Le lettere di Michelangelo Buonarroti

Part 24

Chapter 243,960 wordsPublic domain

Messere Giovan Francesco. — Di questa settimana che viene, farò coprire le figure di Sagrestia che vi sono bozzate, perchè io voglio lasciare la Sagrestia libera a questi scarpellini de' marmi, perchè io voglio che comincino a murare l'altra sepultura a riscontro di quella che è murata; che è squadrata tutta, o poco manca. E in questo tempo che e' la mureranno, pensavo si facessi la vôlta, e credevo io che con gente assai la si facessi in dua o in tre mesi: non me ne intendo. Passata questa settimana che viene, Nostro Signore potrà a sua posta mandare maestro Giovanni Da Udine se gli pare che la si facci ora, perchè sarò a ordine.

Del ricetto, di questa settimana si è murato quattro colonne e una n'era murata prima. Terranno un poco adietro e' tabernacoli: pure in quattro mesi da oggi, credo sarà fornito. El palco si comincierebbe ora, ma tigli non sono ancora buoni; solleciterèno che e' si secchino el più che si potrà.

Io lavoro el più che io posso, e in fra quindici dì farò cominciare l'altro Capitano: poi mi resterà di cose d'importanza, solo e' quattro Fiumi. Le quattro figure in su cassoni, le quattro figure in terra che sono e' Fiumi, e dua Capitani e la Nostra Donna che va nella sepultura di testa, sono le figure che io vorrei fare di mia mano: e di queste n'è cominciate sei: e bastami l'animo di farle in tempo conveniente e parte far fare ancora l'altre che non importano tanto. Altro non acade: racomandatemi a Giovanni Spina, e pregatelo che scriva un poco al Figiovanni, e preghilo che non ci togga e' carradori per mandargli a Pescia, perchè noi resteremo senza pietre: e ancora che non ci incanti gli scarpellini, per farsegli benivoli con dir loro: «Costoro ànno poca discrezione di voi, or che le notte sono dua ore, a farvi lavorare insino a sera.»

Abbiàno fatica con cent'occhi di farne lavorare uno, e anco quell'uno c'è guasto da chi è sviscierato. Pazienza! Non voglia Iddio che e' dispiaccia a me, quello che non dispiace a lui.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, 1 di novembre 1526.

CDIII.

(_A messer Giovan Francesco Fattucci in Roma_).

Messere Giovan Francesco. — Io so che lo Spina à scritto costà a questi dì molto caldamente sopra e' casi mia della cosa di Iulio. Se à fatto errore rispetto ai tempi in che noi siàno, l'ò fatto io che l'ò pregato importunamente che scriva. Forse che la passione m'à fatto metter troppa mazza. Io ò avuto uno raguaglio a questi dì della cosa mia detta di costà, che m'à messo gran paura: e questa è la mala disposizione che ànno e' parenti di Iulio verso di me: e non senza ragione: e come el piato séguita, e domandonmi danni e interessi, in modo che e' non basterebbon cento mia pari a sodisfare. Questo m'à messo in gran travaglio e fammi pensare dov'io mi troverrei, se 'l Papa mi mancassi, che non potrei stare in questo mondo. E questo è stato cagione che ò fatto scrivere, com'è detto. Ora io non voglio se non quello che piace al Papa: so che non vuole la mia rovina e 'l mio vituperio. Io ò visto qua l'allentare della muraglia, e veggo che le spese si vanno limitando publicamente, e veggo che per me si tiene una casa a San Lorenzo a pigione e la provigione mia ancora: che non sono piccole spese. Quando tornassi bene limitare anche queste e darmi licenzia che io potessi cominciare o qua o costà qualche cosa per la detta opera di Iulio, l'àrei molto caro; perchè io desidero uscire di quest'obrigo più che di vivere. Nondimeno non sono per partirmi mai dalla volontà del Papa, pure che io la intenda. Però io vi prego, inteso l'animo mio, che voi mi scriviate la volontà del Papa, e io non uscirò di quella: e pregovi l'abbiate da lui e da sua parte me la scriviate, per poter meglio e con più amore ubidire, e anche per potermi un dì, quando acadessi, con le vostre lettere giustificare.

