Le Monete Dei Possedimenti Veneziani Di Oltremare E Di Terrafer

Chapter 1

Chapter 13,690 wordsPublic domain

Produced by Piero Vianelli

*** [T0] = Titolo di livello 0 = Level 0 Title. [T1] = Titolo di livello 1 = Level 1 Title. [T2] = Titolo di livello 2 = Level 2 Title. [T3] = Titolo di livello 3 = Level 3 Title. [T4] = Titolo di livello 4 = Level 4 Title. [T5] = Titolo di livello 5 = Level 5 Title. [I[ = Inizio corsivo = Beginning of italic. ]I] = Fine corsivo = End of italic. [SC[ = Inizio maiuscoletto = Beginning of small caps. ]SC] = Fine maiuscoletto = End of small caps. [Bo[ = Inizio grassetto = Beginning of bold. ]Bo] = Fine grassetto = End of bold. *** Uniformità nel trattamento degli spazi dopo gli apostrofi: legamento con la parola successiva in caso di elisione, spazio nel caso di troncamento. *** Sono stati attribuiti i corretti accenti gravi ed acuti, nel testo originale tutti acuti. ***

[Copertina]

[T0] LE MONETE DEI POSSEDIMENTI VENEZIANI DI OLTREMARE E DI TERRAFERMA DESCRITTE ED ILLUSTRATE DA VINCENZO LAZARI.

Venezia.

A. Santini e figlio tipografi-editori.

MDCCCLI.

[Testo]

[T1] AI CULTORI DELLA STORIA VENETA.

Imprendo a svolgere una materia che può dirsi rimasta finora una terra incognita ai più pazienti eruditi. Le monete de' possedimenti di Venezia, comeché ramo importantissimo della patria numismatica, cedettero d'ordinario il campo alle monete della metropoli, come per la storia di quella maravigliosa Repubblica andò quasi dimenticata la storia de' singoli paesi che le furon soggetti.

Gli scrittori che consacrarono con amore operoso il loro ingegno allo studio difficile della veneta numografia fusero in essa quella delle colonie, non s'avvedendo forse come per tal maniera si rendeva intralciata la storia nummaria di Venezia unificandola con quella di province e di città che derivavano da altri stati, a cui prima appartennero, sistemi monetarii affatto diversi dal sistema della dominante. Angelo Zon aveva bensì, prima d'altri, sceverato dalle monete di Venezia quelle de' suoi possedimenti; ma il costui lavoro, colpa il brevissimo tempo concedutogli ad occuparsene, riescì non sempre esatto, spesso mancante, massime nella parte che aveva peculiare riguardo alle coloniali.

I decreti che allo stampo di queste ultime si riferiscono, ed altri documenti che vi hanno più o meno immediato rapporto, meritavano di venir tratti dalla polvere degli archivii, e pubblicati ad illustrazione de' risultamenti di quelle indagini che tanto s'intrinsecano nella storia commerciale e politica di Venezia. Studiate prima coll'occhio del critico e colla bilancia dell'orafo le monete ch'era mio intendimento illustrare, nelle raccolte che ne vanno più doviziose, in quella cioè che Teodoro Correr legava alla patria e in quella che dal Pasqualigo passava al Consiglio de' Dieci e più tardi alla Marciana, mi volsi a frugare nell'Archivio Generale i decreti e le tariffe ed ogni altra maniera di documenti che valessero a recar luce al bujo sentiero ch'io m'ero accinto a percorrere. Nel 1849 i libri della zecca nostra conservati in quel gigantesco deposito di patrie memorie mi fornirono copia de' documenti bramati; e credetti rendere vero servigio agli studii storici ed economici col pubblicarli a corredo del presente libro. Né le sciagure che si aggravavano sulla mia patria bastarono a togliermi a quelle pacifiche indagini in cui trovavo conforto del molto dolore che straziava me impotente spettator dell'eccidio del mio paese. Molti di questi studii furono condotti fra il lugubre tuonar del cannone nell'ultimo assedio che strinse questa cara città, grande e maravigliosa finanche nelle sue sventure.

