Le lettere di Michelangelo Buonarroti

Part 4

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Carissimo padre. Io ò ricevuto dua vostre d'un medesimo tenore e ò inteso el tutto, ciò è dello Spedalingo e di Raffaello sensale.[39] Io non so che mi vi dire, perchè chi non vede coll'ochio, può ma' gudicare. Però fate quello che pare a voi e quello che voi farete, sarà ben fatto: solo vi ricordo che abbiate cura grandissima al sodo, perchè questi non son tempi da perdere; che quand'e' ciò avenissi, non credo trovassi più via da rifarmi: e se voi non vedete cosa a vostro modo, abbiate pazienzia, poi che noi siàno stati tanto, ancora si può stare dua o tre mesi. No' v'ò da dire altro. Pregate Idio che le cose mia vadino bene.

Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.

[39] Raffaello di Giorgio Ubaldini da Gagliano, parente di Lodovico Buonarroti.

MUSEO BRITANNICO. Di Roma, (di maggio 1512).

XXXIV.

_A Lodovico di Lionardo di Buonarrota Simoni in Firenze._

Carissimo padre. Io ò inteso per l'ultima vostra del podere che avete avuto da Santa Maria Nuova, e come è cosa buona:[40] ond'io n'ò avuto piacere grandissimo; e benchè e' costi assai, credo che voi abbiate visto che e' sia cosa che vaglia; e quando fussi sopra pagato cento ducati, avendo el sodo che à, non è cara. Io ringrazio Idio che io sono fuora di questa faccienda. Ora me ne resta sola un'altra; e questa è di fare fare una bottega a cotestoro; chè non penso a altro el dì e la notte. Dipoi mi parrà avere sodisfatto a quello che sono ubrigato; e se mi resterà più da vivere, mi vorrò vivere in pace.

Giovanni da Ricasoli m'à scritto una lettera, alla quale non ò tempo da rispondere. Pregovi facciate mia scusa. Questo altro sabato gli risponderò. Non altro.

Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.

[40] Michelangelo comprò dallo Spedale di Santa Maria Nuova un campo che era di Piero Strozzi, di staia otto, posto nel popolo di Santo Stefano in Pane, luogo detto Stradella, con strumento del 20 maggio 1512, rogato da ser Giovanni da Romena; e pe' rogiti dello stesso notaio, sotto dì 28 del detto mese ed anno, comprò dal medesimo Spedale un podere con casa da signore e da lavoratore posto nel detto popolo, luogo detto la Loggia.

MUSEO BRITANNICO. Di Roma, (1512).

XXXV.

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._

Carissimo padre. Io vi scrissi di fare quello avevo promesso a cotestoro, e non me ne pento, anzi n'ò più voglia che non hanno loro; ma crediate a me, che e' non è tempo. Voi troverrete assai che vi consiglieranno, ma fidatevi di pochi. A me pare avendo aspettato tanto, che noi lasciàno a ogni modo passare tre mesi. Questa non è sì gran cosa che non si possa fare; e se voi vedessi che e' danari portassino pericolo o stessino male dove stanno, avisatemi. Non altro. Non ò da scrivervi per ora altrimenti.

Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.

MUSEO BRITANNICO. Di Roma, (dell'ottobre 1512).

XXXVI.

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._

Carissimo padre. Intendo per l'ultima vostra, come io mi guardi di non tenere[41] danari in casa e di none portare addosso, e ancora come costà è stato detto che io ò sparlato contra a' Medici.

De' danari, quegli che io ò, gli tengo nel banco di Balduccio e non tengo in casa nè adosso se non quegli che io ò di bisognio dì per dì. Del caso de' Medici, io non ò mai parlato contra di loro cosa nessuna, se non in quel modo che s'è parlato generalmente per ogn'uomo, come fu del caso di Prato;[42] che se le pietre avessin saputo parlare, n'àrebbono parlato. Dipoi molte altre cose s'è dette qua, che udendole dire, ò detto: s'egli è vero che faccino così, e' fanno male: non già che io l'abi credute: e Dio il voglia che le non sieno. Ancora da un mese in qua qualcuno che mi si mostra amico, m'à ditto di molto male de' casi loro: che io gli ò ripresi e ditto che e' fanno male a parlare così, e che non me ne parli più. Però io vorrei che Buonarroto vedessi sottilmente d'intendere donde colui à inteso che io abbi sparlato de' Medici, per vedere se io posso trovare donde la viene; e se la viene da qualcuno di quegli che mi si mostrono amici, acciò che io me ne possa guardare. Non v'ò da dire altro. Io non fo ancora niente, e aspetto che el Papa mi dica quello che io abbia a fare.

Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.

[41] Nell'autografo: _tere_.

[42] Allude al miserando sacco di Prato, dove entrarono gl'Imperiali, mossi per rimettere i Medici in Firenze, il 29 di agosto del 1512, e vi stettero fino al 19 settembre seguente. Di questo sacco si legge in tutte le storie del tempo.

MUSEO BRITANNICO. Di Roma, (dell'ottobre 1512).

XXXVII.

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._

Carissimo padre. Per l'ultima vostra ò inteso come vanno le cose costà, benchè prima ne sapevo parte. Bisognia avere pazienzia e racomandarsi a Dio, e ravedersi degli errori; chè queste aversità non vengono per altro, e massimamente per la superbia e ingratitudine: che mai praticai gente più ingrate nè più superbe che e' fiorentini. Però se la iustizia viene, è ben ragione. De' sessanta ducati che voi mi dite avere a pagare, mi pare cosa disonesta e ònne avuto gran passione: pure bisognia avere pazienzia tanto quanto piacerà a Dio. Io scriverrò dua versi a Giuliano de' Medici, e' quali saranno in questa: leggietegli, e se e' vi piace di portargniene, portategniene: e vedrete se gioverranno niente. Se non gioveranno, pensate se si può vendere ciò che noi abbiàno: e andrèno a abitare altrove. Ancora quando vedessi che e' fussi fatto peggio a voi che agli altri, fate forza di non pagare e lasciatevi più presto tôrre ciò che voi avete: e avisatemi. Ma quando faccino agli altri nostri pari, come a voi, abiate pazienzia e sperate in Dio. Voi mi dite avere provisto a trenta ducati: pigliate altri trenta de' mia, e mandatemi el resto qua. Portategli a Bonifazio Fazi, che me gli facci pagare qua da Giovanni Balducci, e fatevi fare da Bonifazio una poliza della ricievuta de' detti danari e mettetela nella lettera vostra quando mi scrivete. Attendete a vivere; e se voi non potete avere degli onori della terra come gli altri cittadini, bastivi avere del pane e vivete ben con Cristo e poveramente come fo io qua; che vivo meschinamente e non curo nè della vita nè dello onore, ciò è del mondo, e vivo con grandissime fatiche e con mille sospetti. E già sono stato così circa di quindici anni che mai ebbi un'ora di bene e tutto ò fatto per aiutarvi, nè mai l'avete conosciuto, nè creduto. Idio ci perdoni a tutti. Io sono parato di fare ancora il simile i' mentre che io vivo, pur che io possa.

Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.

MUSEO BRITANNICO. Di Roma, (dell'ottobre 1512).

XXXVIII.

_A Lodovico di Lionardo di Buonarrota Simoni in Firenze._

Carissimo padre. Intendo per l'ultima vostra come siate ribenedetti: che n'ò avuto piacere assai. Ancora intendo come lo Spedalingo vi dà speranza e come vi pare d'aspettare: e così pare a me: perchè non è da fidarsi comperare da altri; e non credo, lui avendo più volte rafermo darvi qualche cosa, che e' vi strazi: però è buono aspettare. Giovanni da Ricasoli mi richiede d'una certa cosa che io non la voglio fare: e non ò tempo stasera da scrivergli: però vi prego diciate a Buonarroto facci mia scusa seco, e dicagli non stia a mia bada: lui intenderà. Ancora vi prego mi facciate un servizio; e questo è, che gli è costà un garzone spagnuolo che à nome Alonso[43] che è pittore, el quale comprendo che sia amalato: e perchè un suo o parente o amico spagnuolo che è qua, vorrebbe sapere come gli stà; m'à pregato che io deba scriver costà a qualche mio amico e far d'intenderlo e avisarlo. Però vi prego, o voi o Buonarroto, intendessi un poco dal Granaccio che lo conoscie, come gli stà, e avisassimi di cosa certa, acciò che paia che io abbia voluto servire costui. Non altro.

Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.

