Le lettere di Michelangelo Buonarroti
Part 25
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, 15 di ottobre 1533.
CDXIX.
(_A messer Giovambattista Figiovanni in Firenze_).
Messer Giovanbatista, patron mio caro. — All'ultimo di questo mese finiscono i quatro mesi che io giunsi a Firenze per conto del Papa: e 'l primo de' detti quatro mesi voi mi portasti la provigione; io non la volsi, e dissivi che voi me la serbassi. Voi mi rispondesti se avevi a scrivere al Papa, che io l'avessi avuto: vi dissi, che voi scrivessi il vero: dipoi mi mostrasti una lettera del Papa, che diceva che voi non guardassi alle mia parole e che voi me la déssi. Ora io vorrei fare più danari che io posso per isbrigar più presto la cosa mia di Roma; e domandassera àrò finiti dua modelli picoli che io fo pel Tribolo, e martedì vo' partire a ogni modo. Però la provigione vi dissi mi serbassi, vi prego me la diate; cioè me la diate di dua mesi; e gli altri dua mesi donerò al Papa. Faretemi grandissimo piacere, restandovi sempre ubrigato.
Addì 15 d'ottobre 1533.
Vostro MICHELAGNIOLO in casa i Macciagnini in Firenze.[379]
[379] Sotto Michelangelo stesso vi ha aggiunto: «Copia d'una lettera al Figiovanni il sopradetto dì.»
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, ( di dicembre 1533).
CDXX.
_A Febo_ (_di Poggio?_).
Febo. — Benchè voi mi portiate odio grandissimo; non so perchè; non credo già per l'amore che io porto a voi, ma per le parole d'altri, le quale non doverresti credere, avendomi provato; non posso però fare che io non vi scriva questo. Io parto domattina, e vo a Pescia a trovare il cardinale di Cesis e messer Baldassarre:[380] andrò con loro insino a Pisa; dipoi a Roma:[381] e non tornerò più di qua: e fòvi intendere, che mentre ch'i' vivo, dovunche io sarò, sempre sarò al servizio vostro con fede e con amore, quanto nessuno altro amico che abbiate al mondo.
Prego Iddio perchè v'apra gli ochi per un altro verso, acciò che voi conosciate che chi desidera il vostro bene più che la salute sua, sa amare e non odiare come nemico.
[380] Turini da Pescia.
[381] Partì per Roma sul fine di quel mese.
RACCOLTA DI B. PINO. Di Roma, (del settembre 1537).
CDXXI.
(_A messer Pietro Aretino in Venezia_).[382]
Magnifico messer Pietro, mio signore e fratello. — Nel ricever della vostra lettera ho avuto allegrezza e dolore insieme; sonmi molto allegrato per venire da voi, che siete unico di virtù al mondo: et anco mi sono assai doluto, perciò che avendo compìta gran parte della istoria, non posso mettere in opera la vostra immaginazione, la quale è sì fatta, che se 'l dì del Giudizio fosse stato, et voi l'aveste veduto in presenzia, le parole vostre non lo figurerebbono meglio. Or per rispondere allo scrivere di me, dico che non solo l'ò caro, ma vi supplico a farlo; da che i Re e gli Imperatori hanno per somma grazia, che la vostra penna gli nomini. In questo mezzo, se io ho cosa alcuna che vi sia a grado, ve la offerisco con tutto il cuore. Et per ultimo, il vostro non voler capitare a Roma non rompa, per conto del veder la pittura che io faccia, la sua deliberazione, perchè sarebbe pur troppo. Et mi raccomando.
MICHEL'AGNOLO BUONAROTI.
[382] È stampata nel libro I a pag. 287 della _Nuova scelta di Lettere di diversi nobilissimi ingegni_, ec., fatta da messer Bernardino Pino: Venezia, 1574, in-8º. Fu poi ristampata nel vol. II delle _Pittoriche_: ed è in risposta ad una dell'Aretino del 13 di settembre del detto anno, dove vorrebbe che Michelangelo seguisse un suo concetto circa al modo di rappresentare in pittura il _Giudizio_.
BIBLIOTECA NAZIONALE IN FIRENZE. Di Roma, 20 di gennaio 1542.
