Le lettere di Michelangelo Buonarroti
Part 29
Signor Duca. — Circa tre mesi sono, o poco meno ch'i' feci intendere a vostra Signoria, che io non potevo ancora lasciare la fabrica di Santo Pietro senza gran danno suo e senza grandissima mia vergognia; e che a volerla lasciare nel termine desiderato, non mancando le cose necessarie a quella, mi bisogniava non manco d'un anno di tempo ancora: e di darmi questo tempo, mi parve che vostra Signoria se ne contentassi. Ora ò una di nuovo pur di vostra Signoria, la quale mi sollecita al tornare più che io non aspettavo: ond'io n'ò passione e non poca, perchè sono in maggior fatica e fastidio circa le cose della fabrica ch'i' fussi mai; e questo è che nella vòlta della capella del Re di Francia, che è cosa artifiziosa e non usata, per esser vechio e non vi potere andare spesso, è natovi un certo errore, che mi bisognia disfare gran parte di quel che v'era fatto: e che cappella questa sia, ne può far testimonianzia Bastiano da Sangimigniano,[480] ch'è stato qua soprastante, e di quanta importanza ell'è a tutto il resto della fabrica. E corretta detta cappella, per tutta questa state credo si finirà; non mi resta a fare altro poi, che a lasciarci el modello[481] del tutto, com'io son pregato da ognuno e massimo da Carpi;[482] e poi tornarmi a Firenze con animo di riposarmi co' la morte, con la quale dì e notte cerco di domesticarmi, a ciò che la non mi tratti peggio che gli altri vechi.
Ora, per tornare al proposito, prego vostra Signoria mi conceda il tempo chiesto d'un anno ancora per conto della fabrica, come mi parve che per l'altra mia la si contentassi.
Minimo servo di vostra Signoria
MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.
[479] È inedita nel _Carteggio_ del duca Cosimo, Filza 460; ed è in risposta ad una del Duca dell'otto di maggio 1557, che si legge nel vol. II, pag. 418, del _Carteggio inedito d'Artisti_, ec., del Gaye.
[480] Malenotti.
[481] Questo modello di legname è nell'Archivio della Fabbrica di San Pietro.
[482] Il cardinale Rodolfo Pio da Carpi.
Di Roma, ( di maggio 1557).
CDLXXXII.
(_A Giorgio Vasari_).[483]
Messer Giorgio, amico caro. — Io chiamo Iddio in testimonio, come io fu' contra mia voglia con grandissima forza messo da papa Pagolo nella fabrica di Santo Pietro di Roma dieci anni sono; e se si fussi insino a oggi seguitato di lavorare in detta fabrica, come si faceva allora, io sarei ora a quello di detta fabrica, ch'io ò desiderato, per tornarmi costà: ma per mancamento di lavori, ella s'è molto allentata: e allentasi, quando ella è giunta in più faticosa e difficil parte: in modo che abbandonandola ora, non sarebbe altro che con grandissima vergognia perdere tutto il premio delle fatiche ch'io vi ò durate in detti X anni per l'amor di Dio. Io vi ò fatto questo discorso per risposta della vostra, e perchè ò una lettera del Duca che m'à fatto molto maravigliare, che sua Signoria si sia degnata a scrivere con tanta dolcezza. Ne ringrazio Iddio e sua Eccellenzia quanto so e posso. Io esco di proposito, perchè ò perduto la memoria e 'l cervello, e lo scrivere m'è di grande afanno, perchè non è mia arte. La conclusione è questa: di farvi intendere quello che segue dello abbandonare la sopradetta fabrica, e partirsi di qua. La prima cosa, contenterei parecchi ladri, e sarei cagione della sua rovina, e forse ancora del serrarsi per sempre;[484] l'altra ch'io ci ò qualche obrigo e una casa e altre cose, tanto che vagliono qualche migliaio di scudi, e partendomi senza licenzia, non so come andassino; l'altra ch'io son mal disposto della vita e di renella, pietra e fianco, come ànno tutti e' vechi; e maestro Eraldo[485] ne può far testimonianza, che ò la vita per lui. Però il tornar costà per ritornar qua, a me non ne basta l'animo; e 'l tornarvi per sempre, ci vuole qualche tempo per assettar qua le cose in modo ch'io non ci abbi più a pensare. Egli è ch'io parti' di costà, tanto che, quand'io giunsi qua, era ancor vivo papa Clemente, che in capo di duo dì morì poi.[486] Messer Giorgio, io mi raccomando a voi e pregovi mi raccomandiate al Duca, e che facciate per me[487] perchè a me non basta l'animo ora se non di morire, e ciò che vi scrivo dello stato mio qua è più che vero. La risposta ch'i' feci al Duca, la feci perchè mi fu detto ch'i' rispondessi, perchè non mi bastava l'animo a scrivere a sua Signoria e massimo sì presto; e se io mi sentivo da cavalcare, io venivo súbito costà e tornavo, che qua non si sarìa saputo.
