Le lettere di Michelangelo Buonarroti
Part 19
[270] Michelangelo per svista, o per difetto di memoria, ha segnato il dì 8 di febbraio: mentre dal ricordo del Nipote si rileva che veramente la lettera fu scritta il 18 di quel mese.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 22 di marzo 1561.
CCCXXVIII.
_A Lionardo Buonarroti in Firenze._
Lionardo. — Io t'aspetto dopo le feste o quando t'è comodo, perchè non è cosa che importi. Fa' d'aver buona compagnia, e non menar teco gente che io abbia a tener qua in casa, perchè ci ò donne e poche masserizie; e in fra due o tre dì ti potrai ritornare a Firenze, perchè con poche parole ti farò intendere l'animo mio.
Al venti dua di marzo mille cinque cento sessantuno.
MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.
(_Di mano di Lionardo._)
1561, di Roma, addì 27 di marzo: del 22 detto.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, (22 di giugno 1561).
CCCXXIX.
_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._
Lionardo. — Io ò ricievuto oggi a dì venti dua di gugnio fiaschi quarantadua di trebbiano; di che ti ringrazio. È molto buono: faronne parte agli amici. El nome del mulattiere è Domenico da Feggine. E de' dua cappelli ti ringrazio. Àrei caro che m'avisassi come la fa la Francesca.
MICHELAGNIOLO in Roma.
(_Di mano di Lionardo._)
1561, di Roma, addì 26 di giugno: de' dì 22 detto.
MUSEO BRITANNICO. Di Roma, 18 di luglio 1561.
CCCXXX.
_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._
Lionardo. — Io ti scrissi la ricievuta del trebbiano e ultimamente com'io avevo caro d'intendere come sta la Francesca, e non ò avuta risposta nessuna. E ora perchè son vechio come sai, vorrei fare costà qualche bene per l'anima mia, ciò è limosine; che altro bene non ne posso fare, nè so. E per questo vorrei far pagare in Firenze una certa quantità di scudi, che tu gli andassi pagando overo dando per limosina dove è maggior bisognio. E' detti scudi saranno circa trecento. Ònne richiesto il Bandino, ciò è che me gli facci pagare costà; m'à risposto che infra quatro mesi gli porterà lui. Non voglio indugiar tanto: però se ài qualche amico fiorentino a chi io possa dargniene sicuramente che te gli dia costà, dàmene aviso, e tanto farò: e avisera'mi della ricevuta.
A dì diciotto di luglio mille cinque cento sessantuno.
MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 20 di settembre 1561.
CCCXXXI.
_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._
Lionardo. — Io vorrei che tu cercassi fra le scritture di Lodovico nostro padre, se vi fussi la copia d'un contratto in forma Camera, fatto per conto di certe figure ch'i' promessi seguitare per papa Pio Secondo,[271] dopo de la morte sua; e perchè detta opera, per certe differenze restò sospessa circa cinquant'anni sono, e perchè io son vechio, vorrei aconciar detta cosa, a ciò che dopo me ingustamente non fussi dato noia a voi. Parmi ricordare che 'l notaio che fece in Vescovado detto contratto, si chiamassi Ser Donato Ciampelli. Èmi detto che tutte le sua scritture restassino a Ser Lorenzo Violi; però non trovando in casa detta copia, si potrebbe intendere dal figliolo di detto Ser Lorenzo e se l'à e che vi si trovassi detto contratto in forma Camera, non guardare in spesa nessuna averne una copia.
A dì venti di settembre 1561.
Io MICHELANGIOLO BUONARROTI.
(_Di mano di Lionardo._)
1561, di Roma, addì 25 di settembre: del 20 detto.
[271] Con strumento del 5 di giugno 1501 il cardinale Francesco Piccolomini, che poi fu papa Pio III, aveva allogato a Michelangelo quindici statue di marmo di Carrara per ornamento d'una sua cappella nel Duomo di Siena. A' 15 settembre del 1504 fu confermato il detto contratto da Jacopo ed Andrea Piccolomini, fratelli ed eredi del detto Papa, e poi ratificato agli 11 di ottobre del medesimo anno da loro e da Michelangelo con strumento rogato da ser Donato Ciampelli. Questo strumento fu pubblicato da Domenico Manni nelle _Addizioni alle Vite di Michelangiolo Buonarroti e Pietro Tacca_: Firenze, per il Viviani, 1774, in-4º.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 30 di novembre (1561).
