Le lettere di Michelangelo Buonarroti
Part 26
Monsignore. — La vostra Signoria mi manda a dire che io dipinga, et non dubiti di niente. Io rispondo, che si dipinge col ciervello et non con le mani; et chi non può avere il ciervello seco, si vitupera: però fin che la cosa mia non si acconcia, non fo cosa buona. La retificagione dell'utimo contratto non viene; e per vigore dell'altro, fatto presente Clemente,[400] sono ogni dì lapidato come se havessi crocifixo Cristo. Io dico che detto contratto non intesi che fussi recitato presente papa Clemente, come ne ebbi poi la copia: et questo fu, che mandandomi il dì medesimo Clemente a Firenze, Gianmaria da Modena[401] imbasciadore fu col notaio, et fecielo distendere a suo modo; in modo che quand'io tornai, e che io lo riscossi, vi trovai su più mille ducati che non si era rimasto; trova'vi su la casa dov'io sto, et cierti altri uncini da rovinarmi; che Clemente non gli àre' sopportati: et frate Sebastiano ne può essere testimonio, che volse che io lo faciessi intendere al Papa, e fare appiccare il notaio: io non volsi, perchè non restavo obrigato a cosa ch'io non l'avessi potuta fare, se fussi stato lasciato. Io giuro che non so d'avere avuti i danari che detto contratto dicie, et che disse Gianmaria che trovava che io havevo havuti. Ma pogniamo che io li abbia havuti, poi che io gli ò confessati, et che io non mi posso partire dal contratto, e altri danari, se altri se ne trova, e faccisi una massa d'ogni cosa, e vegasi quello ch'ò fatto per papa Iulio a Bologna, a Firenze e a Roma, di bronzo, di marmo e di pittura, et tutto il tempo ch'io stetti seco, che fu quanto fu Papa; et vegasi quello che io merito. Io dico che con buona coscienza, secondo la provisione che mi dà papa Pagolo, che dalle rede di papa Iulio io resto avere cinquemilia scudi. Io dico ancora questo: che (_se_) io ò avuto tal premio delle mie fatiche da papa Iulio, mie colpa, per non mi essere saputo governare; che se non fussi quello che m'à dato papa Pagolo, io morrei oggi di fame. E secondo questi imbasciadori, e' pare che e' mi abbi aricchito, et che io abbi rubato l'altare: e fanno un gran romore: et io saprei trovar la via da fargli star cheti, ma non ci sono buono. Gianmaria imbasciadore a tempo del Duca vechio,[402] poi che fu fatto il contratto sopradetto, presente Clemente, tornando io da Firenze, e cominciando a lavorare per la sepultura di Iulio, mi disse se io volevo fare un gran piacere al Duca, che io m'andassi con Dio, che non si curava di sepultura, ma che avea ben per male che io servissi papa Pagolo. Allora conobbi per quel che gli avea messa la casa in sul contratto: per farmi andare via et saltarvi dentro con quel vigore: sì che si vede a quel che ucciellano, e fanno vergogna a' nimici, a' loro padroni. Questo che è venuto adesso,[403] ciercò prima quello ch'io avevo a Firenze, che e' volessi vedere a che porto era la sepultura. Io mi truovo aver perduta tutta la mia giovineza, legato a questa sepultura, con la difesa quant'ò potuto con papa Leone e Clemente; et la troppa fede non voluta conosciere m'à rovinato. Così vuole la mia fortuna! Io veggo molti con dumila e tremila scudi d'entrata starsi nel letto, et io con grandissima fatica m'ingiegno d'impoverire.
Ma per tornare alla pittura, io non posso negare niente a papa Pagolo: io dipignerò malcontento e farò cose malcontente. Ò scritto questo a vostra Signoria, perchè quando accaggia, possa meglio dire il vero al Papa; et anche àrei caro che il Papa l'intendessi, per sapere di che materia tiene questa guerra che m'è fatta. Chi à intendere, intenda.
Servitore della vostra Signoria
MICHELAGNIOLO.
