Le lettere di Michelangelo Buonarroti
Part 9
Buonarroto. — Intendo per la tua el partito[136] non è fatto ancora: io n'ò passione assai: però io mando costì un mio garzone a posta, solo per questo, che stia a vedere tutto giovedì se 'l partito si fa, e venerdì mattina si parta e vengami a rispondere: e se 'l partito sarà fatto com'io l'ò chiesto, seguiterò la impresa; quando non sia fatto per tutto giovedì, come tu mi scrivi, non stimerò però che Iacopo Salviati non abbi volontà di farlo, ma che e' non possa; e monterò súbito a cavallo e anderò a trovare el cardinale de' Medici e el Papa, e dirò loro el fatto mio, e qui lascierò la impresa e ritorneromi a Carrara; chè ne sono pregato come si prega Cristo. Questi scarpellini che io menai di costà non si intendono niente al mondo nè delle cave nè de' marmi. Còstonmi già più di cento trenta ducati e non m'ànno ancora cavata un scaglia di marmo che buona sia, e vanno ciurmando per tutto che ànno trovato gran cose e cercono di lavorare per l'Opera[137] e per altri co' danari che gli ànno ricevuti da me. Non so che favore s'abino: ma ogni cosa saperà el Papa. Io poi che mi fermai qui ò buttato via circa trecento ducati, e non vego ancor nulla che sia per me. Io ò tolto a risucitar morti a voler domesticar questi monti e a mettere l'arte in questo paese; che quando l'Arte della lana mi déssi, oltre a' marmi, cento ducati el mese, che io facessi quello che io fo, non farebbe male, non che non mi fare el partito. Però racomandami a Iacopo Salviati e scrivi pel mio garzone come la cosa e' va, acciò che io pigli partito súbito, perchè mi consumo a star qui sospeso.
MICHELAGNIOLO in Pietra Santa.
Le barche che io noleggiai a Pisa non sono mai arrivate. Credo essere stato ucciellato: e così mi vanno tutte le cose. Oh maledetto mille volte el dì e l'ora che io mi parti' da Carrara! Quest'è cagione della mia rovina: ma io vi ritornerò presto. Oggi è peccato a far bene. Racomandami a Giovanni da Ricasoli.
[136] Finalmente i Consoli dell'Arte della lana e gli Operai di Santa Maria del Fiore, adunatisi la mattina del 22 d'aprile di quell'anno, vinsero il partito, che la esecuzione della strada di Pietrasanta per condurre i marmi della nuova cava, scoperta da pochi anni, fosse commessa a Michelangelo, dandogli piena autorità di fare tutto quello che egli avesse riputato utile ed opportuno per questo effetto.
[137] L'Opera di Santa Maria del Fiore.
MUSEO BRITANNICO. Di Seravezza, (12 d'agosto 1518).
CXVII.
_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._
Buonarroto. — Se io non fussi costà a tempo di pagare la gabella del terreno che io comperai,[138] vedi d'acordarla in qualche modo che io non caschi in contumacia, per tanto che io torni; che sarà infra un mese. Le cose mia di qua stimo anderanno bene, ma con grandissima noia. Io mando costà Michele[139] acattare certe cose dall'Opera:[140] se gli bisogniassi un mulo per portarle qua, aiutagniene trovare, che e' si spenda el manco che e' si può.
MICHELAGNIOLO in Seraveza.
[138] Il terreno da Santa Caterina comprato dal Capitolo di Santa Maria del Fiore. Vedi a pag. 141.
[139] Di Piero da Settignano nominato più volte.
[140] Di Santa Maria del Fiore.
MUSEO BRITANNICO. Di Seravezza, ( d'agosto 1518).
CXVIII.
_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._
Buonarroto. — Degli scarpellini che vennon qua, solo c'è restato Meo e Ciecone;[141] gli altri se ne sono venuti: ebbono qua da me quatro ducati e promessi loro danari continuamente da vivere, acciò che e' potessino sodisfarmi. Ànno lavorato pochi dì e con dispetto, i' modo che quel tristerello di Rubechio[142] m'à presso che guasto una colonna che ò cavata. Ma più mi duole che vengono costà e danno cattiva fama a me e alle cave de' marmi per iscaricare loro, in modo che volendo poi degli uomini, none posso avere. Vorrei almeno, poichè e' m'ànno gabato, che e' si stessino cheti. Però io t'aviso, acciò che tu gli facci star cheti con qualche paura o di Iacopo Salviati, o come pare a te, perchè questi giottoncegli fanno gran danno a quest'opera e anche a me.
