Le Monete Dei Possedimenti Veneziani Di Oltremare E Di Terrafer

Chapter 9

Chapter 93,811 wordsPublic domain

La [I[moneta Grimani]I] è un pezzo da 2. 1/2 soldini recuso; la recusione ha le forme più barbare sì ne' caratteri che nelle figure, e fu stampata da gente inesperta nel maneggio del martello monetario, talché sotto il secondo tipo restò non solo visibile e dicifrabile il primo, ma il secondo è molto leggero e lascia a mala pena discernere alcune parole. Non ci voleva quindi che il confronto simultaneo de' sette esemplari custoditine nella Raccolta Correr per rilevare le intere leggende di questa non comune moneta. L'uno de' lati offre lo stemma della famiglia Grimani tutt'ornato di cartocci inelegantissimi e sormontato dal berretto di capitano generale. Una linea circolare gli gira intorno e lo divide dal campo della iscrizione ch'è indubbiamente questa: IO. BAP. GRIM. GEN. IMP. VENET. Una linea serve d'appoggio allo scudo, e nel breve esergo che s'apre fra essa e la circolare stanno le sigle G * 10. L'altro lato ha un orrido S. Marco in soldo che tiene lo scudo Molin, insegna del doge allora regnante. Nello spazio fra la linea su cui posa il leone ed il cerchio che lo attornia sono ripetute le sigle G * 10, e fuori di questo cerchio gira l'epigrafe SANCTVS MARCVS VENETVS 1646, notandosi per esattezza che le N da questo lato sono rovescie. Quanto al diametro e al peso di questa moneta è inutile il dirne, perché non è, lo ripeto, che un pezzo da 2. 1/2 soldini di rame recuso.

Se veramente quell'anno 1646 si riferisse all'epoca dello stampo della moneta, fatto riflesso alla moneta stessa che dagl'informi caratteri si annuncia coniata in momenti d'estrema necessità potrebbe a taluno venir in mente la si percuotesse in Rettimo assediata e presa quell'anno da' Turchi. Ma non porterebbe allora il nome del Grimani, sì però del Cappello sotto il cui generalato ebbe sì infelice esito la resistenza di Rettimo. Chiamato il Grimani a quella suprema dignità gli ultimi mesi di quell'anno, e incominciando la serie gloriosa delle sue geste solo nel successivo, hassi tutto il fondamento di ritenere che la data impressa sulla moneta non ad altro si riferisca che all'assunzione dell'intrepido duce al generalato. Siccome poi nel 1648 perì, vittima del suo dovere, nelle acque de' Dardanelli, e i nummi ch'esaminiamo furono senza fallo improntati anzi che gli si sostituisse il Mocenigo, del quale in caso diverso avrebbero portati gli stemmi e il nome; così è probabilissimo che la loro fabbrica abbia a collocarsi nel 1648 quando i Turchi misero il primo assedio a Candia. Quale ne fosse il valore, ce lo dice la moneta medesima, G. 10; e siccome non abbiamo pezzo cui si possa applicare quella iniziale fuorché la [I[gazzetta]I] così opino doversi interpretare quella sigla G. per gazzetta, e corrispondere il pezzo ad una lira veneta o a dieci gazzette. Nel 1652 correvano ancora in Candia siffatti pezzi, e sotto quell'anno ci racconta il Valier come i disordini moltiplicatisi obbligassero la Signoria a totalmente bandirli. Riporto il passo del Valier ([I[Storia della guerra di Candia]I], p. 289) dal quale si rileva eziandio che appunto in quell'isola s'imprimevano questi nummi, se vollersi inviati tutt'i lor conii a Venezia: [I[Non ommetteva il Senato applicatione alcuna per sostenere quella città. E perché in essa s'erano formate certe monete di rame dette ]I][SC[GRIMANI[I[]SC], le quali ogni giorno mancauano di stima in riguardo dell'accrescimento che faceuano di numero, si uedeva chiaramente che la continuatione delle medesime hauerebbe affatto diuertito il commercio alla piazza, la quale una uolta finalmente sarebbe perita per necessità; fu ordinato al generale Riua che totalmente le prohibisse e che inuiasse a Venetia tutte le stampe, per troncare una cosa tanto perniciosa; la quale, conforme l'ordinario, fu incominciata con un ottimo fine in un caso di estrema urgenza, ma fu poi continuata con fini d'ingordissima auaritia, oltre l'inganno e la fraude d'infiniti monetarii che riceueuano incitamento dalla facilità della fabbrica]I]. E conchiude: [I[Per questo meritò in tutti i tempi il più attento riguardo la costruttione di nuove monete di solo nome, perché essendo tanto soggette ad esser adulterate, la medicina per ordinario diuenta ueleno, et il rimedio bisogna che nasca con precipitio anche di molti innocenti]I]. Sante e generose parole son pure queste ultime, che si vorrebbero scolpite sulle officine monetarie dell'Europa moderna!

