. Di molta rarità è parimente quest'ultimo spezzato del leone, mancante alla Marciana, non però al Museo Correr, né alla serie del Gradenigo (ibid. n. 254). Pesa k. 16. 3/8, e tiene di fino k. 12. 85/768, ed ha un diametro di m. 0,026. Non n'è accertata la esistenza che di quello battuto dal Morosini, simile al suo intero, ma avente nell'esergo le iniziali . Z . R . che ricordano Zuanne Riva massaro all'argento nel 1693, e recante il leone non chiuso da cerchio di perline. Il valore di questa piccola moneta era di soldi veneti 17.
[T5] Gazzette e Soldi per le Isole e per l'Armata.
Parlando delle gazzette e de' soldi di rame battuti per la Dalmazia e per l'Albania, ho enunciato un canone che qui siamo al caso di poter applicare, [I[riscontrarsi cioè alcune volte nelle monete venete di puro rame l'età del loro stampo calcolandone il peso]I]. Vedemmo infatti alle pag. 17 e 18 che verso l'anno 1700, quando lo zecchino si ragguagliava a lire dalmate di computo 25, si cavavano da una marca di puro rame gazzette 30. 1/3, ciascuna del peso di k. 38, ovvero soldi 60. 2/3, ognuno del peso di k. 19. Gli è effettivamente questo medesimo peso che riscontriamo quasi costante nelle due monete di cui tocchiamo, le quali ritengo perciò aversi ad ascrivere alla ducea del Peloponnesiaco.
La loro leggenda le annuncia coniate per aver spaccio nelle isole Jonie ed in quelle dell'Arcipelago, nonché pegli stipendii de' soldati e de' marinaj ch'erano sulla flotta.
L'unico tipo della gazzetta presente ch'è a mia cognizione ha un diametro di m. 0,027 e reca nel diritto la epigrafe chiusa fra due rosoni ISOLE = E. T = ARMATA in tre linee. Il rovescio è il solito S. Marco in mollecca cinto dall'iscrizione * S. MARC. VEN *, e nell'esergo * II *.
Non ne differisce il soldo che nelle proporzioni e nell'esergo del rovescio ch'è necessariamente * I *.
[T5] Gazzette e Soldi per l'Armata e per la Morea.
Quello che ho detto poc'anzi delle gazzette e de' soldi per le Isole e per l'Armata, può riportarsi anche alle monete presenti, colle quali hanno comune l'epoca siccome il peso, e che si coniarono perché avessero spaccio nella Morea contesa a' Turchi dal valore del Morosini.
Il diritto della gazzetta offre la iscrizione ARMATA = E. T = MOREA chiusa da due rosoni; nel rovescio è simile alla gazzetta per le Isole. Il diametro n'è parimente uguale.
Il soldo non varia qui pure che nelle sminuite proporzioni, e nella cifra indicante il valore.
[T5] Gazzette e Soldi per Corfù, Cefalonia e Zante.
Minori di peso, e quindi di più moderno conio, sono le monete che recano i nomi delle isole di Corfù, Cefalonia e Zante per le quali vennero battute nella veneta zecca. Ricordai più addietro come intorno al 1730, allorché lo zecchino si valutava in Levante a lire 33 di conto, le gazzette dalmato-albanesi andassero a 39 per marca di rame, ed avessero in conseguenza un peso di soli k. 29. 7/13 come i soldi pesavano k. 15. 1/26. Ed invero tal peso ricorre nelle monete ch'esaminiamo, la cui fabbrica è perciò a riportarsi agli ultimi anni di Alvise Mocenigo III.° o al breve ducato di Carlo Ruzzini. Questa posteriorità d'epoca mi determinò a collocarle ultime nella serie de' sei pezzi di rame della quale ci occupiamo, serie non affatto comune, ma che non manca alle nostre raccolte, le quali abbondano d'ordinario, più che de' semplici soldi, de' loro dupli.
La gazzetta battuta a Venezia per le isole di Corfù, Cefalonia e Zante ne porta nel diritto i nomi fra due rosoni e disposti in tre linee, con ortografia variata ne' quattro tipi che ne ho veduti:
1. CORFV = CEFALONIA = ZANTE
2. CORFV = CEFAL = ZANTE
3. CORF. = CEFAL. = ZAN.
4. CORF. = CEFAL = ZANT.
Il rovescio presenta il consueto S. Marco in soldo attorniato dall'epigrafe * S. MARCVS. VEN * (ovvero VE *) e nell'esergo * II *. Ha un diametro di m. 0,026.