CCCXXXII.
_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._
Lionardo. — I' ò avuto dua delle tua lettere e una d'Antonio Maria Picoluomini e un contratto. Io non ti posso dire altro, perche l'Arcivescovo di Siena,[272] sua grazia, s'è messo a volere aconciare questa cosa, e perchè è uomo da bene e valente, credo ch'àrà buon fine; e quello che seguirà, t'aviserò. Non altro.
Di Roma, a dì ultimo di novembre.
Io MICHELAGNIOLO BUONARROTI.
(_Di mano di Lionardo._)
1561, di Roma, riceuta addì 4 di dicembre: de' dì ultimo di novembre.
[272] Francesco Bandini Piccolomini, il quale, dopochè Siena cadde in potere degli Spagnuoli e di Cosimo de' Medici, s'era riparato a Roma, e quivi poi morto; protestando di non voler più ritornare alla sua sede, se prima la patria non fosse stata restituita alla libertà.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 12 di gennaio 1562.
CCCXXXIII.
_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._
Lionardo. — Io ti mandai, già più anni sono, una scatola di scritture di grande importanza, perchè non andassino qua male, per certi pericoli che c'erano. Ora m'acade per mia utilità e onore mostrarle al Papa: però vorrei che ora più presto che puoi per uomo fidato me le rimandassi; e condannale in quel che tu vuoi senza rispetto; che tanto gli (farò) dar qua. Di Roma, a dì dodici di gennaio mille cinquecento sessanta dua.
MICHELAGNIOLO BUONARROTI.
(_Di mano di Lionardo._)
1561, riceuta a dì 15 di gennaio: de' dì 15[273] detto.
(_D'altra mano._)
D. (_Donato_) Capponi fàtene di grazia servizio.
[273] Così dice per svista, invece di _12_.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 31 di gennaio 1562.
CCCXXXIV.
_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._
Lionardo. — I' ò avuto la scatola delle scritture. Òvi trovate più cose a proposito di quello ch'i' voglio poter mostrare, come ti scrissi. Vorrie fare copiare quelle che i' ò di bisognio, e poi rimetterle insieme e rimandartele. Altro non acade. Adì ultimo di gennaio in cinque cento sessanta dua; di Roma.
Io MICHELAGNIOLO BUONARROTI.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 14 di febbraio 1562.
CCCXXXV.
_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._
Lionardo. — Io non ti rimando ancora le scritture che mi mandasti, perchè non ò potuto fare cosa nessuna di quello che io volevo, per rispetto del carnovale e del sentirsi male della vita. Ò avuto dolori colici molto crudeli: ora sto bene: e come ò aoperato dette scritture, me ne serberò la copia e rimanderoti ogni cosa, con quelle che io avevo prima. Riguàrdale, perchè è buono averle in casa.
A dì quattordici di febraio mille cinquecento sessanta dua.
Io MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 20 di febbraio 1562.
CCCXXXVI.
_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._
Lionardo. — I' ò ricevuto un bariglione con tre sachetti di civaie, ceci rossi e bianchi e pisegli verdi; di che ti ringrazio. Altro no' mi acade. Sono stato un poco male di dolor colici: son passati, e sto assa' bene.
Adì venti febraio mille cinquecento sessanta dua.
Io MICHELAGNIOLO.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 27 di giugno 1562.
CCCXXXVII.
Carissimo Nipote. — Per questa vi aviso come ho recevuto il trebbiano, che furno fiaschi 43, il quale mi è stato, al solito, grato. Non vi maravigliate, se io non vi scrivo, perchè sono vechio come sapete, et non posso durar fatica a scriver. Io sono sano; il simile sperando de voi tutti. Pregate Iddio per me. Se la Cassandra fa figliolo, póreteli nome Buonarroto; se sarà figliola, póretili nome Francesca. Altro non scrivo. Il Signor Iddio da mal vi guardi et me insieme con voi. Di Roma, il dì 27 de giugno 1562.
(_Sottoscritto_) MICHELAGNIOLO BUONARROTI.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 31 di gennaio 1563.
CCCXXXVIII.
