Le lettere di Michelangelo Buonarroti
Part 21
Donato. — Poichè io vi scrissi per il compagno d'Andrea, ò trovato Francesco Peri, e lui m'à pregato che io l'aspetti ancora sei o otto dì, perchè à qua in Firenze certe faccende, che non può partire ancora. Io l'aspetterò per esser seco a Pisa per far conto e poi ne verrò costà. E in questo mezzo, perchè voi possiate seguitare el caricare quando fia tempo, io vi mando dieci ducati: e quando sarò costà, vi darò quello che vorrete; e Francesco Peri scriverrà a Pisa che e' saranno pagati e' noli, se caricassi innanzi che noi venissimo. Però seguitate quando potete, e sapiate che voi....
[305] È un'altra bozza della medesima lettera precedente.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, (1519).
CCCLXIII.
(_A messer Domenico Buoninsegni in Roma_).
Messer Domenico. — Io m'acorgo per la vostra che Bernardo Nicolini v'à scritto ch'io mi sdegniai un poco seco per un vostro capitolo, che diceva, come el Signore di Carrara mi caricava assai e come el Cardinale si doleva di me: e questo è che io mi sdegniai, perchè in bottega d'un merciaio me lo lesse in publico a uso di processo, acciò che e' si sapessi per quello che io andavo a morire: e perchè io gli dissi: perchè non scriv'egli a me? Io vego che voi scrivete a me: però scrivete pure a lui o a me, come vi vien bene, e dopo la iustizia, quando sarà, vi prego non manifestiate il perchè, per onore della patria.
Io intendo per l'ultima vostra, come io farei bene allogare e' marmi di San Lorenzo. Io gli ò allogati già tre volte e tutte a tre sono restato gabato: e questo è, perchè gli scarpellini di qua non s'intendono de' marmi, e visto che e' non riesce loro, si vanno con Dio. E così ci ò buttato via parechi centinaia di ducati: e per questo m'è bisogniato starvi qualche volta a me a mettergli in opera, e a mostrar loro e' versi de' marmi e quelle cose che fanno danno e quali sono e' cattivi; e 'l modo ancora del cavare, perchè io in simil cose vi son dotto.
Ancora fu necessario che ultimamente io vi stéssi.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Seravezza, 20 d'aprile (1519).
CCCLXIV.
_A Pietro Urbano in casa Michelagniolo scultore in Firenze._
Pietro. — Le cose sono andate molto male, e questo è che sabato mattina io mi messi a fare collare una colonna con grande ordine: e non mancava cosa nessuna, e poi che io l'ebbi collata forse cinquanta braccia, si ruppe uno anello dell'ulivella che era alla colonna, e la colonna se n'andò nel fiume in cento pezzi. El detto anello l'avea fatto fare Donato a un suo compare Lazzero ferraro; e quanto all'essere recipiente, quando fussi stato buono, era per reggere quatro colonne, e a vederlo di fuora non ci parea dubbio nessuno. Poichè s'è rotto, abbiàno visto la ribalderìa grande: che e' non era saldo drento niente e non v'era tanto ferro per grossezza che tenessi quant'è una costola di coltello; in modo che io mi maraviglio che reggessi tanto. Siàno stati a un grandissimo pericolo della vita tutti che eravamo attorno: e èssi guasto una mirabil pietra. Io lasciai questo carnovale questa cura di questi ferri a Donato, che andassi alla ferriera e togliessi ferri dolci e buoni: tu vedi come e' m'à tratato. E le casse delle taglie che e' m'à fatte fare sono anche nel collare questa colonna crepate tutte nell'anello, e sono anche loro state per rompersi; e son dua volte maggiore che quelle dell'Opera: chè, se fussi buon ferro, reggierieno un peso infinito. Ma il ferro è crudo e tristo e non si poteva far peggio: e questo è che Donato si tien con questo suo compare, e à mandato lui alla ferriera, e àmmi servito come tu vedi. Bisognia aver pazienza. Io sarò costà queste feste e comincerèno a lavorare, se piacerà a Dio. Racomandami a Francesco Scarfi.
A dì venti d'aprile.
MICHELAGNIOLO in Seravezza.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Carrara, ( di aprile 1519).
CCCLXV.