Ancora mi occorre cose da dire: e questo è, che questo imbasciadore dicie che io ò prestati a usura i danari di papa Iulio, e che io mi sono fatto ricco con essi: come se papa Iulio mi avessi innanzi conti otto milia ducati. I denari che ò auti per la sepultura vuole intendere le spese fatte in quel tempo per detta sepultura, si vedrà che s'apressa alla somma che àrebbe a dire il contratto fatto a tempo di Clemente; perchè il primo anno di Iulio che m'allogò la sepultura, stetti otto mesi a Carrara a cavare marmi et condussigli in sulla piazza di Santo Pietro, dove avevo le stanze dreto a Santa Caterina; dipoi papa Iulio non volse più fare la sepultura in vita, et messemi a dipignere; dipoi mi tenne a Bologna dua anni a fare il Papa di bronzo che fu disfatto; poi tornai a Roma, et stetti seco insino alla morte, tenendo sempre casa aperta, senza parte e senza provisione, vivendo sempre de' denari della sepultura: che non avevo altra entrata. Poi dopo detta morte di Iulio, Aginensis volse seguitare detta sepultura, ma maggior cosa; ond'io condussi e' marmi al Maciello de' Corvi, et feci lavorare quella parte che è murata a Santo Pietro in Vincola, et feci le figure che ò in casa. In questo tempo papa Leone non volendo che io facessi detta sepultura, finse di volere fare in Firenze la facciata di San Lorenzo et chiesemi a Aginensis; onde e' mi dètte a forza licenzia, con questo, che a Firenze io facessi detta sepultura di papa Iulio. Poi che io fui a Firenze per detta facciata di San Lorenzo, non vi avendo marmi per la sepultura di Iulio, ritornai a Carrara et stettivi tredici mesi, et condussi per detta sepultura tutti e' marmi in Firenze, et mura'vi una stanza per farla, et cominciai a lavorare. In questo tempo Aginensis mandò messer Francesco Palavisini, che è oggi il vescovo d'Aleria,[404] a sollecitarmi, et vidde la stanza, et tutti i detti marmi e figure bozzate per detta sepultura, che ancora oggi vi sono. Veggiendo questo, cioè ch'i' lavoravo per detta sepultura, Medici che stava a Firenze, che fu poi papa Clemente, non mi lasciò seguitare: et così stetti impacciato insino che Medici fu Clemente: onde in[405] sua presenza si fe' poi l'ultimo contratto di detta sepultura innanzi a questo d'ora,[406] dove fu messo ch'io avevo ricieuti gli otto milia ducati ch'e' dicono che io ò prestati a usura. Et io voglio confessare un peccato a vostra Signoria, che essendo a Carrara quando vi stetti tredici mesi per detta sepultura, mancandomi e' denari, spesi mille scudi ne' marmi di detta opera, che m'avea mandati papa Leone per la facciata di Santo Lorenzo, o vero per tenermi occupato: et a lui dètti parole, mostrando dificultà; et questo facievo per l'amore che portavo a detta opera: di che ne son pagato col dirmi ch'i' sia ladro e usuraio da ignoranti che non erono al mondo.
Io scrivo questa storia a vostra Signoria, perchè ò caro giustificarmi con quella, quasi che come col Papa, a chi è detto mal di me, secondo mi scrive messer Piergiovanni, che dicie che m'à avuto a difendere; e ancora che quando vostra Signoria vede di potere dire in mia difensione una parola, lo facci, perchè io scrivo il vero: apresso degli omini, non dico di Dio, mi tengo uomo da bene, perchè non ingannai mai persona, e ancora perchè a difendermi dai tristi bisogna qualche volta diventare pazzo, come vedete.
Prego vostra Signoria, quando gli avanza tempo, legghi questa storia, et serbimela, et sappi che di gran parte delle cose scritte ci sono ancora testimoni. Ancora quando il Papa la vedessi, l'àrei caro, et che la vedessi tutto il mondo, perchè scrivo il vero, et molto manco di quello che è, et non sono ladrone usurario, ma sono cittadino fiorentino, nobile, e figliolo d'omo dabbene, et non sono da Cagli.
Poi ch'io ebbi scritto, mi fu fatta una imbasciata da parte dello imbasciadore d'Urbino, cioè, che s'io voglio che la retificazione venga, ch'io acconci la coscienzia mia. Io dico che e' s'à fabricato uno Michelagnolo nel cuore, di quella pasta che e' v'ha dentro.