[43] Forse costui è quell'Alonso Berrugnete, o Berughetta, come lo chiamavano gl'Italiani, pittore, scultore ed architetto celebre, nato nel 1480. Essendo in Firenze, fece una copia del cartone di Michelangelo, e tirò innanzi, ma non finì del tutto, una tavola cominciata da Filippino Lippi per l'altare maggiore della chiesa di San Girolamo alla Costa di San Giorgio.

MUSEO BRITANNICO. Di Firenze, (1516).

XXXIX.

_A Lodovico a Settigniano._

Carissimo padre. Io mi maravigliai molto de' casi vostri l'altro dì, quando non vi trovai in casa; e adesso sentendo che voi vi dolete di me, e dite che io v'ò cacciato via, mi maraviglio più assai; perchè io so certo che mai dal dì che io nacqui per insino adesso, fu nell'animo mio di far cosa nè picola nè grande che fussi contra di voi, e sempre tutte le fatiche che io ho soportate, l'ò soportate per vostro amore: e poi che io sono tornato da Roma in Firenze, sapete che io l'ò sempre presa per voi, e sapete che io v'ò rafermo ciò che io ò; e' non è però molti dì quando voi avevi male, che io vi dissi e promessi di non vi mancar mai con tutte le mia forze i' mentre che io vivo, e così vi rafermo. Ora mi maraviglio che voi abiate sì presto dimenticato ogni cosa. Voi m'avete pure sperimentato già trenta anni, voi e' vostri figliuoli, e sapete che io ò sempre pensato e fattovi, quand'io ò potuto, del bene. Come andate voi dicendo che io v'ò cacciato via? Non vedete voi fama che voi mi date, che e' si dica che io v'ò cacciato via? Non mi manca altro, oltra gli afanni che ò dell'altre cose, e tutti gli ò per vostro amore! Voi me ne rendete buon merito! Ora sia la cosa come si vuole: io voglio darmi ad intendere d'avervi fatto sempre vergognia e danno; e così come se io l'avessi fatto, io vi chieggo perdonanza. Fate conto di perdonare a un vostro figliuolo che sia sempre vissuto male e che v'abi fatti tutti e' mali che si possono fare in questo mondo: e così di nuovo vi prego che voi mi perdoniate, come a un tristo che io sono, e non vogliate darmi costassù questa fama che io v'abbi cacciato via, perchè la m'importa più che voi non credete: io son pur vostro figliuolo!

L'aportatore di questa sarà Rafaello da Gagliano. Io vi prego per l'amore di Dio e non per mio, che voi vegniate insino a Firenze, perchè ò andar via, e òvi a dire cosa che importa assai e non posso venire costassù. E perchè io ò inteso di Pietro[44] che sta meco, per le sua parole propie certe cose che non mi piacciono, io lo mando stamani a Pistoia e non tornerà più dove me, perchè io non voglio che e' sia la rovina di casa nostra: e voi tutti che sapevi che io non sapevo e' sua portamenti, dovevi più tempo fà avisarmi e non sarebe nato tanto scandolo.

Io son sollecitato d'andar via, e non son per partirmi se io non vi parlo e non vi lascio qui in casa. Io vi prego che voi lasciate andar tutte le passione, e che voi vegniate.

Vostro MICHELAGNIOLO in Firenze.

[44] Pietro d'Urbano da Pistoia, garzone di Michelangelo.

MUSEO BRITANNICO. Di Carrara, (dopo il 20 di settembre 1516).

XL.

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._

Carissimo padre. A questi dì ò avuto per un fratello del Zara[45] una lettera di Gismondo, per la quale ò inteso come siate tutti sani, salvo che Buonarroto che à pure esso male della gamba. N'ò avuto passione, perchè dubito con medicine non se la guasti: e come io dissi a lui, non farei altro che tenerla calda e riguardarsi e lasciar fare alla natura.

Delle cose mia di qua per ancora non ò fatto niente. Ò messo a cavare in molti luogi e spero, se sta buon tempo, infra dua mesi avere a ordine tutti e mia marmi. Dipoi piglierò partito di lavorargli o qua, o a Pisa, o io me n'anderò a Roma. Qua sarei stato volentieri a lavorargli, ma mi è stato fatto qualche dispiacere; i' modo che io ci sto con sospetto. Non altro. Attendete a stare in pace, che io ò speranza che le cose anderanno bene. Una lettera che sarà in questa, vi prego la suggiellate e fatela dare a Stefano sellaio che la mandi a Roma.