_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._
Lionardo. — I' ò ricevuto il panno per Simon del Bernia mulattiere. Io ti ringrazio. Del venire a Roma, non mi serebbe c'aggugnier noie alle mie passione, per ora. Altro no' mi acade. A dì utimo di gennaio del sessanta 3.
MICHELAGNIOLO in Roma.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 25 di giugno 1563.
CCCXXXIX.
_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._
A dì 25 di gugnio 1563.
Lionardo. — Io ò ricevuto il trebbiano con altre tua lettere e della Francesca. Non ò risposto prima, perchè la mano non mi serve a scrivere; el simile dissi al signore Imbasciatore[274] del Duca. Della lettera di messer Giorgo, io ti ringrazio; e fa' mie scuse con messer Giorgo, perchè son vechio. A voi mi racomando.
Io MICHELAGNIOLO BUONARROTI.
[274] Averardo Serristori.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 21 d'agosto 1563.
CCCXL.
_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._
Lionardo. — Veggo per la tua lettera che tu presti fede a certi invidiosi e tristi, che non possendo maneggiarmi nè rubarmi, ti scrivono molte bugìe. Sono una brigata di giottoni: e se' sì scioco, che tu presti lor fede de' casi mia, come s'io fussi un putto. Lèvategli dinanzi come scandalosi, invidiosi, e tristamente vissuti. Circa il patir del governo che tu mi scrivi e d'altro: quanto al governo, ti dico che io non potrei star meglio, nè più fedelmente esser in ogni cosa governato e trattato; circa l'esser rubato, di che credo voglia dire, ti dico che ò in casa gente che me ne posso dare pace e fidarmene. Però attendi a vivere, e non pensare a' casi mia, perchè io mi so guardare, bisogniando, e non sono un putto. Sta' sano. Di Roma, a dì 21 d'agosto 1563.
MICHELAGNIOLO.
(_D'altra mano._)
A Jacopo Buonsigniori che ne faci servitio.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 28 di dicembre 1563.
CCCXLI.[275]
_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._
Lionardo. — Ebbi la tua ultima con dodici marzolini begli e buoni; te ne ringrazio: rallegrandomi del vostro buon essere, e 'l simile è di me. E avendo ricevuto pel passato più tua, e non avendo risposto, è mancato perchè la mano non mi serve; però da ora inanzi farò scrivere altri e io sottoscriverò. Altro non m'acade. Di Roma, a dì 28 di dicembre 1563.
Io MICHELAGNIOLO BUONARROTI.
[275] Con questa finiscono le lettere di Michelangelo al Nipote che sono pervenute fino a noi. Dal 28 di dicembre del 1563, fino al 18 di febbraio del 1564, che fu l'ultimo della sua vita, non se ne trova neppure una scritta a Lionardo; il che non pare possibile: onde bisogna credere che sieno andate smarrite.
FINE DELLE LETTERE ALLA FAMIGLIA.
LETTERE A DIVERSI.
LETTERE A DIVERSI
DAL 1496 AL 1561.
ARCHIVIO DI STATO IN FIRENZE.[276] Di Roma, 2 di luglio 1496.
CCCXLII.[277]
(_A Lorenzo di Pier Francesco de' Medici in Firenze_).
Christus. Adì ij luglio 1496.
Magnifico Lorenzo etc. — Solo per avisarvi come sabato passato giugnemo a salvamento, e súbito andàmo a visitare il cardinale di San Giorgo,[278] e li presentai la vostra lettera. Parmi mi vedessi volentieri, e volle incontinente ch'io andasse a veder certe figure, dove i' ocupai tutto quel gorno, e però quello gorno non dètti l'altre vostre lettere. Dipoi domenica el Cardinale venne nella casa nuova, e fecemi domandare: andai a lui, e me domandò quello mi parea delle cose che aveva visto. Intorno a questo li dissi quello mi parea; e certo mi pare ci sia molte belle cose. Dipoi el Cardinale mi domandò se mi bastava l'animo di fare qualcosa di bello. Risposi ch'io non farei sì gran cose, ma che e' vedrebe quello che farei. Abiàmo comperato uno pezo di marmo d'una figura del naturale; e lunedì comincerò a lavorare. Dipoi lunedì passato presentai l'altre vostre lettere a Pagolo Rucellai,[279] el quale mi proferse que' danari, e 'l simile que' de' Cavalcanti. Dipoi dètti la lettera a Baldassarre,[280] e domanda'gli el bambino, e ch'io gli renderia e' sua danari. Lui mi rispose molto aspramente, e che ne fare' prima cento pezi, e che el bambino lui l'aveva comperato e era suo, e che aveva lettere come egli avea sodisfatto a chi gnene mandò, e non dubitava d'àvello a rendere: e molto si lamentò di voi, dicendo che avete sparlato di lui: éccisi messo qualcuno de' nostri fiorentini per acordarci, e non ànno fatto niente. Ora fo conto fare per via del Cardinale: che così sono consigliato da Baldassarre Balducci.[281] Di quello seguirà, voi intenderete. Non altro per questa. A voi mi raccomando. Dio di male vi guardi.