Seguitando pure ancora circa la sepultura di papa Iulio, dico che poi ch'ei si mutò di fantasia, cioè del farla in vita sua, come è detto, et venendo certe barche di marmi a Ripa, che più tempo inanzi avevo ordinato a Carrara, non possendo avere danari dal Papa, per essersi pentito di tale opera; mi bisognò per pagare i noli, o cento cinquanta o vero dugiento ducati, che me gli prestò Baldassarre Balducci, cioè il banco di messer Iacopo Gallo, per pagare e' noli dei sopradetti marmi; et venendo in questo tempo scarpellini da Fiorenza, i quali avevo ordinati per detta sepultura, de' quali ne è ancora vivi qualcuno, et avendo fornita la casa che m'aveva data Iulio dietro a Santa Caterina, di letti et altre masserizie per gli omini del quadro et per altre cose per detta sepultura, mi parea senza denari essere molto impacciato; et stringiendo il Papa a seguitare il più che potevo, mi fecie una mattina che io ero per parlargli per tal conto, mi fecie mandare fuora da un palafreniere. Come uno vescovo luchese che vidde questo atto, disse al palafreniere: «Voi non conosciete costui?» E 'l palafreniere mi disse: «Perdonatemi, gentilomo, io ò commessione di fare così.» Io me ne andai a casa, e scrissi questo al Papa: — «Beatissimo Padre: io sono stato stamani cacciato di Palazzo da parte della vostra Santità; onde io le fo intendere che da ora innanzi, se mi vorrà, mi ciercherà altrove che a Roma.» — E mandai questa lettera a messere Agostino scalco che la déssi al Papa; et in casa chiamai uno Cosimo fallegname, che stava meco et facevami masserizie per casa, et uno scarpellino, che oggi è vivo, che stava pur meco, et dissi loro: «Andate per un giudeo, e vendete ciò che è in questa casa, et venitevene a Firenze;» et io andai, et montai in su le poste, et anda'mene verso Firenze. El Papa, avendo ricieputa la lettera mia, mi mandò dreto cinque cavallari, e' quali mi giunsono a Poggi Bonzi circa a tre ore di notte, e presentornomi una lettera del Papa, la quale diceva: — «Súbito vista la presente, sotto pena de la nostra disgrazia, che tu ritorni a Roma.» — Volsono i detti cavallari che io rispondessi, per mostrare d'avermi trovato. Risposi al Papa, che ogni volta che m'osservassi quello a che era obrigato, che io tornerei; altrimenti non sperassi d'avermi mai. E standomi di poi in Firenze, mandò Iulio tre Brevi[407] alla Signoria. All'utimo la Signoria mandò per me e dissemi: — «Noi non vogliamo pigliare la guerra per te contra papa Iulio: bisogna che tu te ne vadi; et se tu vuoi ritornare a lui, noi ti faremo lettere di tanta autorità, che quando faciessi ingiuria a te, la farebbe a questa Signoria.» — Et così mi fecie: et ritornai al Papa: et quel che seguì sarie lungo a dire. Basta, che questa cosa mi fecie danno più di mille ducati, perchè partito che io fui da Roma, ne fu gran rumore con vergogna del Papa; et quasi tutti e' marmi che io avevo in sulla piazza di Santo Pietro mi furno sacheggiati, et massimo i pezzi piccoli; ond'io n'ebbi a rifare un'altra volta: in modo ch'io dico e afermo, che o di danni o interessi io resto avere dalle rede di papa Iulio cinquemila ducati: et chi m'à tolta tutta la mia giovineza et l'onore et la roba mi chiama ladro! Et di nuovo, come ò scritto innanzi, l'imbasciadore d'Urbino mi manda a dire che io aconci la coscienza prima, e poi verrà la retificagione del Duca. Innanzi che e' mi facessi dipositare 1400 ducati, non diceva così. In queste cose ch'io scrivo, solo posso errare ne' tempi dal prima al poi, ogni altra cosa è vera, meglio che io non scrivo.
Prego vostra Signoria, per l'amor di Dio e della verità, quando à tempo, lega queste cose, acciò quando acadessi mi possa col Papa difendermi da questi che dicon male di me, senza notizia di cosa alcuna, e che m'ànno messo nel ciervello del Duca per un gran ribaldo con le false informazioni. Tutte le discordie che naqquono tra papa Iulio e me, fu la invidia di Bramante et di Raffaello da Urbino: et questa fu causa che non seguitò la sua sepultura in vita sua, per rovinarmi: et avevane bene cagione Raffaello, che ciò che aveva dell'arte, l'aveva da me.