Simile, ma in proporzioni minori, è il soldo, recante due varietà d'iscrizioni nel diritto:
1. CORF. = CEFA. = ZAN
2. CORF. = ZANT. = CEF.
Nel rovescio gira intorno al leone la epigrafe * S. MARC. V * e nell'esergo la cifra * I *. Il diametro è m. 0,020.
Le sei monete di questa serie, come pure quelle di puro rame per la Dalmazia e per l'Albania, continuarono ad aver corso nelle isole Jonie, dove si battevano nel 1801 autonomi pezzi da 5 e 10 gazzette venete, fino al 1819 in cui il governo protettore di quelle isole decretava la loro distruzione, e se ne giovava a battere gli oboli ed i dittoboli colla figura sedente della Britannia.
[T5] Talleri a torchio col leone rampante.
Il favore che avea trovato ne' commercii del Levante il tallero imperiale di Germania invogliò, alla metà del secolo scorso, la Signoria di Venezia a tentarne la fabbrica per inviarlo a' suoi possedimenti oltremarini. Ad ottenerlo pertanto di quella leggiadra e regolar forma che formava la bellezza estrinseca de' talleri alemanni, e che da un secolo e più non era per la zecca veneta che un incompiuto desiderio, statuiva il Senato il 15 marzo 1755, ducante Francesco Loredan, la introduzione in quell'officina del torchio in luogo dell'incommodo martello fino allora impiegato nella monetazione.
Abbiamo però una terminazione del C. X, 27 marzo 1500, che suona così: [I[El singular modo et inzegno trovado cum molta sua industria et acuità per el fedel nostro Zuane da i relogii in far et stampar soldi cum tanta equalità, justeza et rotondità quanta alcuno ha veduto et come ha testificado el gastaldo de la Cecha nostra, et similiter li maistri de le stampe et altri hano visto el suo lavor et modo de lavorar, cossa a tutj admiranda; die indur la Signoria nostra a voler dar modo ch'el possi perseverar el bon principio dato non solum in li soldi et mezi soldi predicti, ma ogni altra sorte monede ac etiam li ducati (]I]zecchini[I[) como el se ha offerto de trovar modo cum ogni pianeza rotondità perfecta et pexo; adeo che le monede nostre, quale excelleno tutte altre monede de bontà, excellerano similiter de beleza; cossa che certamente se die dexiderar per honor de la Signoria nostra et per tuor ogni modo al stronzar de dicte monede le qual non potrano per alcun modo esser toche che imediate non siano cognossiute]I], ecc.
Da questa terminazione, che ho fedelmente trascritta dal Capitolar delle [I[Broche]I], rilevasi, parmi, che un congegno esclusivamente adatto allo stampo delle monete, onde risultassero belle e rotonde, una specie quindi del torchio odierno, fosse nella zecca nostra introdotto da questo Giovanni, che dalla prima sua professione ebbe il nome di Orologiajo. Quale si fosse questo congegno non s'hanno memorie. A chi tuttavia considera la rara perfezione de' nummi usciti dalla veneta zecca gli ultimi anni del secolo XV e fino al principio del XVII, si renderà facile a comprendere che, senza un meccanismo che ne agevolasse il lavoro, non era possibile coll'ordinario martello ottenere sì bei risultati. Ma nel secolo XVII, e più ancora nel successivo, i conii veneziani andarono imbarbarendo, talché quando il Loredan introduceva il torchio nel 1755 Venezia dava forse le monete più informi di quelle d'ogni altro stato d'Italia.
Che la introduzione del torchio abbia a riportarsi a quest'anno, ce lo fa sapere, oltre la terminazione de' Pregadi del 15 marzo 1755, la iscrizione che ancora si legge in zecca:
AURO
ET ARGENTO
MELIORI FORMA FERIVNDO
EX SENATVS CONSVLTO
ANNO DOMINI
MDCCLV.
Reca però maraviglia che il torchio si destinasse esclusivamente a' talleri fino alla caduta della Repubblica. Non abbiamo in fatti, oltr'essi, veruna moneta altramente improntata che a martello, ad eccezione della [I[osella]I] dell'anno IX del medesimo doge Loredan (1760), la quale sappiamo da memorie di zecca che [I[a pochi è piaciuta]I]. Tanta era la forza dell'abitudine che si preferivano i vecchi pezzi bruttissimi ai nuovi leggiadri; abitudine che ci richiama le arti tarde a sprigionarsi nel medio evo dalle tradizioni jeratiche.