CDXXII.
(_A messer Niccolò Martelli in Firenze_).[383]
Messer Niccolò. — I' ò da messer Vincenzo Perini una vostra lettera con dua sonetti et uno madrigale. La lettera e 'l sonetto diritti a me sono cosa mirabile, tal che nessuno potrebbe essere tanto ben gastigato, che in lor trovassi cosa da gastigare. Vero è che mi dànno tante lodi, che se io avessi il paradiso in seno, molte manco sarebbono a bastanza. Veggo vi siate immaginato ch'io sia quello che Dio 'l volessi ch'io fussi. Io sono un povero uomo e di poco valore, che mi vo afaticando in quell'arte che Dio m'à data, per alungare la vita mia il più ch'io posso; et così com'io sono, son servitore vostro et di tutta la casa de' Martelli; et della lettera et de' sonetti vi ringrazio, ma non quanto sono ubbrigato, perchè non aggiungo a sì alta cortesia. Son sempre vostro. Di Roma alli XX di gennaio l'anno XLII.
MICHELAGNIOLO BUONARROTI.
[383] È in risposta ad una del Martelli, e si trova copiata nel Libro de' _Capitoli dell'Accademia degli Umidi_: manoscritto originale nella Nazionale di Firenze, classe VII, codice IV, 2. Si legge ancora tra le _Pittoriche_, vol. VI, pag. 98 (Edizione del Silvestri): ma oltre essere un po' rammodernata, manca dell'anno e del luogo. Nella stampa la lettera dal Martelli diretta a Michelangelo è del 4 dicembre 1540. Perciò o è sbagliata la data di questa, o di quella di Michelangelo.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, (1542).
CDXXIII.
(_A messer Luigi del Riccio in Roma_).
Questo[384] mandai più tempo fa a Firenze. Ora perchè l'ò rifatto più al proposito, ve lo mando, acciò che piacendovi lo diate al foco, cioè a quello che m'arde. Ancora vorrei un'altra grazia da voi, e questa è che mi cavassi d'una certa ambiguità in che io son rimasto stanotte, che salutando l'idolo nostro in sognio, mi parve che ridendo mi minacciassi; e io non sappiendo a qual delle dua cose m'abbia a tenere, vi prego lo intendiate da lui, e domenica riveggiendoci, me ne ragguagliate.
Vostro con infiniti obbrighi e sempre
Se vi piace, fatelo scriver bene e datelo a quelle corde che legan gli uomini senza discrezione, e racomandatemi a messer Donato.[385]
[384] Intendi: _Madrigale_.
[385] Giannotti.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, (1542).
CDXXIV.
_A messer Luigi del Riccio, amico carissimo._
Messer Luigi. — Io vi mando un sacco di carte scritte, acciò che vostra Signoria vegga quale è quella che s'à a mandare al Cortese, e quella che è dessa, prego dica a Urbino che la facci copiare e che l'aspetti e paghi, e dipoi la porti al detto Cortese: e non possendo oggi vostra Signoria attendere a ciò, Urbino mi riporti dette scritte, e rimanderovele un'altra volta quando sarà tempo.
Ancora prego vostra Signoria mi mandi la mia poliza e quella del Perino overo di Pierino, e ancora quel sonetto che io vi mandai, acciò che io lo racconci e faccigli dua ochi, come mi dicesti.
Vostro MICHELAGNIOLO.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, ( d'agosto 1542).
CDXXV.
(_A messer Luigi del Riccio in Roma_).
Messer Luigi, signor mio caro. — D'un grandissimo piacere vi prego quanto so e posso: e questo è, che veggiate certo scritto che à fatto per me il Cortese, perchè io non lo intendo, e non vi posso andare, come vi raguaglierà Urbino. E per non gli parere ingrato, vi prego ringraziate sua Signoria e racomandatemegli; e voi mi perdonate della troppa sicurtà.
Vostro MICHELAGNIOLO.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, (1542).
CDXXVI.[386]
_A messer Luigi del Riccio, signor mio caro e amico fedele._
Messer Luigi, signor mio caro. — El mio amore à retificato al contratto che io gli ò fatto di me; ma dell'altra retificagione[387] che voi sapete, non so già quello che me ne pensi: però mi racomando a voi e a messer Donato e al terzo, poi o prima come volete.
