Le lettere di Michelangelo Buonarroti

Part 2

Chapter 24,135 wordsPublic domain

De' casi di Giovansimone, a me non pare che e' venga qua, perchè 'l Papa si parte in questo carnovale e credo che verrà alla volta di Fiorenza, e qua non lascia buon ordine: qua (_sic_) ci sia qualche sospetto, secondo che si dice, il che non è da cercare nè da scrivere: basta che quand'e' nulla avenissi, chè nol credo, io non voglio avere obrigo di frategli alle spalle. Di questo none pigliassi amirazione e none parlassi a uomo nessuno del mondo, perchè avendo bisognio d'uomini, non troverrei chi ci venissi; e poi credo ancora che le cose anderanno bene. Io sarò presto di costà e farò tal cosa, che io contenterò Giovansimone e gli altri: che a Dio piaccia! Domani vi scriverò un'altra lettera di certi danari ch'io vo' mandare di costà, e quello n'avete a fare. Di Piero[14] ò inteso: lui vi risponderà per me, perchè gli è uomo da bene, come è sempre stato.

Vostro MICHELAGNIOLO in Bolognia.

Ancora v'aviso per rispondere alle straneze che Lapo dice che io gli ò fatte. Io ve ne voglio scrivere una, e questa è, che io comperai sette cento venti libre di cera; e innanzi che io la comperassi, dissi a Lapo che cercassi chi n'avea e che facessi el mercato e che io gli darei e' danari che la togliessi. Lapo andò e tornò: e dissemi che la non si poteva aver per manco un quattrino di nove ducati largi e venti bolognini el centinaio; che sono nove ducati e quaranta soldi; e che io la togliessi presto, poichè io avevo trovato tal ventura. Io gli risposi, e dissigli che andassi a 'ntendere se poteva levare que' quaranta soldi al centinaio, e che io la torrei. Mi rispose: questi bolognesi son di natura che non leverebbono uno quattrino di quello che e' chiegono. In questo punto presi sospetto e lasciai andar la cosa. Poi el dì medesimo chiamai Piero in disparte e dissigli segretamente che andassi a vedere per quanto e' poteva avere el centinaio della cera. Piero andò a quel medesimo di Lapo, e mercatolla otto ducati e mezo: e io la tolsi, e di poi mandai Piero per la senseria, e ancora gli fu data questa. È una delle straneze che io gli ò fatte. Veramente io so che gli parve strano che io m'acorgessi di quella gunteria. Non gli bastava otto ducati largi el mese e le spese, che ancora s'è ingegniato di guntarmi e puommi avere guntato molte volte, che io no' ne so niente, perchè mi fidavo di lui: nè mai vidi uomo avere più colore di buono che à lui, ond'io credo che sotto la sua bontà e' n'abbi gabato degli altri. Sì che non fidate di lui di cosa nessuna e fate le vista di nol vedere.

[11] Lapo d'Antonio di Lapo, scultore fiorentino, fino dal 1491 era tra i maestri agli stipendii dell'Opera del Duomo di Firenze. Scolpì nel 1505 la sepoltura di marmo di messere Antonio da Terranova, Spedalingo di Santa Maria Nuova. A' 10 di dicembre del 1506 ebbe licenza dagli Operai di assentarsi dall'Opera per andare a Bologna. Nato nel 1465, visse fino al 1526 in circa.

Lodovico di Guglielmo del Buono fu di cognome Lotti, e nacque in Firenze nel 1458. Nella sua prima gioventù stette all'orafo nella bottega di Antonio del Pollaiuolo; poi si diede a far di getto, e fu maestro delle artiglierie della Repubblica fiorentina. Nel 1516 fuse una campana, e due candelieri di bronzo pel Duomo. Da lui nacque Lorenzo, detto Lorenzetto, scultore, del quale scrisse il Vasari.

[12] Messer Angelo di Lorenzo Manfidi da Poppi in Casentino era stato eletto secondo araldo fino dal 1500 per aiuto di messer Francesco Filareti, primo araldo e suo suocero; e morto, poco dopo il 1505, messer Francesco, eragli succeduto in quell'ufficio, nel quale durò fino ai 18 di settembre 1527, che morì.