_A Pietro Urbano in Carrara .... Michelagnio .... in Firenze._[306]
.... stare una bel_la_ cosa di pietra i mo_do_ .... di dolore; l'altra che resta loro bozz_ata_ .... settimana, e perchè e' non mi pare che .... mi bisognia starci e così mi prega .... prima dua dì che e' non avenia el det .... dì e colleronne forse dua: però ti p_rego_ .... e carica in sur uno navicello o .... girelle di bronzo che io feci fare a go .... Francesco Peri e fa' 'l mercato e scriv_i_ .... pregoti me le mandi súbito: fàttele .... consegniate: parla ancora agli _Operai_ .... marmi e di' loro, che io non ò potuto es_sere_ .... loro per quello m'è avenuto e che non ....
Circa a' denari, fa' e' conti col Sbietta .... el più che tu puoi in Firenze e r .... fa fare ancora dua o tre maz_uoli_ .... ferri e una lettera che sarà in _questa_ .... _man_dàla el meglio che puoi, perchè m'impor_ta_ ....
MICHELA_gniolo_ .... _in Seravezza_.
Suggella la lettera che va a Ro_ma_ .... sta e màndale ....
[306] Questa lettera, dove tra l'altre cose si parla della colonna che si ruppe, è mancante per tutta la metà della lunghezza del foglio. A questa rispose Pietro Urbano con una sua del 6 (forse 26) d'aprile del detto anno. Le stesse cose suppergiù dice Michelangelo nella precedente.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, ( di maggio 1519).
CCCLXVI.
_A Pietro Urbano in Firenze._
Pietro. — Tu ài andare in Pietra Santa a ser Giovan Badessa e fara'ti dare il contratto[307] in forma propia che io ò fatto co' Carraresi, ciè col Pollina e con Leone e col Bello, di otto figure che m'ànno a fare, ciò è marmi per otto figure: quatro di quatro braccia e mezo, e quatro di cinque braccia, colla largezza e grosseza che dice el contratto. E detto contratto dice, overo credo che dica, che a mezo maggio io abbia a dare a' detti Carraresi ducati trenta d'oro largi, con questo che e' debino avere cavato a detto tempo figure quatro delle sopra ditte, dua di quatro braccia e mezo, e dua di cinque. Fara'ti leggiere el detto contratto e intenderai meglio quello che ài a fare: e se e' non ànno cavate dette quatro figure non ài a dar loro danari, e puoi dir loro che le càvino e poi me lo faccino intendere, e darò loro danari. E se l'ànno cavate, che sieno come dice il contratto, darai loro trenta ducati come dice el contratto, e daragli loro in Pietra Santa; e fànne far contratto al detto Ser Giovanni Badessa: e in Carrara faratti fare una fede, con testimoni, come tu vi se' stato a mezo maggio a portare a' detti cavatori danari per osservare el contratto.
Sarai con Marco, el quale à avuto dua ducati per bozzare la pietra che io avevo a Sponda, e farne una figura di quatro o cinque braccia; e vedi se l'à bozzata, e se puoi fargniene condurre alla marina e fare caricare quella che è in sulla spiaggia, che io ebbi da Leone, e questa, fallo: e Marco troverà le barche a condurre in Pisa per e' noli usati. E ancora una figura di dua braccia ch'io ebbi da Cagione. Donato mi dice che dètte e' danari a Marco che la facessi condurre alla marina. Ser Giovan Badessa à avuto per levare el sopra detto contratto barili tre: finiscigli el pagamento, che credo sarà per insino in un ducato. Fa' el meglio che puoi.
[307] Il contratto è del 13 d'aprile 1519, e fu rogato da Ser Giovanni del fu Paolo della Badessa. In esso Iacopo di Tomeo detto _Pollina_ abitante in Torano villa di Carrara, Antonio detto _Leone_ d'Iacopo Puliga da Puliga, e Francesco detto _Bello_ di Iacopo Vannelli da Torano, si obbligarono di cavare dalla cava appartenente al detto _Leone_ dodici pezzi di marmo di più grandezze.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Seravezza, 6 d'agosto (1519).
CCCLXVII.
_A Girolamo del Bardella in Porto Venere._[308]
Girolamo. — Tornando a questi giorni da Roma, trovai una vostra lettera in Firenze scritta da' Salviati in Pisa, della quale non avete avuta risposta da me per non essere io stato in luogo che io l'abbia avuta. Ora avend'io inteso l'animo vostro per la detta lettera, cioè come àresti fatto l'impresa del condurre e' mia marmi dall'Avenza e da Pietrasanta in Pisa; m'è parso, send'io qui a Pietrasanta, scrivervi questi pochi versi per intendere se siate più d'animo di pigliare la detta condotta; e quando abiate animo di farlo, io sono in Seraveza. Piacciavi avisarmi dove ò a essere, acciò che ci troviamo insieme, perchè stimo resteremo d'acordo. Pregovi mi rispondiate presto e risoluto.