MICHELAGNIOLO BUONARROTI.
[483] È in risposta ad una del Vasari dell'otto di maggio, che si legge nelle _Pittoriche,_ vol. I, pag. 6, ripetuta nel vol. VIII, pag. 45.
[484] Quel che segue non si legge nelle stampe passate.
[485] Realdo Colombo, medico celebre.
[486] Papa Clemente morì a' 25 di settembre 1534. Michelangelo dunque giunse in Roma a' 23 del detto mese. Ma certamente questa sua andata colà fu per pochi giorni, e anticipò di tre mesi l'ultima, la quale fu sul finire del dicembre di quell'anno medesimo, come per altri riscontri si può conoscere.
[487] Crede Michelangelo il Giovane che qui manchi una parola, forse _scusa_; ma pare che, anche senza questa, il discorso torni.
Di Roma, (17 d'agosto 1557).
CDLXXXIII.
(_A Giorgio Vasari_).
La cèntina segnata di rosso la prese il capomaestro in sul corpo di tutta la vôlta. Dipoi come si cominciò appressare al mezzo tondo, che è nel colmo di detta vôlta, s'accorse dell'errore che facea detta cèntina, come si vede qui nel disegno, che con una cèntina sola si governava, dove ànno a essere infinite, come son qui nel disegno le segnate di nero. Con questo errore è ita la vôlta tanto innanzi, che s'à disfare un gran numero di pietre, perchè in detta vôlta non ci va nulla di muro, ma tutto trevertino; e il diametro de' tondi senza la cornice che gli recigne è ventidue palmi. Questo errore, avendo il modello fatto appunto, com'io fo d'ogni cosa,[488] ma è stato per non vi potere andare spesso per la vechiezza: e dove io credetti che ora fussi finita detta vôlta, non sarà finita in tutto questo verno: e se si potesse morire di vergognia e dolore, io non sarei vivo. Pregovi raguagliate il Duca, perchè non sono ora a Firenze:[489] benchè più altre cose mi tengono che io non le posso scrivere.
Vostro MICHELAGNIOLO in Roma.
[488] Qui manca qualcosa, forse: _non si doveva mai pigliare_, o c'è di più la parola _ma_.
[489] Le parole che seguono non sono negli stampati.
Di Roma, (17) d'agosto 1557.
CDLXXXIV.
_A messer Giorgio Vasari in Firenze._
Messer Giorgio. — Perchè sia meglio inteso la difficultà della vôlta ch'io mandai disegnata, ve ne mando la pianta, che non la mandai allora, cioè detta vôlta, per osservare il nascimento suo insino di terra. È stato forza dividerle in tre vôlte, in luogo delle finestre da basso divise da pilastri, come vedete che vanno piramidati al mezzo tondo del colmo della vôlta, come fa il fondo e' lati della vôlta. Ancora e' bisognia governarle con un numero infinito di cèntine, e tanto fanno mutazione e per tanti versi di punto in punto, che non ci si può tener regola ferma; e' tondi e' quadri che vengono nel mezzo de' loro fondi, ànno a diminuire e acrescere per tanti versi e andare per tanti punti, che è difficil cosa a trovarne il modo vero. Nondimeno avendo il modello, com'io fo di tutte le cose, non si doveva mai pigliare sì grande errore di volere con una cèntina sola governare tutt'a tre que' gusci; onde n'è nato, ch'è bisogniato con vergognia e danno disfare: e disfassene ancora un gran numero di pietre. La vôlta e' conci e' vani è tutta di trevertino, come l'altre cose da basso: cosa non usata a Roma.
