Le Monete Dei Possedimenti Veneziani Di Oltremare E Di Terrafer
Chapter 10
Si custodisce nella Marciana un soldo, del peso di k. 2 d'argento, a peggio 550 per marca o poco meno, recante da un lato la imagine in piedi di Pietro Loredan, doge dal 1567 al 1570, volto a sinistra, coperto d'armatura, cinto il capo del corno ducale, e stringente colla destra il vessillo. Intorno a lui la epigrafe PETRVS . LAVRETA . DVX .; al rovescio il S. Marco in soldo chiuso da cerchietto, oltre il quale la consueta leggenda + S . MARCVS . VENETVS . Di questo pezzo, d'esimia rarità e di molta bellezza, il Museo Correr possede un esemplare, ignorato allo Zon e agli altri numismatici, simile al suddescritto nel peso, nel titolo, nel tipo del diritto, e totalmente svariato nel rovescio, perché reca la figura del Cristo in piedi, veduta di prospetto, che tiene il mondo nella sinistra, e colla dritta sta in alto di benedire, ed è attorniato dal motto TV SOLVS SANCTVS; tipo ricorrente in altre monete di quest'età, senza nome di doge, e che probabilmente spettano al Loredan. Vorrebbe lo Zon che questa monetina, da lui veduta soltanto nella Marciana, fosse allusiva alla guerra coi Turchi principiata nel 1569, e battuta per uso della veneta armata (ib. p. 35); e più sotto (p. 68) la novera fra le monete di Cipro. Io non nego che il doge possa aversi effigiato nella singolare rappresentazione di catafratto per aver egli incoata la guerra co' Turchi a proteggere il minacciato reame; ma non posso convenire collo Zon nell'ascrivere ch'ei fa alla serie delle monete di Cipro il soldo presente. I due esemplari, che forse unici se ne conservano, recano ambedue, come indicai testé, simile il diritto, diverso il rovescio; e questo rovescio medesimo vediamo in monete affatto comuni di quella età. Non potrebb'egli meglio spiegarsi il tipo e la rarità del controverso pezzo, ritenendo che i due esemplari del Correr e della Marciana, fossero semplici prove di una moneta a cui si volle poi sostituire un diverso rovescio?
[T5] Bisante.
L'unica moneta che i Veneziani stampassero nell'isola di Cipro è il [I[bisante]I], nummo ossidionale lavorato da' difensori di Famagosta stretta da terribile assedio. Nella sua operetta [I[Historia de Salamina capta]I], edita la prima volta a Venezia nel 1843, Antonio Riccoboni, storico contemporaneo a quel fatto, tocca dell'origine di questa moneta: [I[Cum autem IV. Non. Majas ]I](a. 1570)[I[ per totam insulam Cyprum bellum inter Venetos et Turcas promulgatum esset, ipse]I] (intendi Marcantonio Bragadin difensore della piazza, che dopo la resa fu scorticato vivo da' fedifragi nemici) [I[pecuniis indigens... quod totum aurum et argentum quod haberet in equestres et pedestres copias consumpsisset, nec facile propter locorum distantiam opportunum nummorum subsidium sperare posset... aerarium confici quamprimum voluit nummosque diu noctuque signari aereos mandavit; alteros duodecim assium, alteros quattuor quadrantium, atque hujusmodi moneta peditibus italis et graecis, equitibusque et omnibus qui in praesidio erant satisfaciebat, edicto facto ut suspendii poena illis esset proposita quicumque talem pecuniam recusarent]I].