A dì sei d'agosto.
Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Seraveza.
[308] Stampata la prima volta nei _Monumenti del Giardino Puccini_ a pag. 579 (Pistoia, tipografia Cino, 1846, in-8º gr. fig.); e poi nel _Prospetto cronologico della Vita e delle Opere di Michelangelo Buonarroti_ posto in fine alla Vita sua scritta dal Vasari, nell'edizione Le Monnier, vol. XII, pag. 354.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, 17 di settembre (1519).
CCCLXVIII.
_A Pietro Urbano in Pistoia._
Pietro. — Io ti mando el saione, un paio di calze, la cappa e il feltro per uno che si chiama il Turchetto che sta in bottega di Buonarroto. Àvisami come tu stai,[309] e se ti bisognia niente. Io sarei venuto costa a vederti, ma io son tanto occupato, che io non mi posso partire: pure, se bisognia che io venga, avisa: e quando tu ti senti da venirne, manda di costà qualcuno fidato pel mulo, e scrivimi quello che io gli ò a dare, e io lo pagerò. Sta' sano e di buona voglia, e se puoi scrivimi la ricevuta de' sopradetti panni.
A dì diciassette di settembre.
MICHELAGNIOLO scultore in Firenze.
[309] Pietro Urbano si trovava da qualche giorno in Pistoia, per rimettersi in sanità, dopo la grave malattia che lo aveva assalito a Carrara, dove era andato di commissione di Michelangelo per pagare gli scarpellini, che cavavano colà i marmi per conto delle statue della facciata di San Lorenzo. Michelangelo appena ebbe nuove del male di Pietro, si partì di Firenze in poste, e fu a Carrara, e trovato il suo garzone molto grave, lo fece levare di là e portare sulle spalle degli uomini a Seravezza, e quivi lasciatolo al governo di Domenico detto _Topolino_, scarpellino, gli commise che, tostochè Pietro fosse alquanto migliorato, facesselo condurre a Pistoia. Dice Michelangelo in certi suoi ricordi, che per questa gita a Carrara, per il medico e le medicine, e per condurre Pietro da Carrara a Seravezza si trovò avere speso trentatre ducati e mezzo.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, (1519).
CCCLXIX.
(_A Meo delle Corte_).
Meo. — I' son di nuovo sollecitato che io lavori, e che io mandi più presto che io posso a ricavare e' marmi che non son buoni: però io vi prego, che domattina un poco a migliore ora che l'usato, voi siate in sulla piazza di San Lorenzo, acciò che noi possiàn vedere dua pezzi di marmo che vi sono, se v'è mancamento, innanzi che 'l sole ci dia noia, che noi gli mettiam drento e che voi andiate via. Chiamate qualcun degli altri con esso voi, e fate chiamare el Forello, acciò si possa entrare dentro pe' ferri.
Vostro MICHELAGNIOLO.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, (1519).
CCCLXX.
_Al detto Meo._[310]
Meo. — Io ò di nuovo lettere che io cominci co' marmi che io ò, e che io mandi súbito a ricavare quegli che non son buoni: però vi prego che (_voi siate_) domattina un poco a migliore ora che l'usato, acciò che 'l sole non ci dia noia a vedere dua pezzi che vi sono, se v'è mancamento, e che noi gli mettiàn dentro e che voi andiate via.
_Altra variante._
Meo. — Io vi prego che siate domattina un poco a migliore ora che l'usato a San Lorenzo, acciò che 'l sole non ci dia noia, a vedere e' mancamenti de' marmi.
[310] È una variante della lettera antecedente.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, (1519).
CCCLXXI.
(_A messer Domenico Buoninsegni in Roma_).
Domenico. — Io sono parato ogni ora a metere la persona e la vita, quando (_occorre_)ssi[311] pel cardinale de' Medici. Io parlo circa casi delle sepulture e de' marmi che si sono allogati o vero dati a cavare a Carrara. Voi (_sapete_) circa questo la volontà del Cardinale molto meglio che non so io; però (_avisate_) tanto quanto vi pare che io facci, tanto farò. Io da me non ò m(_odo_) a cavalcare, nè danari da spendere. Che se avessi el modo, senza dire (_altro farei_) quello ch'io pensassi che fussi utile e piacere del Cardinale.
