Le lettere di Michelangelo Buonarroti
Part 27
Magnifici messer Salvestro da Monteauto e compagni di Roma per l'adrieto, e per loro Antonio Covoni e compagni. — Sarete contenti pagare a Raffaello da Monte Lupo scultore scudi cinquanta di moneta a iuli dieci per iscudo, che sono per ogni resto di quello potessi adomandare per fattura delle tre statue di marmo fatte e messe a Santo Pietro in Vincola nella sepultura di papa Iulio; cioè, per una Nostra Donna col Putto in braccio e una Sibilla e un Profeta; delle quali secondo le convenzione resterebbe avere scudi cento settanta; ma perchè per essere stato malato e non aver possuto e aver fatto lavorare a altri, siamo convenuti d'accordo darli questi scudi cinquanta per ogni resto: che di così piglierete la quitanza, ponendogli a conto degli scudi cento settanta che vi restano in deposito per detto conto. Da Roma, alli venticinque di gennaro 1545, a Nativitate.
Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI di mano propia.
Vista per me Hieronimo Tiranno, Oratore ducale d'Urbino, et approvata in quanto li detti cinquanta scudi gli siano debiti secondo il tenor del contratto fatto con detto messer Raphaello per mano del Cappello, et non altrimenti, nè per altro modo. Dato come di sopra alli 27 di gennaio 1545.
_Il medesimo Hieronimo Tiranno._
[418] Questa stessa fu pubblicata dal Gaye, _Carteggio inedito_, ec., vol. II, da una copia di mano di messer Luigi del Riccio, che è tra i manoscritti della Biblioteca Nazionale di Firenze.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, (26 di gennaio 1545).
CDXLIV.[419]
(_A messer Luigi del Riccio_).
A non parlar qualche volta, sebbene scorretto in gramatica, mi sarebbe vergogna, sendo tanto pratico con voi. Il sonetto di messer Donato[420] mi par bello quante cosa fatta a' tempi nostri; ma perch'io ò cattivo gusto, non posso far neanco stima d'un panno fatto di nuovo, benchè romagnuolo, che delle veste usate di seta e d'oro che farén parer bello un uom da sarti.
Scrivetegniene e ditegniene e dategniene e racomandatemi a lui.
[419] Dall'autografo delle _Poesie_, sotto il madrigale: _S'è ver come che dopo il corpo viva_.
[420] Giannotti, il quale fece tre sonetti in morte di Cecchino Bracci, che sono stampati nella edizione delle sue _Opere politiche e letterarie_, fatta in Firenze da L. F. Polidori, coi tipi del Le Monnier nel 1850. De' tre, quello che a Michelangelo pareva il più bello, come pare anche a noi, è il sonetto che comincia: _Messer Luigi mio, di noi che fia_.
BIBLIOTECA NAZIONALE DI FIRENZE. Di Roma, 3 di febbraio 1545.
CDXLV.[421]
(_A messer Salvestro da Montauto in Roma_).
Magnifici messer Salvestro et Compagnia di Roma per l'adrieto. — Come vi è noto, essendo io occupato per servizio di nostro Signore papa Paulo terzo in dipignere la sua nuova Cappella, et non possendo dare perfezione alla sepultura di papa Iulio secondo in Santo Pietro in Vincola; interponendosi la prefata Santità di nostro Signore, di consenso e per convenzione fatta con il magnifico Hieronimo Tiranno, oratore dell'illustrissimo signor Duca d'Urbino; alla quale convenzione dipoi sua Eccellenza retificò; depositai presso di voi più somme di danari per fornire detta opera, dei quali Raffaello da Monte Lupo ne aveva avere scudi 445 di iuli dieci per scudo, per resto di scudi 550 simili; et questi per fornire cinque statue di marmo da me cominciate e sbozzate, e per il prefato ambasciatore del Duca d'Urbino allogategli: cioè, una Nostra Donna con il Putto in braccio, una Sibilla, un Profeta, una Vita attiva, e una Vita contemplativa: come di tutto appare contratto per mano di messer Bartolomeo Cappello notaro di Camera, sotto dì XXI d'agosto 1542. Delle quali cinque statue, avendo nostro Signore a mia preghiera e per mia sodisfazione concessomi un poco di tempo, ne forni' dua di mia mano, cioè la Vita contemplativa e l'attiva, per il medesimo prezo che aveva a fare il detto Raffaello e dei medesimi danari che aveva avere lui. E dipoi il detto Raffaello à fornite le altre tre e messe in opera, come in detta sepultura si vede. Per il che gli pagherete a suo piacere scudi cento settanta di moneta a iuli dieci per iscudo che vi restano in mano di detta somma, pigliando da lui quitanza finale, etiam per mano di detto notaro, per la quale si chiami di detta opera sodisfatto et interamente pagato: et poneteli a conto di detta somma che vi resta in mano. _Et bene valete._
Da Roma, ai 3 di febraio 1545, a Nativitate.
Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.
[421] Pubblicata anche questa dal Gaye, Op. cit., traendola da una copia di mano di Luigi del Riccio, che è tra i manoscritti della Biblioteca Nazionale di Firenze.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 13 di marzo (1545).
CDXLVI.
_A messer Luigi del Riccio in Roma._
E oggi a dì tredici di marzo ò ricevuti scudi cento dal Melighino per la mia provvigione di Gennaio e Febbraio passati.
Messer Luigi. — Io non ò mai avuti danari dal Meligino, che io non abbi fatto la quitanza: però se io pigliassi errore, si può riconoscere per le quitanze di mia mano.
Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, (1545).
CDXLVII.[422]
_A messer Luigi del Riccio._
L'amico nostro morto parla e dice: se 'l Cielo tolse ogni bellezza a tutti gli altri uomini del mondo per far me solo, come fece, bello, e se per legge divina al dì del gudicio io debba ritornare il medesimo che vivo so' stato; ne seguita, che la bellezza che m'à data, non la può rendere a chi e' l'à tolta, ma che io debba esser bello più che gli altri in eterno e lor bruti. E questo è el contrario del concetto che mi dicesti ieri, e l'uno è favola, e l'altro è verità.
Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI.
[422] Dall'autografo delle _Poesie_, sotto il madrigale che comincia: _Non può per morte già chi qui mi serra_. Questo madrigale o epitaffio fu fatto con molti altri dal Buonarroti per Cecchino di Zanobi Bracci, fiorentino, giovanetto bellissimo, grandemente amato dal Del Riccio suo parente e da Michelangelo, e morto di sedici anni in Roma l'otto di gennaio 1545. Volle il Del Riccio fargli un deposito di marmo, e Michelangelo a sua preghiera ne diede il disegno. I madrigali in lode del Bracci si leggono nella bellissima edizione di tutte le _Poesie_ del Buonarroti, fatta, secondo gli autografi, in Firenze nel 1863, dal mio carissimo amico e collega cav. Cesare Guasti. In questa lettera il Buonarroti spiega il concetto del madrigale suddetto.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, ( 1545).
CDXLVIII.[423]
(_A Luigi del Riccio_).
Io vi rimando i melloni col polizino; el disegno non ancora, ma lo farò a ogni modo come posso meglio disegnare. Racomandatemi a Baccio, e ditegli che se io avessi avuto qua di quegli intingoli che e' mi dava costà, ch'i' sarei oggi un altro Graziano. E lo ringraziate da mia parte.
[423] Sotto la poesia: _Dal Ciel fu la beltà mia diva e 'ntera_.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, ( 1545).
CDXLIX.
(_A messer Luigi del Riccio in Roma_).
Messer Luigi. — Io vi prego mi mandiate l'ultimo madrigale che non intendete, acciò che io lo raconci, perchè 'l sollecitatore de' polizini, che è Urbino, fu sì pronto, che non me lo lasciò rivedere.
Circa l'esser domani insieme, io fo mie scuse con esso voi, perchè il tempo è cattivo e ò faccenda in casa. Farem poi quel medesimo che faremo domani, questa quaresima a Lungezza[424] con una grossa tinca.[425]
[424] _Lunghezza_ chiamavasi una villa posseduta dagli Strozzi nelle vicinanze di Roma.
[425] Sotto la poesia: _Nella memoria delle cose belle_; nel detto codice delle _Poesie_.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, (1545).
CDL.[426]
(_A messer Luigi del Riccio in Roma_).
Messer Luigi. — Io mi racomando a voi e a chi voi amate. Messer Giuliano e messer Ruberto[427] che mi scrivete, io son lor servidore, e se io non fo quello che si conviene, fuggo i creditori, perchè ò gran debito e pochi danari.