Ma non soltanto ai nummi delle colonie della Repubblica ho consacrato le veglie mie; lauta è altresì la messe d'illustrazioni che mi fu dato raccogliere alle monete della metropoli. Formeranno queste l'oggetto di ben maggior lavoro, del quale il presente non è che un saggio, e a cui m'accingerò con alacre volontà se mi sarà dato modo d'intendere a cosiffatti studii nell'avvenire, se peculiari circostanze non mi violenteranno ad abbandonare per sempre queste cure dilette alle quali sperai, e non dispero, poter consacrare la vita.

Terrà dietro, fra non molto, a questo libretto una serie di tavole incise, ove saranno accolti i disegni de' pezzi qui illustrati, delle quali s'è già affidata la esecuzione ad abilissimo artista.

Ben lontano dall'essere intollerante della critica, di quella critica intendo che si fonda su' fatti e non folleggia ne' campi della imaginazione, accoglierò con grato animo le osservazioni che convalidassero od infirmassero le opinioni da me seguite, o da me primo abbracciate. Giovane d'anni e di studii, invoco la critica severa per illuminarmi e correggermi se alcuno s'avveda abbisognar me di lumi e di raddrizzamento nel cammino da me battuto. Ma chi vorrà onorare il mio qualsiasi libro de' suoi riflessi per convincermi di qualche errore in cui io possa essere incorso, mi trovi cattivo critico, inesperto erudito, ma sappia ch'io non ho mai scientemente falsata la verità.

V. L.

[T1] PREFAZIONE.

Prima che delle monete battute da' Veneziani pei loro possedimenti di oltremare e di terraferma io faccia parola, credo opportuna cosa il premettere un rapido cenno della divisione naturale e politica di que' possedimenti stessi; senza però estendermi in minuti particolari che tornerebbero inutili allo scopo nostro, e solo limitandomi a quelle generiche divisioni che agevolino a' lettori la netta intelligenza di questa operetta, e giustifichino la classificazione delle monete che andrò illustrando.

Comprendeva la DALMAZIA quel territorio che oggi costituisce i due circoli di Zara e di Spalato, conterminato a tramontana e ad oriente dai Monti Velebich, dalle Alpi Dinarie, e dalla Erzegovina, bagnato a ponente ed a mezzogiorno dal mare Adriatico; nonché le isole che si protendono lunghesso il suo litorale e quelle che sorgono nel Quarnero, delle quali le maggiori sono Veglia, Cherso, Arbe, Pago, Brazza, Lesina e Curzola.

Le coste marittime confinanti a maestro colla piccola Repubblica di Ragusa, a scirocco bagnate dalle acque del golfo di Lepanto, formavano l'ALBANIA. Della qual provincia la più bella e maggior parte toglieva a Venezia l'impeto struggitore de' Turchi, restringendone i possedimenti a quel breve territorio marittimo che da Castelnuovo va sino a Lastua, al quale rimase il nome d'ALBANIA VENETA, assumendo la parte occupata dagli Ottomani quello d'ALBANIA TURCA.

Le isole Jonie, la Morea, l'Attica, Negroponte e parecchie isole dell'Arcipelago costituivano il LEVANTE VENETO. A cui si aggiungeva il reame di CANDIA, e più tardi quello di CIPRO.

Il nome d'ITALIA VENETA abbracciava la penisola d'Istria ne' suoi naturali confini, i territorii di Monfalcone e di Gradisca, la terraferma oggi soggetta al Governo di Venezia, le province lombarde di Brescia, Bergamo e Crema, la rocca di Riva sul lago di Garda, e nel secolo XV ma per pochi anni anche Ravenna ed altre castella delle marche oltre Po. Ma formando l'Istria una provincia a parte, restava agli altri possedimenti della valle padana il nome di TERRAFERMA VENETA.

Non è qui il luogo d'esporre in più circostanziata maniera le varie forme di reggimento delle varie province suddite alla Repubblica, governate da proprii statuti e quasi formanti stati a sé sotto la supremazia e le armi della metropoli. Questi particolari che svolgeremo brevemente più tardi, ci porterebbero ora senz'utilità alcuna lungi dallo scopo che ci siamo prefissi.

