Le Monete Dei Possedimenti Veneziani Di Oltremare E Di Terrafer

Chapter 5

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Un'altra moneta della zecca di Cattaro, anzi la più bella o, per meglio dire, la meno brutta che vi si battesse, fra quelle da me effettivamente vedute, credo opportuno collocarla, in via d'appendice, nella categoria de' quattrini, non potendo essa entrare per lo scarso suo intrinseco in quella de' mezzi grossetti, né per il peso eccedente e per esser di lega in quella de' follari di rame. Presenta dall'uno de' lati il martire S. Trifone, di prospetto, in lunga vesta di diacono, recante nella destra la palma, un castello od una chiesa nella sinistra; a' suoi lati le iniziali S e T, ed oltre il cerchio di perline ond' è avvolta questa figura la leggenda . COMTAS. = .CATARI. L'altro lato offre, pur di prospetto ed in piedi, S. Marco che nella manca tiene il Vangelo, e colla dritta benedice; il consueto cerchio gira intorno alla imagine ed oltr'esso è la epigrafe . S. MARCVS. = . VENETVS. Le S tanto dell'una quanto dell'altra faccia della moneta sono tutte a rovescio; nell'esergo a' piedi del S. Marco è uno scudo bipartito da una fascia orizzontale e fiancheggiato dalle sigle Z e M. Il diametro del pezzo è m. 0,0205, il peso varia ne' diversi esemplari da k. 8 a k. 8. 3. È non difficile a rinvenirsi nelle pubbliche e private raccolte; le sigle del diritto sono agevoli ad interpretare [I[Sanctus Tryphon]I], quelle del rovescio sono le iniziali del nome di Zorzi Morosini rettore e provveditore di Cattaro nel 1638, come pure a questo magistrato spetta lo scudo gentilizio a' cui lati si mostrano quelle sigle. È dunque la moneta presente l'ultima coniata in quella zecca.

[T5] Obolo o Follare.

Gli abitanti di Cattaro che serbarono nella loro monetazione il nome dell'iperpero bisantino, serbarono altresì quello di [I[follare]I], corruzione del [Gr[fóllera]Gr], [I[follis aereus]I], detto altramente dagli scrittori greci de' bassi tempi [Gr[fóla]Gr], [Gr[fólla]Gr], [Gr[fóles]Gr], e da ultimo [Gr[fóllis]Gr] onde il [I[follis]I] latino, e più tardi il [I[follaz]I] degli Spagnuoli. Queste monete che rispondevano al quarto dell'[I[asse]I] romano, vuolsi traessero il nome [Gr[apò tou fólleos]Gr], dal sacchetto di cuojo in cui le si riponeva, in quella guisa che gli orientali trafficanti cogl'italiani computavano a [I[borse]I]. Il più vecchio autore latino in cui occorra questo vocabolo è Lampridio nella vita di Elagabalo, che al cap. 22 ricorda gli [I[aurei]I], gli [I[argentei]I] ed i [I[folles aeris]I], del vario valore de' quali ultimi può consultarsi il Gronovio, [I[de pecunia veterum]I] l. 4. cap. 13 e 16.

Nel privilegio che accorda a' Cattarini di continuare a valersi della loro antica officina nummaria, datato 1423, si stabilisce che i due zecchieri, a' quali lo statuto patrio dava in mano l'amministrazione di quello stabilimento, v'invigilassero la fabbrica de' [I[follari]I] di rame. Parlando superiormente di quelle monete a cui diedi, non senza grave titubanza, il nome di [I[quattrini]I], ammisi la esistenza di un soldo albanese inferiore al veneziano del quale avrebbe costituito due terzi. Starebbe nelle medesime proporzioni il [I[follare]I] in rispondenza al bagattino veneto come 2 a 3. Quanto al peso, sappiamo che la zecca di Cattaro non si tenne soverchiamente esatta nel taglio de' pezzi da monetare; così può spiegarsi la varietà d'esso ne' diversi pezzi di rame che andrò enumerando, a' quali soli può spettare quel nome o l'altro d'[I[oboli]I], pur impiegato da' Greci ad indicare il minimo spezzato della moneta, quantunque nel medio evo la voce [I[obolo]I] fosse usata in Francia a rappresentare anche una moneta d'oro, onde venne il nome [I[obolus aureus]I].