Il pezzo ossidionale di Famagosta, ovvio a trovarsi, è di puro rame ed ha un diametro di m. 0,028; il peso ne' varii esemplari è tanto incerto che sembra affatto arbitrario; il minimo da me riscontrato fu di k. 17, il massimo di k. 46. Nel mezzo del campo del diritto è il leone seduto e rivolto alla sinistra del riguardante, e sott'esso l'anno 1570, e all'ingiro PRO. REGNI. CYPRI. PRESSIDIO. Nel rovescio è in tre linee la iscrizione VENETORV = FIDES. INVI = OLABILIS, sopra la quale un amorino, svolazzante verso la destra, allude alle tradizioni mitologiche dell'isola cara a Venere; e nell'esergo il nome di BISANTE colle note, varie negli esemplari, IIII, .I., . I . E ., . I . F . Ma come discernere fra questi pezzi quelli [I[duodecim assium]I] e quelli [I[quattuor quadrantium]I] che il Riccoboni distingue? Le sigle stessissime occorrono in un pezzo del massimo e in uno del minimo peso; dunque il peso non è dato regolatore. Il tipo nemmeno perché in tutte è simile, come simile è il metallo che in tutte è semplice rame. Se tutte avessero la cifra IIII potrebbero essere i pezzi di 4 quadranti, pezzi che d'altronde non sappiamo a che moneta corrispondessero. Ma quello di 12 assi, nome parimente a noi sconosciuto, parlandosi di monete coniate da' Veneziani, qual mai sarebbe? Forse quel nummo di biglione, custodito alla Marciana, del diametro m. 0,021 e, del peso di k. 14, che offre da un lato in quattro linee la epigrafe ÆS = ARGE = NTI = .X., e dall'altro il leone di S. Marco gradiente verso manca con all'esergo 1571? Lo Zon (p. 69) non esita a dirci anche questo pezzo, di rarità straordinaria, spettare alla guerra di Cipro; ma per uniformarsi al detto dal Riccoboni dovrebbe portare la cifra XII anziché quella X. Confessiamolo, ci mancano i fondamenti per basare una più plausibile conghiettura.
[T1] V. TERRAFERMA VENETA.
Abbracciamo sotto questo nome i possedimenti della Repubblica Veneta nella penisola d'Italia, escludendone il Dogado che comprendeva le lagune del settentrione dell'Adriatico e i loro margini sul continente. Più esteso però era il nome d'ITALIA VENETA, in cui s'includeva anche la penisola d'Istria.
Le condizioni naturali e politiche di Venezia ne aveano fatto uno stato commerciale, e meglio necessitato a stendere le sue colonie marittime sull'Adriatico e sul Mediterraneo che non a dominare il continente italiano. Era bastevole una forza terrestre a proteggere i limiti dell'estuario dagli attacchi degli stati minori, i cui confini toccavano all'occidente quelli della Repubblica; e se Venezia fu grande e ricca a dismisura, allora soltanto lo fu quando i suoi possedimenti continentali si limitavano alle terre del Trevisano. La smania di dominare in Italia, pagata a troppo caro prezzo con guerre che per anni ed anni si rinnovarono a tutto svantaggio della potenza e del commercio de' Veneti, li mosse a dilatare i loro confini sino quasi alle porte di Milano, e ad occupare oltre Po varie castella delle marche ne' secoli XV e XVI. È d'altri libri ufficio, meglio che non del mio, il dimostrare come quella smania, fattasi ancora più ardente quando le scoperte de' Portoghesi e degli Spagnuoli sul cadere del quattrocento aprirono vie novelle a' commercii, e quando potenti nemici calati dalle Alpi e collegati ad altri stati italiani le contesero armata mano ogni palmo de' suoi territorii.
Come nelle province oltremarine, anche in quelle continentali inviava la Repubblica a reggerle patrizii investiti della carica di [I[podestà]I], e nelle città principali altri con titolo di [I[capitani]I] a cui s'annetteva la giurisdizione militare, questi e quelli mutati per solito ad anno. Ma conservava a' paesi, che le sue armi aveano occupati, i loro proprii statuti e ne temperava il rancore della perduta autonomia colla mitezza delle savie leggi, colla tenuità delle imposte, coll'iscriverne le più illustri famiglie nel patriziato dominante.
Allorché i Veneziani dilatarono le loro conquiste in Italia, sentirono la necessità di apportare tali modificazioni alla loro monetazione da renderla facile e gradita agli stati ove novellamente signoreggiavano. Quindi i marcelli e le lire mocenighe e gli scudi d'oro ebbero nel volger di pochi anni spaccio immenso nella Terraferma; ed è ben difficile che si scopra qualche tesoretto sepolto nella pianura padana i primi anni del secolo XVI ove non entrino in quantità considerevole i nummi nostri. Citerò fra gli altri un tesoretto scavato l'autunno 1849 ad Abbiategrasso, che pare aver formato il peculio di un milite di cui si rinvennero presso alle monete la spada ed un frontale di cavallo. Vi si contenevano uno scudo d'oro di Carlo VIII di Francia, varii [I[cavallotti]I] de' marchesi del Monferrato, di Saluzzo e di Lavagna, due pezzi d'argento di Solothurn e di Uri, molti pezzi minori di Francesco Sforza; e insieme ad essi 2 [I[marcelli]I] di Pietro ed 1 di Giovanni Mocenigo, altro di Andrea Vendramin, uno di Agostino Barbarigo ed uno di Leonardo Loredan, de' quali due ultimi dogi v'erano eziandio due [I[mocenighe]I]. È questa una prova di più al fatto già noto del favore che godeano in Italia le monete veneziane. Sennonché introducendosi, per le vie stesse ond'uscivano le nostre, le monete straniere negli stati della Repubblica, il C. X. bandiva il 23 marzo 1517 le monete di ogni specie di Saluzzo, del Monferrato, di Lucca, di Bologna e d'altri governi italiani, riputandole di pessima qualità. Pochi stati invero tennero più d'occhio i nummi usciti dalle zecche straniere di quello che fece la Repubblica Veneta gelosa del credito de' suoi proprii.