Dividerò pertanto in cinque sezioni il mio breve lavoro. Abbraccerà la prima le monete battute per tutt'i possedimenti di Dalmazia ed Albania, trattandovisi poi di quelle che si coniarono per le singole città dalmate ed albanesi. La seconda comprenderà la monetazione del Levante Veneto; quella di Candia la terza, di Cipro la quarta, limitandosi queste ultime due sezioni quasi a sole monete ossidionali. Nella quinta verranno quelle della Veneta Terraferma, escludendosi così dalle nostre ricerche la numismatica della metropoli, che formerà soggetto a ben più lungo e più faticoso lavoro.

E nel presente non toccherò nemmeno delle particolari medaglie che per antico privilegio batteva la comunità di Murano, simili nel peso e nel titolo a quella moneta di congiario che distribuiva annualmente il doge, e che dagli uccelli presi nelle valli del Dogado (di cui egli regalava prima del 1521 i patrizi) ebbe il nome di [I[Osella]I]. Onde questo nome passò alla medaglia muranese, destinata parimente a donativo del Comune alle cariche del consiglio di quell'isola industre. E ad escluderla da questa serie non altro mi determinò che il pensiero, esser stata essa soltanto una medaglia, e non moneta battuta per aver corso, comeché si sappia figurassero le [I[Oselle]I] venete ne' due ultimi secoli nelle tariffe delle monete correnti.

Ma ben diversa ragione mi consiglia ad escludere quel troppo famoso [I[michieletto]I] di piombo, già posseduto dal senatore Domenico Pasqualigo (ora nella Marciana) il quale sognò leggervi le iniziali del nome di Domenico Michiel doge dal 1116 al 1130; moneta che secondo lui sarebbe stata battuta dal Michiel nel 1125 quando fu coi crociati alla presa di Tiro, e scarseggiava di denaro la truppa che montava i legni veneziani schierati intorno a quell'assediata città. Ma non si accorse il buon uomo che non era quel suo vantato cimelio se non un'informe imitazione dei [I[marcelli]I] battuti sul declinare del secolo XV; una di quelle non insolite giunterie di chi vuoi prendersi gioco non della dottrina ma della credulità. Che se al Pasqualigo dobbiamo la maggior gratitudine perché legò alla patria copia di preziosità numismatiche, le illustrazioni ch'egli ne stese sono così impastojate di fole antiquarie che non saprei qual più opportuno tipo avrebbe potuto scegliere il nostro Goldoni in una delle sue più briose commedie. Sennonché vollero altri, sull'autorità di cronache non sempre veridiche, che il [I[michieletto]I] battuto nel 1125 nelle acque della Soria fosse di cuojo. Ed infatti, sul finire del passato secolo, di questi [I[michieletti]I] di cuojo ne vennero fuori a dozzine. Gli è proprio vero che le leggi dell'ordine fisico governano il mondo morale; quasi per necessario equilibrio, gli anni in cui il Winckelmann ed il Visconti creavano la critica archeologica, fiorivano i più ignoranti eruditi e si spacciavano le più goffe corbellerie. Né lo smascheramento di queste fraudi, operato con raro fior di dottrina da S. E. il conte Leonardo Manin a Venezia e dal conte Giulio Cordero di San Quintino a Torino bastò ad aprir gli occhi agli accecati raccoglitori che di quelle brutte contraffazioni andavano impinguando i loro musei.

Nel novero immenso delle quali sarei pur tentato a registrare un'altra moneta, se non mi determinassi piuttosto a ravvisarvi un abbaglio preso da un nostro dotto concittadino per condiscendenza soverchia all'altrui giudizio. Angelo Zon, profondo e coscienzioso ricercatore delle venete antichità, toltoci due anni sono da una morte immatura e crudele, scrisse pregato quel trattatello [I[sulla Zecca e sulle monete di Venezia]I] che fu inserito nella grand'opera [I[Venezia e le sue Lagune]I]. La rara modestia di quell'uomo lo fece troppe volte schivo dall'esibirci francamente il suo ponderato giudizio sui monumenti ch'esaminava, giudizio che solo talora pronunciò titubante. Venn'egli a parlare di un certo [I[soldo d'argento]I] col leone veneziano e colla figura del doge armato posseduto dalla Marciana nella collezione del Pasqualigo, i cui dubbii caratteri questo antico erudito, che vedemmo di qual calibro fosse, credeva misti di greco e di latino, comodamente pegli studii suoi, e vi ravvisava nientemanco che questa leggenda: [I[Cristophorus de Mauro imperator nationis christianae cum Pio nomine Secundo]I]. Quanto poi alla circostanza in cui fu battuto questo pezzo singolare, dato che la leggenda fosse proprio quella, niente di più facile che spiegarla. L'avrebbero battuto i crocesignati veneziani nell'occasione che il doge Moro fu nel 1464 ad Ancona per collegarsi con Pio II contro i Turchi irruenti. Lo Zon invece, credendo al nome di [I[Christophorus]I] che pur credeano leggervi lo Zanetti e il Morelli, penserebbe ricordasse l'alleanza segnata il 19 ottobre 1463 col cardinal Bessarione, non senza però che potesse riferirsi ad altre circostanze e ad altre persone le quali in modo diverso si collegassero colle cose veneziane. Mi fa però maraviglia come il nostro amico non avvertisse essere quella moneta una cattiva contraffazione del soldino d'argento, alterata nel peso, scemata nel titolo, barbara nelle imagini, capricciosa ne' caratteri.