Ma che avrò io a dire di quella piccola ma grossissima moneta di rame uscita nel declinare del secolo XV dalla zecca cattarina, di cui un solo esemplare è a mia notizia, conservato nel Museo Correr? Questa moneta, avente il tenue diametro di m. 0,018 e l'ingente peso di k. 20. 3, avrassi a riguardare un semplice follare, o un follare doppio, o fors'anche un mezzo grossetto in rame? Fino a che non si metta in miglior luce la storia di quella zecca, i cui documenti mancano quasi affatto agli archivii veneti, siami lecito avvisare in questo curioso pezzo un capriccio di zecca, uno di que' capricci de' quali ci porge tanti esempii la zecca nostra; voglio dire un semplice follare battuto s'un pezzo di rame di peso eccedente. Eccone pertanto la descrizione.

Nel diritto è la consueta rappresentazione del santo patrono di Cattaro, intorno a cui gira la leggenda SANTVS TRIFON, e a' cui lati le sigle F e L. Nel rovescio intorno al leone di S. Marco in gazzetta è la epigrafe S. MARCVS VENETI. I caratteri sono gotici. Le sigle F e L, non accompagnate da scudo gentilizio rendono incerto se questo pezzo spetti a quel Francesco Lippomano che fu l'ultimo governatore di Cattaro insignito del titolo di [I[conte]I] e che vi sedette dal 1477 al 1480, del quale ho più sopra riportato il quattrino, o meglio a Francesco Lion che vi fu rettore e provveditore dal 1485 al 1486.

Appartengono peraltro fuor d'ogni dubbio alla classe dei follari di rame quelle piccole monete aventi un diametro medio di m. 0,015 che recano dall'un de' lati il solito tipo di S. Trifone colla leggenda all'ingiro S. TRIFO (o TRIFON) CATARI e a' fianchi del Santo varie iniziali de' rettori; dall'altro il S. Marco in soldo rinserrato da un contorno quadrangolare con quattro stelline agli angoli, e negl'interstizii fra il quadrato stesso e il contorno della moneta le sigle S, M, V ([I[Sanctus Marcus Venetiarum]I]) e in quello inferiore uno scudo gentilizio. Vario è il peso degli esemplari, cioè da k. 2. 3 a k. 6. Riporto in ordine cronologico i rappresentanti della Repubblica a Cattaro sotto il cui reggimento si coniarono successivamente i [I[follari]I], esistenti quasi tutti nel Museo Correr, avvertendo che gli stemmi corrispondono appieno con quelli dei loro casati.

* sopra Z (ovvero Z), e S = Zaccaria Salamon, 1569 a 1570. Costui sostenne eroicamente la piazza contro il corsaro Barbarossa che ne avea intimata la resa, e la conservò incolume a Venezia.

* sopra V, e C = Vincenzo Canal, 1581 a 1583.

* sopra A, e G = Andrea (secondo il Corner, Antonio secondo il [I[Libro Reggimenti]I]) Gabriel, 1586 a 1588.

Z sopra F, e B = Zuan Francesco Bragadin, 1604 a 1606.

T e C = Tommaso Contarini, 1606 a 1608.