Vostro pieno d'affanni MICHELAGNIOLO BUONARROTI, Roma.
Cose vechie dal fuoco senza testimone.
[386] È nel codice autografo delle _Poesie_ di Michelangelo sotto il madrigale: _Per c'al superchio ardore_.
[387] Parla della ratificazione del contratto stipulato coll'oratore del Duca d'Urbino a' 20 d'agosto 1542 per conto della sepoltura di papa Giulio II.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, (1542).
CDXXVII.
(_A messer Luigi del Riccio in Roma_).[388]
Messer Luigi. — Voi c'avete spirito di poesia, vi prego che m'abreviate e raconciate uno di questi madrigali quale vi pare il manco tristo, perchè l'ò a dare a un nostro amico.
Vostro MICHELAGNIOLO.
[388] Nel Codice detto, sotto il madrigale: _Non è senza periglio Il tuo volto divino_.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, (1542).
CDXXVIII.
_A messer Luigi del Riccio in Banchi_.[389]
Messer Luigi, signor mio caro. — Il canto d'Arcadente[390] è tenuto cosa bella; e perchè secondo il suo parlare non intende avere fatto manco piacere a me, che a voi che lo richiedesti, io vorrei non gli essere sconoscente di tal cosa. Però prego pensiate a qualche presente da fargli o di drappi o di danari, e che me n'avisiate; e io non àrò rispetto nessuno a farlo. Altro non ò che dirvi: a voi mi racomando, e a messer Donato, e al cielo e alla terra.
Vostro MICHELAGNIOLO un'altra volta.
[389] Nel Codice detto, sotto la poesia: _Spargendo il senso il troppo ardor cocente_.
[390] Arcadelt o Arcadente, musico eccellente fiammingo, il quale, al pari del Festa e del Concilion, aveva messo in musica alcuni madrigali di Michelangelo.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, (1542).
CDXXIX.
(_A messer Luigi del Riccio in Roma_).
Messer Luigi. — E' mi parebbe di far di non parere ingrato verso Arcadente. Però se vi pare usargli qualche cortesia, súbito vi renderò quello che gli darete. Io ò un pezzo di raso in casa per un giubbone, che mi levò messer Girolamo. Se vi pare, ve lo manderò per dargniene. Ditelo a Urbino o a altri, quello che vi pare. Di tutto vi sodisfarò.
Vostro MICHELAGNIOLO.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, (1542).
CDXXX.
_A messer Luigi del Riccio, amico carissimo._
Messer Luigi. — Chi è povero e non à chi 'l serva, fa di questi errori. Io non potetti ieri nè venire nè rispondere alla vostra, perchè le mia brigate tornorno di notte a casa. Però mi scuso con esso voi; e voi prego mi scusiate con messer Silvestro,[391] e racomandatemi a Cechino.[392]
[391] Da Montauto.
[392] Bracci.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, (del luglio 1542).
CDXXXI.
(_A messer Luigi del Riccio in Roma_).
Messer Luigi, signor mio caro. — Io vi mando per Urbino che sta meco, scudi venti che vostra Signoria gli dia a maestro Giovanni per l'opera che sapete; e cavando di detta opera ancora detto Urbino, mi bisognia darne altri venti a lui, che saranno quaranta: che àrò già speso cento quaranta scudi: e di detta opera non è fatto per sessanta. Settanta cinque scudi àrà avuti maestro Giovanni, che ve ne guadagnia su trenta, e 'l resto de' cento che io dètti prima, da cinquanta cinque che prese maestro Giovanni per insino in cento, à speso Urbino in giornate e in marmi, poichè la compagnia si divise: e non à auto in dua mesi niente; che àrebbe aver di guadagnio il medesimo che maestro Giovanni, cioè trenta scudi, cavandolo dell'opera; ma con venti lo contenterò.[393]
Poichè fu fatto e scritto el giudicio della quantità fatto di sopradetta opera, l'ò misurata da me, e non trovo che ne sie fatta la decima parte. Ma ò ben caro che gli uomini che giudicorno, dicessino la settima in favore di maestro Giovanni, perchè non si potessi dolere. Ma non v'è rimedio: e se nessuno avessi da dolersi, sarei io più che gli altri, che ci ò perduto dua mesi di tempo per impacciarmi con ....[394] ma più mi duole lo sdegnio del Papa, che dugento scudi.