MICHELAGNIOLO in Roma.
(_Di fuori._)
Sandro di Botticello in Firenze.[282]
[276] Trovasi nella Filza 68, a c. 316, del Carteggio privato de' Medici innanzi il principato.
[277] Pubblicata la prima volta da Michelangelo Gualandi nelle _Memorie originali di Belle Arti_, Serie terza, pag. 112, e di nuovo nella _Nuova Raccolta di lettere pittoriche_, vol. I, pag. 18, e ripubblicata nel _Prospetto cronologico della Vita di Michelangelo_ nell'edizione del Vasari fatta dal Le Monnier, vol. XII, pag. 339, e finalmente nella edizione delle _Rime e Lettere di Michelangelo Buonarroti_ fatta da Enrico Guglielmo Saltini in Firenze nel 1858, coi tipi del Barbèra, in-24º.
[278] Raffaello Riario. Vedi quel che è stato detto intorno a lui, ed a' lavori commessi a Michelangelo, nella nota a pag. 3 di questa Raccolta.
[279] Paolo di Pandolfo fiorentino, morto nel 1509.
[280] Baldassarre del Milanese che aveva venduto al cardinale di San Giorgio il _Cupido dormiente_ di Michelangelo per cosa antica, e del prezzo cavatone truffato lo scultore. Vedi quel che di questo fatto parlano il Condivi ed il Vasari. Il _Cupido_ passò poi nelle mani del duca Valentino, e poi in quelle della marchesa Isabella Gonzaga di Mantova. Oggi non si sa dove sia andato.
[281] Mercante fiorentino nel banco di Iacopo Gallo romano, ed amicissimo del Buonarroti.
[282] La lettera apparisce di fuori essere indirizzata al pittore Alessandro Botticelli, ma veramente è scritta a Lorenzo di Pier Francesco de' Medici. Poteva essere allora di un qualche pericolo il mostrare di scrivere apertamente ad uomo che apparteneva ad una famiglia, della quale era Piero, figliuolo di Lorenzo il Magnifico, stato da poco tempo cacciato da Firenze.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, 2 di maggio 1506.
CCCXLIII.[283]
_A maestro Guliano da Sangallo fiorentino, architettore del Papa in Roma._
Guliano. — Io ò inteso per una vostra come 'l Papa àuto a male la mia partita, e come sua Santità è per dipositare e fare quanto fumo d'accordo; e che io torni e non dubiti di cosa nessuna.
Della partita mia, egli è vero che io udi' dire el Sabato Santo al Papa, parlando con uno goelliere a tavola e col maestro delle cerimonie, che non voleva spendere più un baioco nè in pietre picole nè in grosse: ond'io ne presi amirazione assai: pure inanzi che io mi partissi, gli domandai parte del bisognio mio per seguire l'opera. La sua Santità mi rispose, ch'io tornassi lunedì: et vi tornai lunedì e martedì e mercoledì e giovedì; come quella vide. All'ultimo, el venerdì mattina io fui mandato fuora, ciò è cacciato via; e quel tale che me ne mandò, disse che mi conoscieva, ma che aveva tal commissione. Ond'io avendo udito il detto sabato le dette parole, e veggiendo poi l'effetto, ne venni in gran disperazione. Ma questo solo non fu cagione interamente della mia partita; ma fu pure altra cosa, la quale non voglio scrivere; basta ch'ella mi fe' pensare s'i' stavo a Roma, che fussi fatta prima la sepultura mia, che quella del Papa. E questa fu cagione della mia partita súbita.