Ma non solamente i maggiori pezzi d'argento e quelli d'oro erano ricerchi nella Terraferma Veneziana, ma si faceva sentire il bisogno altresì de' piccoli spezzati, e fu più d'una volta conceduto alle singole città lo stampo di monete destinate al corso esclusivo in esse e ne' lor territorii, e queste sono le ultime di cui ho ad occuparmi nel presente lavoro.
TREVISO.
Capitale della Marca Trivigiana sotto l'impero de' Franchi, Treviso ebbe ne' primi anni del secolo IX [I[corte]I] o palazzo imperiale, dove s'improntarono monete col nome e col monogramma di Carlomagno. Smembrata successivamente la Marca in piccoli territorii, altri signoreggiati da famiglie cospicue, altri reggentisi a repubblica, andarono restringendosi i confini del territorio rimasto soggetto alla città di Treviso, che di repubblica divenne feudo imperiale, e passò dagli Ezzelini ai Caminesi e quindi agli Scaligeri, che nel 1338 lo cedevano a Venezia in un trattato di pace. Oppressi poi i Veneziani dall'impeto de' Genovesi, rinunciavano nel 1381 Treviso a' duchi d'Austria che ristabilitavi l'abbandonata zecca vi batteano nuovamente monete. Ma occupata più tardi dai Carraresi, ricadeva nel 1389 ne' dominii della Repubblica.
La necessità in cui si trovò nel 1492 la città di minuti spezzati della moneta per sopperire a' bisogni della popolazione, la determinò a chiedere alla dominante la fabbrica di un bagattino pari a 1/12 di soldo, recante, oltre il simbolo del Vangelista, la imagine del patrono di quel comune, S. Liberale. E il Consiglio de' Dieci sanciva la seguente terminazione:
[I[ 1492. die 24 oct. in C. X. cum add.]I]
[I[Quod auctoritate hujus Consilii mandetur fieri in Cecha nostra duc. centum bagatinorum ad sex pro marcheto ad requisitionem fidelissimae civitatis nostrae Tarvisii de puro ramine ad illam stampam quam illa comunitas requisivit. Videlicet ab uno latere cum impressione Sancti Marci in soldo et ab alio latere cum impressione Sancti Liberalis protectoris sui, cum ordine et mandato quod de eis non possit expendi ultra valorem unius marcheti pro vice; ut cum eis provideatur necessitati pauperum et expendantur in civitate et territorio Tarvisii.]I]
II bagattino coniato per Treviso nella veneta zecca è somigliantissimo a quelli che, intorno all'epoca stessa, si fecero per le città di Dalmazia, e con essi ha comune il metallo ch'è puro rame, o più frequentemente ottone. Il diametro n'è m. 0,017 e nel peso varia da k. 8 a k. 8. 2. Il diritto offre il patrono di Treviso in piedi, veduto di prospetto e che stringe nella destra una spada colla punta a terra e nella manca un'asta. All'ingiro è la epigrafe S. (ovvero SANCTVS in rari esemplari) LIBERALIS. TARVIXI, e a' suoi lati le sigle N e M, ad eccezione di pochi esemplari in cui non ricorrono. Il rovescio presenta il consueto S. Marco in soldo chiuso da una linea circolare ed attorniato dall'epigrafe +. S. MARCVS. VENETI.