MICHELAGNIOLO in Seraveza.
[141] Francesco scarpellino da Corbignano.
[142] Maso di Simone di Matteo detto Rubecchio, scarpellino da Settignano. Morì nell'ottobre dell'anno 1525.
MUSEO BRITANNICO. Di Seravezza, (2 di settembre 1518).
CXIX.
_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._
Buonarroto. — Io ebi per una tua come Donato Caponi t'avea messo per le mani una certa possessione, e ancora come el Capitolo[143] voleva vendere quel resto delle terre. Io non ti posso rispondere nè all'una cosa nè all'altra, perchè non sono resoluto. Parleremo poi costà insieme.
Gli scarpellini che vennono qua, non iscontorono niente: lavororono solamente per que' pochi danari che io dètti loro: poi s'andorono con Dio. Vero è che Meo e Ciecone sarebono stati e àrebon fatto ciò che avessino potuto, ma non potevano così soli far niente; i' modo che io dètti loro licenzia.
Sandro[144] s'è partito ancora lui di qua. È stato qua parechi mesi con un mulo e con un muletto in sulle pompe, atteso a pescare e a vaghegiare. Àmmi buttato via cento ducati: à lasciato qua una certa quantità di marmi con testimoni che io pigli quegli che fanno per me. Io non ve ne trovo tanti per me che vaglino venti cinque ducati, perchè sono una ribalderìa. O per malizia o per ignioranzia e' m'à trattato molto male. Com'io sono costà voglio essere sodisfatto a' ogni modo. Non altro. Credo ancora starò un mese di qua.
MICHELAGNIOLO in Seraveza.
Una lettera che sarà in questa, prègoti la sugielli e fagli una coverta colla sopra scritta che dica: _A maestro Piero Rosselli[145] architettore in Roma_; e dirizala al Banco de' Borgerini in Roma.
[143] Con contratto del 17 d'aprile del 1517 Michelangelo comprò dal Capitolo di Santa Maria del Fiore un pezzo di terreno di 144 braccia, posto in Via Mozza, oggi Via San Zanobi, presso la Piazza di Santa Caterina, per fabbricarvi sopra stanze da tenere e lavorare i marmi che aveva fatto condurre per l'opera della facciata di San Lorenzo. E un anno dopo, non bastandogli al bisogno quel terreno, Michelangelo ne comprò dal detto Capitolo un altro pezzo.
[144] Sandro di Giovanni di Bertino Fancelli, scarpellino da Settignano, fratello di quel Domenico detto Topolino, che, come racconta il Vasari nella _Vita del Buonarroti_, aveva fantasia di essere valente scultore, ma era debolissimo; nato nel 1457, morì l'anno 1521.
[145] Fiorentino. A costui Pier Soderini, che dopo il suo esilio da Firenze dimorava in Roma, aveva commesso che facesse un disegno di un tabernacolo di marmo da inalzarsi nella chiesa delle Monache di San Salvestro in Roma, per mettervi la testa di San Giovanni Battista. Ed il disegno piaceva al Soderini; ma prima di risolversi a farlo mettere in opera, egli ed il Rosselli di comune accordo vollero intendere il giudizio di Michelangelo. Intorno a questo lavoro ci sono parecchie lettere al Buonarroti del Soderini e del Rosselli.
MUSEO BRITANNICO. Di Seravezza, (16 di settembre 1518).
CXX.
_A Buonarroto di Lodovico Simoni in Firenze._
Buonarroto. — Intendo per la tua come ài per le mani un podere di là da Fiesole poco, che è cosa buona, e ancora Pier Francesco Borgerini t'à parlato della casa.
Io ti dico della casa di Pier Francesco che io son per tôrla per gusto prezzo, quando l'aria non sia cattiva.
Del podere ancora sono per tôrlo, se ti pare cosa buona; però se puoi tenere le cose sospese, fa'llo tanto che io sia costà; che stimo tornare infra quindici o venti dì.
Di Ciecone tu mi di' che s'io voglio che e' venga adesso che gli è guarito, che e' verrà volentieri. Rispondigli, che adesso comincia qua el verno, che non ci fa se non piovere e non si può stare nelle montagne a lavorare: però non mi pare che e' sia da venire ora, chè butteremo el tempo e' danari.