. . . . . . = Girolamo Molin, 1634 a 1636 secondo il Corner, ovvero Antonio Molin, 1637, secondo il [I[Libro Reggimenti]I]. Ne' quattro esemplari che di quest'ultimo tipo possede il Museo Correr è impossibile riconoscere le sigle del diritto, laddove è evidentissimo lo stemma dei Molin. Anzi qui giova aggiungere che tutti e quattro gli esemplari sono recusi su que' piccoli pezzi di rame che si battevano a Venezia ne' primi anni del secolo XVII e che portavano dall'un de' lati il busto della Vergine attorniato dalle iniziali * R * C * L * A * ([I[Regina Coeli Laetare Alleluja]I]), e che furono fabbricati in gran quantità dalla zecca nostra specialmente negli anni 1626 e 1632.

Riassumendo pertanto, prima di dipartirci delle monete di Cattaro, la enumerazione de' singoli conti e rettori che vi improntarono il loro nome o i loro stemmi, li registriamo nell'ordine cronologico, apponendo a ciascuno il numero che occupa nella serie, quale ce la lasciò Flaminio Corner, l'anno della elezione, e la qualità della moneta.

1. Antonio Boccole, 1420. [I[Grossetto senza sigle]I]. (?)

16. Lodovico Baffo, 1454. [I[Quattrino, 1.° tipo]I].

21. Alvise Bon, 1464. [I[Quattrino, 1.° tipo]I].

26. Francesco Lippomano, 1477. [I[Quattrino, 1.° tipo]I].

29. Francesco Lion, 1485. [I[Follare di peso eccedente]I]. (?)

31. Priamo Tron, 1488. [I[Quattrino, 2.° tipo]I].

34. Girolamo Orio, 1492. [I[Quattrino, 2.° tipo]I].

44. Sebastiano Contarini, 1501. [I[Quattrino, 2°. tipo]I].

58. Domenico Gritti, 1526. [I[Quattrino, 2.° tipo]I].

89. Marco Barbo, 1527. [I[Quattrino, 2.° tipo]I].

64. Benedetto Valier, 1530. [I[Quattrino, 2.° tipo]I].

63. Francesco Sanudo, 1533. [I[Quattrino, 2.° tipo]I].

67. Matteo Bembo, 1538. [I[Quattrino, 2.° tipo]I].

72. Battista Barbaro, 1546. [I[Quattrino, 2°. tipo]I].

73. Francesco Pisani, 1548. [I[Mezzo grossetto, 1.° tipo]I].

75. Zuan Francesco Canal, 1551. [I[Mezzo grossetto, 1.° tipo]I].

76. Paolo Donà, 1552. [I[Mezzo grossetto, 1.° tipo]I].

82. Francesco Priuli, 1562. [I[Quattrino, 2.° tipo]I].

85. Alvise Minotto, 1567. [I[Mezzo grossetto, 2.° tipo]I].

86. Zaccaria Salamon, 1569. [I[Follare]I].

93. Vincenzo Canai, 1584. [I[Follare]I].

95. Andrea Gabriel, 1586. [I[Follare]I].

97. Zuanne Loredan, 1590, ovvero

98. Zuanne Lippomano, 1592. [I[Messo grossetto, 2.° tipo]I].

101. Zuanne Magno, 1598. [I[Mezzo grossetto, 3.° tipo]I].

104. Zuan Francesco Bragadin, 1604. [I[Follare]I].

105. Tommaso Contarini, 1606. [I[Follare]I].

114. Pietro Morosini, 1624. [I[Grossetto citato dal Nani]I].

119. Girolamo Molin, 1634. [I[Follare]I].

124. Zorzi Morosini, 1638. [I[Quattrino colla imagine di S. Marco]I].

[T4] SCUTARI.