[490]Ringrazio quanto so e posso il Duca della sua carità, e Dio mi dia grazia ch'io possa servirlo di questa povera persona, ch'altro non c'è: la memoria e 'l cervello son iti a aspettarmi altrove.
D'agosto 1557.
Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.
[490] Quel che segue non è nelle stampe.
Di Roma, 28 di settembre 1558.
CDLXXXV.[491]
_A messer Giorgio Vasari, pittore singularissimo in Firenze._
Messer Giorgio, amico caro. — Circa la scala della Libreria, di che m'è stato tanto parlato, crediate che se io mi potessi ricordare come io l'avevo ordinata, che io non mi farei pregare. Mi torna bene nella mente come un sogno una certa scala, ma non credo che sia apunto quella che io pensai allora, perchè mi torna cosa goffa, pure la scriverò qui: cioè, che se voi togliessi una quantità di scatole aovate, di fondo di un palmo l'una, ma non d'una lunghezza e larghezza; e la maggiore prima ponessi in sul pavimento, lontana dal muro dalla porta tanto, quanto volete che la scala sia dolce o cruda; e un'altra ne mettessi sopra questa che fussi tanto minore per ogni verso, che in su la prima, di sotto avanzassi tanto piano quanto vuole il piè per salire, diminuendole e ritirandole verso la porta fra l'una e l'altra, sempre per salire; e che la diminuzione dell'ultimo grado sia quant'il vano della porta; e detta parte di scala aovata abbi come due alie, una di qua et una di là; che vi seguitino e' medesimi gradi, ma diritti e non aovati; questi pe' servi e 'l mezzo pel signore, dal mezzo in su di detta scala; le rivolte di dette alie ritornino al muro; dal mezzo in giù in sino in sul pavimento, si discostino con tutta la scala dal muro circa tre palmi, in modo che l'imbasamento del Ricetto non sia occupato in luogo nessuno e resti libera ogni faccia. Io scrivo cosa da ridere, ma so bene che messer Bartolomeo e voi troverete cosa al proposito.[492]
Del modello che mi scrivete, non sapete voi che non accadeva scriverne niente, ma súbito mandarlo ove piacessi al Duca? E non che il modello, ma volessi Iddio che qua si trovassi qualche cosa bella a mio modo, che io non guarderei in cosa nessuna per mandarla a sua Signoria. De le offerte grandissime, prego ne ringraziate sua Signoria. So bene che non le merito, ma pure ne fo capitale.[493]
Roma, 28 settembre 1558.
Vostro MICHELAGNIOLO in Roma.
[491] Stampata nelle _Pittoriche_, vol. I, pag. 4. Ma quivi la data è sbagliata, come nel Vasari.
[492] Quel che segue manca nelle stampe. Traggo questa aggiunta, come alcune correzioni nel corpo della lettera, da una copia contemporanea che è presso il cav. Giuseppe Palagi.
[493] Nonostante le spiegazioni da Michelangelo date al Vasari, ed il modelletto di terra mandato all'Ammannato, pure bisogna dire che la scala della Libreria di San Lorenzo, come oggi si vede, riuscì cosa alquanto lontana dal concetto e dalla intenzione del Buonarroti.
Di Roma ( di gennaio 1559).
CDLXXXVI.[494]
(_A messer Bartolommeo Ammannati in Firenze_).
Messer Bartolomeo. — Io vi scrissi com'io avevo fatto un modello piccolo di terra della scala della Libreria; ora ve lo mando in una scatola, e per esser cosa piccola non ho potuto fare se non l'invenzione, ricordandomi che quello che già vi ordinai, era isolato e non s'appoggiava se non alla porta della Libreria. Sommi ingegnato tenere il medesimo modo, e le scale che mettono in mezzo la principale, non vorrei ch'avessin nella stremità balaustri, come la principale, ma fra ogni due gradi un sedere, come è accennato dagli adornamenti. Base, cimase a que' zoccoli ed altre cornicie non bisogna che io ve ne parli, perchè siate valente, e essendo nel luogo, molto meglio vedrete il bisogno che non fo io. Della altezza e larghezza occupatene il luogo manco che potete col ristrigniere e allargare come a voi parrà.
Ò openione che quando detta scala si facesse di legname, cioè d'un bel noce, che starebbe meglio che di macigno e più a proposito a' banchi, al palco e alla porta.[495] Altro non m'acade. Son tutto vostro, vechio, cieco e sordo e mal d'acordo con le mani e con la persona.
Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.
[494] Da una copia già presso il cav. Bustelli.
[495] Pare che fino dal 1549 Michelangelo fosse stato richiesto circa la forma della scala della Libreria. In una lettera di Lelio Torelli a Pier Francesco Riccio, maggiordomo del duca Cosimo, scritta di Firenze il 20 gennaio 1549 (1550), si dice: _Io mando alla Signoria vostra una lettera di Michelangelo, ch'io m'havea proposto di ragionarli sopra la scala della Libreria di San Lorenzo; che havendo inteso che era così bella et nuova inventione, et che quella che hora si disegnava non riusciva, pensandomi che la Signoria vostra potesse cavar qualche costrutto di questa consideratione, mi feci dar questa lettera da ser Giovanfrancesco_ (Fattucci): _la qual, come harà vostra Signoria operato, li piacerà rimandarmi; et della cosa farà quanto le piacerà. So che non propongo cosa ch'Ella non sappia, ma quando morì l'Ansuino_ (Andrea Sansovino) _in quelle stanze era il modello di detta scala, et intendo ch'erano lavorate tutte le pietre, excetto il primo scaglione_. (Archivio di Stato in Firenze, _Carteggio_ di Pier Francesco Riccio, Filza 7ª).
ARCHIVIO DI STATO IN FIRENZE. Di Roma, 1 di novembre 1559.
CDLXXXVII.[496]
(_Al duca Cosimo de' Medici_).
Illustrissimo signor Duca di Firenze. — I Fiorentini ànno avuto già più volte grandissimo disidèro di far qua in Roma una chiesa di Sangiovanni. Ora a tempo di vostra Signoria sperando averne più comodità, se ne sono resoluti, e ànno fatto cinque uomini sopra di ciò, e' quali m'ànno più volte richiesto e pregato d'un disegnio per detta chiesa. Sappiendo io che papa Leone dètte già prencipio a detta chiesa, ò risposto loro non ci volere attendere senza licenzia e commessione del Duca di Firenze. Ora come si sia seguito poi, io mi truovo una lettera della vostra Illustrissima Signoria molto benignia e graziosa, la quale tengo per espresso comandamento, che io debba attendere alla sopradetta chiesa de' Fiorentini, mostrando averne aver piacer grandisimo. Ònne fatti già più disegni[497] convenienti al sito che m'ànno dato per tale opera i sopradetti deputati. Loro, come uomini di grande ingegnio e di gudicio, n'ànno eletto uno, el quale in verità m'è parso el più onorevole; el quale si farà ritrarre e disegniare più nettamente, ch'io non ò potuto per la vecchiezza, e manderassi alla Illustrissima vostra Signoria: e quello si eseguirà che a quella parrà.
Duolmi a me in questo caso assai esser sì vechio e sì male d'acordo con la vita, che io poco posso promettere di me per detta fabrica; pure mi sforzerò, standomi in casa, di fare ciò che mi sarà domandato da parte di vostra Signoria, e Dio voglia ch'i' possa non mancar di niente a quella. A dì primo novembre 1559.
Di vostra Eccellenza servitore
MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.
[496] Sta nel vol. I, pag. 10, delle _Pittoriche_, e fu ripubblicata dal Gaye, Op. cit., vol. III, pag. 18, secondo l'originale che è nel _Carteggio_ del duca Cosimo de' Medici, Filza 482, carte 2.
[497] De' cinque che ne fece, mandò quello scelto da' Deputati al Duca in Firenze, per mezzo di Tiberio Calcagni. Ma la chiesa de' Fiorentini fu poi fatta col disegno di altri.
ARCHIVIO DI STATO IN FIRENZE. Di Roma, 5 di marzo 1560.
