Le lettere di Michelangelo Buonarroti
Part 28
Magnifico messer Luca. — I' ò ricevuto da messer Bartolommeo Bettini una vostra con un Libretto, comento di un sonetto di mia mano.[445] Il sonetto vien bene da me, ma il comento viene dal Cielo; e veramente è cosa mirabile, non dico al giudizio mio, ma degli uomini valenti, e massimamente di messer Donato Giannotti, il quale non si sazia di leggerlo: ed a voi si racomanda. Circa il sonetto, io conosco quello ch'egli è; ma come si sia, non mi posso tenere che io non ne pigli un poco di vanagloria, essendo stato cagione di sì bello e dotto Comento. E perchè nell'autore di detto, sento per le sue parole e lodi d'essere quello ch'io non sono, prego voi facciate per me parole verso di lui come si conviene a tanto amore, affezione e cortesia. Io vi prego di questo, perchè mi sento di poco valore; e chi è in buona oppenione, non debbe tentare la fortuna; e meglio è tacere, che cascare da alto. Io son vechio, e la morte m'à tolti i pensieri della giovaneza; e chi non sa che cosa è la vechieza, abbia tanta pazienza che v'arrivi; che prima nol può sapere. Racomandatemi, come è detto, al Varchi, come suo affezionatissimo, e delle sue virtù, e al suo servizio dovunque io sono.
Vostro e al servizio vostro in tutte le cose a me possibili.
MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.
[444] Stampata nelle _Pittoriche_, vol. V, pag. 48.
[445] Il Libretto di Benedetto Varchi, già citato, col Commento sopra il sonetto di Michelangelo: _Non ha l'ottimo artista alcun concetto_.
BIBLIOTECA NAZIONALE DI FIRENZE. Di Roma, ( d'ottobre 1549).
CDLXIV.[446]
_A Giovan Francesco, prete in Santa Maria in Firenze._
Messer Giovan Francesco. — Perchè è assai tempo che io non v'ò scritto, ora per mostrarvi per questa che io son vivo, e per intendere per una vostra il medesimo di voi, vi fo questi pochi versi, e racomandomi a voi, e prégovi che questa va a messer Benedetto Varchi, luce e splendore della Accademia fiorentina, che gniene diate, e ringraziatelo da mia parte quel più ch'io non fo nè posso io. Altro non mi acade. Scrivetemi qualche cosa.
Standomi a questi dì in casa molto appassionato, fra certe mia cose, trovai un numero grande di quelle cose[447] che già vi solevo mandare: delle quali ve ne mando quattro, forse mandate altre volte.
Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.
[446] Fu pubblicata dal Gaye, Opera citata, vol. II, pag. 426, e dal Gualandi nel vol. I, pag. 21, della _Nuova Raccolta di Lettere sulla pittura, scultura ed architettura_. Bologna, 1844, in-8º.
[447] Intendi: le sue _Poesie_.
MUSEO BRITANNICO. Di Roma, ( d'ottobre 1549).
CDLXV.
_A Giovan Francesco (Fattucci), prete in Santa Maria in Firenze._[448]
Messer Giovan Francesco. — Perchè è pure assai tempo che io non v'ò scritto, per mostrarvi per questa come ancora son vivo, e per intendere per una vostra il medesimo di voi, vi fo questi pochi versi; e racomandomi a voi, e pregovi che questa che va a messer Benedetto Varchi, luce e splendore della Accademia fiorentina, perchè stimo sia molto amico vostro, gniene diate, e ringraziatelo da mia parte quel più che io non fo nè posso far io.
E perchè standomi a questi dì molto malcontento in casa, cercando fra certe mie cose, mi venne alle mani un numero grande di quelle frascherie,[449] che già solevo mandarvi altre volte; delle quali ve ne mando quattro, forse mandatevi altre volte. Voi direte bene che io sia vecchio e pazo: e io vi dico, che per istar sano e con manco passione, non ci trovo meglio che la pazzia. Però non ve ne maravigliate: e rispondetemi qualche cosa, ve ne priego: e sono sempre
Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.
[448] Seconda minuta della precedente.
[449] Cioè, le sue _Poesie_.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma ( d'ottobre 1549).