[426] Nel detto codice autografo delle _Poesie_, sotto il madrigale: _Non sempre al mondo è sì pregiato e caro._
[427] Giuliano de' Medici, fratello di Lorenzino, uccisore del duca Alessandro, e Roberto degli Strozzi, fratello di Pietro e di Leone.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, (1545).
CDLI.
(_A Luigi del Riccio_).
Messer Luigi, amico caro. — Io vi prego, che quand'io vengo costà, che voi facciate a me quel ch'io fo a voi, quando venite qua. Voi mi fate venire a darvi noia e non mel fate dire; in modo ch'i' resto un bufolo prosuntuoso infino ne' servidori.
Io credo giovedì dare ordine da tirar le figure[428] a San Piero in Vincola, come v'ò detto altre volte: e perchè io le voglio tirar co' danari che vi restano in mano di dette figure, mi par ch'io facci un mandato di detti danari, e che l'imbasciadore lo segni, acciò non si possa mai nè a voi nè a me dir niente. Però io vi prego facciate una minuta, come vi par che abbia a star detto mandato.
Ier mattina io non conoscevo il figliuol di messer Bindo Altoviti, e voi se 'l volevi menare qua, lo potevi dire liberamente, perchè io mi tengo servidore di messer Bindo e di tutti e' sua.
[428] Della sepoltura di papa Giulio.
BIBLIOTECA NAZIONALE DI FIRENZE. Di Roma, (1545).
CDLII.[429]
_A messer Salvestro da Montauto in Roma._
Magnifico messer Salvestro da Montauto e compagni di Roma per l'adrietro, e per loro Antonio Covoni e compagni. — Del pagamento delle tre figure di marmo, che à fatte over finite Raffaello da Montelupo scultore, vi resta in deposito scudi cento settanta di moneta, cioè di 10 iuli l'uno, et avendole detto Raffaello, come è detto, finite et messe in opera a San Piero in Vincola nella sepultura di papa Iulio, sarete contenti per l'ultimo suo pagamento pagarli a suo piacere i sopra detti cento settanta scudi, perchè à fatto tutto quello a che s'era obrigato delle tre figure dette, cioè una Nostra Donna col Putto in braccio, un Profeta e una Sibilla, tutte qualcosa più ch'el naturale.
Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.
[429] È copia di mano di Luigi del Riccio. Fu pubblicata dal Gaye, Op. cit., vol. II, pag. 305.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, ( 1545).
CDLIII.
_A messer Luigi del Riccio._
Messer Luigi. — Voi sapete che 'l fuoco à scoperto una parte della Cappella:[430] però a me pare, che la si debba ricoprire nel modo che stava, più presto che si può, salvaticamente, se non altrimenti, per insino a tempo nuovo, per rispetto delle piogge, che non solamente guaston le pitture, ma muovono anche le mura. E perchè la se ne va in terra per l'ordinario, queste non gli sarebbon punto a proposito. Io scrivo questo, acciò che il Papa non sie messo in qualche grande spesa a utilità più d'altri, che della Cappella. Però vi prego, o che parlando al Papa lo facciate intendere, o per via di messer Aurelio, al quale ancora vi prego mi racomandiate.
Vostro MICHELAGNIOLO.
[430] La Cappella Paolina.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, ( 1545).
CDLIV.[431]
(_Alla Vittoria Colonna, marchesana di Pescara in Roma_).
Volevo, Signora, prima che io pigliassi le cose che vostra Signoria m'à più volte volute dare, per riceverle manco indegnamente che io potevo, far qualche cosa a quella di mia mano: dipoi riconosciuto e visto che la grazia di Iddio non si può comperare, e ch'el tenerla a disagio è peccato grandissimo; dico mia colpa e volentieri dette cose accetto: e quando l'àrò, non per averle in casa, ma per essere io in casa loro, mi parrà essere in paradiso: di che ne resterò più obrigato, se più posso essere di quel ch'i' sono, a vostra Signoria.
L'aportatore di questa sarà Urbino che sta meco, al quale vostra Signoria potrà dire quando vuole ch'i' venga a vedere la testa e' à promesso mostrarmi. E a quella mi racomando.
MICHELAGNIOLO BUONARROTI.
[431] Dal detto codice delle _Poesie_, sotto il sonetto: _Per esser manco almen, Signora, indegno_.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, ( 1545).