Prima di chiudere il mio breve discorso su questa moneta, di cui spero aver determinato chiaramente l'epoca, il valore e la circostanza che le diede origine, osserverò essere questo di tutt'i nummi veneziani il solo che porti altro nome nelle sue leggende da quello del doge; il solo altresì ove ad un generale veneziano sia dato il titolo d'[I[imperatore]I].

[T5] Ossidionali del 1650.

Se spetta con ogni probabilità al primo assedio che Candia sostenne nel 1648 la [I[moneta Grimani]I], appartengono al secondo due pezzi assai più rari, improntati dell'anno 1650, in cui i Turchi, raccolte novelle forze, la strinsero formidabilmente. Questi conii a cui noi Italiani diamo il nome di [I[ossidionali]I], e pe' quali la lingua alemanna ha l'espressivo vocabolo [I[Nothmünze]I], mostrano nella grettezza del disegno e nel pessimo stampo una mano avvezza a trattare le armi del soldato più che il martello dello zecchiere.

Esposi superiormente per qual ragione s'abbia a riconoscere nella [I[moneta Grimani]I] un segno rappresentativo della lira veneta. Alcune sigle ricorrenti ne' due tipi che qui verrò illustrando li manifestano multipli di quel nummo. Infatti quello maggiore in diametro e in peso porta nel rovescio le iniziali L. X, mentre il minore ha invece L. V, ch'io vorrei interpretare [I[lire dieci]I] e [I[lire cinque]I]. Il Valier, nel passo più addietro riportato, parlando delle monete ossidionali di Candia sotto l'anno 1652 non ricorda se non le monete Grimani e ne tace il valore. Che quel nome abbia a dinotare il pezzo da 10 gazzette che porta l'anno 1646 è fuor d'ogni dubbio, perché vi leggiamo impresso il nome del capitano generale Grimani. Non credo peraltro avanzare un'ipotesi malferma nel conghietturare che ad altre monete successivamente battute fra i rigori dell'assedio si desse il medesimo nome che s'era dato alla prima. Certo è che i due nummi di puro rame che in breve descriverò dovettero subire il ritiro dalla circolazione, se sono oggi ridotti di gran rarità.

[I[Pezzo da lire dieci]I]. = I due soli esemplari ch'io vidi di questa moneta sono conservati nel Museo Correr, ed uno d'essi scarseggia straordinariamente nel peso per aver tagliato il contorno, che nell'esemplare perfetto è sì largo da corrispondere ad un sesto del diametro della moneta, il quale tocca perciò m. 0,030 nell'uno, e 0,025 nell'altro pezzo. Quanto al peso è nel primo di k. 59, nel secondo di k. 29. Il diritto offre in tre linee orizzontali, la iscrizione allusiva ad una moneta nominale che non traeva d'altronde valore che dalla fiducia del popolo per cui s'era battuta, FIDES PVBLICA 1650. Sopra l'epigrafe è un piccolo leone, e a' suoi lati due punti intorno a ciascuno de' quali girano altri 5 punti disposti quasi ad indicare gli angoli di un pentagono, e sott'essa una stellina. Una linea circolare avvolge l'epigrafe ed i suoi ornamenti, ed è alla sua volta chiusa da giro maggiore ove alternano segmenti di circolo, punti e stelline, così disposti *).(*). Il rovescio offre una ben disegnata imagine di S. Marco in piedi, veduto di prospetto, che nella sinistra tiene il Vangelo e colla destra benedice. Gli stanno a' fianchi le sigle L e X le quali superiormente esposi che ritengo esprimere [I[lire dieci]I].