Vostro MICHELAGNIOLO in Carrara.

[45] Lo Zara da Settignano si chiamava per proprio nome Domenico, e noi crediamo che egli sia Domenico di Sandro di Bartolo Fancelli, valente scultore, il quale nacque nel 1469, e morì in Saragozza di Spagna nel 1519, dopo aver fatto il suo testamento rogato a' 19 d'aprile del detto anno da ser Michele da Villanuova, notaio spagnuolo. Domenico è l'autore del superbo monumento sepolcrale inalzato nella chiesa di San Tommaso de' Domenicani d'Avila al principe Giovanni, figliuolo unico del re Ferdinando il Cattolico. Ebbe commissione nel 15 di luglio 1518 di scolpire pel prezzo di 2100 ducati d'oro un altro monumento non meno magnifico pel cardinale Ximenes, arcivescovo di Toledo. Ma egli appena aveva cominciato a farne il disegno, che se ne morì, e quel lavoro fu allogato al celebre Bartolommeo Ordognez, scultore spagnuolo, il quale non potè condurlo a fine, essendosi infermato a Carrara, e quivi morto a' 10 dicembre del 1520. Fratello di Domenico Fancelli fu Giovanni parimente scultore che aiutò ne' detti lavori Domenico e l'Ordognez, e morì nell'aprile del 1522, lasciando erede Sandro suo figliuolo che seguitò l'arte del padre e dello zio. (Vedi Andrei canonico Pietro: _Sopra Domenico Fancelli e Bartolomeo Ordognez Spagnuolo_, ec. _Memorie estratte da documenti inediti_. Massa, tip. Frediani, 1871, in-8º; e Campori Giuseppe: _Memorie biografiche degli Scultori, Architetti, Pittori_, ec., _nativi di Carrara e di altri luoghi della provincia di Massa_, ec. Modena, Vincenzi, 1873, in-8º.)

MUSEO BRITANNICO. Di Carrara, (1517).

XLI.

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._

Carissimo padre. Io mando costà Piero che sta meco, pel mulo. Prego gniene diate, e come torna qua con esso, me ne verrò costà a starmi tutto agosto per fare el modello di San Lorenzo,[46] e mandarlo a Roma, come ho promesso. Non altro.

Vostro MICHELAGNIOLO in Carrara.

[46] Michelangelo aveva dato a fare a Baccio d'Agnolo il modello di legname, secondo il suo disegno, della facciata di S. Lorenzo. Ma essendo quel lavoro riuscito, come dice lo stesso Michelangelo, _una cosa da fanciulli_, egli ne fece uno di terra, e per mezzo di Pietro d'Urbano suo garzone lo mandò a Roma al Papa e al Cardinale de' Medici gli ultimi di dicembre del 1517.

MUSEO BRITANNICO. Di Carrara, di luglio 1517.

XLII.

_A Lodovico Buonarroti in Firenze._

Carissimo padre. I' ò ricevuto per maestro Andrea[47] una vostra lettera, per la quale intendo come avete avuto un poco di male: e 'l simile di Buonarroto. N'ò avuto passione: pure bisognia aver pazienzia. Riguardatevi più che potete. Io ò mandato costà Pietro che sta meco, pel mulo, perchè mi voglio partire di qua. Però vi prego gniene diate. Non altro. Delle cose mia fo el meglio che io posso. Infra venti dì spero esser costà.

Vostro MICHELAGNIOLO in Carrara.

[47] Ferrucci, scultore da Fiesole, il quale a' 12 di luglio era partito da Firenze e andato a Carrara per intendere da Michelangelo i particolari dei fondamenti da farsi alla facciata di San Lorenzo.

MUSEO BRITANNICO. Di Firenze, (di giugno 1523).

XLIII.

_A Lodovico Buonarroti a Settigniano._

Reverendissimo padre. I' ò stamani per una vostra una buona nuova, e questo è che e' mi pare che voi non vi contentiate del contratto[48] che s'è fatto a questi dì tra noi. Io me ne contento molto manco, e priegovi che voi acordiate questi altri, che io son sempre parato a disfarlo, perchè io non ò el modo a pagare e' danari a Gismondo e non àrei aconsentito a tal contratto, se voi non mi avessi promesso d'aiutargli pagare. Però sanza andare a ufficiali, venite a posta vostra, che voi mi fate un gran piacere, e cavatemi d'un grande alberinto; e non bisognierà che voi andiate a altro ufficiale, perchè i' ò più bisognio di danari che di vostri poderi. Non vi rispondo alle altre cose, se non che voi facciate tanto quant'e' ben vi viene.

