Le lettere di Michelangelo Buonarroti

Part 16

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ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 24 di giugno 1552.

CCLIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._

Lionardo. — I' ò avuto il trebbiano, cioè quaranta quattro fiaschi; di che ti ringrazio. Parmi molto buono, ma poco lo posso godere, perchè dato ch'i' n'ò agli amici qualche fiasco, quel che mi resta, in pochi dì s'inforza. Però un'altr'anno s'io ci sarò, basterà mandarne dieci fiasci, se ci fie modo, per la soma d'un altro.

A questi dì fu qui il vescovo de' Minerbetti,[222] e riscontrandolo con messer Giorgio pittore,[223] mi domandò di te e circa al darti donna: di che ragionamo: mi disse che avea una cosa buona da darti, e che anche non s'avea a tôrla per l'amor di Dio. Non ricercai altro, perchè mi parve che andassi in fretta. Ora tu mi scrivi che non so chi de' sua t'ànno parlato costà e confortàtoti a tôr donna, e dittoti che io n'ò gran desiderio. Questo tu te lo puo' sapere per le lettere ch'io t'ò più volte scritte, e così ti raffermo, acciò che l'esser nostro non finisca qui; benchè non sare' però disfatto il mondo: pure ogni animale s'ingegnia conservare la suo' spezie. Però io desidero che tu tolga donna, trovando cosa al proposito, cioè sana e bene allevata, d'uomini di buona fama, e quando vi sia le parte buone che si ricercano in simil caso non aver rispetto a la dota: e quand'e' pure tu non ti sentissi della sanità della persona da tôr donna, meglio è ingegniarsi di vivere che amazzarsi per fare altri. Questo ti dico io ultimamente, perchè io veggo andar la cosa a lunga, e non vorrei che tu facessi a mie' stanza cosa che fussi contra te medesimo, perchè non àresti mai bene e io non sarei mai contento.

Del trovarti io qua cosa che sia al proposito, tu puoi pensar ch'io non sia al mondo in simil caso, perchè non ò pratica nessuna, e massimo de' Fiorentini; ma àrò ben caro che quando tu abbi qualche cosa alle mani, m'avisi prima che stringa la cosa. Altro non ò da dirti. Prega Dio che ce la die buona. A dì 24 di gugnio 1552.

MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

(_Di mano di Lionardo._)

1552, di Roma, adì 30 di giugno: de' dì 24 deto.

[222] Bernardetto, vescovo d'Arezzo, morto nel 1574.

[223] Vasari.

MUSEO BRITANNICO. Di Roma, (d'ottobre 1552).

CCLIV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._

Lionardo. — Io ò avuto piacere grande, avendo inteso per la tua come quella cosa ti sodisfa. Ma abbi cura che non sendo certo delle dua che tu à' viste insieme, qual si sie quella di che si parla, che e' non te ne sia data una per un'altra, come fu fatto già a uno amico mio. Però apri gli ochi, e non aver fretta. Circa alla dota io soderò e farò ciò che tu mi dirai: ma a me è stato detto qua che e' non v'è dota nessuna. Però vacci col calzar del piombo, perchè non si può mai tornare adrieto, e io n'àrei grandissima passione, quando o per la dota o per altro non te ne sodisfacessi. El parentado, come ti scrissi, mi piace assai, e essendovi poi le parte che si desiderano in simil caso, non mi par da guardare nella dota quand'ella non sia come desideri. Io t'ò detto che tu apra gli ochi, perchè sèndone sollecitato, mi par che non debbe esser così, sendo chi e' son da ogni parte, bisognia farne e farne fare orazione, acciò che segua il meglio, perchè simil cose si fanno solo una volta.

MICHELANGNIOLO in Roma.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 28 d'ottobre 1552.