[I[Pezzo da lire cinque]I]. = Dello stesso nummo che servì nel 1648 a battere la moneta Grimani, cioè del pezzo da soldini 2. 1/2, si giovarono gli assediati abitatori di Candia per improntarvi un segno rappresentatore del quintuplo di quella più antica ossidionale. Almeno tali si mostrano i due soli esemplari che ne ho veduti, l'uno al Museo Correr, l'altro alla Marciana. Il diritto e il rovescio di questo pezzo portano i tipi medesimi del precedente, sminuiti nelle loro proporzioni, e col necessario mutamento a' lati del santo, ove scorgonsi le sigle L e V indicanti, secondo me, il valore di [I[lire cinque]I]. Il lavoro del conio n'è però assai scadente, il diametro di m. 0,020 senza il contorno.

Raffrontato questo pezzo col suo duplo, troviamo nell'ultimo, considerandone il miglior esemplare, una eccedenza del peso. Nessuna maraviglia però mi farebbe se questa eccedenza, che non supera i 5 k., fosse maggiore d'assai. Prescindendo anche dall'angustiosa fretta in cui tali nummi furono cusi sotto una pioggia di palle di cannone e di bombe, osserverò che non occorreva certa scrupolosità nel pesare i pezzi che monetandosi andavano ad assumere un valore affatto nominale.

[T5] Zecchino di cuojo.

Scrisse lo Zon nel suo più volte citato trattato della Zecca Veneta (p. 72): [I[Nel numero di queste monete temporanee, o piuttosto segni, o tessere per l'armata, potrebbe per avventura notarsi uno ]I]zecchino di cuojo[I[ col nome di Francesco Cornaro doge di soli 20 (]I]leggi 24[I[) giorni, nel 1656, simile affatto a quello d'oro di lui, ma di forma distinta e minore, con caratteri che, nella forma dell'E così segnato H, vi grecizzano, ed il quale fino all'anno presente (]I]1847[I[) si possedette dai conti Pompei di Verona colla tradizione che sia moneta battuta pei bisogni della guerra di Candia. Il suo tempo vorrebbe assegnarsi in vicinanza alla vittoria dei Dardanelli del 26 giugno di detto anno, e darebbe maggior probabilità il sapersi che in quegli anni stessi fu a quella guerra e vi sostenne cariche distinte il generale d'artiglieria conte Tommaso Pompei]I].

Ho riportate le stessissime parole dello Zon, che primo disse di questa strana moneta, della quale io spero sarò l'ultimo a dire. Conciossiaché sia ormai tempo di sbandire dalla numismatica veneta tante goffaggini alle quali non so come dessero luogo ne' lor lavori scrittori riputatissimi. Quanto ai rapporti storici del pezzo in questione, non sono d'accordo col mio illustre amico, perché la battaglia dei Dardanelli ch'egli, colla consueta sua esattezza, nota combattuta il 26 giugno 1656, avvenne dopo che al defunto doge Corner era già succeduto Bertucci Valier. Aggiungerò che in niuno scrittore, in nessun documento non ricorre il minimo cenno di monete di cuojo battute per le strettezze di Candia. E il silenzio de' documenti e degli storici è per me autorevolissimo, trattandosi d'epoca a noi vicina e delle cui memorie abbondano le fonti nostre.

Il pezzo che vide e descrisse lo Zon ebbi anch'io tra mani più volte, mentr'era in proprietà del sig. Giuseppe Dina intelligente ed onesto negoziante d'oggetti numismatici in Venezia; e in quella occasione potei a tutt'agio esaminarlo e paragonarlo ad altri zecchini di Francesco Corner che si vedono, quantunque rari, nelle raccolte, ma sempre in oro. Mi fu quindi agevole il convincermi che lo zecchino di cuojo fu veramente battuto col conio dello zecchino del Corner, e la differenza nella forma delle E che allo Zon apparvero foggiate come H non dipendeva che dall'essersi raggrinzato il cuojo, senza che s'avesse a supporre l'impiego di un conio particolare. Anzi a questo medesimo ristringimento della materia improntata ascrivo, senza tema d'errore, il diminuito diametro che rimarcava il mio amico. Il conio dunque su cui fu cuso il controverso pezzo si trovava nella zecca nostra ed era quello medesimo che servì allo stampo dell'oro, come lo provano luminosamente i confronti da me istituiti. E nel 1656 niuno lasciò memorie che la zecca di Venezia coniasse, invece d'oro, il cuojo; ma sappiamo anzi che in quegli anni si stampò quantità straordinaria di quel prezioso metallo appunto per sostenere l'isola travagliata e avanzare le imprese guerresche. Solo negli assedii della capitale di Candia s'ebbe due volte ricorso, come più sopra vedemmo, a nummi ossidionali; ma nel 1656 Candia era sbloccata e liberamente comunicava colla metropoli, onde traeva monete di valore intrinseco, non avendo necessità di pezzi di valor nominale.