[399] Questa lettera, nella quale Michelangelo dà un minuto ragguaglio delle cose che gli accaddero per conto della sepoltura di papa Giulio II, si trova in copia, forse di mano di Luigi del Riccio, nel cod. 1401 della cl. VIII della Biblioteca Nazionale di Firenze. Essa fu pubblicata per la prima volta da Sebastiano Ciampi (Firenze, Passigli, 1834, in-8º), e poi ristampata nel _Commentario alla Vita di Michelangelo Buonarroti_, vol. XII, pag. 312, dell'Opera del Vasari, edita in Firenze dal Le Monnier. Il Ciampi, mancando la lettera di data, argomentò che fosse stata scritta tra il 1535 e il 1536; ma è chiaro per certissimi riscontri che essa è dell'ottobre 1542. Quanto al Monsignore, al quale pare che sia indirizzata, fu congetturato che fosse Marco Vigerio, vescovo di Sinigaglia, stato mediatore tra Michelangelo e il Duca d'Urbino, perchè questi si risolvesse a mandare la desiderata ratificazione del contratto stipulato in Roma a' 20 d'agosto 1542, per la sepoltura suddetta. Forse potrebbe essere il cardinale Ascanio Parisani, il quale per commissione del Papa aveva scritto al Duca, perchè désse qualche assetto alla faccenda di Michelangelo. Ma forse questa lettera fu scritta ad uno de' tanti prelati che erano nella Corte di Paolo III; forse fu data allo stesso Del Riccio, perchè poi la leggesse al Papa. Non è poi dubbio che essa non fosse veramente dettata da Michelangelo, apparendovi manifesta la forma che egli soleva dare a' suoi pensieri; e che solamente al copiatore, cioè al Del Riccio, si possono attribuire certe dichiarazioni oziose ed inutili, le quali misero in sospetto il Gaye della sua autenticità.
[400] È quello del 29 d'aprile 1532.
[401] Giovanmaria Della Porta, che ebbe parte principale nella stipulazione di quel contratto.
[402] Francesco Maria Della Rovere.
[403] Girolamo Tiranno.
[404] Creato vescovo di Corsica nel dicembre del 1520.
[405] Manca nel codice questo _in_ necessario.
[406] Cioè, il contratto del 20 d'agosto 1542.
[407] Di questi tre Brevi non si conosce che quello degli 8 luglio 1506, col quale Michelangelo è invitato a ritornare a Roma, assicurandolo che non sarebbegli dato molestia.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, ( d'ottobre 1542).
CDXXXVI.
(_A messer Luigi del Riccio in Roma_).
Messer Luigi. — Io credo che vostra Signoria abbi comodità d'intendere in Palazzo a che termine è la cosa mia circa la retificagione che sapete: però prego quella, possendo, il facci; chè mi sarà grandissimo piacere; perchè, come ve n'ò scritto un'altra volta, non posso vivere non che dipigniere; e penso, sendo mandato qua uno dal Duca, e non la avendo portata, che l'abbia a esser cosa lunga, e che sie messo nel capo al Papa qualche cosa da ritardarla. Però, quando potete, vi prego m'avisiate di qualche cosa.
Vostro MICHELAGNIOLO.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, ( d'ottobre 1542).
CDXXXVII.
(_A messer Luigi del Riccio in Roma_).
Messer Luigi, amico caro. — Io mi son resoluto, poichè ò visto che la retificagione non viene, di starmi in casa a finire le tre figure come son d'acordo col Duca, e tornami molto meglio che stracinarmi ogni dì a Palazzo: e chi si vuol crucciar, si crucci. A me basta aver fatto in modo che 'l Papa non si può doler di me. E a me la retificagione non era piacer nessuno, ma a sua Santità, volendo ch'i' dipignessi. Basta, io non sono per entrar tra quella e 'l Duca, e se ella à visto che io ò abbandonato la sua pittura, manda per l'imbasciadore, sare' forse buono avisarlo della risoluzione che ò fatta, acciò sappi che rispondere, quando vi paia: e per questo vi scrivo tal cosa.
Vostro MICHELAGNIOLO.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 17 d'ottobre 1542.