CCLV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._

Lionardo. — In questa sarà la risposta ch'i' fo a Michele Guicciardini circa al tôr tu donna; e scrivogli com'io son parato a sodar la dota in su le cose mia, come o dove a te pare, e pregolo che in questa cosa duri un poco di fatica: però pórtagli la lettera e lui ti mostrerà circa 'l sodo come mi par da fare, o altrimenti come a te parrà: e a te dico, che tu non compri la gatta in saco, che tu facci di veder cogli ochi tuo' molto bene, perchè potrebbe esser zoppa o mal sana, da non esser mai contento; però úsaci diligenzia quanto puoi e racomàndatene a Dio. Altro non m'acade, e lo scriver m'è gran fastidio. A dì 28 d'ottobre 1552.

MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

(_Di mano di Lionardo._)

1552, di Roma, addì 28 otobre: a dì 22 deto.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 5 di novembre 1552.

CCLVI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._

Lionardo. — I' ò una tua con una di Michele, a le quali non mi pare da rispondere altrimenti che quello ch'io vi scrissi, oggi fa otto dì; e queste credo l'abbiate avute; e così raffermo per questa: cioè che io per non esser stato costà, non ò notizia delle famiglie di Firenze; ma che io ò tal fede nel Guicciardino, che io non credo che ti consigliassi di cosa che non fussi al proposito: ma che tu facessi di vederla cogli ochi tuoi: e della dota, ti scrissi che tu la sodassi in su le cose mia dove ti pare, e mandassimi il contratto, che io retificherei a ciò che tu facessi. Credo le lettere l'abiate avute. Altro circa a questo non ò da dirti.

Àrei caro che quando tu trovassi da comperare una casa di mille per in sino in dumila scudi, me ne déssi aviso. Cèrcane e fanne cercar con diligenzia. Non ò or tempo da scrivertene altro.

A cinque di novembre 1552.

MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, (del 21 novembre 1552).

CCLVII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._

Lionardo. — E' mi par che le cose che ànno cattivo prencipio non possino aver buon fine. Io resto avisato per l'ultima tua, come circa quella cosa t'è mancato di quello che volontariamente t'era promesso; io ti dico, che benchè più volte t'abbi scritto che tu non guardi in danari, non mi par però che t'abbia a eser mancate le promesse; e perchè l'isdegnio à gran forza, a me parrebbe di non ne parlar più, se già tu non vi vedessi tante altre cose al proposito tuo, che non ti paressi da guardare in picola cosa. Di questo non intendendo particularmente le cose, non so che me ne dire: racomandarsene a Dio, e stimar che quel che segue sia il meglio: nè credo abia a mancar d'aconciarsi bene con la sua grazia.

Per l'ultima mia ti scrissi che tu cercassi di comperare una casa onorevole e in buon luogo, perchè pur quando acadessi ch'i' tornassi a Firenze, vorrei aver dove stare, e ancora perchè son vechio, e' vorrei dar luogo a quel poco del capitale che ò qua e starci più leggiermente ch'i' posso. Altro non mi acade. Non rispondo al Guicciardino, perchè non ò ancora saputo leggier la sua; io non so dove voi v'abbiate imparato a scrivere. Fa' mie scuse, e racomandami a lui e alla Francesca.[224]

(_Di mano di Lionardo._)

1552, riceuta a dì 26 di novembre.

[224] Manca la sottoscrizione.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 17 di dicembre 1552.

CCLVIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._

Lionardo. — Tu mi scrivi di dua partiti che ti son messi inanzi: a me piacciono molto più che quel di prima, ma perchè non ò da chi m'informarmi di tal cosa, non te ne posso scrivere particularmente cosa nessuna: bisognia che tu cerchi tu e pregi Iddio che ti dia il meglio. A me pare che tu abbi aver cura alla bontà e sanità, più che a nessun'altra cosa. Non ti posso dire altro circa a questo.

Della casa che io ti scrissi, dico, che quando se ne trovassi una in buon luogo che fussi onorevole e con buon sodo, ch'io non guarderei in danari, per insino alla quantità che ti scrissi. A dì 17 di dicembre 1552.

MICHELAGNIOLO in Roma.

(_Di mano di Lionardo._)

1552, di Roma, addì 22 di dicembre: de' dì 17 deto.