CDLV.[432]
(_Alla Vittoria Colonna in Roma_).
Signora Marchesa. — E' non par, sendo io in Roma, che egli accadessi lasciar il Crocifisso[433] a messer Tommao[434] e farlo mezzano fra vostra Signoria e me suo servo, acciocchè io la serva, e massimo avendo io desiderato di far più per quella che per uomo che io conoscessi mai al mondo; ma l'occupazione grande in che sono stato, e sono, non à lasciato conoscer questo a vostra Signoria: e perchè io so che ella sa che amore non vuol maestro, e che chi ama non dorme, manco accadeva ancora mezzi: e benchè e' paressi che io non mi ricordassi, io facevo quello ch'io non diceva per giugnere con cosa non aspettata. È stato guasto il mio disegno: _Mal fa chi tanta fè sì tosto oblia_.
Servitore di vostra Signoria
MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.
[432] Pubblicata nelle _Lettere pittoriche_, vol. I, pag. 9; ma quivi è indirizzata a un signor Marchese. Nell'Archivio Buonarroti è una copia tratta dal codice Vaticano delle _Poesie_, secondo la quale si dà la presente.
[433] Il Condivi e il Vasari parlano del disegno di un Crocifisso fatto da Michelangelo per la Colonna, che si dice conservarsi ora nella Galleria di Oxford. E da una lettera della stessa Colonna, apparirebbe che Michelangelo, oltre il disegno, le dipingesse ancora un quadro col medesimo soggetto.
[434] Cavalieri.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, ( 1545).
CDLVI.
(_A messer Luigi del Riccio_).
Messer Luigi. — Quello amico, se di quel parlate, sia il benvenuto se gli è tornato; e perchè me n'avete detto tanto male voi con messer Donato insieme, m'è piovuto in sul fuoco. Però da qui inanzi guardatevi dall'offerire. Domani dopo desinare verrò a voi, e farò quanto mi comanderete.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, ( di dicembre 1545).
CDLVII.
_A messer Luigi del Riccio, amico caro in Lione._
Messer Luigi, amico caro. — A tutti i vostri amici duole assai il vostro male, e più, non ve ne possendo aiutare, e massimo a messer Donato e a me. Ma pure speriamo che abbi a esser piccola cosa, che a Dio piaccia.
Per un'altra vi scrissi, come se stavi molto a tornare, che io pensavo venirvi a vedere; e così vi raffermo: perchè avendo io perduto il porto di Piacenza,[435] e non possendo stare a Roma senza entrata, penso di consumar più presto quel poco che io ò su per le osterie, che stare aggranchiato a Roma com'un furfante. Però son disposto, non accadendo altro, dopo pasqua d'Agnello andare a Santo Iacopo di Galizia, e non sendo voi tornato, di far la via d'onde intenderò che siate.
Urbino à parlato a messer Aurelio e parlerà di nuovo; e per quello che mi dice, àrete per la sepultura di Cecchino[436] il luogo dove avete desiderato: e detta sepultura è al fine, e riuscirà cosa bella.
Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.
(_Di mano del Del Riccio._)
1545. Di messer Michelagnolo Buonarroti dirizzata e tornata da Lione a dì 22 di dicembre.
[435] Veramente lo perdè un anno dopo. Vedi a questo proposito quel che è stato detto nella nota alla lettera CLXXIX di questa Raccolta.
[436] Bracci. Esso fu sepolto in Santa Maria in Aracœli con questo epitaffio: _Francisco · Braccio · Florentino · nobili adolescenti · immatura morte · prærepto · anno agenti XVI · die VIII · Januarii · MDXLV_.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, (del marzo 1546).
CDLVIII.
_A messer Luigi del Riccio in Roma._
Messer Luigi, amico carissimo. — Io mi ero resoluto, come sapete, di tôrre per giusto prezzo le possessione de' Corboli.[437] Ora me ne tiro a dietro: e la cagione è questa, che oltre a la decima, ànno venti cinque scudi d'albitrio, che mi sare' posto venti cinque volte l'anno. Però io non vi voglio più tenere sospesi; sì che fatene il fatto vostro, come meglio potete. E a voi mi racomando.
Vostro MICHELAGNIOLO.