Ceduta nel 1404 dal suo signore Giorgio Balischio alla Repubblica Veneta, questa vi tenne un [I[conte e capitano]I], a cui più tardi si aggiunse il titolo di [I[provveditore in Albania]I]. Stretta da formidabile assedio dagli Ottomani nel 1474, mentre Antonio Loredan in nome di Venezia la reggeva, Scutari fu difesa con eroico coraggio da' nostri; sappiamo infatti del Loredan che alla popolazione, per manca vettovaglia affamata, offeriva a cibo le proprie carni purché all'impeto degli infedeli non si cedesse. E infatti brevi dì erano da quest'atto generoso trascorsi, quando Pietro Mocenigo sbloccava la minacciata città. Non è di questi cenni il parlare di quella memoranda difesa, né come il Governo Veneziano rimeritasse il capitano che l'avea sostenuta. In que' preziosi [I[Annali Veneti]I] dal 1457 al 1500, scritti da Domenico Malipiero e compendiati da Francesco Longo, che il conte Agostino Sagredo donava all'Italia nel 1843 inserendoli nell'[I[Archivio Storico Italiano]I] che il Vieusseux dirige e pubblica a Firenze, sono a vedersi le lettere colle quali la Repubblica ringraziava il Loredan del suo generoso operare, lettere che non saprei se più onorano quell'eroe o la Repubblica che sì degnamente ricompensava le magnanime azioni de' suoi prodi figliuoli. Ma pur troppo! il sangue versato a Scutari nella sua difesa poco le valse, perché nel 1477 i nostri furono da invincibili circostanze costretti a cedere ai Turchi quella piazza, molti de' cui abitanti cercarono asilo nella dominante.

Che Scutari nel sec. XIV, anziché passasse dal governo de' re di Rascia a quello del Balischio, avesse propria zecca, non oserei asserire. È bensì vero che abbiamo grossi del re Costantino recanti da un lato la imagine di questo monarca, dall'altro quella di S. Stefano patrono di essa città; de' quali grossi uno fu pubblicato dal Nani nella più volta citata operetta, alla tav. I n. II. Che più tardi vi si battesse moneta, quando cioè cadde in potere de' Veneziani, si hanno fondamenti abbastanza validi per negarlo. Nessun cronista ricorda che zecca vi esistesse nel secolo XV, non ne parlano documenti di sorte; e le monete stesse improntate col nome di quel comune si mostrano ne' loro tipi barbarici fattura della officina monetaria di Cattaro. Basta confrontare un grossetto di Cattaro, come sarebbe quello rarissimo del Museo Correr che ho descritto, con altro grossetto di Scutari per convincersi dell'identità della fabbrica di quelle due monete che pajono uscite dalla stessa mano. Quanto poi al loro peso ed al titolo, sono perfettamente uniformi. Talché io credo poter francamente asserire che Scutari per la propria monetazione si valesse sempre della zecca di Cattaro; e che in ambedue queste piazze corresse l'uguale moneta, o il grossetto ragguagliato a 2/3 del grosso veneziano.

È quel grossetto l'unica moneta scutarina ch'io sappia battuta sotto il dominio de' nostri. Il diametro n'è di m. 0,020. Offre da un lato il patrono della città, in piedi e veduto di prospetto, nimbato e coperto di lunga vesta da diacono, recante nella destra l'incensiere, un libro nella sinistra; lo attornia la epigrafe S. STEFANVS : SCVTARENSI (ovvero SCVTARENSIS). La iscrizione esce da un cerchio di perline che gira intorno alla figura del santo, la quale in qualche più raro esemplare è pur serrata da due archetti di cerchio, come il Redentore ne' nostri zecchini. A' lati del Santo v'hanno alcune iniziali che spiegheremo frappoco. Questa rappresentazione del protettore di Scutari è quella medesima che ci offrono le monete di questa città coniate sotto il governo de' re di Rascia, e la somiglianza de' due tipi ci muove a ritenere che anche i più antichi nummi scutarini siansi battuti nella zecca di Cattaro. Il rovescio reca il leone in gazzetta rinserrato da un cerchio di perline, oltre il quale è la leggenda . S . MARCVS : VENETIARUM : [Gr[G]Gr] C : (ovvero 7 C :). Le sigle del diritto, delle quali conosco tre varietà, che incontrai ne' quattro esemplari che di questo raro grossetto serba il Museo Correr, ci danno il nome de' conti e capitani durante il cui reggimento furono improntati i varii pezzi. Eccone la spiegazione:

B e C = Bertucci Civran, 1436.