MUSEO BRITANNICO. Di Roma, (18 di marzo? 1553).

CCLIX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._

Lionardo. — Tu mi scrivesti già d'una figluola di Donato Ridolfi, per madre di quegli del Benino, e ora per quella che rispondi a Urbino, di nuovo me lo ramenti. Io non te ne posso nè consigliare nè sconsigliare, perchè, come t'ò scritto altre volte, io non ò notizia di famiglia nessuna di Firenze, e qua non pratico con nessun fiorentino: ma stimo bene, che avèndotene parlato il Guicciardino, che la possa esser cosa al proposito, sendo parente e di pura e buona coscienzia. Però io ti dico che tu lo pregi da mia parte che per l'amor di Dio s'afatichi un poco per simil cosa, o di questa de' Ridolfi o d'un'altra, tanto che si truovi cosa al proposito; restandogli obrigatissimo: e così prega la Francesca e racòmandami loro. Io t'ò scritto più volte che tu non guardi a dota, ma solo a nobilità, sanità e bontà; e quando si truovi queste cose, non ài aver rispetto a nessuna altra, perchè sendo tu uomo da bene non ti può mancare.

Urbino ti scrisse quello che gli era stato detto qua di te: che n'ebi passione: però non praticar cogl'uomini di Settigniano, che tu none caverai altro che vergognia.

MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 25 di marzo 1553.

CCLX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._

Lionardo. — Io ò per l'ultima tua come tu ài circa il tôr donna rappicato pratica per quella de' Ridolfi. E' debbe esser quattro mesi o più, che io ti risposi di dua partiti di che mi scrivesti, che mi piacevono, e tu non me n'ài poi scritto altro; in modo che io non ti intendo e non so che fantasia si sia la tua: e questa pratica è già durata tanto, che la m'à straco, per modo che io non so più che mi ti scrivere. Questa de' Ridolfi, se tu n'ài buona informazione che ti piaccia, tò'la, e quello che io t'ò scritto altre volte del sodo, quel medesimo ti raffermo: e se e' non ti piace di tôr questa nè nessuna altra, io ne lascio il pensiero a te. Io ò atteso sessanta anni a' casi vostri; ora son vechio e bisògniami pensare a' mia: sichè pigliala come a te pare; che ciò che tu farai, à a esser per te e non per me, che ci ò a star poco. Quando ebbi la tua, n'ebbi un'altra del Guicciardino, e perchè è del medesimo tinore, non m'acade rispondergli altrimenti. Racomandami a lui e alla Francesca. Altro non m'acade. A dì 25 di marzo 1553.

MICHELAGNIOLO in Roma.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 22 d'aprile 1553.

CCLXI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._

Lionardo. — Io ò per la tua come la pratica rappicata per conto della figluola di Donato Ridolfi è venuta a effetto: di che ne sia ringraziato Idio; pregandolo che ciò sia seguito con la sua grazia. Circa il sodo della dota, io ò fatto dire la procura in te, e così con questa te la mando, acciò che sodi la dota che mi scrivi di mille cinquecento ducati di sette lire l'uno, dove a te pare delle cose mia. Ò parlato con messer Lorenzo Ridolfi e fatto le parole conveniente meglio che ò saputo. Altro non m'acade per ora. Scriverra'mi poi come la cosa seguirà, e io penserò di mandar qualche cosa, come s'usa.

A dì 22 d'aprile 1553.

MICHELANGNIOLO BUONARROTI in Roma.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 30 d'aprile 1553.

CCLXII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._

Lionardo. — Súbito che io ebbi la tua del parentado fatto, ti mandai la procura che tu potessi sodare sopra le cose mia la dota;[225] cioè mille cinquecento ducati di sette lire l'uno. Credo l'abbi avuta e ch'ella stia bene; el notaio che l'à fatta è d'alturità, perchè è notaio del Consolato de' Fiorentini e di Camera.

Per l'ultima tua intendo come l'una parte e l'altra resta sodisfatta di tal parentado; di che ne ringrazio Dio: e come Urbino torna da Urbino, che sarà infra quindici dì, farò il debito mio.

