Le lettere di Michelangelo Buonarroti
Part 22
Ser Giovan Francesco mio carissimo. — Perchè il primo sarto, come sapete, non può attendere, e essendo quest'ultimo che io ò preso vostro amico, vi prego mi raccomandiate a lui e gli diciate, non facci domenica che viene, come la passata, che non mi volse mai vedere quel giubbone in dosso: che forse l'àrebbe raconcio in modo mi starebbe bene; perchè questi pochi dì ch'io l'ò portato, m'à stretto molto forte e massimo nel petto. Non so se me l'avessi guasto per rubarne: benchè a me pare pure omo da fidarsene. Ora questo è fatto: per quest'altre cose, vi prego gli rammentiate un poco el caso mio, e che abi gli ochi seco quando un'altra volta mi coglie più misure; che io non vorrei avere a mutar più botteghe. Piglio sicurtà in voi. A riservire.
A ore venti tre e ogn'una mi pare un anno.
Vostro fedelissimo scultore in Via Mozza presso al canto alla[321]
[320] Fattucci, altre volte nominato.
[321] E qui disegna con la penna una macina.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, (del luglio 1523).
CCCLXXVIII.
_Al mio caro amico Bartolomeo Angelini in Roma._
Bartolomeo amico carissimo. — I' ò ricevuto in una vostra una del Cardinale:[322] di che mi son maravigliato, che per sì piccola cosa abbiate fatto scrivere, e tanto in fretta: alla quale non risponderò altrimenti, perchè non posso resoluto, come vorrei. A voi rispondo il medesimo che per l'altra, cioè come sono desideroso di servire suo Signoria Reverendissima, e ingegnierommene quanto potrò e più presto che potrò.
Io ò grande obrigo, e son vechio e mal disposto; che se io lavoro un dì, bisognia che io me ne posi quatro; però io non mi fido promettere di me molto resoluto. Ingegnierommi di servire a ogni modo, e dimostrarvi che io conosco l'amore che mi portate.
Altro non acade. Son sempre vostro. Racomandatemi a Sebastiano Veniziano.
Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Firenze.
[322] È questi il cardinale Domenico Grimani, veneziano, patriarca d'Aquileia e vescovo di Porto, al quale Michelangelo aveva promesso di dipingere un quadretto per tenere nel suo studio. La lettera del Cardinale al Buonarroti è dell'undici di luglio 1523.
MUSEO BRITANNICO. Di Firenze, (1523).
CCCLXXIX.
(_A Ser Giovanni Francesco Fattucci in Roma_).
Ser Giovanni Francesco. — E' sono ora circa dua anni ch'io tornai da Carrara d'allogare a cavare e' marmi delle sepulture del Cardinale, e andandogli a parlare, lui mi disse che io trovassi qualche buona risoluzione da far presto dette sepulture: io gli mandai scritti tutti e' modi del farle, come voi sapete che gli leggiesti, ciò è che io le farei in cottimo e a mesi e a giornate e in dono, come piacessi a sua Signoria, perchè desideravo di farle. Non fui acettato in modo nessuno. Fu detto che io non avevo el capo a servire il Cardinale. Dipoi riappiccando el Cardinale, gli offeri' di fare e' modelli di legniame grandi apunto come ànno a essere le sepulture, e farvi dentro tutte le figure di terra e di cimatura, della grandezza, e finite apunto come ànno a essere; e mostrai che questo sarebbe un breve modo, e una poca spesa a farle: che fu quando volemo comperare l'orto de' Caccini. Non fu niente, come sapete. Andando poi el Cardinale in Lombardia, andai súbito che lo 'ntesi a trovarlo, perchè desideravo di servirlo. Mi disse che io sollecitassi e' marmi e ch'io trovassi degli uomini, e che io facessi tanto quant'io potevo, che e' trovassi fatto qualche cosa, senza domandargli più di niente; e che se e' vivea, che farebbe ancora la facciata, e che lasciava a Domenico Boninsegni la commessione di tutti e' danari che bisogniavano. Partito el Cardinale, io scrissi tutte queste cose che m'avea dette a Domenico Boninsegni, e dissegli com'io ero parato a far tutto quello che desiderava el Cardinale; e di questo mi serbai la copia, e scrissi con testimoni, acciò che ognuno sapessi che e' non restava da me. Domenico mi venne súbito a trovare, e dissemi che non avea commessione nessuna, e che se io volevo niente, che lo scriverrebbe al Cardinale. Io gli dissi che non volevo niente. All'ultimo alla tornata del Cardinale, el Figiovanni mi disse che gli avea domandato di me. Io vi andai súbito, stimando volessi parlare delle sepulture; lui mi disse: «Noi vorrèmo pure che in queste sepulture fussi qualcosa di buono, cioè qualcosa di tuo mano.» E non mi disse che volessi che io le facessi. Io mi parti', e dissi che tornerei a parlargli quando e' marmi ci sarebbono.