CDLXVI.[450]
_A meser Giovan Francesco Fattucci, prete di Santa Maria del Fiore, amico carissimo a Firenze._
Messer Giovan Francesco, amico caro. — Benchè da più mesi in qua non ci siamo scritti niente, non è però dimenticata la lunga et buona amicizia, et che io non desideri il vostro bene, come sempre ò fatto, et che io non v'ami con tutto il core, et più per gl'infiniti piaceri ricevuti. Circa la vechieza, in che noi egualmente ci troviamo, àrei caro di sapere come la parte vostra vi tratta, perchè la mia non mi contenta molto: però vi prego mi scriviate qualche cosa. Voi sapete come abbiamo Papa nuovo, e chi: di che se ne rallegra tutta Roma, grazia di Dio, et non se ne aspetta altro che grandissimo bene, massime pe' poveri, per la sua liberalità. Circa le cose mie àrei caro, et farestimi grandissimo piacere, che m'avvisassi come le cose di Lionardo vanno, et della verità senza rispetti, perchè è giovane e stonne con gelosia, et più per essere solo et senza consiglio. Altro non m'acade, salvo che a questi dì messer Tomao de' Cavalieri m'ha pregato ch'io ringrazi da sua parte il Varchi per un certo libretto[451] mirabile che c'è di suo in istampa, dove dice che parla molto onorevolmente di lui, et non manco di me; et àmmi dato un sonetto fattogli da me in quei medesimi tempi, pregandomi che io gliene mandi per una giustificazione; il qual vi mando in questa: se vi piace, date; se no, datelo al fuoco, et pensate che io combatto colla morte, et che io ò il capo a altro: pure bisogna alle volte far così. Del farmi tanto onore detto messer Benedetto ne' suoi sonetti, come è detto, vi prego lo ringraziate, offerendogli quel poco che io sono.
Vostro MICHELAGNIOLO in Roma.
[450] Terza minuta della medesima lettera.
[451] Intendi: _il detto Commento al suo sonetto_.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 1 d'agosto 1550.
CDLXVII.
(_A messer Giovan Francesco Fattucci in Firenze_).[452]
Messer Giovan Francesco, amico caro. — Accadendomi iscrivere costà a Giorgio pittore, piglio sicurtà di darvi un poco di noia; cioè che gli diate la lettera che sarà in questa, stimando che sia amico vostro: e per non essere troppo breve nello iscrivervi, non avendo da scrivere altro, vi mando qualche una delle mie novelle[453] che io iscrivevo alla marchesa di Pescara, la quale mi voleva grandissimo bene, e io non meno a lei. Morte mi tolse uno grande amico. Altro non mi acade. Stommi a lo usato, sopportando con pazienza e' difetti della vechieza. Credo così facciate voi. Addì primo d'agosto 1550.
[452] Dal codice citato delle _Poesie_.
[453] Cioè, _Poesie_.
Di Roma, 1 d'agosto 1550.
CDLXVIII.[454]
_A messer Giorgio Vasari, pittore e amico singulare in Firenze._
Messer Giorgio, amico caro. — Circa al rifondare San Piero a Montorio,[455] come il Papa non volse intendere, non ve ne scrissi niente, sapendo voi essere avisato dall'uomo vostro di qua. Ora mi accade dirvi quello che segue, e questo è, che iermattina, sendo il Papa andato a detto Montorio, mandò per me. Non fu' a tempo: riscontra'lo in sul ponte che tornava. Ebbi lungo ragionamento seco circa le sepulture allogatevi, e all'ultimo mi disse che era resoluto non volere metter dette sepulture in su quel monte, ma nella chiesa de' Fiorentini; e richiesemi di parere e di disegno, et io ne lo confortai assai, stimando che per questo mezzo detta chiesa s'abbi a finire. Circa le vostre tre ricevute, non ho penna da rispondere a tante altezze; ma se avessi caro di essere in qualche parte quello che mi fate, non l'àrei caro per altro, se non perchè voi avessi un servitore che valessi qualche cosa. Ma io non mi maraviglio, sendo voi risucitatore d'uomini morti, che voi allunghiate vita a' vivi, ovvero che i malvivi furiate per infinito tempo alla morte. Per abbreviare io sono tutto vostro, com'io sono.
A dì 1 d'agosto 1550.
Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.
[454] Le lettere di Michelangiolo a Giorgio Vasari sono riferite nella _Vita del Buonarroti_, scritta dal Biografo aretino, e nelle _Pittoriche_. Noi le ristampiamo più corrette ed intere, servendoci di una copia che a' nostri giorni era in mano del cav. Bustelli, stata già fatta da Michelangelo il Giovane sugli originali di esse lettere, possedute allora dal cav. Giorgio Vasari il Giovane.