L'Araldo della Signoria, che faceva parte della famiglia di Palazzo, era un ufficiale, nel quale in processo di tempo si riunirono le incombenze che avevano in antico il Sindaco e Referendario del Comune, ed il Cavaliere di Corte o Buffone della Signoria. A questo ufficio erano sempre eletti uomini che avessero qualche spirito di poesia, perchè era loro commesso di comporre canzoni morali o storiche da recitarsi alla mensa dei Signori. E restano ancora poesie, parte a stampa e parte a penna, composte e recitate dagli Araldi; i quali cominciando dal 1350 durarono fino al 1539, e tra questi, come componitori di versi, sono più noti, Antonio di Matteo di Meglio, Anselmo Calderoni, Gio. Batta dell'Ottonaio e maestro Jacopo del Bientina, che fu l'ultimo. Negli ultimi tempi l'ufficio dell'Araldo consisteva più specialmente nel guidare tutte le cerimonie occorrenti per ricevere i grandi personaggi che capitavano con ufficio pubblico in Firenze, e gli ambasciatori de' Potentati e delle Signorie; e nel tenere un libro, dove brevemente era registrata la venuta e il ricevimento loro. Tra gli Araldi, Francesco Filarete, il primo a cui fu commesso di formare questo registro, fu anche intendente di architettura, e si trova che egli nel celebre concorso del 1490 per la facciata di Santa Maria del Fiore, presentò un suo disegno; e comparisce insieme col detto messer Angelo tra coloro che furono chiamati a dire del luogo più conveniente pel _David_ di Michelangelo.

[13] Pittore ed amicissimo del Buonarroti, dal quale ebbe commissione di trovare de' giovani pittori che volessero andare a Roma per mostrargli il modo del lavorare in fresco, avendo egli allora a dipingere la vôlta della Sistina.

[14] Forse Piero d'Argenta.

MUSEO BRITANNICO. Di Roma, (del giugno 1508).

V.

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._

Padre reverendissimo. Intendo per l'ultima vostra come costà s'è detto che io son morto. È cosa che importa poco, perchè io son pur vivo. Però lasciate dir chi dice, e non parlate di me a nessuno, perchè e' c'è di mali omini. Io attendo a lavorare quanto posso. Non ò avuto danari già tredici mesi fa dal Papa e stimo infra un mese e mezzo averne a ogni modo, perchè àrò francati molto ben quegli che i' ò avuti. Quando non me ne dessi, mi bisognierebe acattare danari per tornar costà; chè io non ò un quattrino. Però non posso esser rubato. Idio lasci seguire il meglio.

Di mona Cassandra[15] ò inteso. Non so che me ne dire. Se mi trovassi danari, m'informerei se si potessi condurre qua 'l piato sanza mio danno, ciò è di tempo, e bisognierebemi fare un procuratore, e io non ò da spendere per ancora. Avisatemi quando è tempo, come la cosa va, e se e' vi bisognia danari, andate a Santa Maria Nuova allo Spedalingo, come già vi dissi. Non ò da dirvi altro. Io mi sto qua malcontento e non troppo ben sano e con gran fatica, senza governo e senza danari: pure ò buona speranza che Dio m'aiuterà. Racomandatemi a Giovanni da Ricasoli, a messere Agniolo Araudo.

Vostro MICHELAGNIOLO in Roma.

[15] Monna Cassandra di Cosimo Bartoli, rimasta vedova fino dal 18 di giugno del 1508 di Francesco Buonarroti fratello di Lodovico, aveva un piato col cognato e coi nipoti, per cagione della sua dote, non ostante che Lodovico e i figliuoli avessero rinunziato all'eredità del fratello e dello zio. Come finisse questo loro piato, non si sa. Morì monna Cassandra a' 3 di luglio del 1530.

MUSEO BRITANNICO. Di Roma, (del luglio 1508).

VI.

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._

Padre reverendissimo. Io vi risposi per l'ultima mia com'io non ero morto, benchè non mi sia sentito troppo bene: pure adesso pure adesso (_sic_) sto assai bene, grazia di Dio, del male.

Ò inteso per l'ultima vostra, come el piato va: dammi passione assai, perchè conosco che con questi notai bisognia perdere a ogni modo e essere agirato, perchè e' sono tutti ladri. Nondimanco io credo pure ch'ella spenda anch'ella. Io vi conforto, non possendo avere ragionevole acordo, che voi vi difendiate quanto potete, e sopra tutto quello che voi fate, fatelo senza passione, perchè e' non è sì gran faccenda, che faccendola sanza passione non paia picola. In questo caso non bisognia guardare alla spesa: e quando e' non ci fia da spendere, Idio ci aiuterà.