Altro non m'acade. Se non so scrivere quello che voi saprete intendere, non vi maravigliate, che ò perduto el cervello intieramente. Voi sapete l'animo mio: saprete quello di chi s'à a ubidire. Rispondete, ve ne priego. A dì primo di novembre 1526.

Vostro MICHELAGNIOLO scultore a San Lorenzo in Firenze.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, 10 di novembre 1526.

CDIV.

(_A Giovanni Spina in Firenze_).

Giovanni. — A me pare che si dia licenzia a Piero Buonacorsi, perchè qui non è più di bisognio. Se voi lo volete tenere per fargli questo bene, tenetelo quanto a voi pare. Io ve lo scrivo, perchè io non voglio essere quello che lo tenga, nè quello che gitti via e' danari del Papa, come è stato detto. Però vi prego l'avisiate, quant'è più presto, meglio, acciò che e' pensi a' casi sua: che e' non s'abbi poi da dolere, non gniene avendo fatto intendere.[361]

Vostro MICHELAGNIOLO a voi si racomanda.

[361] In testa della presente lettera è scritto dalla medesima mano di Michelangelo: «Copia d'una mandata a Giovanni Spina, a dì dieci novembre del 1526.»

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, (1529).

CDV.

_A Ser Marcantonio del Cartolaio._[362]

Ser Marcantonio. — Io son certo che voi eleggierete uomo da bene e sofficente, molto più che non saprei fare io; però volentieri dò la voce mia, con questo che e' me ne resti tanta, ch'i' possi poi favellare anch'io.

Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI.

Patrone osservantissimo. — Avendo la Signoria vostra datomi commissione che io aluogassi la boce vostra pel Proveditore, di che l'ò data a Pagolo di Benedetto Bonsi, uomo da bene e di sorte che la Signoria vostra penso ne resterà sodisfatta, et ad causa sappia la Signoria vostra se ne contenti, desiderrei quella mi rispondessi per il presente aportatore. E a quella mi raccomando.

Vostro SER MARCANTONIO Cancelliere a' Nove.

[362] È la risposta di Michelangelo alla lettera di ser Marcantonio, che è sotto.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Venezia, (25 di settembre 1529).

CDVI.

_Al mio caro amico Batista della Palla in Firenze._[363]

Batista amico carissimo. — Io parti' di costà, com'io credo che voi sappiate, per andare in Francia, e gunto a Vinegia, mi sono informato della via, e émmi detto che andando di qua, s'à a passare per terra tedesca, e che gli è pericoloso e dificile andare. Però ò pensato d'intendere da voi, quando vi piaccia, se siate più in fantasia d'andare, e pregarvi, e così vi prego me ne diate aviso, e dove voi volete che io v'aspetti: e anderemo di compagnia. Io parti' senza far motto a nessuno degli amici mia e molto disordinatamente: e benchè io, come sapete, volessi a ogni modo andare in Francia, e che più volte avessi chiesto licenzia, e non avuta, non era però che io non fussi resoluto senza paura nessuna di vedere prima el fine della guerra. Ma martedì mattina, a dì ventuno di setembre, venn'uno fuora della porta a San Nicolò dov'io ero a' bastioni, e nell'orechio mi disse, che e' non era da star più a voler campar la vita: e venne meco a casa, e quivi desinò, e condussemi cavalcature, e non mi lasciò mai, che e' mi cavò di Firenze, mostrandomi che ciò fussi el mio bene. O Dio o 'l diavolo quello che si sia stato, io non lo so.

Pregovi mi rispondiate al di sopra della lettera, e più presto potete, perchè mi consumo d'andare. E se non siate più in fantasia d'andare, ancora vi prego me n'avisiate, acciò pigli partito d'andare el meglio potrò da me.[364]

Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI.

[363] Questa lettera è importantissima sotto ogni rispetto, conoscendosi chiaramente per essa e dalla bocca medesima di Michelangelo, che egli fuggì di fatto da Firenze, non perchè gli mancasse l'animo a durare nella difesa della patria; ma perchè temè di capitar male per opera de' suoi nemici di dentro.

[364] Michelangelo il Giovane ha scritto dietro la lettera: «Dettemela non mi ricordo chi: credo il canonico Nori.»

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, (26 di giugno 1531).

CDVII.