[455] Papa Giulio III si era vòlto a fare in San Pietro a Montorio una cappella di marmo con due sepolture: l'una per il cardinale Antonio Del Monte suo zio, e l'altra per Fabiano suo avolo. Il Vasari ne aveva fatti disegni e modelli, e l'opera delle sepolture era stata allogata all'Ammannato, contentandosene Michelangelo, al quale era data la cura del tutto.
Di Roma, 22 d'agosto 1550.
CDLXIX.
_A messer Giorgio Vasari, amico e pittore singolare._
Messer Giorgio, amico caro. — Io ebbi molti giorni sono una vostra: non risposi súbito per non parer mercatante. Ora vi dico, che delle molte lodi che per la detta mi date, se io ne meritassi sol una, mi parrebbe, quand'io mi vi dètti in anima et in corpo, avervi dato qualche cosa, e aver sodisfatto a qualche minima parte di quello che io vi son debitore; dove vi ricognosco ogni ora creditore di molto più che io non ò da pagare; e perchè son vechio, oramai non spero in questa, ma nell'altra vita poter pareggiare il conto: però vi prego di pazienza.
Circa all'opera vostra,[456] io sono stato a veder Bartolommeo, e parmi che la vadi tanto bene, quant'è possibile. Lui lavora con fede e con amore e è valente giovane, come sapete, e tanto da bene, che e' si può chiamare l'angelo Bartolommeo.
A dì 22 d'agosto 1551.
Vostro MICHELANGNIOLO BUONARROTI in Roma.
[456] Cioè, della cappella e sepolture in San Pietro a Montorio che lavorava l'Ammannati.
Di Roma, 13 d'ottobre 1550.
CDLXX.
_A messer Giorgio Vasari, pittore e amico singulare in Firenze._
Messer Giorgio, signor mio caro. — Súbito che Bartolommeo[457] fu giunto qua, andai a parlare al Papa; e visto che voleva far rifondare a Montorio per le sepulture, proveddi d'un muratore di Santo Pietro. El Tantecose[458] lo seppe, e volsevi mandare uno a suo modo. Io, per non combattere con chi dà le mosse a' venti, mi son tirato a dietro, perchè sendo uomo leggieri, non vorrei essere traportato in qualche macchia. Basta che nella chiesa de' Fiorentini non mi pare s'abbi più a pensare. Tornate presto e sano. Altro no' mi accade.
Addì 13 di ottobre 1550.
MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.
[457] Ammannato.
[458] Così chiamava Michelangelo il vescovo Aliotti.
Di Roma, ( 1552).
CDLXXI.[459]
(_A Benvenuto Cellini_).
Benvenuto mio. — Io vi ò conosciuto tant'anni per il maggior orefice che mai ci sia stato notizia, ed ora vi conoscerò per iscultore simile. Sappiate che messer Bindo Altoviti mi menò a vedere una testa del suo ritratto di bronzo,[460] e mi disse ch'ella era di vostra mano: io n'ebbi molto piacere; ma mi seppe troppo male ch'ella era messa a cattivo lume: che s'ella avesse il suo ragionevole lume, la si mostrerebbe quella bell'opera ch'ell'è.
[459] Frammento di lettera che si legge riportato da Benvenuto Cellini nella propria _Vita_; che poi di nuovo fu pubblicato nel _Giornale Arcadico_ di Roma, tomo LVII, pag. 301, e ultimamente dal Moreni nell'_Illustrazione storico-critica d'una rarissima Medaglia rappresentante Bindo Altoviti: opera di Michelangelo Buonarroti_. Stampata in Firenze, per il Magheri, 1824, in-8º.
[460] Di questo ritratto bellissimo di bronzo parla il Cellini nella detta sua _Vita_. Al tempo del Moreni era ancora nelle case degli Altoviti a piè di Ponte Sant'Angelo di Roma.
Di Roma, d'aprile 1554.
CDLXXII.