Ora voi mi scrivete da parte del Papa; e così al Papa legierete questa: e intenda la sua Santità com'io sono disposto, più che io fussi mai, a seguire l'opera; e se quella vole fare la sepultura a ogni modo, no' gli debbe dare noia dov'io me la facci, purchè in capo de' cinque anni che noi siàno d'acordo, la sia murata in Santo Pietro, dove a quella piacerà, e sia cosa bella, come io ò promesso: che son certo, se si fa, non à la par cosa tutto el mondo.
Ora se vuole la sua Santità seguitare, mèttami il detto diposito qua in Fiorenza, dov'io gli scriverrò, e io ò a ordine a Carrara molti marmi, e' quali farò venire qui e così farò venire cotesti che io ò costà: benchè mi fussi danno assai, non me ne curerei, per fare tale opera qua: e manderei di mano in mano le cose fatte in modo, che sua Santità ne piglierebe piacere, come se io stéssi a Roma o più, perchè vedrebbe le cose fatte, sanza averne altro fastidio. E de' detti danari e della detta opera m'obrigherrò come sua Santità vole e darogli quella sicurtà che domanderà qua in Fiorenza. Sia che si vole, ch'io l'assicurerò a ogni modo: e tutto Fiorenze basta. Ancora v'ò a dire questo: che la detta opera non è possibile la possa per questo prezzo fare a Roma: la qual cosa potrò fare qua per molte comodità che ci sono, le quali non sono costà; e ancora farò meglio e con più amore, perchè non àrò a pensare a tante cose. Per tanto, Guliano mio carissimo, vi prego mi facciate la risposta e presto. Non altro. Adì dua di maggio 1506.
Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Fiorenze.
[283] Lettera importantissima, perchè aggiunge qualche altro particolare intorno al fatto della fuga di Michelangelo da Roma, narrato più o meno largamente da tutti i suoi Biografi.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, 13 di maggio (1508).
CCCXLIV.
_Al Reverendo in Cristo padre, frate Iacopo Iesuato in Firenze._
Frate Iacopo. — Avendo io a fare dipigniere qua cierte cose, overo dipignere, m'acade fàrvene avisato, perchè m'è di bisognio di cierta quantità d'azzurri begli: e quando voi abbiate da servirmene al presente, mi tornerebe comodità assai. Però vedete di mandare qua a' vostri frati quella quantità che voi avete, che sieno begli, e io vi prometto per gusto prezzo di tôrgli. E innanzi ch'io levi gli azzurri, vi farò pagare io vostri danari qua o costà, dove vorrete.
A' dì tredici di maggio.[284]
Vostro MICHELAGNIOLO scultore in Roma.
[284] Gli azzurri richiesti da Michelangelo a frate Iacopo, è certo che dovevano servire per la pittura della vôlta della Sistina, e perciò la lettera deve essere del maggio 1508. Essa fu pubblicata per la prima volta da Gio. Batt. Uccelli nella sua operetta: _Il Convento di San Giusto alle Mura e i Gesuati._ Firenze, 1865.
E qui parmi opportuno di avvertire che la massima parte delle lettere scritte da Michelangelo a varii, mancano, per essere in bozza, di qualunque indicazione di data; e quella che io ho cercato di assegnare a loro, è stata per lo più desunta dalle lettere indirizzate al Buonarroti, o da' riscontri de' fatti accennati in quelle.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 1512.
CCCXLV.
_A Baldassarre (di Cagione da Carrara)._
Baldassarre.[285] — Io mi maraviglio molto di voi, perchè avendomi scritto già tanto tempo fa avere a ordine tanti marmi, e avendo avuto tanti mesi di tempo mirabile e buono per navicare; avendo avuto da me cento ducati d'oro; non vi mancando di cosa nessuna; non so da che si venga che voi non mi servite. Io vi prego che voi súbito carichiate quegli marmi che voi mi dite avere a ordine, e vegniate quante più presto, meglio. Io v'aspetterò tutto questo mese: dipoi procedereno per quelle vie che noi sarèno consigliati da chi à più cura di queste cose di me: solo vi ricordo, che voi fate male a mancare della fede e a straziare chi vi fa utile.
MICHELAGNIOLO in Roma.