Ora voi sapete come a Roma el Papa è stato avisato di questa sepultura di Iulio, e come gli è stato fatto un moto propio per farlo segniare e procedermi contro e domandarmi quello che io ò avuto sopra detta opera, e danni e interessi: e sapete come el Papa disse, che questo si facci, se Michelagniolo non vuole fare la sepultura. Adunque bisognia ch'io la facci, se non voglio capitar male, come vedete che è ordinato. E se 'l Cardinale de' Medici vole ora di nuovo, come voi mi dite, che io facci le sepulture di San Lorenzo, voi vedete che io non posso, se lui non mi libera da questa cosa di Roma; e se lui mi libera, io gli prometto lavorare per lui senza premio nessuno tutto 'l tempo che io vivo; non già che io domandi la liberazione per non fare detta sepultura di Iulio, che io la fo volentieri, ma per servirlo: e se lui non mi vuole liberare, e che e' voglia qualche cosa di mia mano in dette sepulture, io m'ingegnierò, mentre lavorerò la sepultura di Iulio, di pigliar tempo di far cosa che gli paccia.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, 25 di novembre (1523).
CCCLXXX.[323]
_Al mio caro amico maestro Domenico,[324] detto Topolino, scarpellino in Carrara._
Maestro Domenico mio carissimo. — L'aportatore di questa sarà Bernardino di Pier Basso, che viene costà per certi pezi di marmo che à di bisognio. Prègovi che voi l'indirizzate dove e' sia servito bene e presto: io ve lo racomando quanto so e posso. Altro non m'acade intorno a questo. Àrete inteso come Medici è fatto papa:[325] di che mi pare si sia rallegrato tutto el mondo; ond'io stimo che qua, circa l'arte, si farà molte cose: però servite bene e con fede, acciò che e' s'abbi onore.
A dì venticinque novembre.
Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Firenze.
[323] Fu già pubblicata per la prima volta nei _Monumenti del Giardino Puccini_: Pistoia, tip. Cino, 1845, in-8º, e poi nel _Prospetto cronologico della Vita e delle opere di Michelangelo Buonarroti_. Vedi Vasari, Le Monnier, vol. XII, pag. 361.
[324] Domenico di Giovanni di Bertino Fancelli, scarpellino da Settignano, nato nel 1464. Costui aveva fantasia di voler essere scultore, e qualche volta Michelangelo si pigliava spasso di lui, vedendolo lavorare.
[325] Il cardinale Giulio de' Medici, eletto papa col nome di Clemente VII il 19 di novembre 1523.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, (1524).
CCCLXXXI.
_A papa Clemente VII in Roma._[326]
Beatissimo padre. — Perchè e' mezzi spesse volte sono cagione di grande scandali, però io ò preso ardire, senza quegli, scrivere a vostra Santità circa le sepulture qua di San Lorenzo. Io dico che non so qual si sia meglio, o 'l mal che giova, o 'l ben che nuoce. Io son certo, così pazzo e cattivo com'io sono, che se io fussi stato lasciato seguitare, come aveva cominciato, che oggi sarebbono tutti e' marmi per dette opere in Firenze, e con manco spesa che non s'è fatto insino a ora, bozzati al proposito; e sarebbon cosa mirabile, come degli altri che io ci ò condotti.
Ora io veggo la cosa andare a lungo, nè so come la si vadi. Però io mi scuso con vostra Santità, che se cosa avvenissi che non piacessi a quella, non ci avendo io alturità, non mi pare anche d'averci colpa: e priego quella, che volendo che io facci cosa nessuna, che non mi dia nell'arte mia uomini sopracapo, e che mi presti fede, e diemi libera commessione; e vedrà quello che io farò, e 'l conto che a quella renderò di me.