CDXXXVIII.[408]
_A Monsignor .... datario._[409]
Reverendo e magnifico signor Datario. — Io resto avere della provisione ordinaria che mi dà nostro Signore delli scudi 50 il mese, la paga di otto mesi, cioè da febraro in qua, che sono per tutto il presente mese scudi quatrocento d'oro in oro italiani; quali vi piacerà pagare per me a Salvestro da Montauto e Compagnia, et così seguitare mese per mese di dar loro la paga ordinaria, pigliandone quitanza: che saranno bene dati, et io di così mi contento. Et a vostra Signoria reverenda et magnifica mi racomando, e prego Iddio che li conceda quello desidera.
Di casa mia dal Macello de' Corvi, addì 17 d'ottobre 1542.
A' comandi di vostra Signoria
MICHELAGNIOLO BUONARROTI.
[408] Copia di Luigi del Riccio.
[409] Forse Tommaso Cortesi da Prato.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, (1543).
CDXXXIX.
_A messer Luigi del Riccio, amico anzi patrone onorando in Roma._
Messer Luigi mio caro. — Perchè io so che voi siate maestro di cerimonie, tanto quant'io ne sono alieno; avend'io ricevuto da monsignor di Todi[410] il presente che vi dirà Urbino, vi prego, facendovene parte e credendo che siate amico di sua Signoria, quando vi vien bene, in nome mio la ringraziate con quella cerimonia che v'è facile a fare, e dura (_a me_): e fateme debitore di qualche berlingozzo.
Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI.
[410] Federigo Cesi, poi cardinale di San Pancrazio.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 26 di febbraio 1544.
CDXL.[411]
(_Al Castellano di Sant'Angelo di Roma_).
Monsignore Castellano. — Circa il modello di che si disputò ieri, io non dissi interamente l'animo mio, del quale io sono richiesto da vostra Signoria, perchè mi pareva troppo offendere quelle persone a chi io porto grandissima afezione; e questo è il capitano Giovan Francesco,[412] con il quale in qualche cosa non convengo seco; perchè e' bastioni cominciati mi pare che con la ragione et con la forza si possino difendere et seguitare; et nol faccendo, dubito si facci molto peggio; perchè in tanti pareri et modegli vari mi pare che abbino messo in gran confusione il Papa et in tal fastidio, che non si risolvendo a cosa nessuna, potrebbe non seguitare a questo modo, nè fare a quell'altro; che sarebbe gran male e poco onore di sua Santità. Però, come è detto, a me pare di seguitare, non dico particularmente quel che è cominciato, ma solo l'andamento del Monte, migliorando qualcosa, senza danno del fatto, col consiglio del capitano Giovan Francesco detto, per avere occasione di levare via il governo che vi è, se è come si dice, e mettervi detto capitano Giovan Francesco; il quale ò per valente e dabbene in tutte le cose. E quando questo si facci, io me gli offero per l'onore del Papa, poi che più volte son richiesto non come compagnio, ma come ragazo in tutte le cose.
Dagli Spinegli a Castello non farei altro ch'un fosso, perchè il corridor basta, quando sia aconcio bene.[413]
Addì XXVJ di febraro 1544.
Servitore di vostra Signoria
MICHELAGNIOLO BUONARROTI.
[411] Copia di mano di Luigi del Riccio.
[412] Montemelini, perugino.
[413] In questa lettera si parla della fortificazione di Borgo ordinata da papa Paolo III, per la quale fu richiesto il consiglio di molti uomini intendenti della materia, tra i quali Michelangelo. Il capitano Montemelini era d'un parere, e d'un altro Iacopo Castriotto. Michelangelo, per quanto apparisce, si accostava all'opinione di quest'ultimo, che fu poi seguitata dal Papa.
RACCOLTA DEL CAV. PALAGI IN FIRENZE. Di Roma, ( 1544).
CDXLI.
(_A papa Paolo III_).[414]
Beatissimo Patre. — Come quella à 'nteso per el capitolo di Vetruvio, l'architettura non è altro che ordinazione e disposizione et una bella spezie et un conueniente consenso de' membri dell'opera, et conueneuoleza et distribuzione.
Et prima: qui non è ordinazione nessuna; perchè l'ordinazione è una piccola comodità de' membri dell'opera separatamente et uniuersalmente posti, di consenso apparechiati; anzi c'è tutto disordine dentro, perchè li membri di detta cornicie sono sproporzionati infra loro, nè ànno conuenienza l'uno all'altro.