Altrettanto potrebbesi dire di quello zecchino che lo Zon, sull'autorità del Pasqualigo nel cui museo si conserva, credette appartenere a Vlatco Cosaccio duca dell'Erzegovina nel sec. XIV, ch'ebbe da' Veneti tutela e nobiltà patrizia; zecchino evidentemente imitato da un falsario su quello di Alvise Mocenigo I°, di cui ha la leggenda in controparte e sfigurata, come pure inversa è la posizione delle due figure nel diritto; coniato altresì in oro di lega bassissima e assai scarseggiante nel peso. Mi arrestai forse più del bisogno su queste inconcludenti monete; ma credo non basti mai l'insistere in distruggere i vecchi errori nella critica, quando li rafforza un'autorità venerata.

Troppo devierei però dallo scopo mio se per me si volesse soffermarmi tratto tratto a confutare tutti gli errori che si stamparono in fatto di numismatica veneziana. Il più degli autori che finora ne hanno trattato furono soverchiamente proclivi a ripetere ciò che s'era divulgato da chi li avea preceduti. Così la critica non avanza di un passo, ma il sapere indietreggia finché il falso, invece che si abbatta, si puntella e si accarezza. La missione del critico non è di farsi eco dell'altrui giudizio; è di cribrarlo, rinfiancarlo se giusto, crollarlo se mai fallace; è di attingere il vero alle sue fonti, nei documenti cioè e nei monumenti. Chi batte un altro cammino non credo abbia diritto di chiedere, siccome io chiedo, la indulgenza di lettori spassionati e sapienti.

Giova anzi tutto avvertire di qual peso mi sia valso nell'esame delle monete della cui descrizione ed illustrazione ci andremo occupando. Scelsi a quest'uopo l'ordinario peso veneziano dell'oro e dell'argento, la [I[marca]I]; si perché eguagliando la [I[marca]I] nostra quella di Colonia, è peso generalmente noto; sì perché nelle memorie che ho disseppelite dalla polvere degli archivii non d'altro peso si parla, e adottandone io uno differente, avrei dovuto ad ogni pie' sospinto soffermarmi ad un nuovo ragguaglio.

Fino dal secolo XII troviamo documenti che ci provano essersi in queste lagune adottata la [I[marca]I] di Colonia; in una quitanza infatti del 1123 spettante a San Giorgio Maggiore leggiamo che l'abbate e vicario di quel monastero accusa ricevute [I[argenti de marcha de Colonia undecim marchas]I]. Così parimente nel trattalo fra il doge Enrico Dandolo e Baldovino di Fiandra stipulato il 4 aprile 1201 leggiamo queste parole: [I[Propter quod nobis dare debetis octuaginta quinque milia marcharum puri argenti ad pondus Coloniae, quo utitur terra nostra]I].

La [I[marca]I] si divide in 8 once, l'[I[oncia]I] in 144 carati che si esprimono colla iniziale [I[k]I], il carato in 4 grani. La marca dunque corrisponde a k. 1152, ovvero gr. 4608; l'oncia a gr. 576. Un'altra suddivisione della marca, meno comunemente adottata fra noi, è in 192 [I[denari]I], quindi dell'oncia in 24 [I[denari]I], de' quali ognuno si compone di k. 6 ovvero gr. 24.