La lanterna qua della cappella di detto San Lorenzo, Stefano[327] l'à finita di metter su e scopertola, e piace universalmente a ogni uomo; e così spero farà a vostra Santità quando la vedrà. Facciàno fare la palla che viene alta circa un braccio: e io ò pensato, per variarla dall'altre, di farla a faccie: e così si fa.
Servo della Vostra Santità
MICHELAGNIOLO scultore in Firenze.
[326] Di questa lettera è un'altra bozza, di poco variata, nel detto Archivio Buonarroti.
[327] Stefano di Tommaso, il quale lasciata l'arte sua del miniare si era dato all'architettura; e Michelangelo si servì di lui nel muramento della Cappella de' sepolcri medicei, non senza averne ricevuto dispiaceri, come vedremo più innanzi. Morì il 10 dicembre del 1534.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, (1524).
CCCLXXXII.
_Al mio maggiore Giovanni Spina (in Firenze)._
Giovanni mio caro. — Perchè la penna è sempre più animosa che la lingua, vi scrivo quello che più volte a questi dì non mi sono ardito per rispetto dei tempi dirvi a boca: e questo è, che visto e' tempi, come è detto, contrarii all'arte mia, non so se io m'ò da sperare più provigione. Quand'io fossi certo non l'avere più avere, non resterei per questo che io non lavorassi e facessi per el Papa tutto quello che io potessi, ma non terrei già casa aperta per rispetto del debito che voi sapete che io ò, avendo dove tornarmi con molto manco spesa: e a voi ancora si leverebbe la noia della pigione. E quando la mia provvigione pur séguiti, io starò qui come sono stato e ingegnieromi fare el debito mio. Però io vi prego che voi mi diciate quello che voi ne intendete, acciò che io possa pensare a' fatti mia, restandovi obrigatissimo. Io vi rivedrò queste feste in Santa Maria del Fiore.
Vostro MICHELAGNIOLO a San Lorenzo.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, (del gennaio 1524).
CCCLXXXIII.
_A Ser Giovan Francesco Fattucci in Roma._
Messer Giovan Francesco. — Voi mi ricercate per una vostra come stanno le cose mia con papa Iulio. Io vi dico che se potessi domandar danni e interessi, più presto stimerei avere avere, che avere a dare. Perchè quando mandò per me a Firenze, che credo fussi el secondo anno del suo Pontificato, io avevo tolto a fare la metà della sala del Consiglio di Firenze,[328] cioè a dipignere; che n'avevo tre mila ducati; e di già era fatto el cartone, come è noto a tutto Firenze; che mi parevon mezzi guadagnati. E de' dodici Apostoli che ancora avevo a fare per Santa Maria del Fiore[329] n'era bozato uno, come ancora si vede; e di già avevo condotti la maggior parte di marmi. E levandomi papa Iulio di qua, non ebbi nè dell'una cosa nè dell'altra niente. Dipoi sendo io a Roma con detto papa Iulio, e avendomi allogato la sua sepultura, nella quale andava mille ducati di marmi, me gli fece pagare e mandòmi a Carrara per essi; dov'io stetti otto mesi a fargli bozzare, e condussi quasi tutti in sulla piazza di Santo Pietro, e parte ne rimase a Ripa. Dipoi finito di pagare i noli di detti marmi e mancandomi e' danari ricevuti per detta opera, forni' la casa che io avevo in sulla piazza di Santo Pietro di letti e masserizie del mio, sopra la speranza della sepultura, e fe' venire garzoni da Firenze, che ancora n'è vivi, per lavorare; e dètti loro danari inanzi del mio. — In questo tempo papa Iulio si mutò d'oppenione e non la volse più fare: e io non sapendo questo, andandogli a domandare danari, fui cacciato di camera: e per questo isdegno mi parti' súbito di Roma; e andò male ciò che io avevo in casa; e e' detti marmi ch'io avevo condotti, stettono insino alla creazione di papa Leone in sulla piazza di Santo Pietro: e dell'una parte e dell'altra n'andò male assai. Fra gli altri di quel ch'io posso provare, me ne fu tolti dua pezzi di quatro braccia e mezo l'uno da Ripa da Agostino Ghigi, che m'erono costi a me più di cinquanta ducati d'oro: e questi si potrebbon risquotere, perchè ci è e' testimoni. Ma per tornare a' marmi, dal tempo che io andai per essi e che io stetti a Carrara, insino a che io fui cacciato di Palazo, v'andò più d'un anno: del qual tempo non ebbi mai nulla, e messovi parecchi decine di ducati.