_A Giorgio Vasari._
Messer Giorgio, amico caro. — Io ò auto grandissimo piacere della vostra, visto che pur ancora vi ricordate del povero vechio, e più per essersi trovato al trionfo che mi scrivete, d'aver visto rinnovare un altro Buonarroto:[461] del quale aviso vi ringrazio quanto so e posso: ma ben mi dispiace tal pompa, perchè l'uomo non dee ridere, quando il mondo tutto piange: però mi pare che Lionardo non abbi molto giudicio e massimo per fare tanta festa d'uno che nasce, con quella allegrezza che s'à a serbare alla morte di chi è ben vissuto. Altro non m'acade. Vi ringrazio sommamente dell'amore che mi portate, benchè io non ne sia degno. Le cose di qua stanno pur così. A dì non so quanti d'aprile 1554.
Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.
[461] Il primo figliuolo nato a Lionardo suo nipote.
Di Roma, 19 di settembre 1554.
CDLXXIII.
_A Giorgio Vasari._[462]
Messer Giorgio, amico caro. — Voi direte ben ch'io sie vechio e pazzo a voler fare sonetti: ma perchè molti dicono ch'io son rimbambito, ò voluto far l'uficio mio. Per la vostra veggio l'amor che mi portate: e sappiate per cosa certa ch'io àrei caro di riporre queste mia debile ossa a canto a quelle di mio padre, come mi pregate; ma partendo ora di qua, sarei causa d'una gran rovina della fabbrica di Santo Pietro, d'una gran vergognia e d'un grandissimo peccato. Ma come sie stabilito tutta la composizione che non possa esser mutata, spero far quanto mi scrivete, se già non è peccato tenere a disagio parechi giotti ch'aspetton ch'io mi parta presto.
A dì 19 di settembre 1554.
MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.
[462] Colla lettera era il sonetto che comincia: _Giunto è già il corso della vita mia_.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, ( 1555.)
CDLXXIV.[463]
(_A messer Bartolomeo Ammannati_).
Messer Bartolomeo, amico caro. — E' non si può negare che Bramante non fussi valente nella architettura, quanto ogni altro che sia stato dagli antichi in qua. Lui pose la prima pianta di Santo Pietro, non piena di confusione, ma chiara e schietta, luminosa e isolata atorno, in modo che non nuoceva a cosa nessuna del palazzo; e fu tenuta cosa bella, e come ancora è manifesto; in modo che chiunque s'è discostato da detto ordine di Bramante, come à fatto il Sangallo, s'è discostato dalla verità; e se così è, chi à occhi non appassionati, nel suo modello lo può vedere. Lui con quel circolo che e' fa di fuori, la prima cosa toglie tutti i lumi a la pianta di Bramante; e non solo questo, ma per sè non à ancora lume nessuno: e tanti nascondigli fra di sopra e di sotto, scuri, che fanno comodità grande a infinite ribalderie: come tener segretamente sbanditi, far monete false, impregniar monache e altre ribalderie, in modo che la sera, quando detta chiesa si serrassi, bisognerebbe venticinque uomini a cercare chi vi restassi nascosi dentro, e con fatica gli troverebbe, in modo starebbe. Ancora ci sarebbe quest'altro inconveniente, che nel circuire con l'aggiunta che il modello fa di fuora detta composizione di Bramante, saria forza di mandare in terra la cappella di Paolo, le stanze del Piombo, la Ruota e molte altre: nè la cappella di Sisto, credo, riuscirebbe netta. Circa la parte fatta dal circulo di fuori, che dicono che costò centomila scudi, questo non è vero, perchè con sedicimila si farebbe, e rovinandolo poca cosa si perderebbe, perchè le pietre fattevi e' fondamenti non potrebbero venire più a proposito, e migliorerebbesi la fabrica dugentomila scudi e trecento anni di tempo. Questo è quanto a me pare e senza passione; perchè il vincere mi sarebbe grandissima perdita. E se potete fare intendere questo al Papa, mi farete piacere, chè non mi sento bene.
Vostro MICHELAGNIOLO.
[464]Osservando il modello del Sangallo, ne séguita ancora: che tutto quello che s'è fatto a mio tempo non vadi in terra, che sarebbe un grandissimo danno.
[463] La pubblicò molto inesattamente per il primo il Bottari, ed è nel vol. VI delle _Pittoriche_, pag. 40. Egli disse di averla tratta dall'originale presso gli eredi di Michelangelo, senza potere scoprire a chi fosse indirizzata. Ma che sia l'Ammannato non si può dubitare.
[464] Questo che segue manca in tutte le stampe.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 11 di maggio 1555.
