Part 3
Allorché le costituzioni de' Franchi, sotto l'impero di Carlomagno, emancipando l'Europa dai disordini della monetazione dell'impero romano e del greco, fissarono il valore de' metalli nobili, e statuirono il conio di una nuova moneta, fu battuto il solo [I[denaro]I], o la dodicesima parte del [I[soldo]I], formando 20 soldi una [I[lira]I], rappresentata perciò da sì ingente massa d'argento che non fu mai foggiata in moneta speciale, come nol fu nemmeno il soldo carolingio; e quantunque agevole fosse l'una e l'altra somma rappresentare con pezzi d'oro coniato, sappiamo non pertanto che dalla caduta del regno de' Longobardi sino all'imp. Federico II, che batté a Brindisi il primo [I[augustale]I], l'Europa non ebbe altr'oro coniato da quello in fuori de' paesi occupati dagli Arabi e dell'impero greco. I Veneziani ebbero anch'essi i loro denari modellati sui franchi, battuti probabilmente a Pavia od a Treviso, e recanti nelle loro epigrafi i nomi di Lotario, di Lodovico (Pio), o la generica appellazione d'[I[Imperatore romano]I]. Non è di queste pagine il rintracciare per quali cagioni il denaro venisse dall'epoca carolingia in poi scemando successivamente di peso e di titolo; talché quella moneta anche fra noi andò di mano in mano deteriorando, prima sotto gl'imperatori germanici, poi sotto i dogi; fino a che col volger de' secoli fu rappresentata da una massa sì tenue d'argento che sotto il doge Cristoforo Moro fu preso di batterla di puro rame, convertirla quasi in una semplice moneta nominale. La sua piccolezza sotto gli antecedenti dogi le valse il nome di [I[piccolo]I] o [I[parvus]I], come altra volta il colore argentino della sua superficie le meritava quello di [I[albulus]I]. Il [I[bagattino]I] quindi di cui ci occupiamo non è se non una degenerazione del denaro argenteo dei Carolingi, e rappresenta il dodicesimo del soldo, cioè del ventesimo della lira, ma di una lira straordinariamente diminuita del primitivo valore.
Della voce [I[bagattino]I] non sarebbe ozioso per noi il rintracciare la origine; il Gallicciolli ([I[Memorie Venete]I] II, 41) la vorrebbe derivata dall'arabo [I[bagadhon]I], rimoto o vile, quasi moneta la più [I[rimota]I] in cui si risolve la lira, o la più [I[vile]I] di tutte le correnti. Certo è ben degna di riso la etimologia che ne diede Roberto Cenale nel I tomo del suo trattato [I[De rat. pond. et mensur.: Barchatinus, vulgo ]I]barguetìn[I[, puto esse pretium trajectus aquae per barcham]I]; né meno ridicola è quella allegatane da Marquardo Trecher nel libro [I[De re monetaria Germanici Imperii: Pagatini, aeneoli Venetorum, a solvendo dicti]I]. Non saprei invero indurmi a ritenere veneziano questo vocabolo, né in ciò temerei d'opporrai alla pluralità degli eruditi; imperciocché a tutto il secolo XIV e fino al XV avanzato non leggiamo darsi al dodicesimo di soldo altro nome che quello di [I[parvus]I], [I[parvulus]I], [I[pizolus]I], [I[denarius]I] e più di raro [I[obolus]I]; [I[bagattino]I] solo ricorre le prime volte gli ultimi anni del quattrocento. Non così può dirsi della monetazione d'altre parli d'Italia, onde quel nome sembra passato a Venezia; in fatti sino dal 1327 leggiamo nel testamento di Castruccio Castracane quel nome applicato a moneta di Lucca: [I[Restitui inclytae ducissae dominae Pinae uxori libras mille bacattinorum]I]. Ed in epoca ancor più antica si dava quel nome a Padova alla minima frazione della lira ([I[libra parvorum]I]) leggendosi nei [I[Regimina Paduae]I], editi dal Muratori nel T. VIII [I[Rerum Ital. Script.: Hoc anno (1274) de mense februarii fuit inventum in clausura Domus Dei per fratrem Rolandum tantum aurum in meaglis quod valuit circa XVII. millia librarum bagatinorum]I]. Non è dunque vero che questo vocabolo sia veneziano, se lo leggiamo in documenti di Padova due secoli prima che s'introducesse fra noi.