Io scrivo a Berto[146] quello m'ocorre. Racomandami a lui.
Avisami quando mi scrivi come sta Gismondo, e di' a Pietro[147] che attenda a imparare e che io sarò costà presto.
MICHELAGNIOLO in Seraveza.
[146] Da Filicaia.
[147] Suo garzone.
MUSEO BRITANNICO. Di Settignano?, (1518?).
CXXI.
_A Buonarroto in Firenze._
Buonarroto. — Io àrei caro che tu intendessi quante staiora sono quelle terre da Santa Caterina e quello che le montano. Le non sono le terre che noi andiamo a vedere; le son quelle di sopra. Io l'ò segniate a Pietro e lui ti mostrerà quali son desse: e questo ti priego facci presto, perchè mi bisognía rispondere a Giovanni da Ricasoli che le tien sospese per mio conto.
Della casa di Pier Francesco, se io fussi certo averla, io l'aspetterei qualche mese; ma bisognierebe farne ora el contratto, e io darei adesso e' danari in diposito: quanto che no, non è da parlarne più. Rispondimi più presto che puoi.
MICHELAGNIOLO.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, 22 d'agosto 1527.
CXXII.
_A Buonarroto a Settignano._
Buonarroto. — I' ò avuto oggi uno uficio: scrivano strasordinario de' Cinque del Contado.[148] Dice che e' dura un anno, e che e' s'à quatro ducati el mese, e che e' si può fare fare a chi l'uomo vuole. Io non so, e non posso attendervi: bisogniami o rifiutarlo o darlo, overo farlo fare a altri. Guarda se fa per te.... che a questi tempi io non ti consiglio che tu venga a Firenze: pure te l'ò voluto fare intendere, inanzi che io lo rifiuti; chè ò quattordici dì di tempo. Rispondi.
A dì 22 d'agosto 1527.
MICHELAGNIOLO in Firenze.
[148] I Cinque Conservatori del Contado erano un Magistrato, al quale era commesso il mantenimento e la difesa della giurisdizione, confini, giuspadronati, ragioni, beni e proventi delle Comunità, Terre e Popoli del Dominio fiorentino. Nella Riforma del 1559 i Cinque del Contado e gli Otto di Pratica furono aboliti, ed in loro luogo si creò colla medesima loro autorità un altro Magistrato, che fu detto de' Nove Conservatori della Giurisdizione e Dominio.
MUSEO BRITANNICO. Di Firenze, ( di luglio 1527).
CXXIII.[149]
_A Buonarroto a Settignano._
Buonarroto. — Io sono andato a trovare messere Antonio Vespucci:[150] àmmi detto che io non posso secondo le leggie fare fare l'uficio che io ò avuto a un altro, e che sebene e' si fa fare a altri, che e' si fa per consuetudine e non per leggie: che se io mi voglio arristiare accettarlo per farlo fare a altri, che io m'arristi, ma che io potrei essere tanburato[151] e averne noia. Però a me parrebbe di rifiutarlo, non tanto per questo, quant'e' per conto della peste che mi pare che la vadi tutta via di male in peggio, e non vorrei che a stanza di quaranta ducati tu mettessi a pericolo la vita tua. Io t'aiuterò di quello che io potrò. Rispondimi presto quello che ti pare che io facci, perchè domani bisognia che io sia resoluto, acciò possino rifare un altro, se rifiuto.
MICHELAGNIOLO in Firenze.
Non toccare le lettere che io ti mando con mano.
[149] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 722.
[150] Cancelliere dell'ufficio delle Tratte.
[151] Dicevasi _tamburare_, l'accusare segretamente un cittadino con denunzia scritta e messa dentro una cassetta, chiamata _tamburo_, appiccata presso la porta d'un ufficiale.
FINE DELLE LETTERE A BUONARROTO.
A GIOVAN SIMONE SUO FRATELLO
DAL 1507 AL 1546.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Bologna, 20 d'aprile (1507).
CXXIV.