Del condurre qua il piato, se si può farlo, io lo farò, perchè so che qua bisognierà che la spenda altrimenti che costà, e verrebe ancora a chieder misericordia a noi. Vero è che non potrei cominciare fino che io non ò danari dal Papa. Avisatemi: e se voi potete fare acordo, non guardate in picola cosa. Ma s'ella vi volessi far fare cosa che a voi paia disonesta, non lo fate, perchè piglierèno qualche partito da difenderci a ogni modo. Avisatemi, e non guardate che io non vi risponda, perchè molte volte non posso.

Vostro MICHELAGNIOLO in Roma.

MUSEO BRITANNICO. Di Roma, (dell'agosto 1508).

VII.[16]

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._

Reverendissimo padre. Io ò inteso per l'ultima vostra come le cose vanno di costà e come Giovansimone si porta. Non ebi, è già dieci anni, la più cattiva novella, che la sera che io lessi la vostra lettera, perchè mi credevo avere aconcio i casi loro, ciò è i' modo che egli sperassino di fare una buona bottega col mio aiuto, come ò loro promesso; e sotto questa speranza attendessino a farsi dassai e a imparare, per poterla poi fare quando il tempo venissi. Ora io vego che e' fanno el contrario, e massimamente Giovansimone; ond'io ò visto per questo che il fargli bene non giova niente: e se io avessi potuto il dì che io ebbi la vostra lettera, montavo a cavallo, e àrei a questa ora aconcio ogni cosa. Ma non potendo fare questo, io gli scrivo una lettera[17] come pare a me, e se egli da qui inanzi non si muta di natura, overo se lui cava di casa tanto che vaglia uno steco o fa altra cosa che vi dispiaccia, vi prego che voi me l'avisiate, perchè vedrò d'avere licenza dal Papa, e verrò costà e mosterrogli l'error suo. Io voglio che voi siate certo che tutte le fatiche che io ò sempre durate, non sono state manco per voi che per me medesimo, e quello che io ò comperato, l'ò comperato perchè e' sia vostro i' mentre che voi vivete; che se voi non fussi stato, non l'àrei comperato. Però quando a voi piace d'apigionare la casa e d'afittare el podere, fatelo a vostra posta; e con quella entrata e con quello che io vi darò io, voi viverete com'un signore; e se e' non venissi la state, come viene, io vi direi che voi lo facessi ora, e venissivi a star qua meco. Ma non è tempo, perchè ci viveresti poco la state. Io ò pensato di levargli e' danari che egli à in sulla bottega e dargli a Gismondo, e che lui e Buonarroto si tornino insieme il meglio che potranno, e che voi apigioniate coteste case e 'l podere da Pazolatica, e con quella entrata e con quello aiuto ancora che io vi darò io, che voi vi riduciate in qualche luogo che voi stiate bene e possiate tenere chi vi governi o in Firenze o fuor di Firenze, e lasciar cotesto tristo col culo i' mano. Io vi prego che voi pensiate al caso vostro e in tutti que' modi che voi volete fare che vi sia il vostro, in tutti vi voglio aiutare tanto, quant'io so e posso. Avisate. De' casi della Cassandra io mi sono consigliato del ridur qua el piato. Èmmi detto che io spenderò qua tre volte più che non si farà costà: e così è cierto; perchè quello che si fa costà con un grosso, non si farà qua con dua carlini. L'altra, che io non ci ò amico nessuno di chi mi fidare, e io non potrei attendere a simil cosa. A me pare quando voi vogliate attendere, che voi andiate per la via ordinaria, secondo che vole la ragione, e che voi vi difendiate quanto voi potete e sapete, e de' danari che bisogna spendere io non vi mancherò mai i' mentre che io n'àrò; e abbiate manco paura che voi potete, perchè e' non son casi che ne vadi la vita. Non altro. Avisatemi, come v'ò detto di sopra.

Vostro MICHELAGNIOLO in Roma.

[16] Vedi più innanzi una fierissima e stupenda lettera di Michelangelo a questo suo fratello.