Quanto poi al valore de' bagattini sul declinare del secolo XV, quando cioè si battevano di queste minime parti della lira per le città dalmate, esso risulterà agevolmente da questo calcolo. Dal 1472 al 1512 (secondo le memorie della nostra zecca) il ducato d'oro o zecchino oscillò fra il valore di lire 6 e soldi 4 e quello di lire 6 e soldi 10; adottiamo dunque un valor medio di lire 6 e soldi 7, cioè di soldi 127 pari ad uno zecchino. Soldi 127 corrispondono a bagattini 1524, quindi il bagattino rappresentava 1/1524 dello zecchino. Oggi quest'ultima moneta si calcola corrispondere a lire austriache 14 e centesimi 60; quindi quel bagattino ridotto a nostra moneta sarebbe oggidì rappresentato da centesimi di lira austriaca 0,958. Dal 1716 in poi, quando il valore dello zecchino montò e si tenne fermo per quasi un secolo al valore di lire 22 o soldi 440, il bagattino rappresentava soltanto 1/5280 di zecchino, pari al presente a centesimi austriaci 0,208. È inutile ricordare come nella prima epoca (1472 a 1512) ragguagliata la lira veneta allora corrente coll'austriaca d'oggidì fosse nello zecchino rappresentata da un pezzo d'oro del valore di austriache lire 2 : 28, e nella seconda epoca (1716 a 1797) di soli centesimi 66,3.
La necessità di abbondare dei minuti spezzati della moneta, specialmente in paese povero, determinò gli abitanti di Sebenico a chiederne una massa vistosa al governo della Repubblica. Questa città, che dal 1327 era passata sotto il dominio de' Veneziani, ma poi ceduta al re d'Ungheria loro era ritornata soltanto nel 1416 (dal qual anno in poi la resse un patrizio col titolo di [I[conte]I] fino al 1526 in cui gli si aggiunse quello ancora di [I[capitano]I]), regolata da proprio statuto, amava che oltre al simbolo della sovranità veneta quello pure vi si mettesse del suo comune, la imagine cioè del protettore san Michele. Riportiamo il decreto del Consiglio de' Dieci che ordina il primo stampo della moneta sebenicese a Venezia, nel 1485, ducante Giovanni Mocenigo:
[I[ M.CCCC.LXXXV. die XXI. Maji, in C.X. cum Add.]I]
[I[ Quod autoritate hujus Consilii captum sit et sic mandetur per Capita officialibus nostris monetae argenti ut cudi pro nunc faciant, ad summam ducatorum XXX, obolos ex ramine ad rationem duodecim ad soldum, cum imaginibus gloriosi protectoris nostri sancti Marci ab uno latere, et sancti Michaelis Archangeli protectoris dictae comuniatis nostrae Sibenici ab altero latere, sicut videbitur et ordinabitur per Capita, sicut scriptum et suplichatum fuit.
In questa parte del C. X. leggiamo, forse per amore di latinità che non è già troppo pura, il nome di [I[oboli]I] dato a' bagattini, quasi fossero sinonime quelle due voci esprimenti il più vile spezzato della moneta. Ma sotto la ducea di Agostino Barbarigo, nel 1491, si decretò nuovamente lo stampo di que' nummi sebenicesi:
[I[ 1491 adi 13 lujo, in Cons. X cum Add.]I]
[I[ Instantissimamente el domanda la comunità nostra de Sibinicho chel sia comandà per questo consejo che per la zecha nostra sia fato denari menudi con la impression de santo Mìchiel da uno ladi et da l'altro santo Marcho per uso dele povere persone, per la suma de ducati sesanta sicome altre uolte a loro e sta conzeso, per che masimamente i ano de bixogno de essa moneda menuda per spender queli a menudo, si come li fo promeso; ma che loro debiano desborsar la moneda nezesaria per i diti bagatini. Ala qual domanda e bon a satisfarli, e per questo: ]I]
[I[ L'anderà parte che per autorità de questo Conseio sia chomandà ali masari nostri de la Zecha che i fazino far quelli denari con la impression mostrada a questo consejo ala solita charata ala suma e valuta de ducati 60; i quali serano dadi per lo suo meso per far i diti denari.]I]
Dal contesto di questo decreto rileviamo che si manteneva anche nel 1491 il nome di [I[denaro]I] a quella moneta che più comunemente dicevasi [I[bagattino]I]; che la comunità, la quale ne supplicava lo stampo per sopperire a' bisogni della classe povera della popolazione, doveva rifondere lo stato del valore corrispondente alle monete per essa battute.