_A Giovan Simone di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._
Giovan Simone. — Io non ò fatto risposta a una tua, ricievuta già più giorni sono, per non avere avuto tempo. Ora t'aviso per questa, come la cosa mia[152] di qua va bene infino a ora, e così spero àrà buon fine; che a Dio piaccia: e quando così sia, ciò è che io esca a bene di questa cosa, io verrò súbito, overo tornerò di costà, e farò tanto, quanto ò promesso di fare a tutti voi, ciò è d'aiutarvi con quello che io ò, in quel modo che voi vorrete e che vorrà nostro padre. Però sta' di buona voglia e attendi a bottega, come o quanto puoi, perchè spero presto farete bottega da voi e del vostro: e se intenderete dell'arte e saperrete fare, vi gioverà assai. Però attendi con amore.
Tu mi scrivi d'un certo medico tuo amico, il quale t'à ditto che la morìa è un cattivo male e che e' se ne muore. Ò caro averlo inteso, perchè qua n'è assai, e non si sono acorti ancora questi bologniesi che e' se ne muoia. Però sarebe buono e' venissi di qua, che forse lo darebe loro ad intendere colla sperienza: la qual cosa a loro gioverebbe assai. Non ò da dirti altro. Io sono sano e sto bene, e spero presto essere di costà. A dì venti d'aprile.
Non avevo più carta.
MICHELAGNIOLO in Bolognia.
[152] Cioè il lavoro della figura di bronzo di papa Giulio.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Bologna, 28 d'aprile (1507).
CXXV.
_A Giovan Simone di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data in bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa._
Giovan Simone. — Io risposi a una tua lettera già più giorni sono. Credo l'abi avuta e inteso l'animo mio: e se non l'avessi avuta, per questa intenderai quel medesimo che per quella ti scrivevo.
Io credo che Buonarroto t'abbi raguagliato qual sia l'animo mio, e così è certo; e súbito che io sarò costà, sé a Dio piace, io sono per farvi fare o da voi o a compagnia, come vorrete voi, in quel modo che più sicuro ci parrà. Però sta di buona voglia e credi afermativo quello che io ti dico. Non ò tempo da scrivere; però scriverrò più pienamente un'altra volta. Io sto bene, e ò finita la mia figura di cera: di questa settimana che viene comincerò a fare la forma di sopra, e credo che in venti o venticinque dì la sarà fatta: dipoi darò ordine da gittarla, e se vien bene, in fra poco tempo sarò costà.
A dì ventiotto d'aprile.
MICHELAGNIOLO in Bolognia.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Bologna, 2 di maggio (1507).
CXXVI.
_A Giovan Simone di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella bottega di Lorenzo Strozzi, Arte di lana, in Porta Rossa. Firenze._
Giovan Simone. — Io ebbi più giorni fa una tua lettera, della quale ebi piacere assai. Dipoi t'ò scritto dua lettere: e per la buona fortuna che io soglio avere nell'altre, similmente la credo avere avuta ancora in queste, ciò è che tu non l'abbi avute.
Io t'aviso come e' non passeranno dua mesi che io sarò costà: che a Dio piaccia; e quello che io v'ò promesso a Buonarroto e a te, quello son disposto di fare. Io non ti scrivo particularmente l'animo mio, nè quanto è il mio desiderio d'aiutarvi; perchè non voglio che altri sappi e' fatti nostri: ma sta' di buona voglia, perchè gli è aparechiata per te maggiore, overo miglior cosa che tu non pensi. Non ò da dirti altro intorno a questo. Sappi come qua s'afoga nelle coraze, e è già con oggi quatro giorni, che la terra è istata tutta in arme e in gran romore e pericolo, e massimo per la parte della Chiesa; e questo è stato per conto de' fuoriusciti,[153] cioè de' Bentivogli, e' quali ànno fatto pruova di rientrare con gran moltitudine di giente; ma l'animo grande e la prudenzia della signoria del Legato, col suo gran provedimento che à fatto, credo che a questa ora abbi liberata da loro un'altra volta la Terra; perchè a ventitrè ore stasera c'è nuove del campo loro, che e' si tornavono adietro con poco loro onore. Non altro. Priega Idio per me, e vivi lieto, perchè tosto sarò di costà.
A dì dua di maggio.
MICHELAGNIOLO in Bolognia.
[153] Annibale Bentivogli, raccolti nel Ducato di Milano seicento fanti, aveva in que' giorni tentato di rientrare in Bologna; ma Francesco Alidosi, detto il Cardinal di Pavia, che vi era legato per la Chiesa, col far tagliare la testa ad alcuni cittadini che tenevano pratica co' Fuorusciti, aveva fatto cadere d'animo i Bentivogli e i loro partigiani, e così quietato la città.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, ( di luglio 1508).[154]
CXXVII.