[17] La più parte delle lettere di Michelangelo manca di data. E noi l'abbiamo supplita, o desumendola da alcuni fatti, a cui esse accennano, o congetturandola per altri riscontri. Di più vogliamo avvertire che esse lettere scritte secondo il computo fiorentino, che cominciava l'anno _ab incarnatione_, cioè a' 25 di marzo, sono state ridotte allo stile comune.

MUSEO BRITANNICO. Di Roma, (dell'agosto 1508).

VIII.[18]

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._

Reverendissimo padre. Io ò avuto a questi giorni una lettera da una monaca che dice essere nostra zia, la quale mi si racomanda, e dice che è molto povera e che è in grandissimo bisognio e che io le facci qualche limosina. Per questo io vi mando cinque ducati larghi, che voi per l'amor de Dio gnene diate quattro e mezzo, e del mezzo che vi resta, pregovi diciate a Buonarroto che mi facci comperare o da Francesco Granacci o da qualche altro dipintore un'oncia di lacca o tanta quanta e' può avere per e' detti danari, che sia la più bella che si trovi in Firenze; e se e' non ve n'è, che sia una cosa bella, lasci stare. La detta monaca nostra zia, credo che sia nel munistero di San Giuliano. Io vi prego che voi vegiate d'intendere s'egli è vero che gli abbi sì grande bisognio, perchè la mi scrive per una certa via che non mi piace. Ond'io dubito che la non sia qualche altra monaca e di non esser fatto fare. Però quando vedessi che e' non fussi vero, toglietegli per voi. E' detti danari vi pagerà Bonifazio Fazi.

Non v'ò da dire altro per ora, perchè non sono ancora risoluto di cosa nessuna che io vi possa avisare. Più per agio v'aviserò.

Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.

[18] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 704.

MUSEO BRITANNICO. Di Roma, 5 di novembre (1508).

IX.

_A Lodovico di Lionardo Buonarrota Simoni in Firenze._

Reverendissimo padre. Intendo per l'ultima vostra come avete dato alla madre e alla moglie di Michele sei staia di grano a venticinque soldi lo staio, e come siate per dargli loro, mentre aran bisognio, quello che potrete: e io vi dico che voi non diate loro altro; e quando domandassino altro, rispondete, che non avete di poi altro aviso da me.

De' panni mia intendo come me gli manderete presto: io ve ne prego: e scrivetemi la spesa che avete fatta, e io subito vi manderò e' danari del grano e questi insieme. La minuta fatela aconciare secondo la coscienzia vostra, e io subito vi manderò la procura e farèno quello che è scritto altre volte.

Ancora àrei caro che voi intendessi se costà fussi qualche fanciullo, figliuolo di buone persone e povero, che fussi uso agli stenti, che fussi per venire a star qua meco per fare tutte le cose di casa, cioè comperare e andare attorno dove bisognia; e 'l tempo gli avanzassi, potrebbe imparare. Quando trovassi, avisatemi, perchè qua non si trova se non tristi: e ònne gran bisognio. Non altro. Io sto bene, grazia di Dio, e lavoro. A dì cinque di novembre.

Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.

MUSEO BRITANNICO. Di Roma, 27 di gennaio (1509).

X.[19]

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._

Carissimo padre. Io ò ricevuta oggi una vostra, la quale intendendo, ò avuto dispiacere assai. Dubito che voi non vi mettiate più timore o paura che non bisognia. Àrei caro che voi m'avisassi di quello che voi stimate che la vi possa fare, cioè del peggio, quando la facessi tutto suo sforzo. Non v'ò da dire altro. A me fa male che voi istiate in cotesta paura; ond'io vi conforto a prepararvi bene contro alle sua forze, con buon consiglio, e dipoi non vi pensar più: che quand'ella vi togliessi ciò che voi avete al mondo, non v'à a mancare da vivere e da star bene, quando non fussi altri che io. Però state di buona voglia. Io ancora sono in fantasia grande, perchè è già uno anno che io non ò avuto un grosso da questo Papa, e none chiego, perchè el lavoro mio non va inanzi[20] i' modo che a me ne paia meritare. E questa è la dificultà del lavoro, e ancora el non esser mia professione. E pur perdo el tempo mio sanza frutto. Idio m'aiuti. Se voi avete bisognio di danari, andate allo Spedalingo e fatevi dare per insino a quindici ducati, e avisatemi quello che vi resta. Di qua s'è partito a questi dì quello Iacopo[21] dipintore che io fe' venire qua; e perchè e' s'è doluto qua de' casi mia, stimo che e' si dorrà ancora costà. Fate orechi di mercatanti: e basta: perchè lui à mille torti e àre'mi grandemente a doler di lui. Fate vista di non vedere. Dite a Buonarroto che io gli risponderò un'altra volta.