Dipoi la prima volta che papa Iulio andò a Bolognia, mi fu forza andare là con la coreggia al collo a chiedergli perdonanza; onde lui mi dètte a fare la figura sua di bronzo, che fu alta a sedere circa a sette braccia. Domandandomi che spesa la sarebbe, io gli risposi che credevo gittarla con mille ducati; ma che e' non era mia arte e che io non mi volevo obrigare; mi rispose: «Va, lavora e gitterella tante volte che la venga, e daremti tanto che tu sarai contento.» Per abreviare, la si gittò dua volte, e in capo di du' anni ch'io vi stetti, mi trovai avanzati quattro ducati e mezo. E di questo tempo non ebbi mai altro; e le spese tutte ch'io feci, ne' detti dui anni furno de' mille ducati con che io avevo ditto che la si gitterebbe: e' quali mi furono pagati in più volte da messere Antonio Maria da Legnia(_me_) bolognese.
Messo su la figura nella facciata di San Petronio e tornato a Roma, non volse ancora papa Iulio che io facessi la sepultura, e missemi a dipignere la vôlta di Sisto, e facèmo e' patti tre mila ducati. E 'l disegno primo di detta opera furono dodici Apostoli nelle lunette, e 'l resto un certo partimento ripieno d'adornamenti, come si usa.
Dipoi cominciata detta opera, mi parve riuscissi cosa povera, e dissi al Papa, come facendovi gli Apostoli soli mi parea che riuscissi cosa povera. Mi domandò perchè: io gli dissi, perchè furon poveri anche loro. Allora mi dètte nuova commessione ch'io facessi ciò ch'io volevo, e che mi contenterebe, e che io dipignessi insino alle storie di sotto. In questo tempo quasi finita la vôlta, el Papa ritornò a Bologna: ond'io v'andai dua volte per danari che io aveva avere, e non feci niente, e perde' tutto questo tempo, finchè ritornò a Roma. Ritornato a Roma, mi missi a far cartoni per detta opera, cioè per le teste e per le faccie attorno di detta cappella di Sisto, e sperando aver danari e finire l'opera. Non potetti mai ottenere niente: e dolendomi un dì con messer Bernardo da Bibbiena e con Attalante,[330] com'io non potevo più stare a Roma e che mi bisogniava andar con Dio; messer Bernardo disse a Attalante che gniene rammentassi, che mi voleva far dare danari a ogni modo. E fecemi dare du' mila ducati di Camera; che son quelli con que' primi mille de' marmi ch'e' mi mettono a conto della sepultura; e io stimavo averne aver più pel tempo perduto e per l'opere fatte. E de' detti danari, avendo messer Bernardo et Attalante risucitatomi, donai a l'uno cento ducati, all'altro cinquanta.
Dipoi venne la morte di papa Iulio: e a tempo nel prencipio di Leone, Aginensis volendo accrescere la sua sepultura, cioè far maggiore opera che il disegno ch'io avevo fatto prima, si fece uno contratto.[331] E non volendo io ch'e' vi mettessino a conto della sepultura i detti tre mila ducati ch'io avevo ricievuti, mostrando ch'io avevo avere molto più; Aginensis mi disse, che io ero un ciurmadore.
[328] È noto che nell'anno 1503 Pietro Soderini, gonfaloniere perpetuo della Repubblica di Firenze, allogò a dipingere l'una metà della Sala del Consiglio nel palazzo della Signoria a Lionardo da Vinci, e l'altra a Michelangelo; e che per fare queste loro opere aveva il Buonarroti disegnato il famoso cartone con un episodio della guerra di Pisa, e il Vinci dipinto il suo, dove era un gruppo di cavalieri che combattevano per l'acquisto d'una bandiera. Una delle cose più notabili in questo racconto è il dirsi che Giulio II mandò un uomo apposta a Firenze a richiedere Michelangelo, e condurlo a Roma. Il che non si legge in nessuno de' suoi biografi.