Piglio troppa sicurtà in vostra Signoria. Iddio mi dia di poterla ristorare.
Maestro Giovanni à a liberare i marmi che son rimasi a Campidoglio; quegli che poi che e' ne fu pagato, non gli lasciò levare: che fu una delle cagioni della questione nata tra loro: e così à a fare fine d'ogni altra cosa.
Vostro MICHELAGNIOLO: Roma.
[393] Con contratto del 16 di maggio 1542 il Buonarroti aveva allogato a maestro Giovanni de' Marchesi da Saltri, scarpellino abitante in Roma, ed a Francesco d'Amadore detto _l'Urbino_, suo servitore, il resto del lavoro del quadro della sepoltura di papa Giulio che doveva andare in San Pietro in Vincoli. Ma essendo nata differenza fra maestro Giovanni e Francesco, ed avendo essi di comune consenso ceduto a Michelangelo la detta opera; egli di nuovo la riallogò a loro nel giugno di detto anno, con altri patti e convenzioni. E perchè la differenza che era tra loro consisteva più che in altro nella quantità del lavoro che ciascuno pretendeva di avere fatto in quell'opera, furono chiamati a stimarlo tre maestri, i quali dettero il loro lodo agli otto di luglio seguente. Ma siccome di questo lodo pare che non fossero in tutto rimasti contenti Giovanni e l'Urbino, restando sempre qualche cagione di lite tra loro; così Michelangelo vi mise di mezzo Luigi del Riccio, perchè vedesse modo di accordarli. Il secondo contratto e il lodo sono riferiti dal Gaye nel vol. II del _Carteggio inedito_, ec., pag. 293 e seg.
[394] Questo spazio è nell'originale.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, ( di luglio 1542).
CDXXXII.
_A messer Luigi del Riccio in Roma._
Messer Luigi Signior mio caro. — Vostra Signoria à maneggiata questa discordia che è nata fra Urbino e maestro Giovanni, e per non ci avere interesso, ne potrà dare buon giudicio. Io per fare bene all'uno e all'altro, ò dato loro a fare l'opera che sapete. Ora perchè l'uno è troppo tacagnio, e l'altro non è manco pazzo, è nata tal cosa tra loro, che ne potre' seguire qualche grande scandolo o di ferite o di morte; e quando tal cosa seguissi o nell'uno o nell'altro, mi dorrebbe di maestro Giovanni, ma molto più di Urbino, perchè l'ò allevato. Però mi parrebbe, se la ragione lo patisce, cacciar via l'uno e l'altro e che l'opera mi restasse libera, acciò che il lor cattivo cervello non mi rovini e che io la possa seguitare. E perchè è stato detto che la detta opera io la divida, e diene una parte all'uno e una all'altro, questo io non lo posso fare e a darla[395] .... a un solo di lor dua, farei ingiuria a quello a chi io non la déssi. Però non mi pare che e' ci sia altro riparo che lasciarmi l'opera libera, acciò la possa seguitare; e de' danari, cioè cento scudi che io ò dati e delle fatiche loro, se l'acconcino tra loro in modo che io non perda. E di tal cosa vostra Signoria prego gli metta d'acordo il meglio che si può, perchè è opera di carità. E perchè forse ci sarà qualcuno che vorrà mostrare d'aver fatto quel poco che è fatto, tutto lui, e di restare avere, oltre a' ricevuti, molti altri danari; quando questo sia, io potrò mostrare ancora io d'avere nella detta opera perduto un mese di tempo per la loro ignioranza e bestialità, e tenuto adrieto l'opera del Papa, che m'è danno di più di dugento scudi; in modo che molto più àrò aver io da loro, che loro dall'opera.
Messer Luigi, io ò fatto questo discorso a vostra Signoria in iscritto, perchè a farlo a boca presente gli uomini mi spargo tutto in modo in loro, che non mi resta fiato da parlare.
Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI al Macello de' Poveri.
[395] Il foglio è lacero.
BIBLIOTECA NAZIONALE DI FIRENZE. Di Roma, 20 di luglio 1542.
CDXXXIII.
_Supplica a papa Paolo III._[396]
Avendo messer Michelagnolo Buonarroti tolto a fare più fà la sepoltura di papa Iulio in Santo Piero in Vincola con certi patti et conventioni, come per uno contratto rogato per messer Bartolomeo Cappello sotto dì 18 di aprile 1532 appare; et essendo di poi ricerco et astretto dalla Santità di N. S. papa Paulo Terzo di lavorare e dipignere la sua nova cappella, non possendo attendere al fornire della sepoltura et a quella; per mezo di sua Santità di nuovo riconvenne con lo illustrissimo signor duca di Urbino, al quale è rimasta a cura la prefata sepoltura, come per una sua lettera de' dì 6 di marzo 1542 si vede; che di sei statue che vanno in detta sepoltura, detto messer Michelagnolo ne potessi allogare tre a buono et lodato maestro, il quale le fornissi et ponessi in detta opera; et le altre tre, fra le quali fussi il Moises, le havessi lui a fornire di sua mano et così fussi tenuto far fornire il quadro, cioè il resto dell'ornamento di detta sepoltura, secondo il principio fatto. Onde per dare esecuzione a detto accordo, il prefato messer Michelagnolo allogò a fornire le dette tre statue, quali erano molto innanzi, cioè una Nostra Donna con il Putto in braccio, ritta, et uno Profeta et una Sibilla a sedere, a Raffaello da Montelupo, fiorentino, aprovato fra e' migliori maestri di questi tempi, per scudi quattrocento, come per la scritta fra loro appare; et il resto del quadro et ornamento della sepoltura, eccetto l'ultimo frontispitio, alsì allogò a maestro Giovanni de' Marchesi et a Francesco da Urbino, scarpellini et intagliatori di pietre, per scudi settecento, come per obrighi fra loro apare. Restavagli a fornire le tre statue di sua mano, cioè un Moises et dua prigioni: le quali tre statue sono quasi fornite. Ma perche li detti dua prigioni furno fatti quando l'opera si era disegnata che fussi molto maggiore, dove andavano assai più statue; la quale poi nel sopradetto contratto fu risecata et ristretta; per il che non convengono in questo disegno, nè a modo alcuno ci possono stare bene; però detto messer Michelagnolo per non mancare a l'onore suo, dètte cominciamento a dua altre statue che vanno dalle bande del Moises, la Vita contemplativa et la attiva, le quali sono assai bene avanti, di sorta che con facilità si possono da altri maestri fornire. Et essendo di nuovo detto messer Michelagnolo ricerco, et sollecitato dalla detta Santità di N. S. papa Paulo Terzo a lavorare et fornire la sua cappella, come di sopra è detto; la quale opera è grande et ricerca la persona tutta intera et disbrigata da altre cure; essendo detto messer Michelagnolo vechio, et desiderando servire sua Santità con ogni suo potere; essendone alsì da quella astretto e forzato, nè possendo farlo se prima non si libera in tutto da questa opera di papa Iulio, la quale lo tiene perplesso della mente e del corpo; suprica sua Santità, poi che è resoluta che lui lavori per lei, che operi collo illustrissimo signor duca d'Urbino, che lo liberi in tutto da detta sepoltura, cassandogli et anullandoli ogni obrigazione fra loro con li sottoscritti onesti patti. In prima detto messer Michelagnolo vuole licenzia di possere allogare le altre due statue che restono a finire, al detto Raffaello da Montelupo o a qualsivoglia altri a piacimento di sua Eccellenzia, per il prezo onesto et che si troverrà, che pensa sarà scudi 200 in circa, et il Moises vuol dare finito da lui; et di più vuole dipositare tutta la somma de' danari che andranno in fornire del tutto la detta opera; ancora che li sia scommodo et che in la detta opera abbia messo in grosso; cioè il resto di quello che non avesse pagato a Raffaello da Montelupo per fornire le tre statue allogatoli, come