_A Giovan Simone di Lodovico Buonarroti in Firenze._
Giovan Simone. — E' si dice che chi fa bene al buono, el fa diventare migliore, e al tristo, diventa peggiore. Io ò provato già più anni sono con buone parole e con fatti di ridurti al viver bene e in pace con tuo padre e con noi altri: e tu pèggiori tuttavia. Io non ti dico che tu sia tristo; ma tu se'i' modo, che tu non mi piaci più nè a me nè agli altri. Io ti potrei fare un lungo discorso intorno a' casi tua, ma le sarebon parole, come l'altre che t'ò già fatte. Io per abreviare, ti so dire per cosa cierta, che tu non ài nulla al mondo, e le spese e la tornata di casa ti do io e òtti dato da qualche tempo in qua per l'amor de Dio, credendo che tu fussi mio fratello, come gli altri. Ora io son certo che tu non se' mio fratello; perchè se tu fussi, tu non minacceresti mio padre; anzi se' una bestia: e io come bestia ti tratterò. Sappi che chi vede minacciare o dare al padre suo, è tenuto a mettervi la vita: e basta. Io ti dico che tu non ài nulla al mondo: e com'io sento u' minimo che de' casi tua, io verrò per le poste insino costà e mosterrotti l'error tuo e insegnierotti straziar la roba tua, e ficar fuoco nelle case e ne' poderi che tu (non) à' guadagniati tu: tu non se' dove tu credi. Se io vengo costà, io ti mostrerrò cosa che tu ne piangierai a cald'ochi e conoscierai in su quel che tu fondi la tua superbia.
Io t'ò a dir questo ancor di nuovo; che se tu vòi attendere a far bene e a onorare e riverir tuo padre, che io t'aiuterò come gli altri e faròvi infra poco tempo fare una buona bottega. Quando tu non facci così, io sarò costà e aconcierò e' casi tua i' modo, che tu conoscierai ciò che tu se', meglio che tu conosciessi mai, e saperai ciò che tu ài al mondo e vedra'lo in ogni luogo dove tu anderai. Non altro. Dov'io manco di parole, superirò co' fatti.
MICHELAGNIOLO in Roma.
Io non posso fare che io non ti scriva ancora dua versi; e questo è, che io son ito da dodici anni in qua tapinando per tutta Italia; sopportato ogni vergognia; patito ogni stento; lacerato il corpo mio in ogni fatica; messa la vita propria a mille pericoli, solo per aiutar la casa mia; e ora che io ò cominciato a rilevarla un poco, tu solo voglia esser quello che scompigli e rovini in una ora quel che i' ò fatto in tanti anni e con tante fatiche; al corpo di Cristo che non sarà vero! che io sono per iscompigliare diecimila tua pari, quando e' bisognierà. Or sia savio, e non tentare chi à altra passione.
[154] La lettera è degli ultimi di luglio o de' primi d'agosto 1508. Vedi quella che scrive Michelangelo a Lodovico suo padre che è la VII, dove si parla appunto dei cattivi portamenti di Giansimone e de' disordini fatti da lui in casa, e delle minacce contro suo padre.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, ( d'aprile 1532).[155]
CXXVIII.
_A Giovan Simone Buonaroti in Firenze._
Giovan Simone. — E' mi bisognia stamani andare insino a Roma per cosa che m'importa assai; però io ti mando quattro ducati per mona Margerita, acciò che tu ti possa aiutare, e quando àrai di bisognio, mentre che io non ci sono, farmelo scrivere: e io t'aiuterò sempre dovunche io sarò. Non ti posso venire a vedere, perchè non ò tempo. Prega Iddio per me e sta' lieto il più che puoi.
MICHELAGNIOLO a San Lorenzo.
[155] La presente lettera, mancante al solito di data, si crede scritta ne' primi giorni d'aprile del 1532, supponendo che l'andata di Michelangelo a Roma fosse per trattare, cogli agenti del Duca d'Urbino, la faccenda della sepoltura di papa Giulio. Ed infatti a' 29 di quel mese ed anno fu stipulato nuovo contratto, col quale Michelangelo, tra gli altri patti, si obbligò a fare di sua mano sei statue, e a dare finito tutto il lavoro nello spazio di tre anni.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, (1533).