(_A Sebastiano del Piombo in Roma_).[365]

Sebastiano mio caro. — Io vi do troppa noia: portate in pace, e pensate d'avere a essere più glorioso a risucitare morti che a fare figure che paino vive. Circa la sepultura di Iulio io v'ò pensato più volte, come mi scrivete, e parmi che e' ci sia dua modi di disobbrigarsi: l'uno è farla, l'altro è dare loro e' danari che la si facci per le lor mane; e di questi dua modi non s'à a pigliar se non quello che piacerà al Papa. El farla io, secondo me, non piacerà al Papa, perchè non potrei attendere alle cose sue: però sarebbe da persuader loro; io dico chi è sopra tal cosa per Giulio; che pigliassino e' danari e facessino farla loro. Io darei disegni e modelli, e ciò che e' volessino, co' marmi che ci sono lavorati. Aggiugnendovi dumila ducati, io credo che e' si farebbe una bella sepultura; e ècci de' giovani che la farebbon meglio che non farei io. Quando si pigliasse quest'ultimo modo di dar loro e' danari che e' la facessin fare, io potrei contar loro ora mille ducati d'oro, e in qualche modo poi gli altri mille; purchè e' si risolvino di cosa che piacci al Papa: e quando e' sieno per mettere a effetto quest'ultimo, io vi scriverrò in che modo si potranno far gli altri mille ducati, che credo non dispiacerà.

Io non vi scrivo lo stato mio particolarmente, perchè non acade: solo vi dico questo, che tremila ducati che portai a Vinegia[366] tra oro e moneta, diventorno, quand'io tornai a Firenze, cinquanta, e tolsemene el Comune circa mille cinquecento. Però io non posso più; ma troverassi de' modi; e così spero, visto el favore che mi promette el Papa. Sebastiano, compare carissimo, io sto saldo nei detti modi e pregovi ne tocchiate fondo.

[365] Pubblicata dal Gaye. _Carteggio inedito d'Artisti_, ec., tomo III, pag. 373.

[366] Quando, fuggito da Firenze, fu sul finire del settembre 1529 a Venezia.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, ( di luglio 1531).

CDVIII.

(_A Fra Sebastiano del Piombo_).[367]

Frate Sebastiano compar carissimo. — I' ò avuto tre vostre lettere: alle dua prime risposi, e la risposta della prima vi mandai per mezzo di messer Bartolomeo Angiolini costà a un suo amico, il quale scrisse qua averla data in persona nelle vostre mani; dipoi la seconda risposta della seconda vostra mandai per quello avisasti, la quale intendo per questa da voi, sola quella abbiate ricievuta.

[367] È tolta dal codice autografo delle _Poesie_ di Michelangelo conservato nell'Archivio Buonarroti, ed è scritta sotto il madrigale che comincia: _Se 'l fuoco alla bellezza fusse equale_.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, (del marzo 1532).

CDIX.

(_A Fra Sebastiano del Piombo_).

Frate Sebastiano. — Io vi prego per carità che diciate a messer Lodovico del Milanese, overo lo preghiate, che mandi a ser Giovan Francesco la sua pensione. Farete grandissimo piacere a me, e maggiore a lui, perchè à a pagare assai danari e non à il modo. Ve lo raccomando.[368]

[368] A questa lettera Sebastiano rispose a' 25 di marzo del 1532.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, ( di maggio 1532).

CDX.

(_Ad Andrea Quaratesi in Pisa_).

Andrea mio caro. — Io vi scrissi circa un mese fa com'io avevo fatto vedere e stimare la casa, e per quanto la si poteva dare in questi tempi: e scrissivi ancora che io non credevo che voi la trovassi da vendere; perchè avend'io a pagare per la mia cosa di Roma[369] dumila ducati; che saranno tremila con certe altre cose; ò voluto, per non restare ignudo, vendere case e possessione, e dare la lira per dieci soldi: e non ò trovato e non truovo. Però credo sare' meglio indugiare, che gettare via.

[369] Intendi per conto della sepoltura di papa Giulio, avendone Michelangelo fatta in Roma nuova convenzione cogli agenti del Duca d'Urbino mediante strumento del 29 d'aprile 1532.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, (1 di gennaio 1533).

CDXI.

(_A messer Tommaso de' Cavalieri in Roma_).