Quanto al valore de' bagattini in discorso, sarebbe ozioso il ripetere ciò che ho già detto parlando di quelli cusi per le città dalmate, e a quella parte della mia operetta perciò rimando i lettori. Quanto poi alle sigle N e M, confesso che mi sono inesplicabili. Lo Zon, toccando di queste monete nel suo più volte citato trattato (p. 35), crederebbe spettassero a Nicolò Marcello che nel 1453 sedette podestà a Treviso, e il Gradenigo (Zanetti, vol. II p. 157 n. 6, 7, 8) è incerto se a lui veramente attribuirle o meglio a Nicolò Morosini che vi coprì quella carica nel 1417. Basta però confrontare queste monete colle altre che si hanno d'epoca certa di Traù e di Lesina, da me ricordate alle pagine 35 e 59, per convincersi della contemporaneità del loro stampo con quello del bagattino di Treviso. Arrogi che la terminazione 1492 or ora riportata non parla di nummi antecedentemente lavorati per quella città; arrogi il disegno e la forma delle lettere che accusa il declinare del secolo XV o il sorgere del successivo; e sarà necessario escludere dalle probabilità le ipotesi del Gradenigo e dello Zon. Reca però maraviglia che nel [I[Libro Reggimenti]I] non rinveniamo né fra i podestà né fra i capitani di Treviso, dal 1492 a tutto il secolo successivo ed anzi fino al 1684, alcun nome che concordi con quelle iniziali. Simili discrepanze fra le sigle impresse sulle monete e i nomi de' reggitori che pur doveano corrispondervi, ho rimarcato più addietro ne' bagattini di Spalato (p. 37). Né meglio saprei spiegare questo fatto che ritenendo qualche sbaglio o qualche ommissione ov'incorse il compilatore pazientissimo del [I[Libro Reggimenti]I].
Non è però questa la sola moneta che i nostri battessero per Treviso. Altra ve n'ebbe, quantunque non recante il nome né il patrono di quella città, in epoca più antica. Ad evitare pertanto inutili ripetizioni, ne diremo parlando delle monete di
PADOVA.
Giovanni Brunacci, che nel 1744 pubblicava il suo erudito libretto [I[de re nummaria Patavinorum]I], precorrendo al maggior lavoro che il Verci inseriva sull'argomento medesimo nella grande collezione dello Zanetti, riporta documenti del secolo XI da' quali appare che in quell'epoca si conteggiava a Padova in moneta veneziana. Un istrumento fra gli altri del 1053 ivi eretto nomina i [I[solidos de Veneciarum moneta]I]. Anche ne' secoli successivi, quando la Repubblica Padovana, retta da' vicarii dell'impero, esercitava il diritto di zecca, la bontà de' nummi nostri li faceva ivi preferire a quelli d'ogni altro paese, non esclusi i patrii; ed è perciò che in un rotolo conservato nell'Archivio Comunale di Padova, recante la data 23 febbrajo 1287, un Palamede Scapultro confessa di aver ricevuto [I[solidos XLIII, et XVII denarios venetorum grossorum]I]. Ma nel secolo successivo, durante la signoria di que' da Carrara, spinta con alacrità singolare la operosità della zecca di Padova, vi cessò la voga delle monete venete, a cui sottentrarono le carraresi; le quali, perché mal rispondenti nel loro valore nominale all'intrinseco, bandivano i Veneziani da' loro stati, ove s'erano introdotte, colla terminazione seguente che trascrivo dal Capitolare delle [I[Broche]I], e che non è a mia cognizione sia stata ancor pubblicata.