CDLXXXVIII.[498]
_Allo Illustrissimo et Eccellentissimo signor Duca di Firenze et Siena, mio padrone osservandissimo._
Illustrissimo Signor mio osservandissimo. — Questi deputati sopra la fabrica della chiesa de' Fiorentini si sono resoluti mandare Tiberio Calcagni a vostra Eccellenza Illustrissima: la qual cosa mi è molto piaciuta, perchè con i disegni che egli porta, ella sarà capace più che colla pianta che vidde, di quello ci occorrerebbe di fare; e se questi le sodisfaranno, si potrà dipoi dar principio con lo aiuto della vostra Eccellenza a fare li fondamenti, e a seguitare questa santa impresa. E mi è parso il debito mio con questi pochi versi dirle, avendomi la vostra Eccellenza comandato che io attenda a questa fabrica, che io non mancherò di quanto saperrò et potrò fare, sebene per la età e indisposizione mia non posso quanto vorrei, e che sarebe il debito mio di fare per servizio di vostra Eccellenza e della Nazione. Alla quale con tutto il quore mi racomando e offero, e prego Iddio la mantenghi in felicissimo stato.
Di Roma, alli V di marzo 1560.
(_Sottoscritto_) Di vostra Eccellenza servitore MICHELAGNIOLO BUONARROTI.
[498] Pubblicata dal Gaye, Op. cit., vol. III, pag. 25. L'originale sottoscritto solamente dalla mano di Michelangelo si trova nella Filza 483, carte 797, del _Carteggio_ del duca Cosimo.
ARCHIVIO DI STATO IN FIRENZE. Di Roma, 25 d'aprile 1560.
CDLXXXIX.[499]
_A l'illustrissimo Duca di Fiorenza._
Illustrissimo signor Duca. — Io ò visto e' disegni delle stanze dipinte da messer Giorgio,[500] e il modello della sala grande[501] con il disegnio della fontana di messer Bartolommeo che va in detto luogo. Circa alla pittura m'è parso veder cose maravigliose, come sono e saranno tutte quelle che sono e saran fatte sotto l'ombra di vostra Eccellenza. Circa al modello della sala così com'è, mi par basso; bisognerebbe, poichè si fa tanta spesa, alzarla almeno braccia 12. Circa alla correzione del palazzo, a me pare, per i disegni che ò visti, non si potesse accomodar meglio. Quanto alla fontana di messer Bartolommeo che va in detta sala, mi pare una bella fantasia che riuscirà cosa mirabile; del che io prego Dio che vi dia lunga vita, acciò che quella possa condurre e queste e dell'altre cose. Circa alla fabrica de' Fiorentini qua, mi duole esser sì vechio e vicino alla morte per non poter sadisfare in tutto al desiderio suo; pur vivendo farò quanto potrò: e a quella mi raccomando. Di Roma li dì 25 di aprile 1560.
Di vostra Eccellenza Illustrissima servitore
MICHELAGNIOLO BUONARROTI.
[499] Si trova nella Filza 484 del detto _Carteggio_ del duca Cosimo: è scritta da altra mano, forse da Daniello Ricciarelli, e sottoscritta da Michelangelo. Fu pubblicata dal Gaye, Op. cit., vol. III, pag. 25.
[500] Il Vasari dipinse la _Genealogia degli Dei_ nelle stanze nuove del Palazzo Vecchio, che rispondono dalla Loggia del Grano.
[501] La Sala detta de' 500.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, (1560).
CDXC.
(_Al cardinale Rodolfo Pio da Carpi_).[502]
Monsignore reverendissimo. — Quando una pianta à diverse parti, tutte quelle che sono a un modo di qualità e quantità, ànno a essere adorne di un medesimo modo e d'una medesima maniera; e similmente e' loro riscontri. Ma quando la pianta muta del tutto forma, è non solamente lecito, ma necessario, mutare dal detto ancora gli adornamenti, e similmente e' loro riscontri: e i mezzi sempre sono liberi come vogliono; siccome il naso, che è nel mezzo del viso, non è obligato nè all'uno nè all'altro ochio, ma l'una mano è bene obligata a essere come l'altra, e l'uno ochio come l'altro, per rispetto degli lati e de' riscontri. E però è cosa certa, che le membra dell'architettura dipendono dalle membra dell'uomo. Chi non è stato o non è buon maestro di figure, e massime di notomia, non se ne può intendere.
MICHELAGNIOLO BUONARROTI.
[502] Pubblicata nelle _Pittoriche_, vol. I, pag. 11; ma senza indicazione di data e coll'indirizzo al duca Cosimo. Circa la data, si congettura il 1560; potendo benissimo essere di qualche altro anno indietro: e circa alla persona, vedendo che è scritta ad un Monsignore, si può con ragione supporre che sia il cardinale Rodolfo Pio da Carpi, il quale si sa che fu uno de' deputati sopra il governo della Fabbrica di San Pietro. E questa lettera, o meglio spiegazione, pare che fosse dettata dal Buonarroti per risposta ad un qualche dubbio statogli mosso circa alcuna parte del suo lavoro.