Un'altra terminazione dei Dieci del 27 febbrajo 1498 ([I[more veneto]I], cioè 1499) ordina lo stampo di altri 100 ducati d'oro in bagattini [I[solitae stampae]I] per la comunità di Sebenico.
I bagattini di Sebenico abbondano nelle nostre raccolte; il solo Museo Correr ne ha nientemanco che 33. Il loro conio si mostra fattura d'artisti non volgari. Ma ricordiamoci sempre, quando guardiamo a monete uscite intorno al 1500 dalla veneta zecca, che vi lavoravano in quell'epoca come intagliatori de' conii Alessandro Leopardi, Vittor Camelio, e più tardi Andrea Spinelli.
E qui c'è mestieri soffermarci un istante ad abbattere un vecchio errore che da secoli si va ripetendo dagli eruditi, i quali credono le monete di cui ci occupiamo battute dalle singole città per particolar privilegio. Bernando Nani che nel 1752 pubblicava la sua anonima dissertazione [I[De duobus imperatomm Rassiae nummis]I], scritta con molta dottrina, non già con critica pari, asseriva egli pure a pag. 57-58: [I[Sed hic mos seu privilcgium ]I](s. l. [I[cudendi]I])[I[ solis Catharensibus singulare non fuit. Pleraeque earum regionum civitates cudendi privilegio gaudebant, quod ea sanctorum nomina, quae peculiaribus nationibus propria erant, sicuti S. Doimus Spalatensis, S. Laurentius Tragurinus, S. Michael Sebenici, S. Stephanus Scutarinus, S. Georgius Antivarinus, certissime indicant: quae res insuper illarum gentium studium commendat, quo privilegia sua ostendere conabantur]I]. Fin qui il Nani; noi invece, appoggiandoci al chiaro senso dei non pochi decreti che riporteremo, e non senz'aver riguardo al tipo delle controverse monete, similissimo a quello delle altre battute a Venezia, affermiamo senza tema di errare che tutte le monete delle singole comunità dalmate furono nella zecca veneta e non altrove battute, e lo stesso dicasi di alcune delle albanesi. Ma questa regola non vale, come più sotto si vedrà, per Cattaro, né fors'anche per Scutari. Le forme veramente barbare de' pezzi battuti per quest'ultime due città giustifica abbastanza l'esser uscite da officine monetarie di regioni dove l'arte si conservò sempre bambina; laddove le belle forme degli altri pezzi dalmati ed albanesi accusano il punto più culminante a cui si levasse nel medio evo l'arte difficile dello zecchiere.
Devesi però confessare non aver noi dati certi che tali monete si battessero immediatamente dopo la pubblicazione del decreto che ne ordinava lo stampo. Pare in quella vece che si lasciassero scorrer degli anni talvolta anzi che la zecca veneta vi desse esecuzione. La mancanza di sigle nel pezzo di Sebenico ci vieta conoscere l'anno preciso in cui si diede mano al lavoro dell'uno o dell'altro de' varii suoi tipi; benché dalla terminazione del 1499 appaja che anteriormente se ne fossero di già coniate; ma ben abbiamo l'epoca certa di simili bagattini per altre comunità; epoca dalla quale agevolmente rilevasi che dal giorno del decreto a quello dell'esecuzione d'esso lasciavansi d'ordinario scorrere anni ed anni. Né credo ingannarmi nell'affermare che il decreto primo riportato, quello cioè del 1485, non si sia, per qualsivoglia cagione, eseguito; e forse indi trasse motivo la nuova supplica de' Sebenicesi e il secondo decreto del 1491.
Offre la moneta in discorso dall'un lato la imagine stante dell'arcangelo Michele visto di fronte, tenente nella destra la lancia, nella sinistra un globo sormontato da croce, e calpestante il dragone che sottesso a' suoi piè si contorce. D'intorno è la epigrafe S. MICHAEL SIBENIC (o SIBNIC). L'altro lato presenta il leone di S. Marco in gazzetta, intorno a cui la scritta: +. S. (o SANCTVS) MARCVS. (più raro MARRC.) VENETI. In alcuni esemplari il leone è chiuso da un cerchio di perline. Varia il diametro di queste monete da m. 0,016 a m. 0,018, e il peso da k. 5. 1 a k. 9. 0. Le quali discrepanze di peso, che ne' miei studii ebbi ad avvertire ben maggiori in epoche successive, ci provano che i Veneziani nelle monete di puro rame o di ottone (equiparato al rame) non calcolavano che il valor nominale, comeché in alcuni casi, come si vide parlando delle gazzette, ne precisassero con esattezza soverchia anche il peso.