Vostro MICHELAGNIOLO in Firenze.

Io vi mando Mon'Agniola a posta, per non avere altri, acciò che voi sapiate presto che a me torna un gran danno questo contratto; e sapete che io non lo potevo fare, ma fècilo per farvi bene: se non vi torna bene, io vi prego che e' si disfaccia, perchè i' ò bisognio de' mia danari, come è detto.

[48] Nel contratto tra Michelangelo e Gismondo suo fratello, rogato da ser Niccolò Parenti sotto dì 16 di giugno 1523, per cagione della parte che spettava a Gismondo ed agli altri suoi fratelli sopra l'eredità della loro madre; Michelangelo si obbligò di pagare dentro due anni al detto Gismondo 500 fiorini d'oro in oro larghi, i quali poi sborsò a' 5 di maggio del 1525.

MUSEO BRITANNICO. Di Firenze, (del giugno 1523).[49]

XLIV.

_A Lodovico Buonarroti a Settigniano._

Lodovico. Io non rispondo a la vostra, se non a quelle cose che mi paiono necessarie; dell'altre io me ne' fo' beffe. Voi dite che non potete riscuotere le vostre page del Monte, perchè io ò fatto dire el Monte in me. Questo non è vero, e bisognia che a questo io vi risponda, perchè voi sappiate che voi siate ingannato da chi voi vi fidate, che l'à forse riscosse e aoperatosele, e a voi fa intender questo per sua comodità. Io non ò fatto dire el Monte in me, nè lo potrei fare, quando volessi; ma è ben vero che presente Rafaello da Gagliano, el notaio mi disse: io non vorrei ch'e' tua frategli facessero qualche contratto di questo Monte, che doppo la morte di tuo padre tu non ce lo trovassi: e menommi al Monte e fecemi spendere quindici grossoni e fecevi porre una condizione che nessuno lo potessi vendere i' mentre che voi vivevi: e voi ne siate usofruttuario mentre che voi vivete, come dice el contratto che voi sapete.

Io v'ò chiarito del contratto, ciò è di disfarlo a posta vostra, poi che voi non ve ne contentate. Io v'ò chiarito del Monte e potetelo vedere a posta vostra; io ò fatto e disfatto sempre come voi avete voluto: io non so più quello che voi volete da me. Se io vi dò noia a vivere, voi avete trovato la via di ripararvi, e rederete quella chiave del tesoro che voi dite che io ò; e farete bene: perchè e' si sa per tutto Firenze come voi eri un gran rico e come io v'ò sempre rubato, e merito la punizione: saretene molto lodato! Gridate e dite di me quello che voi volete, ma non mi scrivete più, perchè voi non mi lasciate lavorare: che a me bisognia ancora scontare ciò che voi avete avuto da me da venticinque anni in qua. Io non ve lo vorrei dire: non posso fare che io non ve lo dica. Abbiatevi cura e guardatevi da chi voi v'avete a guardare; chè e' non si muore più d'una volta, e non ci si ritorna a raconciar le cose malfatte. Avete indugiato alla morte a fare simil cose! Idio v'aiuti.

MICHELAGNIOLO.

[49] La lettera, secondo il solito di Michelangelo, non ha nota nè di luogo nè di tempo: pure si può stabilire essere stata scritta nel giugno del 1523, perchè il contratto o lodo, di cui qui si ragiona, fu rogato a' 16 del detto mese da ser Niccolò di Antonio Parenti, come si rileva dal Libro del Monte segnato C. 2, N. 976, dell'anno 1514, dove sotto il 22 di giugno 1523 fu posta condizione a' fiorini 312, 10 larghi della dote della Lucrezia di Antonio da Gagliano, moglie di Lodovico Buonarroti, che non si potesse fare contratto di detta somma senza licenza di detto Michelangelo, il quale dopo la morte di Lodovico potesse di tal credito e posta fare in ogni tempo la sua volontà.

MUSEO BRITANNICO. Di Firenze, (del giugno 1523).

XLV.