[311] Sono state supplite di corsivo le parole che per essere lacero il foglio mancavano.
RACCOLTA GIÀ BUSTELLI. Di Firenze, ( di ottobre 1519).
CCCLXXII.
_A Pietro di Michelagniolo scultore in Seraveza._
Pietro. — E' viene costà certi scarpellini e staranno un dì a vedere la cava. Alla tornata loro avisami come tu stai e quando tu vuoi che io ti mandi il mulo: avisami a ogni modo; e se non puoi scrivere, fa' che io sia avisato a boca perchè sto con gielosia, non t'avendo io lasciato molto bene, come àrei voluto. Non altro. Riguardati.
MICHELAGNIOLO in Firenze.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, (del giugno 1520).
CCCLXXIII.
(_Al Cardinale Bernardo Dovizi in Roma_).
Monsignore. — Io prego la vostra Reverendissima Signoria, non come amico o servo, perchè io non merito esser nè l'uno nè l'altro; ma come omo vile, povero e matto, che facci che Bastiano Veniziano pittore abi, poi ch'è morto Raffaello, qualche parte de' lavori di Palazo: e quando paia a vostra Signoria in un mio pari gittar via el servizio, penso che ancora nel servire e' matti, che rare volte si potrebe trovare qualche dolceza; come nelle cipolle per mutar cibo fa colui ch'è infastidito de' caponi. Degli uomini di conto ne servite el dì: prego vostra Signoria provi questo a me: e 'l servizio fia grandissimo, e Bastiano detto è valente omo: e se fia gittato in me, non fia così in Bastiano, perchè son certo farà onore a vostra Signoria.[312]
[312] Sebastiano del Piombo in un capitolo di una sua lettera a Michelangelo, scritta da Roma a' 3 di luglio 1520, dice così: «Io portai quella (_lettera_) al Cardinale (_Dovizi da Bibbiena_), el qualle mi fece molte careze et offerte, ma di quello che io domandavo, lui mi disse che 'l Papa hauea dato la salla de' Pontiffici a li garzoni di Raphaello, et che costoro hauea facto una mostra de una figura a olio in muro, ch'era una bella cossa, de sorta che persona alcuna non guarderia le camere che ha facto Raphaello; che questa salla stupefaria ogni cossa, et che non sarà la più bella opera facta da li antichi in qua de pictura. Et da poi mi domandò, se io hauea lecta la vostra littera. Io li disse de nonne. Lui se ne rise molto; quasi che ne faceva beffe: et con bone parolle me partii. Da poi io ho inteso da Bacino de Michelagnolo (_Bandinelli_) che fa el Laoconte, che 'l Cardinale li ha mostrato la vostra littera, et àlla mostrata al Papa: che quasi non c'è altro sugieto che rasonar in Palazo, se non la vostra litera: et fa ridere ogn'omo.»
MUSEO DI BERLINO. Di Firenze, (1520).
CCCLXXIV.
_A Sebastiano del Piombo? in Roma._[313]
Send'io a Carrara, per mia faccende, cioè per marmi per condurre a Roma per la sepultura di papa Iulio nel mille cinque cento sedici, mandò per me papa Leone per conto della facciata di San Lorenzo che voleva fare in Firenze. Ond'io a dì cinque di dicembre mi parti' di Carrara e andai a Roma, e là feci un disegno per detta facciata, sopr'al quale detto papa Leone mi dètte commessione ch'io facessi a Carrara cavare marmi per detta opera. Dipoi send'io tornato da Roma a Carrara l'ultimo di dicembre sopradetto, mandommi là papa Leone, per cavare e' marmi di detta opera, ducati mille per le mani di Iacopo Salviati, e portogli uno suo servitore detto Bentivoglio: e ricevetti detti danari circa a otto dì del mese vegnente, cioè di gennaio: e così ne feci quitanza. Dipoi l'agosto vegnente sendo richiesto dal Papa sopradetto del modello di detta opera, venni da Carrara a Firenze a farlo: e così lo feci di legname in forma propria con le figure di cera, e mandagniene a Roma. Súbito che lo vide mi fece andare là: e così andai, e tolsi sopra di me in cottimo la detta facciata, come apparisce per la scritta che ò con sua Santità:[314] e bisogniandomi per servire sua Santità condurre a Firenze e' marmi che io avevo a condurre a Roma per la sepultura di papa Iulio, com'io ò condotti, e dipoi lavorati, ricondurgli a Roma; mi promesse di cavarmi di tutte queste spese, cioè gabella e noli: che è una spesa di circa ottocento ducati, benchè la scritta non lo dica.[315]
E a dì sei di febraio mille cinque cento diciassette tornai da Roma a Firenze, e avend'io tolto in cottimo la facciata di San Lorenzo sopradetta, tutta a mie spese, e avendomi a fare pagare in Firenze detto papa Leone quattro mila ducati per conto di detta opera, come apparisce per la scritta; a' dì circa venticinque ebbi da Iacopo Salviati ducati ottocento per detto e feci quitanza, e andai a Carrara. E non mi sendo là osservato contratti e allogazione fatte prima di marmi per detta opera, e volendomi e' Carraresi assediare; andai a far cavare detti marmi a Seraveza, montagna di Pietrasanta in su quello de' Fiorentini, e quivi avend'io già fatte bozzare sei colonne d'undici braccia e mezzo l'una e molti altri marmi, e fattovi l'aviamento che oggi si vede fatto; che mai più vi fu cavato innanzi; a' dì venti di marzo mille cinque cento diciotto venni a Firenze per danari per cominciare a condurre detti marmi, e a dì venti sei di marzo mille cinque cento diciannove mi fece pagare el cardinale de' Medici per detta opera per papa Leone, da' Gaddi di Firenze, ducati cinque cento: e così ne feci la quitanza. Dipoi in questo tempo medesimo el Cardinale per commessione del Papa mi fermò che io non seguissi più l'opera sopradetta, perchè dicevono volermi tôrre questa noia del condurre e' marmi, e che me gli volevano dare in Firenze loro, e far nuova convenzione: e così è stata la cosa per insino a oggi.
Ora in questo tempo avendo mandato per gli Operai di Santa Maria del Fiore una certa quantità di scarpellini a Pietrasanta, overo a Seraveza a occupare l'aviamento e tormi e' marmi che io ò fatto cavare per la facciata di San Lorenzo, per fare il pavimento di Santa Maria del Fiore, e volendo papa Leone seguire la facciata di San Lorenzo, e avendo el cardinale de' Medici fatta l'allogazione de' marmi di detta facciata a altri che a me, e avendo dato a questi tali, che ànno preso detta condotta, l'aviamento mio di Seraveza, senza far conto meco; mi sono doluto assai, perchè nè il Cardinale nè gli Operai non potevono entrare nelle cose mia, se prima non m'ero spiccato d'accordo dal Papa: e nel lasciare detta (_facciata_) di San Lorenzo d'accordo col Papa, mostrando le spese fatte e' danari ricevuti, detto aviamento e marmi e masserizie sarebbono di necessità tocche o a sua Santità o a me; e l'una parte e l'altra dopo questo ne poteva fare quello voleva.
Ora sopra questa cosa il Cardinale m'ha detto che io mostri e' danari ricevuti e le spese fatte, e che mi vuole liberare, per potere e per l'Opera[316] e per sè tôrre que' marmi che vuole nel sopradetto aviamento di Seraveza.
Però i' ò mostro avere ricevuti dumila trecento ducati ne' modi e tempi che in questa si contiene, e ò mostro ancora avere spesi mille ottocento ducati: che di questi ce n'è spesi circa dugento cinquanta in parte ne' noli d'Arno de' marmi della sepultura di papa Iulio, che io ò condotti qui per servire papa Iulio a Roma; che sarà una spesa di più di cinquecento ducati. Non gli metto ancora a conto il modello di legname della facciata detta, che io gli mandai a Roma; non gli metto ancora a conto il tempo di tre anni che i' ò perduti in questo; non gli metto a conto che io sono rovinato per detta opera di San Lorenzo; non gli metto a conto il vituperio grandissimo de l'avermi condotto qua per far detta opera, e poi tôrmela: e non so perchè ancora; non gli metto a conto la casa mia di Roma che io ò lasciata, che v'è ito male, fra marmi e masserizie e lavoro fatto, per più di cinque cento ducati. Non mettendo a conto le sopradette cose, a me non resta in mano de' dumila trecento ducati, altro che cinquecento ducati.
Ora noi siamo d'accordo: papa Leone si pigli l'aviamento fatto co' marmi detti cavati, e io e' danari che mi restano in mano, e che io resti libero; e cònsigliomi ch'io facci fare un Breve e che 'l Papa lo segnerà.
Ora voi intendete tutta la cosa come sta. Io vi prego mi facciate una minuta di detto Breve, e che voi aconciate e' danari ricevuti per detta opera di San Lorenzo, in modo che e' non mi possino essere mai domandati; e ancora aconciate, come in cambio di detti danari che io ò ricevuti, papa Leone si piglia il sopradetto aviamento, marmi, masserizie....
[313] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 711.
[314] Mandollo a Roma per mezzo di Pietro Urbano nel dicembre del 1517, come abbiamo detto indietro.
[315] Il contratto tra papa Leone X e Michelangelo per il lavoro della facciata di San Lorenzo fu stipulato in Roma il 19 gennaio 1518. Michelangelo si obbligò di fare la detta facciata a tutte sue spese in tempo di otto anni, e per il prezzo di quaranta mila ducati d'oro in oro larghi.
[316] L'Opera di Santa Maria del Fiore.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, ( di marzo 1521).
CCCLXXV.
_A Giusto di Matteo calzolaio in Pistoia._
Gusto. — Intendo per la vostra come el marito della Masina, cioè Iulio Forteguerri, venderebbe la casa che à qua in Via Mozza, quando avessi della lira venti soldi. E' debbe essere oramai l'anno che io ve ne parlai, e non avendo dipoi intesone mai niente, m'ero vòlto al murare in un orto che io ò lassù vicino. Ora se e' sonno per vendere detto Iulio e la Masina la detta casa per giusto prezo, io la piglierò e lascierò stare el murare. Però vi prego mi rispondiate presto, e avisatemi quello che ne vogliono: e io la farò vedere; e se sarà iusto, non sono per discostarmene. Altro non m'acade. Pietro[317] credo sarà giunto stasera a Roma, e presto stimo sarà di tornata.
A dì .... di marzo.
Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Firenze.
[317] Pietro d'Urbano, il quale ne' primi giorni del marzo del 1521 s'era mosso da Firenze alla vòlta di Roma, per condurvi la figura del _Cristo risorto_, che doveva esser posta nella Minerva. Giunta la statua in Roma nell'aprile seguente, Pietro, avendo commissione di ritoccarla, la stroppiò in alcune parti, come nel piede destro e nella mano destra, onde Michelangelo pregò Federigo Frizzi, scultore fiorentino dimorante in Roma, che volesse rimediarvi; ed egli in questo si portò tanto bene, che in tutto soddisfece al Buonarroti.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, (del febbraio 1522).
CCCLXXVI.
_Al prudente giovane Gherardo Perini in Pesaro._
Tutti gli amici vostri meco insieme, Gherardo mio carissimo, si sono molto rallegrati, e più quegli che voi sapete che più v'amano, intendendo della sanità e del buono esser vostro per l'ultima vostra dal fedelissimo Zampino; e benchè la vostra umanità per la detta mi sforzi alla risposta, non mi sento però soffiziente a farla: solo vi dico questo: che noi amici vostri siamo il simile, cioè sani, e tutti ci racomandiamo a voi e massimamente ser Giovan Francesco, e 'l Piloto:[318] e la risposta, intendendo che presto avete a esser di qua, spero più pienamente farla a boca e sodisfarmi meglio d'ogni particularità, perchè è cosa che m'importa.
Adì non so quanti di febraio, secondo la mia fante.
Vostro fedelissimo e povero amico[319]
[318] Giovanni di Baldassarre, bravo ed ingegnoso orafo fiorentino, detto _il Piloto_, fu amico di Michelangelo, e lo accompagnò fino a Venezia nella sua fuga da Firenze al tempo dell'assedio. Fu anche amico del Cellini, il quale parla di lui più volte nella sua _Vita_, come pure lo ricorda il Vasari. Morì di ferite nel 1536.
[319] Michelangelo fa il proprio nome e il cognome, schizzando un angelo, cioè testa e ali, e tre palle, due appaiate ed una che sta loro sopra.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, (1522).
CCCLXXVII.
_Al mio caro Ser Giovan Francesco,[320] cappellano in Santa Maria del Fiore. Firenze._