Alla gran serie de' capricci di zecca ascrivo lo zecchino di cuojo del doge Francesco Corner. Durante lo stampo delle auree monete, sappiamo che la bizzaria di taluno che si trovava nella officina nummaria della Repubblica improntava di que' conii pezzi di rame o d'argento, non difficili a rinvenirsi nelle pubbliche e private raccolte. Così eseguendosi lo stampo degli zecchini del Corner, sarà saltata a taluno in cervello la stramba idea d'improntarne un pezzo di cuojo. Ecco ond'io credo traesse origine questo nummo singolarissimo, che non merita che d'ora in poi uomo se n'occupi.

[T5] Gazzette e Soldi.

Ultimi nell'ordine cronologico si presentano alle nostre considerazioni sulle monete di Candia le gazzette ed i soldi. L'epoca del loro stampo sappiamo con precisione dalle memorie di zecca fra le quali si legge: [I[Le gazzette e i soldi di rame per Candia furono fabbricati l'anno 1658]I]. Non ricordandosi qui tuttavolta in qual mese si desse mano a quel lavoro, sarei incerto se attribuirli al ducato di Bertucci Valier o a quello di Giovanni Pesaro, il primo morto in quell'anno, il secondo in quell'anno stesso innalzato alla ducal dignità.

Le istorie nostre ci ricordano in quest'anno portato il flagello della guerra sulle acque de' Dardanelli. Ecco perché vediamo cessare a Candia le monete ossidionali e farsi luogo a quelle di giusto peso e cuse nella veneta zecca. È fuor di dubbio che i Veneziani rifuggirono mai sempre dai pezzi a' quali l'impronto dava un valore puramente nominale, e quindi se talvolta ne emisero dovettero essere indotti a farlo dalla più dura necessità, come accadde ne' due assedii del 1648 e del 1650.

Allorché ho parlato delle gazzette e de' soldi coniati per la Dalmazia e per l'Albania, ho fatto vedere come si prescrivesse intorno al 1700 che il loro peso fosse rispettivamente di k. 38 e k. 19. Ciò non ostante dalle succitate memorie di zecca rileviamo che si volle fossero le gazzette per Candia di k. 34, i soldi di k. 17. La materia n'è puro rame; il diametro delle prime di m. 0,027, de' secondi di m. 0,022. Veniamo alla lor descrizione.

Offre la gazzetta nell'averso il nome CANDIA in una linea orizzontale, e sopra e sott'esso un rosone fra due stelline. Nell'esergo di questo lato ha, ne' quattro diversi tipi che ne ho veduti, le sigle . N. C., F. R., M. A. S. e P. M., le quali, con esempio molto raro nel rame, sono le iniziali del massaro sotto cui furono stampati i varii pezzi. Due sole varietà sono però in grado d'interpretare; vale a dire le sigle N. C. che ricordano Nicolò Contarini massaro all'argento nel 1658 l'anno medesimo in cui si decretò la moneta, e quelle M. A. S. che ricordano Marco Aurelio Soranzo il quale coprì quella carica nel 1659. Il rovescio del pezzo in discorso porge il S. Marco in gazzetta ma alcun poco variato dalla ordinaria rappresentazione, recand'esso nella sinistra il libro de' Vangeli, nella dritta la spada alzata; rappresentazione che rimarcammo ricorrere in altre monete cuse per Candia sotto il doge Molin; e veramente miglior attributo non gli si poteva applicare in que' tempi bellicosi. Gira intorno al simbolo del patrono della Repubblica la epigrafe consueta . SANCT . MARC . VEN . (o VENE .), e nell'esergo di questa faccia il numero II fra due rosoni.

Simile alla gazzetta ma in proporzioni relativamente minori di peso e di diametro è il soldo, del quale varia di necessità l'esergo del rovescio che offre il numero * I *, e del quale non mi venne fatto vedere che un tipo portante nell'altro lato le sigle P e M.