CDLXXV.[465]
_A messer Giorgio, pittore eccellentissimo in Firenze._
Io fu' messo a forza ne la fabrica di Santo Pietro, e ò servito circa otto anni non solamente in dono, ma con grandissimo mie danno e dispiacere: e ora che l'è avviata e che c'è danari da spendere, e che io sono per voltare presto la cupola, se io mi partissi, sarebbe la rovina di detta fabrica; sarebemi grandissima vergognia in tutta la Cristianità, e a l'anima grandissimo peccato: però, messer Giorgio mio caro, io vi prego che da mia parte voi ringraziate il Duca delle sue grandissime offerte che voi mi scrivete, e che voi preghiate suo' Signoria che con sua buona licenzia e grazia io possi seguitare qua tanto che io me ne possi partire con buona fama e onore e senza peccato.
Addì undici di magio 1555.
Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.
[465] Delle lettere di Michelangelo al Vasari questa è pubblicata ora per la prima volta. Si trova copiata ancora nel codicetto intitolato: _Copia di Poesie di Michelagnolo_.
Di Roma, 22 di giugno 1555.
CDLXXVI.[466]
_Al mio caro messer Giorgio Vasari in Firenze._
Messer Giorgio, amico caro. — A queste sere mi venne a trovare a casa un giovane molto discreto e da bene, cioè messer Lionardo,[467] cameriere del Duca, e fecemi con grande amore e affezione da parte di sua Signoria le medesime offerte che voi per l'ultima vostra. Io gli risposi il medesimo ch'i' risposi a voi, cioè che ringraziassi il Duca da mia parte di sì grande offerte, il più e 'l meglio che sapeva, e che pregassi sua Signoria che con sua licenzia io seguitassi qua la fabbrica di Santo Pietro fin che fussi a termine, che la non potessi esser mutata per dargli altra forma; perchè partendomi prima, sare' causa d'una gran rovina, d'una gran vergognia e d'un gran peccato; e di questo vi prego per l'amor di Dio e di Santo Pietro ne preghiate il Duca, e racomandatemi a sua Signoria. Messer Giorgio mio caro, io so che voi conoscete nel mio scrivere ch'io sono alle 24 ore, e non nasce in me pensiero che non vi sia dentro sculpita la morte: e[468] Idio voglia ch'i' la tenga ancora a disagio qualch'anno.
A dì 22 di giugno 1555.
Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.
[466] Anche questa era inedita.
[467] Marinozzi da Ancona.
[468] Con le parole che seguono, principia il Vasari un'altra lettera di Michelangelo a lui.
Di Roma, 23 di febbraio 1556.
CDLXXVII.
_A messer Giorgio Vasari, amico caro in Firenze._
Messer Giorgio, amico caro. — Io posso male scrivere, ma pur per risposta della vostra dirò qualche cosa. Voi sapete come Urbino è morto:[469] di che m'è stato grandissima grazia di Dio, ma con grave mio danno e infinito dolore. La grazia è stata, che dove in vita mi teneva vivo, morendo m'à insegnato morire, non con dispiacere, ma con desidéro della morte. Io l'ò tenuto ventisei anni, et òllo trovato realissimo e fedele; e ora ch'io l'avevo fatto ricco e che io l'aspettavo bastone e riposo della mia vechieza, m'è sparito; nè m'è rimasto altra speranza che rivederlo in paradiso. E di questo n'à mostro segno Iddio per la felicissima morte ch'egli à fatto: e più assai che 'l morire, gli è incresciuto il lasciarmi vivo in questo mondo traditore, con tanti affanni; benchè la maggior parte di me n'è ita seco, nè mi rimane altro che un'infinita miseria.[470] E mi vi racomando e prègovi, se non v'è noia, che facciate mie scusa con messer Benvenuto[471] del non rispondere alla sua, perchè m'abonda tanta passione in simil pensieri, ch'io non posso scrivere; e racomandatemi a lui, e io a vo' mi racomando. A dì 23 di febraio 1556.
Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.
[469] Morì a' 3 di dicembre 1555. Vedi la lettera CCLXXXIV di questa Raccolta.
[470] Quel che segue non è nello stampato.
[471] Cellini.
Di Roma, 28 di maggio 1556.
CDLXXVIII.[472]
_A messer Giorgio Vasari, amico carissimo in Firenze._
Messer Giorgio. — Non ier l'altro parlai con messer Salustio[473] e non prima, perchè non è stato in Roma. Parmi che e' sia vòlto a farvi ogni piacere, ma pargli d'aspettare l'ocasione, e dice che volendo il Papa mettere la vostra tavola[474] altrove, e non facendo sua Santità niente di simil cose che nol chiami, tocherà a lui il porla dove meglio gli parrà: e allora sarà tempo ricordargli la mercè vostra: e ò speranza che vi gioverà assai, che così è il suo desiderio.