A' dì venti 7 di giennaio

Vostro MICHELAGNIOLO in Roma.

[19] Pubblicata in parte dal Grimm, Op. cit., pag. 702.

[20] Intendi la pittura della vôlta della Cappella Sistina.

[21] Jacopo detto l'Indaco fu uno de' pittori chiamati da Michelangelo a Roma, perchè gli mostrassero il modo del lavorare in fresco. Questo Jacopo, di cui scrive il Vasari, fu figliuolo di Domenico di Stefano Rossegli: nacque nel 1466, e morì l'8 di maggio del 1530. Fra i _Ricordi_ di Michelangelo nell'Archivio Buonarroti è la bozza de' patti a' pittori che sarebbero andati a Roma per detto effetto; essa dice così: _Pe' garzoni della pittura che s'ànno a far venire da Fiorenza, che saranno garzoni cinque, ducati venti d'oro di Camera per uno: con questa condizione, cioè, che quando e' saranno qua, e che saranno d'accordo con esso noi, che i detti ducati venti per uno che gli àranno ricevuti, vadino a conto del loro salario; incominciando detto salario il dì che e' si partono da Fiorenza per venire qua. E quando non sieno d'accordo con esso noi, s'abbi a esser loro la metà di detti danari per le spese che àranno fatto a venire qua e per il tempo._

MUSEO BRITANNICO. Di Roma, di giugno (1509).

XI.

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._

Reverendissimo padre. Più giorni fa vi mandai cento ducati largi di quelli che io m'ero serbati qua per vivere e lavorare; e questo feci, perchè mi paion più sicuri costà che qua. Credo gli abbiate ricievuti. Pregovi gli portiate allo Spedalingo e fategli mettere a mio conto come stanno gli altri. A me è restato qua ottanta ducati: credo mi dureranno quatro mesi, e io ò da fare qua sei mesi ancora, innanzi che io abia a avere danari dal Papa: però son certo mi mancherà danari, e stimo che e' mi mancherà cinquanta ducati. Però vi prego che de' cento che voi avete promesso di rendermi, voi me ne rendiate cinquanta: el resto vi dono: con questo che infra quattro mesi voi gli abiate a ordine a ogni modo, perchè n'àrò bisognio qua. E' cento che io ò mandati costà, mi voglio ingegniare di salvargli per rendergli a quegli del cardinale di Siena,[22] come sapete che gli ànno avere di quegli che sono in Santa Maria Nuova. Vi prego veggiate a ogni modo comperarne un podere, perchè m'è detto che stanno male. Così io resto avere ancora, finita la mia pittura qua, mille ducati dal Papa, e se la gli va bene, spero avergli a ogni modo. Però pregate Idio per lui, pel suo bene e pel nostro.

Scrivetemi subito.

A' dì.... di giugnio

Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.

[22] Con contratto del 5 giugno 1501, Michelangelo s'era obbligato col cardinale Francesco Piccolomini di Siena, che fu poi papa Pio III, di scolpire quindici statue di marmo per la sua cappella nel Duomo senese. Tra le condizioni del contratto l'una era, che il Cardinale prestava a Michelangelo cento ducati d'oro in oro larghi, i quali egli avrebbe scontati nelle tre ultime figure. Ma non avendo finito il lavoro, Michelangelo restava tuttavia debitore cogli eredi del Cardinale di que' cento ducati, nè gli pagò se non negli ultimi anni della sua vita. Il contratto di questa allogazione è pubblicato a pagina 19 del tomo III de' _Documenti per la Storia dell'Arte Senese, raccolti ed illustrati dal dottor Gaetano Milanesi_. Siena, per Onorato Porri, 1856, in-8º.

MUSEO BRITANNICO. Di Roma, (1509).

XII.