Le ultime monete son queste che i Veneziani improntarono per quella diletta colonia. Undici anni dopo, nel 1669, esauriti da' nostri tutt'i mezzi ch'erano in loro potere per impedire i progressi delle vittorie de' Turchi, e prolungare una resistenza ormai divenuta inutile ed impossibile, abbandonati dall'Europa incivilita, ammirati da' contemporanei e più da' posteri, segnarono quella capitolazione per cui Francesco Morosini poté insuperbire quasi d'una segnalata vittoria. Da quel giorno Candia decadde, Candia, memore dell'affetto di Venezia, Candia mal tollerante il giogo de' barbari. E da quel giorno sottentravano gli aspri e i parà alle gazzette e ai tornesi, il governo dei padiscià a quello dei dogi, la luna falcata al leone di S. Marco.

Non è però che dopo la caduta di Candia queste ultime monete che ho descritte cessassero dall'aver corso. Anche vent'anni dopo la perdita di quell'isola ne girava gran numero ne' possedimenti di Levante che restarono alla Repubblica. Di ciò abbiamo prove indubitatissime in una serie di sigle che sulle gazzette, e più raramente sui soldi, si andavano contromarcando, delle quali offro un prospetto ove ho raccolte le da me conosciute, quasi tutte esistenti nel Museo Correr. Le loro varietà si riducono alle seguenti: 1.° VICE.° VEND.N, 2.° POLO NANI ovvero PN, 3.° S, 4.° GB, 5.° M, 6.° ZD ed anche ZD4, 7.° CCO, 8.° RB, 9.° TINO. Le agevolmente interpretabili sono, a vero dire, soltanto le prime due; l'una ricorda Vincenzo Vendramin che nel 1688 scortò la cassa militare in Morea dove i Veneziani stringevano Negroponte d'inutile assedio, l'altra Paolo o Polo Nani che nell'anno stesso era colà tesoriere delle truppe della Repubblica. L'ultima, ch'io mai non vidi, vorrebbe il Gradenigo, nel cui museo si conservava, fosse contrassegnata per aver corso nell'isola di Tino (Zanetti, II, p. 207, n. 280). Quanto alle altre, le lascio alla interpretazione di numismatici di me più pazienti o più fortunati.

Prospetto delle varietà d'incusione nelle Gazzette di Candia. [SC[SIGLE DEL MASSARO.]SC] [SC[INCUSIONE NEL DIRITTO.]SC] [SC[INCUSIONE NEL ROVESCIO.]SC] 1. . N . C . S in cerchio di perline G B in cerchio di perline 2. . N . C . VICE.° = VEND..N = * e ZD CCO 3. . M . A . S . nulla RB 4. . M . A . S . VICE.° = VEND..N = * e PN POLO = NANI sotto 2 perline 5. . M . A . S . P N POLO = NANI fra 6 perline 6. . M . A . S . Z D CCO 7. . M . A . S . S fra perline GB fra perline 8. . M . A . S . nulla POLO = NANI fra 7 perline 9. . P . M . S fra perline GB fra perline 10. . P . M . POLO = NANI fra 6 perline nulla 11. . F . R . G B in cerchio di perline S fra perline 12. . F . R . VICE.° = VEND.N POLO = NANI fra 7 perline 13. . F . R . S dentro una corona (?) B dentro una corona (?) 14. . F . R . M in cerchio di perline nulla 15. . F . R . P N POLO = NANI 16. . F . R . VI = VE e Z D 4 CCO 17. . . . . . . VICE.° = VEND..N POLO = NANI e PN 18. . . . . . . VICE.° = VEND..N e TINO nulla

Del soldo due sole varietà incuse sono a mia notizia, l'una nel Museo Correr coll'esergo P. M. avente contromarcata nel diritto una S fra perline, nel rovescio G B; l'altra descritta dal Gradenigo (Zanetti, II, p. 207 n. 281) recante nel diritto incuse le iniziali DM entro una corona.

[T1] IV. CIPRO.