Inconsideratamente, messer Tomao signor mio carissimo, fui mosso a scrivere a vostra Signoria, non per risposta a alcuna vostra che ricievuta avessi, ma primo a muovere, come se creduto m'avesse passare con le piante asciutte un picciol fiume, overo per poca aqqua un manifesto guado. Ma poi che partito sono dalla spiaggia, non che picciol fiume abbi trovato, ma l'oceano con soprastante onde m'è apparito innanzi; tanto che se potessi, per non esser in tutto da quelle sommerso, alla spiaggia ond'io prima parti', volentieri mi ritornerei. Ma poi che son qui, faréno del cuor rocca e anderéno inanzi: e se io non àrò l'arte del navicare per l'onde del mare del vostro valoroso ingegno, quello mi scuserà, nè si sdegnierà del mio disaguagliarsigli, nè desiderrà da me quello che in me non è: perchè chi è solo in ogni cosa, in cosa alcuna non può aver compagni. Però la vostra Signoria, luce del secol nostro unica al mondo, non può sodisfarsi di opera d'alcuno altro, non avendo pari nè simile a sè. E se pure delle cose mia, che io spero e prometto di fare, alcuna ne piacerà, la chiamerò molto più avventurata che buona; e quand'io abbi mai a esser certo di piacere, come è detto, in alcuna cosa a vostra Signoria, il tempo presente, con tutto quello che per me à a venire, donerò a quella: e dorràmi molto forte non potere riavere il passato, per quella servire assai più lungamente, che solo con l'avenire, che sarà poco, perchè son troppo vechio. Non ò altro che dirmi. Leggiete il cuore, e non la lettera, perchè «la penna al buon voler non può gir presso.»

Ò da scusarmi che nella prima mia mostrai maravigliosamente stupir del vostro peregrino ingegnio, e così mi scuso, perchè ò conosciuto poi in quanto errore i' fui; perchè quanto è da maravigliarsi che Dio facci miracoli, tant'è che Roma produca uomini divini. E di questo l'universo ne può far fede.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, 1 di gennaio (1533).

CDXII.

(_A messer Tommaso de' Cavalieri in Roma_).[370]

Molto inconsideratamente mi missi a scrivere a vostra Signoria e fui il primo prosuntuoso a muovere, come se per risposta d'alcuna di quella, per debito l'avessi a fare; e tanto più ò dipoi conosciuto l'error mio, quanto ò letta e gustata, vostra mercè, la vostra; e non che appena mi parete nato, come in essa di voi mi scrivete, ma stato mille altre volte al mondo: e io non nato, o vero nato morto mi reputerei, e direi in disgrazia del cielo e della terra, se per la vostra non avessi visto e creduto vostra Signoria accettare volentieri alcune delle opere mie: di che n'ò auto maraviglia grandissima e non manco piacere: e se è vero che quella così senta di dentro, come di fuora scrive, di stimare l'opere mie; se avviene che alcuna ne facci come desidero, che a lei piaccia, la chiamerò molto più avventurata che buona. Non dirò altro. Molte cose alla risposta conveniente restano, per non vi tediare, nella penna, è perchè so che Pierantonio apportatore di questa saprà e vorrà suprire a quello che io manco. A dì primo per me felice di gennaro.

Sarebbe lecito dare il nome delle cose che l'uomo dona, a chi le riceve: ma per buono rispetto non si fa in questa.[371]

[370] Altra bozza della lettera precedente.

[371] Forse intende di dire che sarebbe lecito di chiamare _amico_ colui, al quale si è donata la propria amicizia.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, (1 di gennaio 1533).

CDXIII.

_A messer Tommaso de' Cavalieri in Roma._[372]

Molto inconsideratamente mi missi a scrivere a vostra Signoria, e fui il primo prosuntuoso a muovere, come se per risposta d'alcuna di quella per debito l'avessi a fare: e tanto più ò dipoi conosciuto l'error mio, quante ò letta e gustata, vostra mercè, la vostra: e non che appena mi parete nato, come in essa di voi mi scrivete, ma stato mille altre volte al mondo; e io non nato, overo nato morto mi reputo, e direi in disgrazia del cielo e della terra, se per la vostra non avessi visto e creduto vostra Signoria accettare volentieri alcune delle opere mie: di che n'ò avuto maraviglia grandissima e non manco piacere. E quando sia vero che quella così senta di dentro come di fuora mi scrive, di stimare l'opere mie, se avviene che alcuna ne facci come desidero, che a quella piaccia, la chiamerò molto più aventurata che buona. Per non vi tediare, non scriverrò altro. Molte cose conveniente alla risposta restano nella penna, ma Pierantonio amico nostro, che so che saprà e vorrà suprire a quel che io manco, le finirà a boca.