[329] Allogati a Michelangelo con deliberazione de' 24 di aprile 1503. Ma di queste dodici figure che dovevano andare in Santa Maria del Fiore in luogo delle antiche pitture degli Apostoli fatte da Bicci di Lorenzo, è noto che Michelangelo non ne cominciò che una sola, la quale è il San Matteo, oggi conservata, appena abbozzata, nell'Accademia delle Belle Arti di Firenze.
[330] Atalante, figliuolo naturale di Manetto Migliorotti fiorentino, nacque nel 1466 e fu scolare di Lionardo da Vinci nel sonare il liuto. Giovanetto di circa sedici anni fu condotto dal Vinci a Milano, allorchè egli andò alla corte di Lodovico il Moro. Atalante fino dal 1513 era uno de' soprastanti alla fabbrica di San Pietro, nel qual ufficio durava ancora nel 1516. Le sue memorie non vanno oltre il 1535.
[331] Il contratto è dell'8 di luglio 1516, e fu stipulato tra Lionardo Grosso, detto _il Cardinale Aginensis_, nipote di papa Giulio, e Lorenzo Pucci, cardinale del titolo de' Santi Quattro, esecutori testamentari di papa Giulio, da una parte, e Michelangelo dall'altra; il quale si obbligò di fare la detta sepoltura secondo un nuovo disegno e modello, dentro il termine di nove anni e per il prezzo di sedici mila cinquecento ducati, compresi i 3500 già ricevuti.
_Museo Britannico._ Di Firenze, (del gennaio 1524).
CCCLXXXIV.
_A messer Gio. Francesco Fattucci in Roma._[332]
Ne' primi anni di papa Iulio, credo che fossi el secondo anno ch'io andai a star seco, dopo molti disegni della sua sepultura, uno gniene piacque, sopra 'l quale facemo el mercato: e tolsila a fare per dieci mila ducati, e andandovi di marmi ducati mille, me gli fece pagare, credo da' Salviati in Firenze: e mandommi pe' marmi. Andai, condussi e' marmi a Roma e uomini, e cominciai a lavorare el quadro e le figure: di che c'è ancora degli uomini che vi lavororno: e in capo d'otto o nove mesi el Papa si mutò d'openione, e non la volse seguitare; e io trovandomi in sulla spesa grande e non mi volendo dar suo Santità danari per detta opera, dolendomi io seco, gli dètti fastidio, in modo che mi fe' cacciar di camera. Ond'io per isdegno mi parti' súbito di Roma: e andò male tutto l'ordine che io avevo fatto per simile opera: che del mio mi costò più di trecento ducati simil disordine, senza el tempo mio e di sei mesi che io ero stato a Carrara: che io non ebbi mai niente: e e' marmi detti si restorno in sulla piazza di Santo Pietro. Dipoi circa sette o otto mesi che io stetti quasi ascoso per paura, sendo crucciato meco el Papa, mi bisognò per forza, non possendo stare a Firenze, andare a domandargli misericordia a Bologna; che fu la prima volta che e' v'andò: dove mi ritenne circa du' anni a fare la sua statua di bronzo, che fu alta a sedere sei braccia: e la convenzione fu questa. Domandandomi papa Iulio quello che si veniva di detta figura; gli dissi che e' non era mia arte el gittar di bronzo, e che io credevo con mille ducati d'oro gittarla, ma che non sapevo se mi riuscirebbe. E lui mi disse: «Gitteremla tante volte che la riesca, e daremti tanti danari quanti bisognierà.» E mandò per messere Antonio Maria dal Legnia(_me_), e dissegli che a mio piacere mi pagassi mille ducati. Io l'ebbi a gittar dua volte. Io posso mostrare avere speso in cera trecento ducati, aver tenuto molti garzoni, e aver dato a maestro Bernardino,[333] che fu maestro d'artiglierie della Signoria di Firenze, trenta ducati el mese e la spesa e averlo tenuto parecchi mesi. Basta che all'ultimo messa la figura dove aveva a stare, con gran miseria, in capo di dua anni mi trovai avanzati quattro ducati e mezzo: di che io di detta opera sola stimo giustamente poterne domandare a papa Iulio più di mille ducati d'oro; perchè non ebbi mai che e' primi mille, com'è detto.