Se alla parte fina della moneta d'oro o d'argento è aggiunta una quota parte di metallo inferiore per ottenerne la lega, la quantità di questo in rapporto alla marca si esprime coi carati e colla voce [I[peggio]I]. Quando verbigrazia diciamo che una data moneta ha di peggio 60, indichiamo che dei 1152 carati componenti una marca, 60 sono di rame. Il metallo puro si dice [I[fino]I], e parlando di oro senza lega si dice altresì volgarmente [I[oro di 24 carati]I], [I[oro di zecchino]I]. L'argento senza lega dicesi volgarmente [I[argento di 12 denari]I].

[T1] I. DALMAZIA ED ALBANIA.

[T2] A. MONETE GENERALI.

Queste due belle province di cui la conquista e la conservazione costarono alla Repubblica tanto sangue e tant'oro, formavano una delle predilette cure de' Veneziani i quali, padroni di quella grande striscia di lidi che fiancheggia ad oriente l'Adriatico, e delle isole Jonie che ne guardano l'entrata, sapevano come solo mantenendo que' possedimenti potevano assicurare la durevolezza del loro dominio su quel mare ch'era, anziché i Portoghesi girassero il Capo di Buona Speranza, la strada del commercio dell'Europa coll'Egitto e coll'Indie. La Dalmazia, le condizioni del cui suolo vietavano un rapido sviluppo d'incivilimento e d'industria, fu calcolata sempre da' nostri una colonia mercantile e militare. Provveduta di porti eccellenti e di magnifiche rade, con un popolo dedito, più che ad opere di pace, al maneggio dell'armi nell'interno del paese, e sul littorale tutto consacrato alle arti marinaresche, quella provincia forniva la metropoli di marinai e di soldati. La Repubblica dal suo canto ricompensava colla mitezza del governo, tollerante nelle province la forma di quasi autonomo reggimento, coi premii largheggiati a' Dalmati, e con que' tutti mezzi che uno stato sa mettere in opera per amicarsi i popoli soggetti; e prova ne sia l'affetto moltissimo che i Dalmati posero nel regime veneziano, i Dalmati versanti a rivi il loro sangue per Venezia in tutte le guerre ch'essa sostenne, i Dalmati piangenti nel dipartirsene le mutate sorti del tristo rivolgimento del 1797 e che seppellirono il vessillo a cui aveano giurato fedeltà eterna sotto la mensa degli altari di Cristo nelle loro chiese. Altrettanto dicasi dell'Albania, dove forse ancor più vivo si mantenne quell'affetto, perché messo a dura prova dalla minaccia del giogo ottomano; ma dell'Albania la parte più bella, più fertile, più grande, poco sostennero i Veneziani, perché l'impeto de' Turchi irruenti in Europa si rovesciò su quelle colonie, i cui profughi abitatori cercarono nell'antica metropoli quell'asilo che li mettesse al coperto da ulteriori sevizie del vincitore, intollerante il bene di genti non circoncise e i riti della religione del Nazareno.

Ne' brevi cenni che premisi a questa operetta ho fatto vedere che cosa sia ad intendere sotto questi due nomi, Dalmazia ed Albania; il primo vale a dire abbracciante il littorale Veneto dall'Istria ai confini della Repubblica di Ragusa; il secondo il littorale che si stende dal confine meridionale di questa Repubblica sino al golfo di Lepanto. È noto però come anche Ragusa passasse più d'una volta, ma per tempo breve, nelle mani de' Veneziani, ed è pur noto come poi ritornata a libertà mantenesse la propria indipendente esistenza a spese della protezione ottomana. Come si governassero que' possedimenti Veneti negli ultimi secoli, i soli di cui abbiamo ad occuparci nello intendere allo scopo nostro, verremo brevemente esponendo.