Sarebbe lecito dare il nome delle cose che l'uomo dona, a chi le riceve: ma per buon rispetto non si fa in questa.

[372] Altra bozza della medesima lettera.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, 19 di marzo 1533.

CDXIV.

_A Francesco Galluzzi_ (_in Firenze_).[373]

Francesco. — L'apportatore di questa sarà Bernardo Basso, capomaestro dell'Opera di San Lorenzo, al quale io vi prego pagiate la pigione m'avete a dare: ònne bisognio grandissimo, e saranno ben pagati. A voi mi racomando.

A dì 19 di marzo 1532.

Vostro MICHELAGNIOLO BUONARROTI a San Lorenzo.

[373] Francesco di Bernardo Galluzzi fino dal 1525 teneva a pigione una casa in via Ghibellina, che fu già abitazione di Michelangelo, e ne pagava 22 fiorini larghi d'oro in oro l'anno.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, ( di luglio 1533).

CDXV.

(_A frate Sebastiano del Piombo in Roma_).

Compar mio caro. — I' ò ricievuto i dua Madrigali, e ser Giovan Francesco gli à fatti cantare più volte, e secondo che mi dice, son tenuti cosa mirabile circa il canto: non meritavano già tal cosa le parole. Così avete voluto: di che n'ò avuto piacere grandissimo, e pregovi m'avisiate come m'ò a governare circa a questo verso di chi à fatto, ch'i' paia manco igniorante e ingrato che sia possibile.

Dell'opera[374] qua non iscriverrò altro per ora, perchè mi pare averne a questi di scritto assai, e sonmi ingegniato quant'ò potuto di imitare la maniera e lo stil del Figiovanni in ogni particularità, perchè mi par molto a proposito a chi vuol dire di molte cose. Non mostrate la lettera.

Avete data la copia de' sopradetti Madrigali a messer Tomao; che ve ne resto molto obrigato e pregovi, se lo vedete, mi raccomandiate a lui infinite volte; e quando mi scrivete, ne diciate qualche cosa per tenermelo nella memoria; che se m'uscissi della mente, credo che súbito cascherei morto.[375]

[374] Delle sepolture medicee.

[375] Questa bozza di lettera pare che sia del 28 luglio 1533, leggendosi in una di Sebastiano del 25 luglio che i detti Madrigali erano stati musicati da Costanzo Festa e dal Concilion, eccellentissimi maestri di quei tempi, e cantori della Cappella papale: de' quali Madrigali aveva Sebastiano dato due copie a messer Tommaso de' Cavalieri.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, (28 di luglio 1533).

CDXVI.

(_A messer Tommaso de' Cavalieri in Roma_).

Signore mio caro. — Se io non avessi creduto avervi fatto certo del grandissimo, anzi smisurato amore che io vi porto, non mi sare' paruta cosa strana, nè mi sare' maraviglia il gran sospetto che voi mostrate per la vostra avere avuto per non vi scrivere, che io non vi dimentichi. Ma non è cosa nuova, nè da pigliarne ammirazione, andando tante altre cose al contrario, che questa vadi a rovescio anch'ella: perchè quello che vostra Signoria dice a me, io l'àrei a dire a quella: ma forse quella fa per tentarmi o per riaccender nuovo et maggior foco, se maggior può essere: ma sia come si vuole: io so bene che io posso a quell'ora dimenticare il nome vostro, che 'l cibo di che io vivo; anzi posso prima dimenticare el cibo di ch'io vivo, che nutrisce solo il corpo infelicemente, che il nome vostro, che nutrisce il corpo e l'anima, riempiendo l'uno e l'altra di tanta dolcezza, che nè noia nè timor di morte, mentre la memoria mi vi serba, posso sentire. Pensate se l'ochio avessi ancora lui la parte sua, in che stato mi troverrei.