Dipoi, tornando a Roma, non volse ancora che io seguissi la sepultura, e volse che io dipigniessi la vôlta di Sisto: di che fumo d'accordo di tre mila ducati a tutte mie spese con poche figure semplicemente. Poi che io ebbi fatti certi disegni, mi parve che riuscissi cosa povera: onde lui mi rifece un'altra allogagione insino alle storie di sotto, e che io facessi nella vôlta quello che io volevo: che montava circa altrettanto: e così fumo d'accordo. Onde poi finita la vôlta, quando veniva l'utile, la cosa non andò innanzi, in modo che io stimo restare avere parecchi centinaia di ducati....
[332] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 708. Altra bozza della precedente.
[333] Vedi quello che intorno a maestro Bernardino è stato detto a pag. 75, nota 2, di questa Raccolta.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, (del gennaio 1524).
CCCLXXXV.
_A Ser Giovan Francesco Fattucci in Roma._
Messer Giovan Francesco. — Intendo per l'ultima vostra come la Santità del nostro Signore vuole che 'l disegnio della Libreria sia di mia mano. Io non ò notizia nessuna, nè so dove se la voglia fare: e se bene Stefano[334] me n'à parlato, non ci ò posto mente. Come torna da Carrara, io m'informerò da lui, e farò ciò che io saprò, benchè non sia mia professione.
Della pensione che voi mi scrivete, io non so di che voglia io mi sarò di qui a uno anno; e però non voglio promettere quello, di che io mi potrei pentire. Della provigione io ve n'ò scritto.
[334] Stefano miniatore, andato a Carrara per conto dei marmi delle sepolture medicee.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, (del gennaio 1524).
CCCLXXXVI.
_A Ser Giovan Francesco Fattucci in Roma._
Per darvi qualche nuova, poi che gli è tanto che io non vi scrissi, sapiate che 'l Guidotto, come sapete, avea mille faccende, e in pochi dì s'è morto e à lasciato el suo cane libero a Donato, e Donato ha comperato per portare bruno una cioppa a linia masculina; la qual vedrete se vien costà, perchè è buona ancora a cavalcare.
Altro non m'acade. De' casi mia, poi che siate mio procuratore, come à voluto el Papa,[335] vi prego mi trattiate bene, come sempre avete fatto, che sapete che io ò più debito con esso voi pe' benefizi ricievuti, che non ànno, come si dice a Firenze, e' crocifissi di Santa Maria del Fiore col Noca calzaiuolo.[336]
[335] Questa bozza di lettera è scritta dietro una di Lionardo sellaio, del 28 dicembre 1523.
[336] Si chiamava per proprio nome Andrea di Cristofano, e fu famigliare, commensale e calzaiuolo di papa Leone, colla provvisione di sei ducati al mese, accresciuta poi fino a otto e mezzo.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, 26 di gennaio 1524.
CCCLXXXVII.
(_A Piero Gondi in Firenze_).[337]
Piero. — El povero ingrato à questa natura, che se voi lo sovvenite ne' sua bisogni, dice che quel tanto che gli date, a voi avanzava: se lo mettete in qualche opera per fargli bene, dice sempre che voi eri forzato, e per non la saper far voi, v'avete messo lui: e tutti e' benefizi che e' riceve, dice che è per necessità del benificatore. E quando e' benefizi ricevuti sono evidenti, che e' non si possono negare; l'ingrato aspetta tanto, che quello da chi egli à ricievuto del bene, caschi in qualche errore publico, che gli sia ocasione a dirne male, che gli sia creduto, per isciorsi dall'obrigo che gli pare avere. Così è sempre intervenuto contra di me: e non s'impacciò mai nessuno meco (io dico d'artigiani), che io non gli abi fatto bene con tutto el cuore: poi sopra qualche mia bizzarria o pazzia che e' dicono che io ò, che non nuoce se non a me, si son fondati a dir male di me e a vituperarmi: che è el premio di tutti gl'uomini da bene.