[285] Credo che questo Baldassarre sia figliuolo di Giampaolo di Cagione, e fratello di Bartolommeo detto _il Mancino_ da Torano, il quale aveva venduto il 18 di novembre 1516 a Michelangelo in Carrara varii pezzi di marmo bianco della cava del _Polvaccio_. E di questa vendita e del prezzo pagato al detto Bartolommeo esiste nell'Archivio Buonarroti di mano di Michelangelo un contratto del 18 di novembre 1516, fatto alla presenza di maestro Domenico Fancelli, scultore fiorentino, e di Stefano di Gio. Batt. Guerrazzi suo discepolo. Mancando ogni indicazione di tempo o di luogo, è assai difficile il determinare la data di questa lettera. È per mera congettura che le si è assegnato l'anno 1512, sapendosi che Michelangelo, finita la pittura della vôlta della Sistina, riprese a lavorare nella sepoltura di papa Giulio, per la quale dovevano certamente servire i marmi che maestro Baldassarre di Cagione aveva promesso di condurgli a Roma.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Firenze, (20 di marzo 1517).
CCCXLVI.
_A Domenico (Buoninsegni. Roma)._
Messer Domenico. — Io sono venuto a Firenze a vedere il modello[286] che Baccio à finito, e ò trovato che gli è quel medesimo, cioè una cosa da fanciulli. Se vi pare si mandi, scrivete. Io parto domattina e ritornomi a Carrara, e son rimasto con la Grassa[287] fare là un modello di terra, secondo il disegno e mandargniene. E lui mi dice ne farà fare uno che starà bene: non so come s'anderà: credo bisognerà all'ultimo che io lo facci da me. Duolmi questa cosa per rispetto del Cardinale e del Papa. Non posso fare altro.
Avvisovi com'io m'usci' della compagnia che io vi scrissi aver fatta a Carrara,[288] per buon rispetto, e allogato a quei medesimi cento carrate di marmi co' prezzi che io vi scrissi o poco meglio. E a un'altra compagnia, che io ò messa insieme, n'ò allogate altre cento e ànno tempo un anno a darmegli posti in barca.
[286] Il modello della facciata di San Lorenzo che Michelangelo aveva dato a fare a Baccio d'Agnolo.
[287] Cioè, Francesco di Gio., scarpellino da Settignano, detto _La Grassa_.
[288] Questa compagnia fu fatta con contratto del 12 di febbraio 1517 tra Michelangelo, e i carraresi Lionardo di Cagione e Giandomenico di Marchiò, per cavare insieme i marmi in un'antica cava posseduta dal suddetto Lionardo: la qual compagnia doveva durare tanto tempo, che esso Michelangelo si fosse fornito de' marmi che aveva di bisogno per l'opera della facciata di S. Lorenzo. E la nuova compagnia fu fatta co' medesimi a' 14 di marzo del detto anno.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Carrara, (di aprile 1517).
CCCXLVII.
_A Domenico Buoninsegni in Roma._
Messer Domenico. — Bernardo Nicolini m'avisa avermi mandate certe vostre lettere, le quali io non ò avute. Credo parlino de' casi del modello.
Poi che io vi scrissi ultimamente, feci fare un modelletto a un che sta qui meco, picolo, per mandarvelo.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Carrara, (2 di maggio 1517).
CCCXLVIII.
_A Domenico (Buoninsegni. Roma)._
Messer Domenico. — Poi che ultimamente io vi scrissi, non ò potuto attendere a fare modello, come vi scrissi fare: il perchè sarebe lungo a scrivere. Io n'avevo bozzato prima uno picoletto che servissi qua a me, di terra, il quale benchè sia torto com'un crespello, ve lo voglio mandare a ogni modo, acciò che questa cosa non paia una ciurmerìa.
Io v'ò da dir più cose: leggiete con pazienzia un poco, perchè importa. E questo è che a me basta l'animo far questa opera della facciata di San Lorenzo, che sia d'architettura e di scultura lo spechio di tutta Italia; ma bisognia che 'l Papa e 'l Cardinale si risolvino presto, se vogliono ch'io la facci o no. E se vogliono che io la facci, bisognia venire a qualche conclusione, ciò è o d'allogarmela in cottimo, e fidarsi interamente di me d'ogni cosa, o in qualche altro modo ch'e' penseranno loro, che io non lo so: il perchè questo lo intenderete.