A dì 28 di maggio 1556.
Vostro MICHELAGNIOLO in Roma.
[472] Anche questa è inedita.
[473] Peruzzi, architetto del Papa.
[474] La tavola commessa al Vasari da papa Giulio III per una cappella del Vaticano. La qual tavola, perchè non gli era stata pagata, fu poi per ordine di Pio IV fatta restituire al Vasari, e da lui mandata ad Arezzo e messa nella Pieve.
Di Roma, 28 di dicembre 1556.
CDLXXIX.
(_A Giorgio Vasari_).
Messer Giorgio. — Io ò ricevuto il libretto di messer Cosimo,[475] che voi mi mandate, e in questa sarà una di ringraziamento che va a sua Signoria. Pregovi che gniene diate e a quella mi racomandiate. Io ò a questi dì auto con gran disagio e spesa un gran piacere nelle montagne di Spuleti[476] a visitare que' romiti, in modo che io son ritornato men che mezzo a Roma; perchè veramente e' non si trova pace se non ne' boschi. Altro non ò che dirvi. Mi piace che siate sano e lieto. E a voi mi racomando.
A dì 18 di dicembre 1556.
Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.
[475] Il libretto mandato da Cosimo Bartoli a Michelangelo ha questo titolo: _Difesa della lingua fiorentina e di Dante, con le regole di far bella e numerosa la prosa_: Firenze, 1566, in-4º. È opera di Carlo Lenzoni, ma avendola per morte lasciata imperfetta, fu terminata dal Giambullari: morto il quale, pervenne alle mani del Bartoli, che la mise in stampa, dedicandola al duca Cosimo.
[476] Michelangelo discorre di questa sua fermata nelle montagne di Spoleto, essendo in cammino per Loreto, in una lettera al nipote Lionardo del 31 d'ottobre 1556. Pare che dimorasse colà circa 40 giorni.
Di Roma, 28 di marzo (1557).
CDLXXX.[477]
(_Alla Cornelia vedova dell'Urbino_).
Io m'ero accorto che tu t'eri sdegniata meco, ma non trovavo la cagione. Ora per l'ultima tua mi pare avere inteso il perchè. Quando tu mi mandasti i caci, mi scrivesti che mi volevi mandare più altre cose, ma che i fazzoletti non erano ancor forniti; e io perchè non entrassi in ispesa per me, ti scrissi che tu non mi mandassi più niente, ma che mi richiedessi di qualche cosa, che mi faresti grandissimo piacere, sappiendo, anzi dovendo esser certa dell'amore che io porto ancora a Urbino, benchè morto, e alle cose sue. Circa al venir costà a vedere e' putti, o mandar qui Michelagniolo,[478] è di bisogno ch'io ti scriva in che termine io mi trovo. Il mandar qua Michelagniolo non è al proposito, perchè sto senza donne e senza governo, e il putto è troppo tènero per ancora, e potrìa nascere cosa, ch'io ne sarei molto malcontento: e dipoi c'è ancora, che 'l Duca di Firenze da un mese in qua, sua grazia, fa gran forza ch'io torni a Firenze con grandissime offerte. Io gli ò chiesto tempo tanto, ch'io acconci qua le cose mie, e che io lasci in buon termine la fabrica di San Pietro: in modo che io stimo star qua tutta questa state: e acconcie le cose mie e le vostre circa al Monte della Fede, questo verno andarmene a Firenze per sempre, perchè sono vechio, e non ò tempo di più ritornare a Roma; e passerò di costà; e volendomi dar Michelagniolo, lo terrò in Firenze con più amore, che i figliuoli di Leonardo mio nipote; insegnandogli quello che io so, che 'l padre desiderava ch'egli imparasse. Ieri a dì ventisette di marzo ebbi l'ultima tua lettera.
MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.
[477] Si legge nel vol. I, pag. 13, delle _Pittoriche_.
[478] Figlioccio di Michelangelo.
ARCHIVIO DI STATO IN FIRENZE. Di Roma, ( del maggio 1557).
CDLXXXI.[479]
_Allo illustrissimo signore Cosimo duca di Fiorenza._