[T4] ZARA.
Seconde in ordine cronologico, ma ben più rare, vengono dietro alle sebenicesi le monete di Zara. Questa città, delle dalmate la più popolosa e più illustre, retta da un conte che amministrava la giustizia in nome de' Veneziani, al cui governo ben nove volte s'erano ribellati que' cittadini per darsi al re d'Ungheria, rimase dal 1409 in poi costantemente soggetta alla Repubblica di S. Marco. Il bisogno di moneta spiccia per le più umili classi della popolazione determinò la comunità di Zara a seguire l'esempio dato da Sebenico di chiedere alla Signoria lo stampo di un bagattino che offrisse da un lato il simbolo di S. Marco, dall'altro S. Simeone patrono del comune. Alla supplica dei Zaratini accondisceva il Consiglio de' Dieci col seguente decreto:
[I[ 1490 (more v. o 1491) 2 fevrer.]I]
[I[ El domanda la fedellisima comunità nostra de Zara che li conzedamo per comudità di poveri che in la zecha nostra se faza et cunia ducati 200 de bagatini, simeli a quelly che fono dadi ala comunità de Sibinico; exzeto che al'imprexa de Sancto Michiel sia meso la jmagine de San Simon; quali denari siano mandati a Ilustrisimi Retori de Zara; e per che l'e conveniente satisfar ala soa petizion, e però anderà parte:]I]
[I[ Che per autorità de questo Conseio sia chunidi in zecha ducati 200 de bagatini con la impresiom predita. I quali sieno mandadi ali predicti rectori.]I]
Il bagattino di Zara è, come quello di Sebenico, di puro rame o di ottone. Presenta nel suo diritto la mezza figura del santo profeta Simeone ravvolto in ampio manto e che tiene sul destro braccio l'Uomo- Dio bambino. Intorno ha l'epigrafe . S . SIMEON . IVSTVS . PROFETA. Al rovescio è il solito leone di S. Marco in gazzetta chiuso da cerchio di perline e attorniato dalla consueta leggenda . + . S . MARCVS . VENETI. Il peso de' pochi esemplari che ne ho esaminati varia da k. 7. 2 a k. 8. 3; il disegno e il conio ne sono trattati con molta perizia; il diametro è di m. 0,018. Di questa moneta, della quale non conosco che un tipo solo, il Museo Correr ha tre esemplari.
[T4] TRAÙ.
Verso la fine del X secolo, Traù fu delle prime castella della Dalmazia che riconobbero la sovranità della Repubblica, giurando fedeltà a Pietro Orseolo II nella famosa spedizione che questo doge capitanava per sollevare le coste dalmate dal giogo de' Narentani. Mentre le armi della Repubblica erano nel 1123 impegnate nella Siria, Traù fu presa da' Saraceni, ai quali poco dopo la ritolsero i nostri. Passata intorno al 1158 in potere dell'impero greco, la riebbe dopo brevi anni Vitale Michiel II. Nel 1313 Giovanni Soranzo la ripigliava su re Lodovico d'Ungheria fattosene a forza padrone e la ridava a libertà; ma i traguriensi preferivano all'autonomo reggimento il dominio della Repubblica a cui facevano dedizione spontanea nel 1322 per, ricadere nel 1356 nelle mani degli Ungheri, a' quali fu definitivamente ritolta da' nostri nel 1420. La governava un patrizio col titolo di [I[conte]I], che vi si mutava ad ogni 32 mesi.
Ducava Agostino Barbarigo allorché la comunità di Traù supplicò nel 1492 a' Veneziani le concedessero una moneta simile a quella che aveano concessa a Sebenico; sulla quale fosse improntata, oltre il simbolo della Repubblica, la imagine del loro patrono. La Signoria accoglieva con favore la giusta domanda di quella fedele città, e il Consiglio de' Dieci stanziava la legge che segue:
[I[ Adi 19 marzo 1492.]I]
[I[ L'è suplicado per la nostra comunità fidelle de Traù ch'el sia chunido in la Zecha nostra ducati 50 de bagatini a simillitudene et quallità de bagatiny i qualli fono consesy ala comunità de Sibinicho. E conziosiache in questa onesta domanda ly sia compiaxudo:]I]
[I[ L'anderà parte che per autorità de questo Conceo el sia coniado ducati 50 de bagattini de la sorte e qualità di quelli i qually fono dadi ala comunità de Sibinicho con la impression de san Marcho in soldo da uno lady e santo Lorenzo da l'altro.]I]
II bagattino di Traù offre nel campo del diritto il santo diacono in piedi e di prospetto, in lunga veste talare, e che nella destra tiene la graticola simbolo del suo martirio, nella sinistra un oggetto che lo stato degli esemplari ch'ebbi sott'occhi non mi permise di ravvisare, ma che sembra sia un edificio a rappresentazione della città o della chiesa che a Traù gli fu eretta. Lo attornia la epigrafe . S . LAVRENTIVS TRAGVR: e a' suoi lati iniziali N. M. ricordano Nicolò Michiel conte a Traù nel 1516, perché solo in quell'anno ebbe esecuzione la parte dei Dieci decretante lo stampo di questa moneta.