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._

Carissimo padre. Intendo per la vostra ultima, come lo Spedalingo v'à messo dua poderi per le mani, uno suo, uno d'altri. A me pare da comperare più presto da lui che da altri, e 'l podere sia di chi si vole, purchè lo Spedale sodi. Quello di Pian di Ripoli, secondo il vostro scrivere, è bella cosa: non so io se e' s'è bello per esser ben tenuto, o pure che le sieno buone terre. Nondimanco a me, quando fussi buono, per la spesa a me piacerebbe, perchè è comodo e massimo avendo buona casa da oste. Voi siate in sul fatto e vedete. Io non vi posso consigliare per esser qua; ma ben vi dico che quello che voi comperate, sarà ben fatto. Però non abiate rispetto nessuno, purchè e' sia buon sodo: e quello che a voi piace di tôrre, a me piacerà che voi l'abiate tolto: sia che si vole. Non m'acade altro. Fate quello che vi pare el meglio. Io verrò costà a ogni modo come ò finito qua la mia pittura, che sarà infra dua o tre mesi.

Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.

MUSEO BRITANNICO. Di Roma, (del settembre 1509).

XIII.

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._

Carissimo padre. Intendo per la vostra ultima come lo Spedalingo v'à straziato e come vi dà parole assai. Abbiate pazienzia e fate vista di non vedere, tanto che io tornerò e aconcierò ogni cosa. Io stimo aver finito qua infra dua mesi, e poi verrò o tornerò costà. Non ò che dirvi altro. Se io non vi scrivo più spesso, non vi maravigliate, perchè non posso, e anche non ò chi porti le lettere: nè anche voi non mi scrivete troppo per questo tempo che io ci ò a stare, perchè io non vo per le lettere e ànnomi a essere portate e dassi noia a altri. Pregate Dio che la mia cosa abi qua buon fine.

Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.

MUSEO BRITANNICO. Di Roma, (del settembre 1509).

XIV.

_A Lodovico di Lionardo di Buonarrota Simoni in Firenze._

Carissimo padre. Io vi scrissi sabato passato che voi non vi curassi di scrivermi troppo spesso, e questo perchè io sto lontano dal banco e el più delle volte m'ànno a essere portate le lettere, e parmi piu presto dar noia che altro: pur nondimanco acadendo da scrivermi, pregovi mi scriviate, e massimamente quando voi fussi per comperare, fate che io il sapi. Intesi come lo Spedalingo v'avea straziato. Non me ne maraviglio, perchè se fussi buono, non sarebbe tenuto in quello luogo; pur nondimanco fategli buon viso, e mostrate di non avedere: forse gli verrà voglia inanzi che io torni di darci qualche cosa: e se nol fa, com'io torno, piglierèno qualche partito che lui non abbia a godere e' danari e 'l podere. Non altro.

Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.

MUSEO BRITANNICO. Di Roma, (di ottobre 1509).

XV.[23]

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._

Carissimo padre. I' ò inteso per l'ultima vostra come avete riportati e' quaranta ducati allo Spedalingo. Avete fatto bene: e quando voi intendessi che gli stessino a pericolo, pregovi me n'avisiate. Io ò finita la capella che io dipignievo:[24] el Papa resta assai ben sodisfatto: e l'altre cose non mi riescono a me come stimavo: incolpone e' tempi che sono molto contrari all'arte nostra. Io non verrò costà questo Ogni Santi, perchè non ò quello che bisognia a far quello che voglio fare, e ancora non è tempo da ciò. Badate a vivere el meglio che potete, e non v'impacciate di nessun'altra cosa. Non altro.

Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.

[23] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 705.

[24] La vôlta della Cappella Sistina cominciata a dipingere il 10 di maggio 1508, come si ha da un Ricordo di Michelangelo, fu scoperta dopo diciassette mesi e venti giorni di lavoro, la mattina d'Ognissanti del 1509.

MUSEO BRITANNICO. Di Roma, (del dicembre 1509).

XVI.

_A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze._

Carissimo padre. Per l'ultima mia vi risposi, come a me parea da comperare: però se 'l podere che voi m'avisate di Girolamo Cini vi par cosa buona e che abbi buon sodo, toglietelo; e se non vi par così, comperate da Santa Maria Nuova e spendete tutti e' danari, se potete aver cosa buona; se non, lasciàno stare tanto che e' si truovi: e quando trovassi, avisate, che io vi mandi la procura. De' fatti della casa credo acconciarla in buona forma che la sarà mia e àrò buona sicurtà. Non altro.

Vostro MICHELAGNIOLO in Roma.