P e M = Paolo Morosini, 1438.

F e Q = Francesco Querini, 1442.

[T4] ANTIVARI.

Ma fuor di dubbio fu battuto a Venezia il bagattino di puro rame o d'ottone di Antivari. Questa bella città d'Albania tennero i Veneziani, che vi mandarono a reggerla un podestà a biennio, dal 1405 sino al 1571, nel qual anno Alessandro Donà la cedeva mediante capitolazione a' Turchi, e reduce in patria veniva, come perpetratore d'atto codardo, punito. Ma la pace conchiusa fra la Repubblica e la Porta nel 1573, fissò per sempre le sorti di Antivari, incorporata d'allora ne' possedimenti dell'impero ottomano.

Non mi venne fatto, per diligente pazienza che usassi, di rinvenire la terminazione colla quale fu decretato lo stampo dell'unica moneta che abbiamo d'Antivari suddita a' Veneziani. Ma non è a dubitare, dalla semplice ispezione del suo tipo, che siasi essa pure battuta nell'epoca medesima in cui lo furono la maggior parte de' bagattini delle singole città dalmate, cioè gli ultimi anni del secolo XV o i primi del successivo.

Questa moneta, non facile a trovarsi benché il Museo Correr ne posseda tre esemplari, mi si offrì di due soli tipi, fra loro distinti da lievi differenze. Il peso ne varia da k. 8 a k. 6. 3, e il diametro n'è costante di m. 0,017. Presenta da un lato S. Giorgio armato a cavallo incedente verso la sinistra del riguardante, e sotto a' suoi piedi atterrato il dragone; all'ingiro la epigrafe . S . GEORG . ANTIVARI. Il rovescio ha, come i bagattini dalmati, il S. Marco in soldo stretto da un cerchio di perline, oltre il quale è la leggenda + . S. MARCVS . VENETI. La varietà che si rimarca in alcuni esemplari è la mancanza di questo cerchio che avvolge il leone.

Le osservazioni fatte sui bagattini, allorché dissi di quelli coniati per le città della Dalmazia, possono riferirsi anche a questo che ha comune con essi l'epoca, il peso, la fabbrica; sicché ritengo inutile il soffermarmi davvantaggio a parlarne.

[T4] DULCIGNO.

Occupata da' Veneti nel 1405 che la tennero fino al 1412, e più tardi dal 1425 fino al 1471 in cui cadde in poter de' Turchi per subire due anni dopo le sorti di Antivari, Dulcigno non avrebbe trovato posto in quest'operetta se non mi obbligasse a toccarne un cenno che lo Zon fece di monete battute per questa città da' nostri. Ed infatti nella sua dissertazione sulla Zecca Veneta nell'opera [I[Venezia e le sue lagune]I] (T. I. p. II. pag. 69), ricordando le monete coniate per le singole comunità dalmate ed albanesi, cita fra le altre quelle di [I[Dulcigno]I] offerenti la imagine della [I[Vergine]I]. Devo però confessare ch'io non conosco punto la esistenza di questa moneta, che non vidi in alcuna raccolta, né trovai in alcun libro citata. Fino a tanto quindi che s'abbiano dati più certi per ritenere la esistenza di questo pezzo, siami lecito il dubitarne.

[T4] ALESSIO.