Il rovescio è il solito leone di S. Marco in gazzetta intorno a cui un cerchio di perline ed oltr'esso la consueta leggenda + SANCTVS. MARCVS. VENETI. Il peso de' 7 esemplari che ne osservai, 6 nel Museo Correr, 1 alla Marciana, varia da k. 7. 3 a k. 9. 2. Il diametro è l'ordinario di m. 0,018.
[T4] SPALATO.
Assai più comuni di quelli di Traù sono i bagattini della monumentale città di Spalato, o Spalatro, eretta sulle ruine del palazzo di Diocleziano e coi materiali d'esso e della vicina Salona. Ricaduta, dopo le vicende che fecero tante volte mutar governo a Traù, sotto il dominio de' Veneti nel 1420, ebbe anch'essa il suo reggitore in nome della Repubblica col titolo di [I[conte]I].
Il 26 febbrajo 1490, [I[more veneto]I], o 1491 [I[more romano]I], il C. X. accordava agli Spalatini l'implorata moneta recante le imagini di S. Marco protettore della Repubblica e di S. Doimo o Domnio patrono della loro comunità. Ecco il tenore di quel decreto:
[I[ 1490 adi 26 fevrer.]I]
[I[ Perché i ambasatori de la nostra Comunità de Spalato con granda instanzia domandano per comodità de la sua zità e di poueri che li sia conzeso in la Zecha nostra de chuniar ducati zento de bagatini ala similitudene de quelli i quali fono conzessi ala comunità de Zara et de Sibinicho; e questo con la imagine del proctetor nostro missier sam Marcho da uno ladi, et da l'altro sia santo Dompno:]I]
[I[ E però l'anderà parte che per autorità de questo Consejo sia conzeso a quela comunità che in la predita Zecha nostra sia coniado come e dito ducati zento de bagatini, et che de prexente essa Comunità abia d'esborsar la valuta de essi bagatini da esser fati.]I]
Il bagattino di Spalato è pur d'ottone e assai raramente di puro rame; varia nel peso da k. 7. 2 a k. 7. 3, ed ha comune il diametro colle altre monete di questa specie. Porge nel diritto la effigie stante del vescovo Doimo vestito delle sue insegne e tenente colla destra il pastorale, nella manca un libro; a' suoi lati alcune iniziali. Lo circonda la epigrafe . S . DOMINVS . SPALETI. Il rovescio offre al consueto il simbolo della Repubblica attorniato dalla leggenda +. SANCTVS. MARCVS. VENETI.
Di questa moneta tre diversi tipi vennero a mia cognizione; la varietà loro consiste nelle sigle del diritto. Del primo, che offre le iniziali ZF e M, il Museo Correr conserva 6 esemplari, altrettanti del secondo portante le sigle I e P, 4 del terzo che a' lati del santo ha D e G. È veramente singolare che nella serie de' conti di Spalato, conservataci nel [I[Libro Reggimenti]I] alla Marciana, nessun nome fra loro s'accordi colle suddette iniziali ad eccezione di quello di Jacopo Baffo o Paffo conte nel 1500 al quale spettano le sigle I e P.