Quando nel 1473 morì Jacopo Lusignano re di Cipro, Catterina Corner veneziana a lui disposata nel 1468 assunse le redini del governo dell'isola in nome del figlio che, postumo al marito, le nacque. Pochi mesi visse il fanciullo e, lui morto, la Corner rimase sola a signoreggiare il reame. Vorrebbe il Pasqualigo che di questa donna si avessero monete, battute vivente il figliuolo; ma la sola ch'ei ne ricordi nelle sue schede non è che un mal conservato pezzo di rame dell'imperatore Michele Duca. Escludiamo perciò dalla nostra serie quel pezzo, che veramente non le apparterebbe s'anche fosse genuino, perché battuto anzi la cessione fatta dalla Corner dell'isola di Cipro a' Veneziani, avvenuta nel 1489.

Rileviamo da memorie di zecca che negli anni 1553 e 1559 si coniarono per Cipro monete appellate

[T5] Carzie.

Questo nome, che manca ora al greco volgare, suona moneta di rame, sia poi di semplice rame o di basso biglione, e deriva da [Gr[chalkòs]Gr], [I[aes]I], o da [Gr[chálkeios]Gr], [I[ex aere ductus]I], o meglio ancora da [Gr[chalkíon]Gr] preso in senso di moneta vile, come lo usò Aristofane ([Gr[Batrachoì]Gr], Act. II. [I[Antepirrh]I]. v. 8 e 9):

... [Gr[allà toútois tois ponerois chalkíois]Gr]

[Gr[Chthès te kaì próen kopeisi to kakísto kómmati]Gr].

È facile a spiegare colle corruzioni della greca favella ne' bassi tempi il non insolito mutamento della pronuncia della [Gr[l]Gr] in [Gr[r]Gr]. Infatti anche oggidì il coniatore è detto dal popolo greco indifferentemente [Gr[chalkias]Gr] e [Gr[charkias]Gr]. Né crederei diversa la origine della medicea [I[crazia]I] toscana, che però altri vorrebbero derivare dal [I[kreuzer]I] tedesco.

Ma i nostri numografi, ricordando le [I[carzie]I] di Cipro, e l'epoche del loro stampo surriferite, e il loro peso di k. 2. 2, e il titolo ragguagliato a 92 di fino, o a 1060 di peggio per marca, non si volsero ad applicare quel nome ad alcuna moneta delle cuse in quegli anni. Eppure, se non di Marcantonio Trevisan che regnò un solo anno, vi sono monete di Francesco Venier che ducò dal 1554 al 1556, e di Girolamo Priuli che montò nel 1559 il trono ducale, alle quali si può applicare senz'esitanza il nome di [I[carzie]I], corrispondendovi, oltre l'epoca, il titolo e il peso.

Sono queste due nummoli molto rari, i quali recano dall'un de' lati una croce con quattro fiamme o con quattro bisanti agli angoli che forman le braccia, e chiusa da un cerchietto, oltre cui gira l'epigrafe + FRANC . VENERIO . DVX negli esemplari del primo, e in quelli del secondo + HIERON . PRIOLI . DVX . Offre il rovescio il leone di S. Marco in gazzetta e intorno ad esso la leggenda + S . MARCVS . VENET . Degli unici esemplari che ne ho veduti, conservasi il primo al Museo Correr, l'altro alla Marciana. Il loro diametro è m. 0,013, il peso è il più sopra riferito di k. 2. 2, meno le piccole differenze portate dal non perfetto grado di conservazione. Il titolo del biglione corrisponde appunto a peggio 1060.

Non sappiamo il valore della carzia a quell'epoca, ma questo valore ci apparirà dal confronto con altra moneta notissima, cioè col ducato d'argento di Girolamo Priuli. Questo pezzo, il maggiore che fino allora avessero monetato i Veneziani in quel metallo, si fece a peggio 60 e del peso di gr. 651, cioè di k. 162. 3, ed aveva quindi di fino gr. 617. 3/32. Siccome il ducato stesso si valutava allora, per decreto 7 gennajo 1561, lire 6 e soldi 4, cosi ogni soldo vi era rappresentato da una particella di argento fino del peso di k. 1. 3875/3968. Ora, essendo nel ducato il bagattino rappresentato da circa quattro decimi di grano, e nella carzia avendosi parimente di fino grani 0,799, valutato alcun poco in quest'ultima il molto rame, credo poter affermare che la carzia equivaleva intorno alla metà del secolo XVI a 2 bagattini.

[T5] Soldo col doge armato.