_Dall'altra parte del foglio è la seguente variante:_

.... e se pur certo n'eri e siate, dovevi e dovete pensare che chi ama à grandissima memoria, e può tanto dimenticar le cose che ferventemente ama, quant'uno affamato il cibo di che e' vive: anzi molto meno si può l'uomo dimenticar le cose amate, che 'l cibo di che l'uom vive; perchè quelle nutriscono il corpo e l'anima: l'uno con grandissima sobrietà, e l'altra con felice tranquillità et con aspettazione d'eterna salute.

_Altra variante:_

Anzi molto più può dimenticar l'uomo il cibo, di che 'l corpo si nutriscie e vive, perchè quello spesso il conduce in somma miseria e gravezza; che e' non può dimenticar le cose amate, che con tranquilla felicità gli promettono eterna salute.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, (28 di luglio 1533).

CDXVII.

(_A messer Tommaso de' Cavalieri in Roma_).[376]

Messer Tomao, signor mio caro. — Benchè io non rispondessi all'ultima vostra, non credo che voi crediate che io abbi dimenticato o possa dimenticare el cibo di che io vivo, che non è altro che 'l nome vostro: però non credo, benchè io parli molto prosuntuosamente, per esser molto inferiore, che nessuna cosa possa impedire l'amicizia nostra.[377]

[376] Altro principio della precedente lettera.

[377] Se queste lettere fossero veramente, come appariscono, indirizzate al Cavalieri, noi non sapremmo spiegare certe espressioni usate da Michelangelo; come: _Luce del secol nostro unica al mondo: che non ha pari nè simile a sè_; anzi rispetto al Cavalieri, giovane ancora, e sebbene non senza qualche ingegno, pure di troppo minore di quelle lodi, esse ci parrebbero non che eccessive, ma ancora strane. Solamente, tenendo che in realtà le lettere, o almeno il loro contenuto, dovessero per mezzo di messer Tommaso essere comunicate alla Vittoria Colonna, quelle espressioni si spiegano. Certo Michelangelo non poteva con verità dire di essere _molto inferiore_ al Cavalieri, come benissimo poteva e con ragione riconoscersi tale appetto alla Colonna. Pure sarà sempre in qualche modo oscuro, come Michelangelo per far conoscere l'affetto suo, che egli non dubita di chiamare _grandissimo, anzi smisurato amore_, verso quella nobilissima e virtuosa donna, stimasse migliore espediente, almeno in su i principii di quello, di significarlo per lettere scritte ad altri, piuttostochè indirizzate a lei. La quale non si può credere che non accogliesse volentieri le dichiarazioni d'amicizia di Michelangelo; perchè alla Colonna più che le lodi del mondo dovevano fare più dolce forza, e meglio contentare il suo cuore di donna e di letterata, quelle sincere e spontanee del grande artista, al quale avevano portato e portavano altissima reverenza ed amore fino i Papi ed i Monarchi.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, (11 di ottobre 1538).

CDXVIII.

(_A Bartolommeo Angiolini in Roma_).[378]

la gatta e .... pace e triegua .... che le bestie mia .... da maravigliarsi di m .... glierei quand'io potessi fa .... ma di vivere solamente .... anima mia a messer Tomao com .... pensare quanto come senza essa io possa stare (_non che vivere, avendogli_) prima dato il core. Potete ancora considerare .... come resta, e com'io viva, sendo sì lontano dall'uno .... però se io desidero come senza alcuna entermissione giorno e n(_otte_) di esser costà, non è per altro che per tornare in vita, la qual cosa non può esser senza l'anima: e perchè il core è veramente la casa dell'anima, e essendo prima il mio nelle mani di colui a chi voi l'anima mia avete data, natural forza era di ritornalla al luogo suo. (_variante_:) natural forza v'à fatto ritornarla al suo proprio loco. Così avessi voi potuto fare del corpo! che volentieri sarebbe ito nel medesimo loco ito (_sic_) e con l'anima sua, e non sarei qua i tanti affanni: ma se non è stato, possa essere quante più presto, meglio, nè possa in eterno vivere altrove.

Bartolomeo mio caro, benchè e' paia ch'io motteggi con esso voi, sappiate che io dico pur da buon senno, che son venti anni e venti libbre invechiato e diminuito, poichè sono qua, e non so se 'l Papa si parte di costà, quello s'abbi (_a far_) di me, nè dove si vorrà ch'i' stia.

[378] La lettera è stracciata da una parte. A questa rispose l'Angiolini con una sua de' 18 ottobre.