Non sarà inutile il ricordare che prima della conquista veneziana del 1420, Spalato ebbe zecca propria e vi stampò monete del suo signore, Hervoja. Delle quali l'unica di cui sia accertata la esistenza, comeché molto rara, è il grosso d'argento riportato dal Nani nella più sopra ricordata operetta [I[de duobus Imperatorurn Rassiae nummis]I], tav. II n. XVIII, ed illustrata ivi parimente a pag. 58. Offre questa moneta (che pur si trova nel Museo Correr e nella Marciana) da un lato la imagine stante del patrono di Spalato, attorniata dalla leggenda . S. DOIMVS. SPALETI M. ([I[Martyr]I]), dall'altra lo scudo del duca Hervoja sormontato da un cimiero foggiato a braccio che stringe una spada in atto di percuotere; nel campo ha tre gigli disposti verticalmente, e all'ingiro la scritta: M. ([I[moneta]I]) CHERVOII DVCIS. S. ([I[Spalatensis]I]). Del duca Hervoja che morì nel 1415 può vedersi il Du Cange, [I[Fam. Byz. Dalm.]I], Par. 1680, pag. 339.
[T4] LESINA.
Ultima nell'ordine cronologico e nel geografico delle monete delle singole terre dalmate viene quella di Lesina, che però tutte le supera in rarità. Non ne trovo menzione in alcuna opera numismatica, e lo stesso diligentissimo Zon non la conobbe, benché l'avesse veduta e ne sbagliasse la lettura dell'epigrafe, che gli fece ritenere foss'essa di Alessio d'Albania. Gli abitanti di Lesina, grand'isola che nel 1424 passava per cessione dalle mani del suo signore Aliota Capenna a quelle della Repubblica che vi mandava a reggerla un [I[conte]I], imploravano nel 1493 la grazia conceduta alle altre comuni della Dalmazia, che fosse coniata nella veneta zecca una moneta pe' bisogni del traffico minuto, segnata dell'imagine di santo Stefano loro patrono. Ebbi la ventura di rinvenire il decreto che ordina anche lo stampo di questa moneta, e qui lo riporto:
[I[ 1493. 25 sett. in C. X. cum Add.]I]
[I[ Quod auctoritate hujus Consilii concedatur fideli comunitati nostrae Lesinae sic humiliter supplicanti, quod in Cecha nostra cudantar ducati 70 in 100 bagatinorum de puro ramine ad valorem duodecim pro marcheto, sicuti sunt illi de Jadra et Spaleto; cum signatura ab uno latere santi Marci in soldo et ab alio santi Stephani. Et haec pro comodo pauperum personarum illius terrae et insulae. Et hoc fiet postquam ipsa Comunitas dederit amontare dictorum bagatinorum.]I]
Il bagattino di Lesina è anch'esso d'ottone, del solito diametro, e del peso di k. 7. 2. Dal lato diritto ha l'effigie del santo in abito di vescovo, che nella destra tiene una croce, un libro nella sinistra, ed è attorniato dall'epigrafe . S . STEPHANVS. PONT. LESINENSIS, notandosi per esattezza che le S di questa leggenda sono tutte a rovescio. L'altro lato offre il consueto simbolo dell'Evangelista cinto da un cerchio di perline oltre cui la scritta: +. SANCTVS. MARCVS. VENETI.
I quattro esemplari che ne ho veduti, de' quali 2 nel Museo Correr, 1 alla Marciana, 1 a Padova ora passato a Trieste, mi porsero un solo tipo, avente sempre a' due fianchi del santo vescovo le iniziali V e O. Queste sigle ci provano che solo nel 1549 si diede esecuzione al surriferito decreto 1493, perché in quell'anno sedeva conte e provveditore a Lesina Vincenzo Orio.
[T3] CITTÀ D'ALBANIA.
[T4] CATTARO.
Nella parte più internata del [I[Seno Rizonico]I], le cui sponde aprendosi fra la Punta d'Ostro e la penisola di Lustiza danno angusto passaggio alle acque dell'Adriatico, signoreggia un ridente e popoloso territorio, chiuso d'ogni lato dalle rupi del Montenegro e dal mare, la bella città di Cattaro eretta sulle ruine dell'antica Ascrivio. Passata nello smembramento del greco impero in potere de' re di Servia e di Rascia, ebbe da loro larghissimi privilegii, e fiorì per opulente commercio fino all'anno 1366 quando le armi di Lodovico d'Ungheria la tolsero a re Tuartco. Undici anni erano appena trascorsi quando i Veneziani, combattenti Lodovico alleato de' Genovesi, le misero nuovamente l'assedio e la posero a ferro e a fuoco. Ritornata poi in mano a Tuartco, era più tardi ripresa da Ladislao pretendente al trono ungherese, che la cedeva poscia a re Sigismondo. Emancipatasi da questo monarca, dopo breve governo autonomo, si dedicava Cattaro spontaneamente alla Signoria di Venezia nel 1420.