[I[ 1378 (more Veneto cioè 1379) die 18 Januarii, in Rogatis.]I]
[I[ Cum in Padua fiat de novo quaedam moneta nova ad formam soldinorum nostrorum, quae moneta nova habet ab uno latere charium, et ab alia parte crucem, quae moneta nova est cum magna utilitate nostrorum inimicorum et damno terrae nostrae;]I]
[I[ Vadit pars, quod praedicta moneta nova in totum sit bannita de Venetiis, et de omnibus terris, locis, et civitatibus Communis Venetiarum, et insuper pro bono et commodo nostrorum civium et fidelium qui ad praesens reperirent apud se de dictis monetis, ut ex hoc non recipiant notabile damnum, ordinetur, quod assignetur eis terminus per totum mensem praesentem; videlicet cuilibet qui haberet de eis, quod possit dictas monetas usque ad dictum terminum portare ad officium monetae, ubi habebunt de qualibet marcha praedictarum solidos quatuordecim, existentibus ipsis monetis bonis de argento; et si essent de falsis, illas debeant incidere officiales nostri, et restituere illis quorum essent, sine aliqua poena. Elapso vero dicto termino, omnes quibus dictae monetae novae factae in Padua, vel carrarini novi vel veteres reperti fuerint, tam falsi quam boni, debeant perdere praedictas omnes, et tantundem pro poena: de qua poena non possit fieri gratia, donum, remissio, revocatio vel aliqua declaratio, aliquo modo vel ingenio, sub poena librarum mille pro quolibet ponente vel consentiente partem in contrarium. Et praedicta stridentur publice in locis solitis, et committantur omnibus officialibus nostris quibus commissa sunt negotia argenti et monetarum, habentibus ipsis officialibus partem suam solitam de poenis, ut habent de aliis sui officii.]I]
Allorché i nostri occuparono armata mano nel 1405 la città di Padova, le monete della dominante sottentrarono a quelle de' principi Carraresi. Nel 1443, ducante Francesco Foscari, il Senato decretava lo stampo di bagattini per Bergamo, Brescia, Verona e Vicenza, di lega avente 1/2 marca di argento fino sopra 8 1/2 di rame, cioè a peggio 1088. A questa terminazione del 22 febbrajo, che recheremo più sotto, altra ne faceva succedere il 24 maggio dell'anno medesimo del tenore seguente:
+ [I[YHS. 1443. die 24 Magio, in Pregadi.]I]
[I[ Conziossiaché fosse prexo in questo Consejo che in la Cecha nostra sia fato di bagattini per Pergamo, Bressia, Verona, Vicenza, e niente sia expresso de Padoa, Trevixo et altre tere nostre;]I]
[I[ Vada parte che i masseri nostri de la moneda de l'arzento mandar debiano a Padoa, Trevixo e ale altre tere nostre da parte de tera et in la patria de Friul de bagatinj i qual vien spexi in li diti luogi, fati ala liga si chomo e prexo in questo Consejo.]I]
Bisogna quindi investigare quale fra le varie piccole monete che abbiamo del Foscari sia la contemplata dalla terminazione del Senato del 1443. Sappiamo che a quest'epoca una marca d'argento fino dava lire venete 31, e quindi la lira vi era rappresentata da un pezzetto d'argento del peso di grani 148. 2/3, il soldo da grani 7. 13/30 e il bagattino da 0,65 di grano. Siccome le monete ordinate da' suddetti decreti avevano per marca 1088 di peggio sopra 64 di fino, vi stava cioè il peso del rame a quello dell'argento come 17 a 1, così ogni singolo pezzo avente 0,65 di grano di argento dovea pesare nel suo complesso grani 11,05. E questo peso e questo titolo appariscono nelle monetine del Foscari che recano dall'un de' lati le iniziali F, F, D, V ([I[Franciscus Foscari Dux Venetiarum]I]) fra le braccia di una croce, e dall'altro il San Marco in gazzetta senza iscrizione.
Ma di un'altra moneta coniata per Padova trovo memorie ancor più precise sotto l'anno 1491 in una terminazione del C. X. che ne ordina lo stampo.
[I[ 1491. 31 Auosto, in C. X. cum Add.]I]
[I[ L'anderà parte che per autorità de questo Consejo sia preso et deliberà che in la Zecha nostra el sia chuniado per l'avegnir bagatini de la sorta e qualità mostrada adesso a questo Consejo, i quali vaiano 12 al soldo, i quali siano tuti de puro rame de eser spexi in Padoa e per lo Padoan destretto ala raxon predita de 12 al soldo, e siano fati con la imagine de Sam Marcho in forma de liom da uno lady e con una croxe dal altro, si come e sta conzeso a Veronesi. E chuniadi siano mandadiù ala camera nostra de Padoa ducati zento.]I]
La moneta di cui fa parola la presente terminazione, d'onde pare che siasi anche per lo innanzi battuta pe' Veronesi, è un pezzo di puro rame o di ottone, abbastanza facile a rinvenirsi, che reca il nome dell'allora regnante doge Agostino Barbarigo, o del costui successore Leonardo Loredan; moneta però che finora nessun numografo seppe spettare a Padova. Porta dall'un de' lati una croce ornata le uguali braccia di piccoli bisanti e contornata da un cerchio oltre il quale è la epigrafe AVG . BARBADICO . DVX, ovvero LEO . LAVREDAN . DVX . L'opposto lato presenta il sacro leone volto alla dritta del riguardante e che tiene colle zampe anteriori il vessillo. All'ingiro è la leggenda SANCTVS . MARCVS . VENETI . e fra le zampe del leone v'hanno varie sigle che qui riporto traendole da' varii esemplari ch'ebbi a vederne nella Raccolta Correr.