Venuta per dedizione spontanea in potere de' nostri nel 1403, fu retta da un [I[provveditore]I] che la governava in nome della Repubblica fino al 1477 in cui per cessione la occuparono i Turchi. Ripresa nel 1503, ricadde in loro mano nel 1506. Lo Zon citò parimente, in un colle monete di Dulcigno, quelle di Alessio. L'esemplare sulla cui autorità credette appoggiarsi per far luogo alla menzione di questo pezzo fra gli altri dalmati ed albanesi, è quel bagattino di Lesina che si custodisce nella Marciana; il cui non felice stato di conservazione gli fece scambiare la giusta lezione LESINENSIS col nome della città d'Alessio. Se, rettificando l'abbaglio ov'incorse il mio illustre amico, devo togliere alla serie de' nummi albanesi questa imaginaria moneta, ho peraltro il contento di averne aggiunto una di sconosciuta finora alla serie de' nummi dalmati.

E qui si chiude la prima delle classi in cui ho spartito la numismatica de' possedimenti de' Veneziani, rivolgendo ora le mie indagini alle monete da loro battute per le province che costituivano il Levante Veneto.

[T1] II. LEVANTE VENETO.

Il nome generico di [I[Levante]I] abbracciava nel medio evo tutti que' territorii che, situati all'oriente dell'Adriatico, formarono parte dell'impero greco dopo il trattato conchiuso fra Niceforo e Carlomagno. Ma i Veneziani, fattisi per armi, per comprite o per dedizioni spontanee, padroni della maggiore e più bella parie delle coste marittime di quelle terre nel continente europeo, e di molte isole dell'Arcipelago, e dilatate le loro conquiste nel secolo XII fino nella Siria, restrinsero il significato di quel nome, coll'eccepirne le spiagge dalmate ed albanesi. Per poco che si conosca la storia nostra, si comprenderà di leggeri come il nome di [I[Levante Veneto]I] avesse nelle varie età più o men ampio senso. Allorché Enrico Dandolo, successore a dogi insigniti delle dignità d'[I[ipati]I], di [I[protosebasti]I] e di [I[protospatarii]I], emancipava la patria da ogni vincolo di sommessione all'impero d'oriente, e s'intitolava signore di un quarto e mezzo dell'impero di Romania ([I[dominus quartae partis et dimidii Imperii Romaniae]I]), la Repubblica non possedeva ancora le sette isole del mar Jonio che aggiungeva in sul cadere del XIV secolo (1386) a' proprii stati. Alla metà di quel secolo vi aggiungeva l'Acaja, e più tardi varii porti della Morea, che toltile poscia da' Turchi le riconquistava sul declinare del secento il Morosini, che dalle vittorie riportate nella penisola di Pelope ebbe il soprannome gloriosissimo di Peloponnesiaco. Ma dopo la pace funesta di Passarovitz, perdute le belle conquiste del Morosini e rimasta Venezia senz'altri possedimenti nell'Arcipelago, il nome di Levante Veneto comprendeva le otto province o [I[reggimenti]I] di Corfù, Zante, Cefalonia, Asso, S. Maura, Cerigo, Prevesa e Vonizza, subordinati ad un patrizio eletto dal Senato fra gl'individui del suo corpo, e portante il titolo di [I[Provveditor General da Mar]I]. Questi presiedeva al governo supremo di tutto il Levante, e da lui dipendevano gli altri patrizii che sosteneano le cariche militari marittime della flotta sottile e grossa, ed era giudice in appellazione dalle sentenze de' rappresentanti degli otto reggimenti, il numero de' cui abitanti, quasi tutti greci di rito e di favella, sommava a 150,000.

Venendo ora a dire delle monete che i Veneziani coniarono nelle varie epoche perché avessero corso nel loro Levante, questa seconda categoria avrebbe ad abbracciare quelle che si destinarono ad aver corso in tutt'i possedimenti, ad esclusione della Dalmazia e della Terraferma d'Italia. Ma ho creduto separarne le battute per Candia e per Cipro, per la ragione espressa nel principio di quest'operetta che, limitandosi queste due serie quasi puramente a monete ossidionali, mi parvero meritare due classi a sé. I nummi de' quali ci occuperemo in questa seconda parte furono invece cusi, niuno eccettuato, nella metropoli.