[437] A proposito delle possessioni de' Corboli offerte in compera a Michelangelo, vedi le sue lettere al nipote Lionardo sotto i numeri CLXI, CLXIII e CLXIV di questa Raccolta.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 26 d'aprile 1546.
CDLIX.[438]
_Al Cristianissimo Re di Francia._
Sacra Maestà. — Io non so qual si sie più o la grazia o la maraviglia che vostra Maestà si è degnata scrivere a un mie pari, e più ancora a richiederlo delle sua cose non degnie non c'altro del nome di vostra Maestà: ma come si sieno, sappi vostra Maestà che molto tempo è che ò desiderato servir quella, ma per non l'avere avuto a proposito, come non è stato in Italia all'arte mia, non l'ò potuto fare. Ora mi trovo vechio e per qualche mese ocupato nelle cose di papa Pagolo; ma se mi resta dopo tale ocupazione qualche spazio di vita, quello che ò desiderato, come è detto, più tempo di fare per vostra Maestà m'ingegnierò metterlo a effetto, cioè una cosa di marmo, una di bronzo, una di pittura. E se la morte interrompe questo mio desiderio, e che si possa sculpire o dipigniere nell'altra vita, non mancherò di là, dove più non s'invechia. Ed a vostra Maestà prego Dio che doni lunga e felice vita. Di Roma, il giorno XXVI d'aprile MDXLVI.
Di vostra Cristianissima Maestà
Umilissimo servitore
MICHELAGNIOLO BUONARROTI.
[438] È in risposta ad una di Francesco I, re di Francia, dell'otto di febbraio 1546, stata più volte pubblicata, cioè: nel 1823 a Roma dal De Romanis nell'opuscolo per le nozze Cardinali-Bovi, intitolato: _Alcune Memorie di Michelangelo Buonarroti da' Manoscritti_. Poi dal barone Alfredo Reumont nell'operetta: _Ein Beitrag zum Leben Michelangelo Buonaroti's_: Stuttgart, 1834; quindi in _fac-simile_ dall'Artaud, nell'opera: _Machiavel, son génie et ses erreurs_: Paris, 1835, vol. II, pag. 252. In terzo luogo nel _Catalogue du Musée Wicar à Lille_, stampato nel 1856; nel qual Museo se ne conserva l'originale. E finalmente da Eugenio Piot, insieme con molte altre lettere, nel _Cabinet de l'Amateur_: Année 1861 et 1862, pag. 151. Ma il re Francesco non ebbe tempo di veder soddisfatto questo suo desiderio, perchè si morì l'anno seguente, nè forse Michelangelo avrebbe potuto attenere le sue promesse, essendo stato creato poco dopo Architetto di San Pietro.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, ( 1546).
CDLX.
(_A messer Luigi del Riccio_).
Messer Luigi. — E' vi pare che io vi risponda quello che voi desiderate, quando bene e' sia il contrario. Voi mi date quello che io v'ò negato, e negatemi quello che io v'ò chiesto. E già non peccate per ignoranza mandandomelo per Ercole, vergogniandovi a darmelo voi.
Chi m'à tolto alla morte, può ben anche vituperarmi; ma io non so già qual si pesi più o 'l vitupero o la morte. Però io vi prego e scongiuro per la vera amicizia che è tra noi, che non mi pare che voi facciate guastare quella stampa[439] e abbruciare quelle che sono stampate; e che se voi fate bottega di me, non la vogliate far fare anche a altri; e se fate di me mille pezzi, io ne farò altrettanti, non di voi, ma delle cose vostre.
MICHELAGNIOLO BUONARROTI.
Non pittore nè scultore nè architettore, ma quel che voi volete, ma non briaco, come vi dissi in casa.
[439] Parlasi in questa lettera della stampa d'una pittura di Michelangelo. Forse è il _Giudizio_ della Sistina intagliato da Enea Vico, forse è una delle stampe di Giulio Bonasone.
ARCHIVIO DI SANTA MARIA NUOVA. Di Roma, 19 d'aprile 1549.
CDLXI.
(_A Benvenuto Ulivieri in Roma_).[440]
Magnifici messeri, Benvenuto e compagni di Roma. — Piaceravvi pagare a messere Bartolomeo Bettini e compagni scudi venti dua d'oro in oro ogni mese; cominciando la prima paga del mese di gennaro prossimo passato, che saranno ben pagati, perchè da detti Bettini me ne vaglio mese per mese; che sono li scudi venti dua per mese d'oro in oro che vi sono rimessi del mio Notariato del civile di Romagnia: e così piaccia a vostra Signoria di seguire, fino che altro non acade. A dì diciannove d'aprile 1549.