[I[Francesco Loredan]I]. È indubitato che nel 1755 si diede mano, in via soltanto d'esperimento, allo stampo dei talleri; ma nessuno ne abbiamo che porti quell'anno, perché la fabbrica ne incominciò veramente nel successivo 1756. Era in quell'epoca lo zecchino montato al valore di lire di Dalmazia 48, e si manteneva dal settembre 1716 a venete lire 22. Pensarono quindi i Veneziani util cosa sarebbe lo stampo di uno spezzato dello zecchino che fosse in un medesimo esattamente multiplo della lira dalmata di conto e della veneta; quindi si volle il tallero del valore di mezzo zecchino, equivalente cioè a venete lire 11 o dalmate 24.
Il tallero pesa k. 138 d'argento a peggio 190 per marca, o in altri termini è al titolo 0,835. La metà d'esso, a titolo uguale, pesa proporzionalmente k. 69.
Questa moneta ha nell'intero un diametro di m. 0,040, e reca nel suo diritto un busto di donna coperta d'ermellino le spalle, del berretto de' dogi il capo, e rivolta di profilo alla destra del riguardante; all'intorno le gira la epigrafe RESPUBLICA VENETA. Nel rovescio, entro uno scudo, ricco di cartocci nel suo ornamento esteriore, sorge il leone alato e nimbato, rampante verso la sinistra e che tiene nelle zampe anteriori aperto il libro de' Vangeli; gli gira intorno la leggenda FRANC : LAUREDANO DUCE 1756 (in altri esemplari 1761). Il contorno del pezzo è formato di linee parallele inclinate. Due tipi diversi conosco del diritto di questa moneta, oltre la varietà più facile a rimarcare degli anni: l'uno ha il profilo della imagine della Repubblica molto vezzoso, l'altro non è sì vago perché la disposizione delle labbra ad un manierato sorriso le dà un'aria alcun po' satirina. Questo secondo è il tipo che più ordinariamente si vede nelle raccolte.
Ma di bellezza singolare è il busto della Repubblica improntato sul mezzo tallero, il cui diametro è m. 0,033, e il cui tipo è uguale a quello dell'intero, sminuito necessariamente nelle proporzioni. Non conosco di questo spezzato del Loredan altr'epoca che quella 1756.
Le memorie di zecca ci conservarono la cifra de' talleri battuti sotto il Loredan, cioè
dall'anno 1756 all'11 aprile 1750 talleri n. 137,973. 1/2.
dal 9 novembre 1761 in appresso, talleri n. 24,255. 1/2.
[I[Marco Foscarini]I]. Il 14 luglio 1762 imprese il Foscarini per la terza volta lo stampo de' talleri improntandoli del proprio nome. Introdottasi col torchio l'arte de' punzoni, non hanno queste monete altra varietà da quelle del Loredan che nel nome del principe. Sì il tallero che la sua metà recano quindi al rovescio la leggenda MARCO FOSCARENO DUCE, 1762. Sappiamo dalle memorie di zecca essersene da questo doge stampati per la somma di talleri 11,682. 1/2.
[I[Alvise Mocenigo IV.°]I] Le stesse osservazioni cadono sul tallero da questo doge improntato dietro il tipo de' precedenti, e della sua metà. La iscrizione che portano al loro rovescio questi due pezzi è la seguente ALOYSII ([I[sic]I]) MOCENICO DUCE 1766, e nel mezzo tallero 1764.
Ad eccezione del tallero del Loredan, che però non è comune, gli altri 5 pezzi di questa serie sono difficili a trovarsi, né so che alcun medagliere tutti li posseda, ad eccezione della Raccolta Correr.
Qui mi giova soffermarmi ad un settimo pezzo che nell'agosto 1850 vidi nelle mani del dottor Koch di Trieste, distinto naturalista e fervoroso raccoglitore di monete veneziane. È un [I[quarto di tallero]I], del tipo comune a' descritti col leone rampante, improntato in argento del titolo medesimo, e di peso relativamente minore, di leggiadro conio e di perfetta conservazione. Reca verso il contorno del rovescio la iscrizione ALOYSII MOCENICO DUCE 1765. Al primo vedere questo curioso cimelio della zecca nostra, mi sorse qualche dubbio sulla genuinità d'esso; ma le assicurazioni del dotto Koch sulla provenienza del pezzo, e maggiormente il più accurato esame, mi fecero inclinare a ritenerlo effettivamente genuino. Quanto alla sua rarità singolare, mancando esso a tutte le nostre collezioni, non saprei come meglio spiegarla che ritenendolo un semplice progetto, poi abortito. Gli è però indubitato che non ne troviamo menzione nelle memorie di zecca; ma il loro silenzio non dee esserci sufficiente a farne sospetta la originalità. Nelle memorie di zecca non troviamo nemmeno ricordato l'[I[ottavo del leone Morosini]I]; ma chi mai potrebbe sospettare, vedendola, che questa moneta, conservata al Museo Correr, sia falsa?
[T5] Talleri a torchio col leone seduto.