Seconda: qui non è disposizione alcuna. La disposizione è una certa collocazione elegantemente composta secondo la qualità (_e_) efetto dell'opera. Qui non è qualità nessuna per l'opera fatta, e fatta secondo le regole di Vetruvio: et questa cornice acusa più presto qualità barbara o altrimenti.
Terza: una bella spezie de la comodità della composizione de' membri in aspetto: in questa non si vede comodità nessuna, anzi tutte scomodità: la prima scomodità si è che la minaccia di una grossa spesa da non finir mai detta opera; seconda scomodità è, che la minaccia tirare quella facciata del palazzo a terra. Apresso tre sono le spezie della cornice; doriche, ioniche e corintie. Questa non è di nessuna di queste tre generazioni, ma è bastarda.
Quarta è dell'opera e de' membri un conueniente consenso, che le parte separatamente rispondino all'uniuersa spezie della figura, con la rata parte: in essa cornice non c'è menbro nessuno che risponda con la rata parte al tutto della cornice, perchè le mensole son piccole e rare a simile grandeza, el fregio è piccolo a sì gran capassa, e 'l bastone da basso è piccolissimo a tanto volume.
Quinta è el decoro, (_che_) è uno amendato aspetto nell'opere provar le cose composte con alturità detta conueneuoleza. In questa cornice non è conueneuoleza alcuna, anzi u'è tutta sconueneuoleza: prima aparisce quel gran capo sun una piccola facciata, e maggiore el capo ch'el resto, e non conuiene sì gran capo a sì poca alteza; l'altra la mana del modano non accompagna colla mano del morto: è un altro fare.
Sesta, distribuzione: la distribuzione secondo l'abondanzia delle cose, de' loci (_sic_) una comoda dispensazione. Qui si vede non essere ben dispensato niente, ma dispensato ogni cosa a caso e secondo el capriccio che gli è tocco, in un lato è stato largo a dispensare et in un altro loco è stato parco. Questo è quanto m'occorre circa a questo dire a vostra Santità, alla quale umilmente i' bacio e' piedi: e se no' mi fo uedere inanzi a vostra Santità, n'è causa el mal mio, che quante uolte sono uscito, sempre son ricascato.
Egli è un altro grado di distribuizione quan(_do_) l'opera sarà fatta secondo l'uso del patre della famiglia, et secondo l'abundanzia de' danari, et secondo l'eleganzia e degnità sua, li edificii sieno ordinati alti; imperò che altrimenti si uede che bisogna constituire le case della città et altrimenti quelle delle possessione rustice, doue si ripongano li frutti; non al medesimo modo alli usurai, altrimenti alli ricchi et dilicati e potenti, e' quali con le loro cogitazione gouernano la republica; atte a quell'uso siin collocate. Le distribuizione delli edificii senza manco son da fare che siino atte secondo el grado di tutte le persone.
[414] Questa lettera, che certamente è scritta a papa Paolo, sebbene manchi d'indirizzo, parla del cornicione del Palazzo Farnese, per il quale fu disputa tra Michelangelo e il Sangallo, architetto di quello. È noto che al Papa piacque sopra gli altri il modello fatto dal Buonarroti, secondo il quale fu poi costruito il detto cornicione. Che questa lettera sia veramente scritta dalla mano di Michelangelo, non ci pare da mettere in dubbio; solamente dubitiamo che non sia stata composta da lui, parendoci d'una forma spesso non solo diversa da quella di Michelangelo, ma ancora dalla toscana.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, ( di gennaio 1545).
CDXLII.
(_A messer Luigi del Riccio in Roma_).
Messer Luigi, signor mio caro. — I' mando Gabbriello che sta meco a vostra Signoria che gli dia i danari di che sapete: è fidato; potete dargliene sicuramente. Altro non m'acade. Son guarito,[415] e spero vivere ancora qualche anno, poichè il Cielo à messo la mia sanità in man di maestro Baccio[416] e nel trebbian degli Ulivieri.[417]
Servitore di vostra Signoria
MICHELAGNIOLO al Macel dei Corvi.
[415] Era stato gravemente ammalato in casa degli Strozzi, e già era corsa voce che egli fosse morto.
[416] Rontini, medico.
[417] Mercanti fiorentini nel Banco degli Strozzi in Roma.
MUSEO BRITANNICO. Di Roma, 25 di gennaio 1545.
CDXLIII.[418]