Io MICHELAGNIOLO BUONARROTI di mano propria.[441]
[440] Il presente ordine di pagamento si trova nell'Archivio di Santa Maria Nuova di Firenze: Eredità Galli-Tassi: Carte degli Ulivieri.
[441] Sotto la lettera è scritto: «Noi Bartolomeo Bettini e compagni abiamo ricevuto da Benvenuto Ulivieri e compagni scudi sesanta sei d'oro in oro, e' quali ci pagono per messer Michelagnolo Buonaroti Simoni, e sono per la paga di gennaro e febraro e marzo prossimi passati del suo Notariato di Romagnia: auti contanti questo dì 26 d'aprile 1549 a messer Piero Nannucci .... scudi 66 d'oro in oro.
»E addì xiii di giugno, scudi quaranta quatro di giuli X per ducato auti contanti per le paghe d'aprile e maggio .... sc. 44.
»E addì xj di dicembre, scudi quaranta quatro di giuli auti contanti per le paghe di giugno e luglio .... sc. 44.»
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, ( 1549).
CDLXII.
_A messer Benedetto Varchi._[442]
Messer Benedetto. — Perchè e' paia pure che io abbia ricevuto, come ò, il vostro Libretto, risponderò qualche cosa a quel che e' mi domanda,[443] benchè ignorantemente. Io dico che la pittura mi pare più tenuta buona, quanto più va verso il rilievo, et il rilievo più tenuto cattivo, quanto più va verso la pittura: et però a me soleva parere che la scultura fussi la lanterna della pittura, et che dall'una all'altra fussi quella differenza ch'è dal sole alla luna. Ora, poi che io ò letto nel vostro Libretto, dove dite, che, parlando filosoficamente, quelle cose che ànno un medesimo fine, sono una medesima cosa; sono mutato d'oppinione: et dico, che se maggiore iudicio et difficultà, impedimento et fatica non fa maggiore nobiltà; che la pittura et scultura è una medesima cosa: et perchè ella fussi tenuta così, non doverrebbe ogni pittore far manco di scultura che di pittura; e 'l simile, lo scultore di pittura che di scultura. Io intendo scultura, quella che si fa per forza di levare: quella che si fa per via di porre, è simile alla pittura: basta, che venendo l'una e l'altra da una medesima intelligenza, cioè scultura et pittura, si può far fare loro una buona pace insieme, et lasciar tante dispute; perchè vi va più tempo, che a far le figure. Colui che scrisse che la pittura era più nobile della scultura, s'egli avessi così bene inteso l'altre cose ch'egli ha scritte, le àrebbe meglio scritte la mia fante. Infinite cose, et non più dette, ci sarebbe da dire di simili scienze; ma, come ho detto, vorrebbono troppo tempo, et io n'ho poco, perchè non solo son vechio, ma quasi nel numero de' morti: però priego mi abbiate per iscusato. E a voi mi racomando et vi ringrazio quanto so et posso del troppo onore che mi fate, et non conveniente a me.
Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.
[442] È copia del tempo, e Michelangelo il Giovane scrisse dietro: «Dettemela il cav. Pierantonio di Giulio de' Nobili.» Questa lettera, oltre la stampa fattane in Firenze dal Varchi nel 1549 e poi in Venezia nel 1564 dall'Aldo, si legge ancora nelle _Pittoriche_, vol. I, pag. 9.
[443] Risponde alla questione sorta allora quale delle due arti, la Scultura e la Pittura, fosse più nobile. Il Varchi, avuto il parere di varii artisti, stampò il Libretto intitolato: _Due lezioni di messer Benedetto Varchi_: nella prima delle quali _si dichiara un Sonetto di messer Michelagnolo Buonarroti_; nella seconda _si disputa quale sia più nobile arte, la Scultura o la Pittura: con una lettera d'esso Michelagnolo, et più altri eccellentissimi pittori et scultori sopra la questione sopradetta_. — _In Fiorenza, appresso Lorenzo Torrentino, impressor ducale. MDXLIX, in-8º._
Di Roma, ( 1549).
CDLXIII.
(_A messer Luca Martini_).[444]