Di Roma, (1560).
CDXCI.[503]
_A' Soprastanti della Fabrica di Santo Pietro._
Voi sapete che io dissi al Balduccio che non mandassi la sua calce, se la non era buona. Ora avendola mandata trista, senza dubbio d'aversela a ripigliare, si può credere che e' si sia patteggiato con chi l'à accettata. Questo fa un gran favore a quegli che io ò cacciato di detta fabrica per simil conto: e chi accetta le cose cattive, necessarie a detta fabbrica, avendole io proibite, non fa altro che farsi amici quelli che io m'ò fatti nimici. Credo che la sarà una lega nuova. Le promesse, le mancie, e' presenti corrompon la iustizia. Però vi prego da qui innanzi, con quella autorità che ò io dal Papa, non accettiate cosa nessuna che non sia al proposito, se ben la venissi dal Cielo; acciò che non paia, come non sono, parziale.
Vostro MICHELAGNIOLO.
[503] Questa lettera fa pubblicata dal Fea secondo l'originale, che egli non dice da chi posseduto, nell'operetta intitolata: _Notizie intorno a Raffaele Sanzio da Urbino_, ec. Roma, Poggioli, 1822, in-8º.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, (10 di gennaio 1560).
CDXCII.
(_A Pier Filippo Vandini a Casteldurante_).
Magnifico messer Pier Filippo.[504] — Per risposta della vostra lettera delli X del presente, vi dico che ancora io ò parere da' dottori, che essendo vero che la casa non per fondo dotale, ma per estimo di 500 fiorini sia stata consegnata alla Cornelia,[505] ella non è obligata a repigliarse la casa; ma può avere li danari s'ella vuole. Ma perchè mi pare di conoscere, che la Cornelia vorrebbe stare in casa et avere li 500 fiorini et pigliarsi forse le migliore terre che possedono costì cotesti poveri pupilli; essendo in questo, al parere mio, poco amorevole madre; mi pare che doviamo per debito nostro operare di modo, che le robbe delli pupilli non siano delapidate: et però forse sarebbe bene di vedere se la casa si potesse vendere 500 fiorini, et se fosse possibile 800, come intendo che vale, et in effetto quel maggior prezzo che si possesse; considerando che, avendosi alienare beni stabili, sia molto meglio per li pupilli alienare la casa che li campi, che pigliare li denari del Monte, che tuttavia guadagnano et aumentano, atteso massime che li pupilli per tre o quattro scudi l'anno averanno a pigione una buona casa, et non verranno alienare le cose più fruttifere: et forse la Cornelia, come intenderà che volete vendere la casa, muterà fantasia et si risolverà a pigliare la casa, non le riuscendo quei disegni et pensieri che ella à fatto. Et questo è il mio parere, rimettendomi sempre alla prudenza et amorevolezza vostra, che siete in fatto, possete molto meglio giudicare et consigliarvi che io non posso fare io: e mi sarìa anco caro se vi paresse che avanti si inovasse altro, voi, come cortesemente mi offerite, veniste a Roma, et ci abbocassimo insieme, perchè meglio ci intenderemo, meglio ci risolveremo, et meglio darimo forma alle cose di cotesti poveri orfanelli. Vi prego dunque con tutto il cuore, che quanto prima vi tornerà bene, noi facciamo questo abbocamento. Et con tutto il cuore mi racomando a voi et alli pupilli. Di Roma il dì....[506]
[504] Questo Pier Filippo fu per qualche tempo uno de' tutori di Michelangelo e di Francesco, figliuoli pupilli dell'Urbino.
[505] La vedova dell'Urbino, figliuola di Guido da Colonnello, la quale nell'anno dopo si rimaritò al dottor Giulio Brunelli da Gubbio.
[506] Questa bozza di lettera non è di mano di Michelangelo.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 13 di settembre 1560.
CDXCIII.[507]
_All'Illustrissimo e Reverendissimo Signore et Padrone Colendissimo il signor Cardinale di Carpi._