[50]Lodovico! A quelle cose che la ragione vuole che io vi risponda, io vi rispondo: dell'altre io me ne fo beffe. Voi dite che io ò fatto dire el Monte i' me e che voi non potete avere le vostre page. El Monte, non è vero che io l'abbi fatto dire in me, nè potrei senza voi farlo, e le page vostre io non ve le posso impedire. Sì che andate per esse, e vedrete che io dico el vero. È ben vero che 'l Monte non lo potete vendere, perchè l'avete venduto a me. L'altre cose fatele come voi dite, perchè e' si sa per tutto Firenze che voi eri rico e che io v'ò sempre rubato, e merito la punizione.

[50] Questo non è altro che il principio un po' diverso della lettera precedente.

FINE DELLE LETTERE AL PADRE.

A BUONARROTO SUO FRATELLO

DAL 1497 AL 1527.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, del marzo 1497.

XLVI.

_Prudente giovane Buonarroto di Lodovico Bonarroti in Firenze._

A nome di Dio. A dì di marzo 1497.

Caro fratello; che così ti stimo etc. Da Michelagnolo tuo ò auto una lettera tua, della quale ne ò preso grandissimo conforto; masime intendendo de' casi di frate Jeronimo vostro sarafico, el quale fa dire di lui per tuto Roma, e dicesi ched è eretico marcio; tanto che bisognia che venga in ogni modo a profetezare un poco a Roma, e poi sarà calonizato; sichè istiàno di bona voglia tuti e' sua.

Fratello, io t'ò molto bene a mente, sichè sta' di buona voglia e atendi a imparare, come tu fai. Al Frizi[51] ò detto tuto e à inteso bene ogni cosa. Frate Mariano[52] dice di molto male del vostro Profeta. Non altro. Per quest'altra ti raguaglierò meglio, perchè adesso ò fretta. Non c'è nuove, se none ieri fu fatto 7 vescovi di cartagine,[53] e 5 ne fu impicati per la stroza. Racomandami a tutti voi, e massime a Lodovico mio padre, che così lo stimo; e quando tu scrivi qua, raccomandami a Michelangniolo. Non altro. Fatta al buio.[54]

Tuo PIERO in Roma.

[51] Federigo di Filippo scultore fiorentino, il quale poi racconciò la statua del Cristo risorto che è alla Minerva di Roma, fatta da Michelangelo, e stata guasta da Pietro da Pistoia suo scolare.

[52] Da Genazzano, generale degli Agostiniani.

[53] Intendi che furono condannati alla gogna, colla mitera di carta in capo.

[54] Questa lettera parla, come è chiaro, del Savonarola, ed è scritta, sebbene sia con carattere contraffatto ad arte, da Michelangelo, sotto il falso nome di Piero. Il dire _caro fratello, che così ti stimo_, _Racomandami a tutti voi e massime a Lodovico mio padre, che così lo stimo_, ci scopre quel che vorrebbe e non vorrebbe nascondere Michelangelo, cioè che egli stesso è colui che scrive.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, (del marzo 1497).

XLVII.

_Buonarroto di Lodovico Bonarroti in Firenze._

Sappi Bonarroto, come i' ò dati qua dua ducati a Baldassarre[55] che te gli facci dare costà da Francesco Strozi: sichè, come tu ài la lettera, va' e tròvalo, e lui te gli darà. Attendi a 'mparare, come io ti dissi.[56] Raguaglia Lodovico, come io ti dissi, e così consiglio. Non altro. Idio t'aiuti.

MICHELAGNIOLO in Roma.

[55] Balducci fiorentino, mercante in Roma.

[56] Vedi la lettera precedente scritta sotto nome di _Piero_, dove appunto è detto a Buonarroto che attenda ad imparare.

MUSEO BRITANNICO. Di Bologna, 19 di dicembre (1506).

XLVIII.[57]

_A Buonarroto di Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze. Data in bottega di Lorenzo Strozi, Arte di lana, in Porta Rossa._

Buonarroto. — Io ò ricevuto oggi questo di diciannove di dicembre una tua, per la quale mi raccomandi Pietro Orlandini[58] e che io lo serva di quello che lui mi domanda. Sappi che lui mi scrive che io gli facci fare una lama d'una daga e che io facci che la sia una cosa mirabile. Per tanto io non so com'io me lo potrò servire presto e bene: l'una si è, perchè e' non è mia professione; l'altra, perchè io non ò tempo da potervi attendere. Pure m'ingiegnierò infra uno mese che ei sia servito el meglio che io saperò.