In tutta la provincia della Dalmazia, compresavi quella piccola porzione d'Albania che le conquiste de' Turchi non valsero a togliere alla Repubblica, la giurisdizione ecclesiastica era spartita in tredici diocesi, due arcivescovili ed undici vescovili. Ogni capoluogo di quelle diocesi, mutate poi in divisioni politiche, era validamente fortificato, e vi si contavano dieci altre castella; ognuna delle quali, non meno che le città, ad eccezione di Scardona, si governava da patrizi veneziani che si mutavano ogni 32 mesi, talché l'intera provincia suddividevasi in 22 reggimenti. Preside e capo di tutte queste reggenze destinava la Repubblica un suo patrizio dell'ordine senatorio col titolo di [I[Provveditore generale ordinario di Dalmazia ed Albania]I]. Annesso a questo generalato era il governo politico dell'intera provincia. Il generale esercitava autorità di giudice criminale e civile, in appellazione dalle sentenze di tutt'i rappresentanti sì delle isole che del continente. Non era peraltro giudice definitivo, perché devolveansi i suoi atti ai competenti Consigli della metropoli. Sussistevano nullameno antichissime consuetudini che gli assicuravano inappellabilità di giudicio dalle sue sentenze in certi casi di diritto criminale. Infatti a lui indirizzavansi dai subalterni reggimenti le notizie de' casi delittuosi, ch'egli o spacciava da sé, o rimandava a' reggimenti stessi perché continuassero la procedura, riserbandosi egli a giudicarne, quella fornita. Era una consuetudine inveterata e portata quasi dalla necessità, perché la distanza di quelle province dalla capitale, in tempi ne' quali le comunicazioni erano bensì continue ma non troppo celeri, non impedisse il rapido corso della giustizia, e fosse più agevole condurre la procedura sul luogo stesso del delitto e da uomini aventi immediata cognizione del paese e degli abitatori. Presiedeva il generale all'introito de' dazii di tutta la provincia, benché le pubbliche casse rimanessero sotto la direzione e la custodia de' patrizii capitani di Zara e delle altre città, non meno che de' rispettivi camerlinghi. Da lui dipendeva altresì la milizia di terra e di mare, e aveva l'obbligo d'invigilare sul contrabbando esercitato sul littorale e contro i delitti commessi a bordo de' legni. Ogni singola città riconosceva in lui e nel patrizio che vi risiedeva in nome della Repubblica con vario titolo di [I[Conte]I], [I[Capitano]I], [I[Rettore]I], [I[Provveditore]I], l'autorità suprema, ma si governava co' proprii statuti.

Data così una rapida occhiata al modo di governo delle province di cui ci occupiamo, si passi a considerarne le monete battute da' Veneziani.

[T5] Tornese di Dalmazia.

Rimasi a lungo indeciso qual nome s'avesse a dare ad un piccolo nummo di basso argento che si dimostra coniato da' Veneti per la Dalmazia, ne' primi anni del secolo XV. La molta rarità di questo pezzo non mi permise di vederne che un solo esemplare custodito nella Marciana; esemplare il cui grado di conservazione è men che mediocre, e lascia a mala pena discernere le rappresentazioni e le leggende; talché i confronti ch'io solevo istituire fra' varii esemplari di una moneta non potevano aver luogo in questo caso, limitato come fui ad uno solo e logoro pezzo.

Ebbi nullameno agio d'assicurarmi che i caratteri di questa moneta rarissima accusano la scrittura veneziana de' primordii del quattrocento, e la scoperta d'un documento ricordante monete battute per Zara nel 1410 mutò in certezza l'ipotesi sull'età del controverso pezzo. Infatti nel [I[Capitolare delle Broche]I], detto così dalle borchie dorate che ne ornano la legatura, prezioso codice della Veneta Zecca che mi somministrò tante notizie di patria numografia, e che si conserva nell'I. R. Archivio Generale ai Frari, trovai un decreto della XLª. civile che determina gli stipendii di alcuni operai di zecca, il 13 agosto 1440: [I[Cum de monetis quae fiunt pro Jadra non sit datus ordo aliquis qualiter solvi debeant laborantibus ipsas in Cecha nostra]I] ecc. Qui non è daddovero indicata alcuna specie particolare di nummi battuti per Zara, ed è affatto generica la espressione [I[monetae]I]. Ma se abbiamo sott'occhi una moneta veneto- dalmata, i cui caratteri corrispondono perfettamente all'epoca surriferita, il cui valore intriseco s'accorda con quello d'altre monete contemporanee coniate per altri possedimenti della Repubblica, domanderò io perché non s'abbia a ritenere che quel decreto non d'altra moneta parli che di quella di che ci stiamo occupando? Eccone pertanto la descrizione.