[T5] Tornese.

Un fortuito ritrovamento di monete veneziane fatto nel 1849 in Morea, le quali tutte passarono in proprietà del dott. Costantino Cumano di Trieste, porse occasione a questo valente archeologo di spargere molta luce su quella moneta che sì frequenti volte s'incontra ne' documenti nostri e nelle memorie della zecca veneta; ma la cui rarità, anteriormente a quello scavo, lasciava troppo libero campo a mille supposizioni che oggi spero cedano il seggio usurpato alla verità. Nello stendere questo brano del mio lavoro, io non potrei non attenermi alle savie opinioni espresse dal Cumano in una sua lettera inserita nel giornale [I[L'Istria]I], Anno V, n. 11, scritta d'Atene nel marzo 1850. Anzi ad avvalorare le opinioni del Cumano aggiungerò copia di notizie estratte da documenti autentici sulla fabbrica de' tornesi e sull'epoca della loro durata.

Io so bensì che il chiaro senso della terminazione del Maggior Consiglio 31 marzo 1394, ricordando le varie specie di monete argentee che si battevano allora nella zecca nostra, [I[grossi]I], [I[soldini]I], [I[parvuli]I] e [I[tornesi]I], avrebbe facilmente condotto a riconoscere, nei pezzi che frappoco esamineremo, il tornese, stante la necessaria esclusione da quella nomenclatura degli altri nummi che appartengono alle tre prime classi e che troppo son conosciuti. Ma nullameno è officio di coscienzioso scrittore l'attribuire la priorità d'una scoperta in qualsivoglia ramo del sapere a cui veramente essa spetta, ed io devo riconoscere ne' dotti studii del Cumano la prima determinazione della per lo avanti incerta moneta.

Il ritrovamento, di cui toccai più sopra, fu di una massa considerevole di que' piccoli nummi recanti intorno al simbolo di S. Marco la leggenda [I[Vexillifer Venetiarum]I], frammisti a tornesi di Francia e ad altri de' principi d'Acaja e dei duchi di Atene, somigliantissimi nel tipo ai nostri e alla loro volta imitati da' francesi, de' quali ultimi tutt'i rinvenuti nello scavo spettano, a quanto pare, a Lodovico IX il santo, che regnò dal 1226 fino al 1270. Alla qual'epoca appartengono i tornesi, che vi si trovarono frammisti, di Guglielmo II de Villehardouin duca d'Acaja e di Guido de la Roche duca d'Atene, che co' nomi de' loro successori si continuarono a stampare in Atene fino a verso il 1310, ed in Acaja (Chiarenza) fino a verso il 1346 in cui il principe Roberto fu assunto alla dignità d'Imperatore.

"Ed appunto verso quest'epoca, dice il Cumano, i commercii di Chiarenza, città capitale del principato d'Acaja, fiorivano per modo che le monete che vi si battevano non soltanto godevano universale favore, ma erano adottate e riconosciute pei traffici col Levante da tutte le città mercantili e dalla Repubblica di Venezia. Cessato avendo verso il 1350 la zecca di Chiarenza, è verosimile che i Veneziani, visto il favore che vi godevano i tornesi, abbiano dato fuori pel Levante e principalmente per la Morea monetine di disegno analogo e di valore eguale all'antico, conservando loro lo stesso nome di [I[tornesi]I] o [I[torneselli]I]."

A determinare pertanto il valore di questa moneta ne' secoli di cui ci occupiamo, molto opportunamente soccorre un passo di Francesco Balducci Pegolotti, scrittore toscano che fiorì intorno al 1335, la cui [I[Pratica della mercatura]I], opera stupenda per la storia dell'economia nel medio evo, forma il terzo volume della raccolta di Gianfrancesco Pagnini [I[Della Decima e delle altre gravezze del comune di Firenze]I], Lisbona (Firenze) e Lucca, 1776. Ecco il passo del Pegolotti: