Le lettere di Michelangelo Buonarroti

Part 20

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Io, come vi scrissi, e poi che io vi scrissi, ò allogato molti marmi e dati danari qui e qua, e messo a cavare in vari luoghi. E qualche luogo dov'io ò speso, non mi sono poi riusciti e' marmi a mio modo, perchè sono cosa fallace, e più in queste pietre grande che io ò di bisognio, volendole belle come io le voglio; e in una pietra che io ò di già fatta tagliare, m'è venuto certi mancamenti di verso el Poggio che non si potevono indovinare, in modo che dua colonne che io vi volevo fare, non mi riescono, e òvi buttato la metà delle spese. E così di questi disordini non me ne può avenire sì pochi infra tanti marmi, che non montino qualche centinaio di ducati; e io non so tener conti e non posso mostrare all'ultimo avere speso, se non tanto quant'e' saranno e' marmi che io consegnierò. Farei volentieri come maestro Pier Fantini,[289] ma io non ò tanto unguento che bastassi. Ancora perchè io sono vechio, non mi pare per megliorare dugiento o trecento ducati al Papa in questi marmi, perderci tanto tempo; e perchè io sono sollecitato di costà del lavoro mio,[290] mi bisognia pigliare partito a ogni modo.

E 'l partito si è questo. Sapendo io avere a fare el lavoro e 'l prezo, non mi curerei buttare quatro cento ducati, perchè non àrei a render conto, e capperei qua tre o quatro uomini de' meglio che ci sono, e allogerei loro tutti e marmi; e la qualità de' marmi avessi a essere come quegli che io ò cavati per insino adesso, che son mirabili, benchè io n'abi pochi. E di questo e de' danari che io déssi loro, n'àrei buona sicurtà in Luca, e co' marmi che io ò, darei ordine condurli a Firenze e andare a lavorare e pel Papa, e pel lavoro mio. E non avendo fatta questa conclusione soprascritta col Papa, a me non acade; e non potrei, quando volessi condurre e' marmi del mio lavoro a Firenze per averli poi a condurre a Roma, ma bisognierebemi venire a Roma presto a lavorare, perchè sono sollecitato, com'è detto.

La spesa della facciata, nel modo che io intendo di farla e metterla in opera, fra ogni cosa, che il Papa non s'abbi a impacciare più di niente, non può esser manco, secondo l'esamina che io ò fatta, che di trenta cinque mila ducati d'oro: e per tanto la piglierò a fare io in sei anni: con questo, che infra sei mesi, per rispetto de' marmi, mi bisognierebe almanco altri mille ducati; e quando questo non piaccia fare al Papa, bisognia, o che le spese ch'io ò cominciate a fare qua per la sopradetta opera, vadino per mio conto e a mio danno, e che io restituisca e' mille ducati al Papa, o che e' ci tenga uno che séguiti la impresa, perchè io per più rispetti mi voglio levar di qua a ogni modo.

Del detto prezo; ogni volta cominciata l'opera, che io conosciessi che la si potesse fare per manco, io vo verso el Papa e 'l Cardinale con tanta fede, che io ne gli aviserei molto più presto, che se 'l danno venissi sopra di me: ma più presto intendo farla, in modo che il prezo non sia a bastanza.

Messer Domenico, io vi prego che voi mi rispondiate resoluto dell'animo del Papa e del Cardinale, e questo mi fia grandissimo piacere, oltre a tutti gli altri che voi m'avete fatti.

[289] Si diceva per proverbio di chi nel condurre una faccenda pigliasse sopra di sè la fatica e la spesa, che egli faceva come maestro Pier Fantini, medico, il quale nella cura de' suoi malati vi rimetteva, oltre l'arte sua, ancora l'unguento e le pezze.

[290] La sepoltura di papa Giulio; e le sollecitazioni venivano dal cardinale Aginense.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Pietrasanta, ( di marzo 1518).

CCCXLIX.

_A Pietro Urbano da Pistoia in Firenze._

Pietro. — Io intendo per una tua[291] come se' sano e attendi a 'mparare. Piacemi assai: afàticati, e non mancar per niente di disegniare e d'aiutarti di quello che puoi. E' danari che tu ài di bisognio, chiedigli a Gismondo per mia parte e tienne conto. Avisoti com'io sono stato per insino a Gienova a cercare delle barche per caricare e' marmi che io ò a Carrara e òlle condotte all'Avenza, e e' Carraresi ànno corrotto e' padroni di dette barche e ànnomi assediato in modo, che e' mi bisognia andare a Pisa a provedere dell'altre; e pàrtomi oggi: e come ò dato ordine a caricare e' detti marmi, súbito ne vengo: che stimo sarà in fra quindici dì. Attendi a far bene. Non bisognia che tu venga qua per ora. Non altro.

MICHELAGNIOLO in Pietra Santa.

[291] Scritta da Firenze nel marzo del 1518.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, ( di marzo 1518).

CCCL.

(_A Domenico Buoninsegni in Roma_).

Domenico. — Come e' marmi mi sono riusciti cosa bella e come quegli che sono buoni per l'opera di Santo Pietro, sono facili a cavare e più presso alla marina che gli altri, cioè in luogo detto la Corvara; e da questo luogo alla marina non s'à a fare spesa di strada, se non in quel poco di padule che è apresso alla marina. Ma a vuolere de' marmi per figure, come ò di bisognio io, bisognia allargare la strada fatta, dalla Corvara insino sopra Seraveza circa dua miglia, e circa un miglio o manco ne bisognia far di nuovo tutta, cioè tagliarla nel monte co' piconi insino dove si possono caricare e' marmi detti. Però quando el Papa non facci aconciare se non quello che à di bisognio pe' marmi sua, cioè el padule, io non ò el modo aconciare el resto, e non potrei aver de' marmi pel mio lavoro. E nol faccendola, non potrei aver parte cura a' marmi per Santo Pietro, com'io promessi al Cardinale: ma facendola el Papa tutta, potrei fare tanto, quanto promessi.

Tutto v'ho scritto per altre lettere. Ora voi siate savio e prudente, e so che mi volete bene: però vi prego che aconciate la cosa a vostro modo col Cardinale e che voi mi rispondiate presto, acciò che io possa pigliar partito; e non sendo altro, tornarmi costà all'usato. A Carrara non andrei, perchè non àrei e' marmi ch'i' ò di bisognio, in vent'anni. Dipoi ci ò acquistato gran nimicizia per rispetto di questa cosa, e sarammi forza, s'i' torno costà, far di bronzo, come parlammo insieme.

Avisovi come gli Operai[292] ànno già fatto gran disegnio sopra questa cosa de' marmi poi che e' furono raguagliati da me, e credo che gl'abino già fatto e' prezzi e le gabelle e passi, e che e' notai, arcinotai, proveditori, sotto-proveditori abino già pensato di radoppiare e' sugniacci[293] in quel paese. Però pensateci, e fate quanto potete che questa cosa non balzi loro in mano, perchè sarebe poi più dificile averne da loro, che da Carrara. Io vi prego che voi mi rispondiate presto quello vi pare che io facci, e racomandatemi al Cardinale. Io sono qua come suo omo: però non farò se non quello mi scriverrete, perchè stimerò che sia sua intenzione.

Quand'io vi scrivo, se io non scrivessi così rettamente come si conviene, o se io non ritrovassi qualche volta el verbo principale, abiatemi per iscusato, perchè i' ò apicato un sonaglio a gli orechi, che non mi lascia pensar cosa ch'io voglia.

Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Firenze.

[292] Gli Operai di Santa Maria del Fiore.

[293] Proventi.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Pietrasanta, 29 di marzo (1518).

CCCLI.

_A Pietro Urbano a Firenze._

Pietro. — Tu ài a pagare gli scafaioli quando vengino a te e presentino la lettera di Donato, e ài a dar loro quello che dirà la lettera che ciascuno àrà di mia mano; e serba le lettere che e' ti dànno di Donato.

Pagerai ancora e' carradori, quando portino pezzi grossi, a ragione di venti cinque soldi el migliaio, e de' pezzi picoli, venti soldi: e tien conto e a chi tu pagi e di quello che portano.

Paga la gabella di novanta lire a' Contratti, e piglia el libro e le carte.

Dà a Baccio di Puccione i danari che e' ti domanda e tienne conto.

Compra delle canne e fa' acconciar le vite dell'orto; e se ti trovassi o terra o altra cosa asciutta da fare riempiere la stanza, fallo.

Compra un pezo di canapo di trenta braccia che non sia fracido, e pàgalo e tienne conto.

Cónfessati e attendi a 'mparare e abi cura alla casa.

Fa 'l conto con Gismondo e pàgalo, e fàtti dare 'l conto.

Làscioti ducati quaranta oggi questo dì venti nove di marzo.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, (1518).

CCCLII.

_Al mio caro maestro Donato Benti scultore in Pietra Santa._

Maestro Donato mio caro. — Io vi prego mi racomandiate al comessario, e dite a sua Signoria che io ò fatto qua quello m'impose.

De' casi nostri, egli è stato qua Cecone[294] a me per danari: io non gli ò voluto dare niente, perchè io non so quello che e' s'abino fatto costà: però vi prego diciate loro, che m'avisino quello che ànno fatto, perchè se ànno avere, gli voglio dar loro; perchè non son mai per mancare di quello che dice el contratto.

Circa a' casi vostri, detto Cecone mi dice che voi gli tenete adietro con le misure, e che non possono lavorare e che e' Pietrasantesi che io messi a cavare, ànno lasciata l'impresa, e non fanno niente: le qual cose non credo. Presto sarò di costà. A voi mi racomando.

Vostro fedelissimo MICHELAGNIOLO scultore in Firenze.

[294] Francesco da Corbignano, scarpellino.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, (1518).

CCCLIII.

_A Niccolò (Quaratesi) in Firenze._

Niccolò. — Io non potetti iersera al Canto de' Bischeri rispondervi resoluto, come era l'animo mio di fare, perchè sendo colui per chi voi mi parlavi, presente, e forse avendogli voi dato qualche speranza di quello che lui da me desidera, dubitai non vi fare vergognia. E benchè io mi scotessi più volte, non dissi però recisamente quello ch'àrei ditto a voi solo. E ora per questa ve lo fo intendere: e questo è che io non posso pigliare nessuno garzone per un certo rispetto, e tanto manco, sendo forestiere. Però io vi dissi che non ero per far niente infra dua o tre mesi, perchè e' pigliassi partito, cioè perchè l'amico vostro non lasciassi qua el figliuolo sotto la mia speranza: e lui non la intese, ma rispose, che se io lo vedessi, che non che in casa, io me lo caccerei nel letto. Io vi dico che rinunzio a questa consolazione e non la voglio tôrre a lui. Però per mio conto voi lo licenzierete, e stimo lo saperrete fare e farete in modo, che e' se ne andrà contento. A voi mi racomando.

Vostro MICHELAGNIOLO in Firenze.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, ( di maggio 1518).

CCCLIV.

(_Al Capitano di Cortona_).

Signor Capitano. — Send'io a Roma el primo anno di papa Leone, vi venne maestro Luca da Cortona pittore[294a] e riscontrandolo un dì apresso a Monte Giordano, mi disse che era venuto a parlare al Papa per avere non mi ricordo che cosa, e che era già stato per essergli stato tagliato la testa per amore della Casa de' Medici, e che gli parea come dire non essere riconosciuto: e dissemi altre simil cose che io non mi ricordo: e sopra a questi ragionamenti, mi richiese di quaranta iuli e mostrommi dov'io gniene avevo a mandare, cioè in bottega d'uno che fa le scarpe, dov'io credo che lui si tornava. E io, non avendo danari acanto, m'ero offerto di mandargniene: e così feci. Súbito che io fui a casa, io gli mandai detti quaranta iuli per uno mio garzone che si chiama, ovvero à nome Silvio,[294b] el quale credo sia oggi in Roma. Dipoi forse non riuscendo al detto maestro Luca el suo disegno; passati alquanti giorni, venne a casa mia dal Macello dei Corvi, nella casa che io tengo ancora oggi, e trovommi che io lavoravo in sur una figura di marmo, ritta, alta quatro braccia, che à le mani drieto,[294c] e dolfesi meco, e richiesemi d'altri quaranta iuli, che dice che se ne volea andare. Io andai su in camera, e porta'gli quaranta iuli, presente una fante Bolognese che stava meco, e anche credo che e' v'era el sopra detto garzone che gli aveva portati gli altri: e preso detti danari, s'andò con Dio. Non l'ò mai poi rivisto. Ma send'io allora mal sano, inanzi che detto maestro Luca si partissi di casa, mi dolfi seco del non potere lavorare; e lui mi disse: non dubitare che e' verranno gli Angioli da cielo a pigliarti le braccia e ti aiuteranno.

Questo vi scrivo io, perchè se dette cose fussino riplicate a detto maestro Luca, se ne ricorderebbe e non direbbe avermeli renduti (_come la_)[295] .... vostra Signoria scrive a Buonarroto che lui dice, e più che voi .... ancora che credete che e' me gli abbi renduti. Questo non è (_vero_) .... che io sia uno grandissimo ribaldo e così sarebe (_se io cercassi_) .... di riavere quello che io avessi riavuto: ma la vo(_stra Signoria penserà_) .... ciò ch'ella vuole: io gli ò a riavere e così giuro. (_E se la vostra Signoria mi vorrà_) .... fare ragione, lo può fare; quanto che no, ac .... Capitano.

[294a] Luca Signorelli.

[294b] Silvio Falcone da Magliano nella Sabina.

[294c] Doveva essere una delle figure dette _dei prigioni_ che andavano nella sepoltura di papa Giulio.

[295] La lettera è stracciata da un lato.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, 15 di luglio 1518.

CCCLV.

(_Al cardinale Giulio de' Medici in Roma_).

A dì xv di luglio 1518.

Monsignore Reverendissimo. — Sperando avere questo anno qualche quantità di marmi per l'opera di Santo Lorenzo in Firenze, e non trovando drento in Santo Lorenzo nè fuora appresso stanze al proposito per lavorargli, mi sono messo per farne una a comperare un pezzo di terreno da Santa Caterina dal Capitolo di Santa Maria del Fiore:[296] el quale terreno mi costa circa a trecento ducati d'oro larghi: e sono stato dreto a detto Capitolo due mesi, per avere detto terreno. Ànnomelo fatto pagare sessanta ducati più che non vale, mostrando che ne sa loro male, ma dicono non potere uscire di quello che dice la Bolla del vendere ch'egli ànno dal Papa. Ora se 'l Papa fa Bolle da potere rubare, io prego vostra Signoria Reverendissima ne facci fare una ancora a me, perchè n'ò più bisognio di loro; e se non s'usa di fare, io prego quella mi facci fare ragione in questo modo, cioè: questo terreno che io ò tolto, non è assai a quello ò di bisogno; ànne il Capitolo drieto a questo certa quantità: onde che io prego V. S. me ne facci dare un altro pezzo, nel quale io mi rifacci di quello che m'ànno tolto di più di quello che io ò comperato: e se resteranno avere, non voglio niente di loro.

Circa l'opera, e' principii sono difficili....

[296] Avevalo comprato a' 14 di luglio del detto anno.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Seravezza, ( d'agosto 1518).

CCCLVI.

_A Berto da Filicaia in Firenze._

Berto. — Io mi raccomando a voi, e ringraziovi de' servizi e benefizi ricevuti, e son sempre con tutto quello che io posso e ò e so al vostro comando. Le cose di qua vanno assai bene. La strada si può dire che sia finita, perchè resta a fare poco, cioè resta a tagliare certi sassi o vero grotte: l'una è dove sbocca la strada che escie del fiume nella strada vecchia a Rimagno; l'altra grotta è poco passato Rimagno per andare a Seraveza, un sasso grande che attraversa la strada; e l'altra è a l'ultime case di Seravezza, andando verso la Corvara. Di poi s'à spianare col piccone in qualche luogo: e tutte queste cose perchè son breve, sarebon fatte in quindici dì, se ci fussino scarpellini che valessino qualche cosa. Del padule è forse otto dì non vi sono stato; allora andavano pure riempiendo el peggio che potevano. Stimo, se ànno seguitato, che a quest'ora sia finito. De' marmi, io ò la colonna cavata giù nel canale e presso alla strada a cinquanta braccia, a salvamento. È stata maggior cosa che io non stimavo a collarla giù: èccissi fatto male qualcuno nel collarla, e uno ci s'è dinocolato e morto súbito, e io ci sono stato per mettere la vita. L'altra colonna era quasi bozata: trovai un pelo che me la troncava: èmmi bisogniato rientrare nel poggio tanto quanto l'è grossa per fugire quel pelo, e così ò fatto, e stimo che adesso la vi sarà: e bòzasi tutta via. Non m'acade altro, se non pregovi parlando alla magnificenzia di Iacopo Salviati facciate mia scusa del non scrivere, perchè non ò ancora da scrivere cosa che mi piaccia: però nol fo. El luogo da cavare è qua molto aspro, e gli uomini molto ignoranti in simile esercizio: però bisognia una gran pazienza qualche mese, tanto che e' si sieno domesticati e' monti e amaestrati gli uomini; poi faremo più presto: basta che quello che io ò promesso, lo farò a ogni modo, e farò la più bella opera che si sia mai fatta in Italia, se Dio me n'aiuta.

Poi ch'io ò scritto, ò risposta da quegli uomini di Pietrasanta che tolsono a cavare una certa quantità di marmi circa sei mesi fa, che non vogliono cavare nè rendermi e' cento ducati che io dètti loro. Parmi abino fatto una grande impresa, in modo che io e' so, che non l'ànno fatta senza favore, in modo che io fo disegno di venirmene costà agli Otto e domandare loro danni di questa giunteria: non so se si può fare: spero che la magnificenzia di Iacopo Salviati m'aiuterà della ragione.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Seravezza, ( di settembre 1518).

CCCLVII.

_A Pietro Urbano (in Firenze)._[297]

Pietro. — Se tu se' guarito del dito e che ti paia di venire insino qua con Michele,[298] puoi venire, e portami dua camice. Se non ti pare di venire, màndamele per Michele, e avisami come tu stai.

MICHELAGNIOLO in Seraveza.

[297] È in risposta ad una lettera di Pietro Urbano del 3 settembre 1518.

[298] Michele di Pietro detto _Battaglino_, scarpellino da Settignano, già ricordato altra volta.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, ( di settembre 1518).

CCCLVIII.

_A Monsignor Reverendissimo de' Medici in Roma._

Monsignore Reverendissimo. — Per l'opera di San Lorenzo a Pietra Santa si cava forte, e trovando e' Carraresi più umili che e' non sogliono, ancora ò ordinato cavare la gran quantità di marmi, in modo che alle prime aque spero averne in Firenze buona parte, e non credo mancar niente di quello che ò promesso io. Dio me ne dia grazia, perchè non fo stima d'altro al mondo che di piacervi. Credo àrò bisognio infra un mese di mille ducati: prego vostra Signoria Reverendissima non mi lasci mancare danari.

Ancora aviso vostra Signoria Reverendissima, com'io ò cerco e non ò mai trovato una casa capace da farvi tutta questa opera, cioè, le figure di marmo e di bronzo; e Matteo Bartoli a questi dì m'à trovato un sito mirabile e utile per farvi una stanza per simile opera: e quest'è la Piazza che è inanzi alla chiesa d'Ogni Santi: e e' Frati, secondo mi dice Matteo, son per vendermi le ragioni v'ànno su, e 'l popolo tutto se ne contenta, secondo detto Matteo, che è de' Sindachi. Non ci è altri che ci abbi da far niente, se non gl'ufitiali della Torre, che sono padroni del muro d'Arno, al quale sono apoggiate tutte le case di Borg'Ogni Santi; e questi mi daranno licenzia, con la stanza ch'io farò, mi v'appoggi ancora io. Resta solo che e' Frati àrebbon caro una lettera della vostra Signoria Reverendissima, che mostrassi che questa cosa gli è in piacere: e sarebe fatto ogni cosa. Però quando paia a quella farne scrivere dua versi o a' Frati o a Matteo, lo facci.

Servo della Vostra Signoria Reverendissima

MICHELAGNIOLO.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, (21 di dicembre 1518).

CCCLIX.

_Al mio caro amico Lionardo,[299] sellaio ne' Borgerini, in Roma._

Lionardo. — Io sono sollecitato da voi per l'ultima vostra, e òllo molto caro, perchè vego che voi lo fate per mio bene; ma io vi fo bene intendere, che tal sollecitamenti per un altro verso mi sono tutti coltellate, perchè io muoio di passione per non potere fare quello che io vorrei, per la mia mala sorte. Stasera fa otto dì tornò Pietro[300] che sta meco, da Porto Venere, con Donato[301] che sta meco là a Carrara per conto del caricare e' marmi, e lasciorno a Pisa una scafa carica, e non è mai comparita, perchè non è mai piovuto, e Arno è secco afatto: e altre quatro scafe sono in Pisa soldate per questi marmi; che, come e' piove, verranno tutte cariche e comincierò a lavorare forte. Io sto per questo conto peggio contento che uomo che sia nel mondo. Io sono ancora sollecitato da messer Metello Vari della sua figura,[302] che è anche là in Pisa e verrà in queste prime scafe. Io non gli ò mai risposto, nè anche voglio più scrivere a voi, finchè io non ò cominciato a lavorare; perchè io muoio di dolore e parmi essere diventato uno ciurmatore contro a mia voglia.

Ò a ordine qua una bella stanza, dov'io potrò rizare venti figure per volta: non la posso coprire, perchè in Firenze non ci è legniame e non ne può venire se e' non piove, e non credo oramai e' piova ma' più, se non quando mi àrà a far qualche danno.

Del Cardinale[303] non vi dico gli diciate altro, perchè so che gli à cattiva impressione de' fatti mia; ma la sperienzia lo farà presto chiaro. Racomandatemi a Sebastiano[304] e io a voi mi racomando.

Vostro MICHELAGNIOLO in Firenze.

[299] Lionardo di Compagno, fiorentino, era di mestiere sellaio e amicissimo di Michelangelo, e stava in Roma nella bottega o banco de' Borgherini. Di lui sono nel Carteggio del Buonarroti molte lettere.

[300] Pietro Urbano.

[301] Benti.

[302] Il _Cristo risorto_ allogato a Michelangelo per 200 ducati da messer Metello Varj, romano, con contratto del 14 di giugno 1514.

[303] Lionardo Grosso Della Rovere, detto il _Cardinale Aginense_, nipote di papa Giulio II, il quale aveva allogato a Michelangelo la sepoltura dello zio, come uno de' suoi esecutori testamentarii.

[304] Del Piombo.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, 22 di dicembre (1518).

CCCLX.

_Al mio maggiore Francesco Peri ne' Salviati in Pisa._

Carissimo mio maggiore. — Io non son venuto a far conto, come più volte m'avete scritto, perchè non sono stato bene; ora son sano e gagliardo, e súbito che io ò una risposta che m'importa assai, che io aspetto da Roma, come l'ò, súbito monto a cavallo, e vengo costà a far conto e ciò che voi volete. Io vi priego, poi avete avuta tanta pazienza, l'abiate ancora questi pochi dì, e non pigliate ammirazione de' casi mia, perchè non ò potuto fare altro.

Dei servizii m'avete fatti e delle noie avete ricevute, io lo so, e conosco e restovi ubrigato in eterno, ofrendovi, benchè picola cosa sia, me con tutto quello che io ò e posso. E come è detto, in fra pochi dì sarò costà e aconcieremo le cose con consiglio vostro, in modo che e' non vi si dia più noia.

A dì ventidua di dicembre.

Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Firenze.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, 26 di dicembre 1518.

CCCLXI.

(_A maestro Donato Benti in Seraveza_).

Donato. — Io vi scrissi per Domenico detto el Zucca, compagnio di Andrea, come io sarei costà súbito fatto le feste. Ora sendo qua Francesco Peri, mi dice che vuole ancora stare qua per certe sua faccende, quattro o sei dì; e io avendo a far conto seco in Pisa, son rimasto d'aspettarlo per andar seco da Pisa e poi venirmene costà. E perchè in questo mezo che io tarderò qua, vi mando pel sopradetto Zucca, compagnio d'Andrea, ducati dieci largi, acciò che se fussi tempo da caricare, voi il possiate fare: e Francesco Peri m'à promesso che in Pisa saranno pagati e' noli di quanti marmi voi vi condurrete; e io, passati questi pochi dì, ne verrò con Francesco e farò conto a Pisa, e poi verrò costà e darovvi e' danari che voi vorrete. Io ò scritto a Roma della gabella di Pisa come mi avvisasti, e ancora come siate trattati costà; e spero avere risposta innanzi che io mi parta. Delle fatiche vostre io ne sono ultimamente avisato da Francesco Peri, benchè prima lo sapevo e conoscevo, di che io vi ringrazio e restovi ubrigatissimo, e son certo, vivendo questo Papa, che questa opera abbia a essere buona per voi.

A dì 26 di dicembre 1518.

Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Firenze.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, (26 di dicembre 1518).

CCCLXII.

_A Donato Benti in Seraveza._[305]