I pezzi di Agostino Barbarigo recano le iniziali A . F, Z . F . M, C. K, Z : R, M . B, M . L, e alcuni ne vanno senza. Di quelli del Loredan, altri portano . A . M ., altri mancano affatto di sigle.
Delle prime non sono agevoli ad interpretarsi che le due ultime, indicanti i nomi di Marco Bollani e di Leonardo Mocenigo, ambedue podestà a Padova, quegli nel 1498, questi nel 1500. Quelle su' pezzi del Loredan vanno spiegate col nome di Alvise Molin che fu rivestito di pari carica nel 1504. Le altre del Barbarigo non si accordano col nome d'alcun podestà di Padova né di Verona dal 1492 al 1501.
Che però in altri anni si desse mano allo stampo di queste monete da spendersi a Padova e nel suo territorio ce lo prova una terminazione del C. X. 19 dicembre 1498 che ordina una nuova fabbrica de' [I[soliti parvuli]I] per Padova che devon'essere quelli recanti le sigle M . B; come pure un'altra parte del consiglio stesso, 6 marzo 1503, decreta si stampino altri cento zecchini in [I[oboli ad solitam stampam]I] per quella città, che sono a mio credere i pezzi su cui leggiamo le iniziali di Alvise Molin.
VICENZA.
II territorio vicentino è la seconda provincia che la Repubblica di Venezia acquistava in Terraferma. Fattisene padroni nel 1259 i Padovani, dopo la uccisione di Ezzelino da Romano, ne vennero spossessati il secolo successivo dagli Scaligeri che vi dominarono fino al 1387, in cui cadde in potere di Gian Galeazzo Visconti. Lo tennero i Visconti fino al 1403 in cui i Vicentini volontariamente si sottoposero a' nostri coll'assenso della duchessa vedova di Milano, la quale non potendo assicurarsi il possesso di quella provincia, invasa dai Carraresi signori di Padova e di Verona, volle piuttosto cederla a' Veneziani che a' suoi nemici.
Fino dal secolo XIII Vicenza ebbe diritto di zecca e v'improntò grossi col nome della città; grossi che recando l'aquila dell'impero germanico spettano certamente al governo de' vicarii imperiali. Ma i conquistatori che la occuparono poi le tolsero quel diritto, e la città ebbe a vicenda i nummi degli Scaligeri e dei Visconti, non senza che nel suo territorio abbondassero quelli de' Carraresi. Ma allorché i Veneziani se ne resero padroni, pensarono tosto ad introdurvi le loro monete, trovandosi nel Capitolare delle [I[Broche]I] la nota seguente sotto il 19 settembre 1404: [I[Quod pro moneta ordinata fieri pro Verona et Vicencia possit fieri expensa notata in cedula praesentibus introclusa]I]. Non siamo però in grado di determinare quale fosse questa prima moneta fatta battere per inviare alle due città subito dopo la loro occupazione operata da' nostri.
E nel 1405 una parte, presa in Collegio il 29 settembre, ricorda l'orafo Marco Sesto, a cui si aumenta il salario [I[pro intajando stampas monetarum Veronae et Vicenciae quae verberantur et cuniantur Veneciis]I].
Nel 1443 il 22 febbrajo un senatoconsulto, citato quando parlai delle monete di Padova, e che riporterò testualmente allorché ci occuperemo di quelle di Brescia, decretava lo stampo dei bagattini o piccoli a peggio 1088 anche per la città di Vicenza. Ho ivi pure determinato quale sia la moneta contemplata da quel decreto.
Nel 1498 il C. X. sanciva la seguente terminazione:
[I[ 1498. 30 Julii, in C. X.]I]
[I[ Fidelissima comunitas nostra Vicentiae supplicari fecit ut ei concedamus quod in Cecha nostra cudi faciamus denarios ad novem pro marcheto et ad tres pro marcheto, sortis et qualitatis quae videbitur Capitibus hujus Consilii. . . Captum sit quod cudantur in Cecha nostra ducati CCC bagattinorum pro hac civitate consuetae stampae, pro usu hujus civitatis.]I]