CXXIX.
_A Giovan Simone Buonarroti a Settignano._
Giovan Simone. — Mona Margerita non l'à intesa bene: parlando l'altra mattina di te e di Gismondo, presente ser Giovan Francesco,[156] io dissi, che avevo fatto per tutti voi sempre più che per me medesimo e patiti molti disagi, perchè non ne patissi voi, e che voi non avevi mai fatto altro che dir male di per tutto Firenze. Questo è ciò che io dissi: e così non fussi vero in vostro servigio! che vi siate fatti tenere bestie. Dello star costì, io ò caro che tu vi stia e pigli le tua comodità e attenda a guarire; che io di quel ch'io potrò, non vi mancherò mai, perchè guardo al debito mio e non alle vostre parole. Àrei ben caro che tu vi conducessi da dormire, acciò che mona Margerita vi potessi stare anch'ella: e perchè mio padre alla morte me la racomandò, non la abandonerò mai.
MICHELAGNIOLO in Firenze.
[156] Fattucci, cappellano di Santa Maria del Fiore, ed amicissimo di Michelangelo.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, (1533).
CXXX.[157]
Giovan Simone. — Io ò per le mani un giovane per la Ceca,[158] il quale è de Sachetti e à nome Benedetto, e à uno fratello che à per moglie una de' Medici, e un altro che è prigione nella cittadella di Pisa, un altro n'ebbe che ebbe nome Albizo che morì a Roma. Se gli conosci, àrei caro inanzi facessi altro, sapere quello che te ne pare; e puoi mandarmelo a dire per mona Margerita, e non ne parlare con altri.
MICHELAGNIOLO in San Lorenzo.
[157] Manca l'indirizzo.
[158] Sua nipote, e figliuola di Buonarroto.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 7 d'agosto 1540.
CXXXI.[159]
Giovan Simone. — Io ò conto stamani adì sette d'agosto 1540 a Bartolomeo Angelini scudi secento cinquanta d'oro in oro, e' quali gli rimetta costà a Bonifazio Fazi per riscuotere il podere di Pazzolatica; però come l'avete fatto intendere a Michele,[160] e che Bonifazio gli abbi detto avere da pagarli settecento ducati di sette lire l'uno, ogni volta che dia sodo recipiente, súbito potete entrare in sul podere. Però tu e 'l prete potete andare a parlare a Bonifazio e vi dirà quello che occorre.
Ancora ti fo intendere, come poi che io sono a Roma, ò mandato costà circa due mila ducati con questi ultimi, e tutti quant'io n'ò mandati, sempre inanzi gli ò dati di contanti a Bartolomeo Angelini; e perchè io non tengo scrittura di cosa nessuna, e perchè noi siàn mortali e vien gente nuova, vorrei per bene di chi resta di noi, che sempre si potesse vedere che detti danari sono usciti da me. Però vorrei, se è cosa lecita, parlarne con Bonifazio, a chi gli ò sempre fatti rimettere, che gli conci in modo, che sempre si vegga che sono usciti da me. Altro non ò che dire circa questo. Abiate riguardo a mona Margerita e ditegli, che se si rià questi dua poderi, che la potrà tenere una serva, come gli scrissi.
MICHELAGNIOLO in Roma.
[159] Anche in questa, come nella precedente, manca l'indirizzo.
[160] Michele di Niccolò Guicciardini, marito fino dal 1537 della Francesca sua nipote.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, (6 di dicembre 1544).
CXXXII.
_A Giovan Simone e Gismondo._
Io ò pensato più tempo fa di porre in sur una arte di lana a Lionardo a poco a poco per insino a mille scudi, portandosi lui bene; con questa condizione, che senza vostra licenzia non gli possa levare nè farne altro; e ò ordine di cominciare tal cosa con dugento scudi, e' quali farò pagare ora costà, se mi rispondete che io lo facci; e quando vi paia che io lo facci, vi bisognia aver cura che e' non si mettino in luogo di pericolo, perchè io non gli ò trovati per la strada. Rispondete quello che vi pare da fare: vo' potete meglio di me conoscere e vedere i portamenti di Lionardo, e se è da impacciarsene.
MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, (1547).
CXXXIII.
_A Giovan Simone di Lodovico Buonarroti in Firenze._