di sopra, che sono circa scudi 300, et il resto di quello non avesse pagato della fattura del quadro et ornamento, che sono circa scudi 500, et li scudi 200, o quello bisognerà per fornire le dua statue utime et di più ducati cento che andranno in fornire l'utimo frontispizio dell'ornamento di detta sepoltura: che in tutto sono scudi 1100 in 1200 o quelli bisognerà, quali dipositerà in Roma in sur uno banco idoneo a nome del prefato illustrissimo signor Duca, suo et de l'opera, con patti espressi che abbino a servire per fornire detta opera et non altro; nè si possino per altra causa toccare o rimuovere. Et è, oltre a questo, contento, per quanto potrà, avere cura a detta opera di statue et ornamento che sia fornita con quella diligenzia che si ricerca: et a questo modo sua Eccellentia sarà sicura che l'opera si fornirà e saprà dove sono i danari per tale effetto; et potrà per sua ministri farla di continuo sollecitare et condurre a prefezione: il che à a desiderare, essendo messer Michelagnolo molto vechio et occupato in opera da tenerlo tanto, che a fatica àrà tempo a fornirla, non che fare altro. Et messer Michelagnolo resterà in tutto libero et potrà servire et sadisfare al desiderio di sua Santità, la quale suprica che ne facci scrivere a sua Eccellenzia, che ne dia qua ordine idoneo et ne mandi proccura sufiziente per liberarlo da ogni contratto et obrigazione che fussi fra loro.[397]
[396] È scritta di mano di Luigi del Riccio, e trovasi nel codice 303 della classe XXXVII della Biblioteca Nazionale di Firenze. Fu pubblicata dal Gaye nel vol. II del _Carteggio inedito_, ec., pag. 297.
[397] _Nell'occhietto_: «1542. Copia d'una scritta data messer Michelagnolo Buonarroti a messer Piergiovanni, guardaroba di Nostro Signore, a dì 20 di luglio 1542.»
MUSEO BRITANNICO. Di Roma, (dell'ottobre 1542).
CDXXXIV.
_A messer Luigi del Riccio._
Messer Luigi, amico caro. — Io son molto sollecitato da messer Pier Giovanni[398] al cominciare a dipigniere: come si può vedere, ancora per quattro o sei dì non credo potere, perchè l'aricciato non è secco in modo che si possa cominciare. Ma c'è un'altra cosa che mi dà più noia che l'aricciato, e che non che dipigniere, non mi lascia vivere; e questa è la retificagione che non viene, e conosco come m'è date parole, in modo che io sono in gran disperazione. Io mi son cavato del cuore mille quattro cento scudi, che m'àrebbon servito sette anni a lavorare, che avrei fatto dua sepulture non che una: e questo ò fatto per potere stare in pace, e servire il Papa con tutto il cuore. Ora mi truovo manco i danari e con più guerra e afanni che mai. Quello che ò fatto circa i detti danari, l'ò fatto col consenso del Duca, e col contratto della liberazione; e ora che io gli ò sborsati, non vien la retificagione: in modo che si può molto ben vedere che significa questa cosa, senza scriverlo. Basta, che per la fede di trentasei anni, e per essersi donato volontariamente a altri, io non merito altro: la pittura e la scultura, la fatica e la fede m'àn rovinato, e va tuttavia di male in peggio. Meglio m'era ne' primi anni che io mi fussi messo a fare zolfanelli, ch'i' non sarei in tanta passione! Io scrivo questo a vostra Signoria, perchè come uno che mi vuol bene e che à maneggiata la cosa e sanne il vero, la farà intendere al Papa, acciò che e' sappi che io non posso vivere non che dipigniere: e se ò dato speranza di cominciare, l'ò data con la speranza della detta retificagione; che è già un mese che ci aveva a essere. Non voglio più stare sotto questo peso, nè essere ogni dì vituperato per giuntatore da chi m'à tolto la vita e l'onore. La morte o 'l Papa solo me ne posson cavare.
Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI.
[398] Aliotti, guardaroba del Papa, e vescovo di Forlì.
BIBLIOTECA NAZIONALE DI FIRENZE. Di Roma, ( d'ottobre 1542).
CDXXXV.[399]
_A Monsignore_....................