A l'ultimo d'aprile 1553.

MICHELAGNIOLO in Roma.

[225] La confessione della dote di 1500 ducati fu fatta da Lionardo a' 16 di maggio del 1553 per strumento rogato da ser Ottaviano da Ronta, notaio fiorentino.

MUSEO BRITANNICO. Di Roma, 20 di maggio 1553.

CCLXIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._

Lionardo. — Io ò per l'ultima tua, come tu ài la donna in casa e come tu ne resti molto sodisfatto, e come mi saluti da sua parte e come non ài ancora sodato la dota. Della sodisfazione che n'ài, n'ò grandissimo piacere e parmi sia da ringraziarne Idio continuamente quante l'uomo sa e può. Del sodar la dota, se tu non l'ài, non la sodare e tien gli ochi aperti, perchè in questi casi de' danari sempre nasce qualche discordia. Io non m'intendo di queste cose, ma a me pare che avessi voluto aconciare ogni cosa inanzi che la donna avessi in casa. Circa il salutarmi da sua parte, ringràziala e fagli quelle oferte da mia parte che meglio saperrai fare a boca, che io non saperrei scrivere. Io voglio pur che paia che la sia moglie d'un mio nipote, ma non ò potuto farne ancora segnio, perchè non c'è stato Urbino. Ora è tornato due dì fa: però io penso di farne qualche dimostrazione. Èmmi detto che un bel vezzo di perle di valuta starebbe bene. Ò messo a cercarne uno orefice amico d'Urbino, e spero trovarle, ma none dire ancor nulla a lei: e se altro ti par ch'i' facci, avisàmene. Altro non mi acade. Fa' di vivere e pon mente e considera, perchè molto è sempre maggiore il numero delle vedove che de' vedovi.

A dì venti di maggio 1553.

MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 21 di giugno 1553.

CCLXIV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._

Lionardo. — I' ò ricievuto la soma del trebbiano che m'ai mandato, cioè quaranta quattro fiasci:[226] è molto buono, ma è troppo, perchè non ò più a chi ne donar come solevo; però se sarò vivo quest'altro anno, non voglio me ne mandi più.

Io ò provisto a dua anelli per la Cassandra, un diamante e un rubino; non so per chi mandartegli. Àmi ditto Urbino che si parte di qua dopo San Giovanni uno Lattanzio da San Gimigniano[227] tuo amico: ò pensato di dargli a lui che te gli porti, o vero tu mi adirizzi qualcun fidato, acciò che non sien cambiati, o che non vadin male. Avisami più presto che puoi quel che ti par ch'i' faccia. Come gli àrai, àrò caro gli facci stimare, per vedere se sono stato gabbato, perchè no' me ne intendo.

A dì 21 di gugnio 1553.

MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

[226] Dice così.

[227] Forse Lattanzio Cortesi.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 22 di luglio 1553.

CCLXV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._

Lionardo. — Io ti mando pel procaccio i dua anelli, cioè uno diamante e uno rubino, e màndogli in una scatoletta amagliata, come mi scrivesti. Al procaccio darai tre iuli pel porto, e tre iuli gli ò promessi, se mi porta la ricievuta; però fàgniene; e àrò caro che detti anegli gli facci vedere, e m'avisi di quello che sono stimati. Altro non m'acade.

A dì 22 di luglio 1553.

MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

(_Dietro sotto l'indirizzo è parimente di mano di Michelangelo_.)

tre iuli ài a dare pel porto al procaccio.

MUSEO BRITANNICO. Di Roma, 5 d'agosto 1553.

CCLXVI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._

Lionardo. — Io ebbi le camice, cioè otto camice: sono una cosa bella e massimo la tela: l'ò care assai. Ma pure ò per male che le togliate a voi, perchè a me non manca. Ringrazia la Cassandra da mia parte e fagli oferte di ciò che io posso qua, delle cose di Roma o d'altro, che io non sono per mancarli. Ò avuta la ricievuta de' dua anelli e quello che sono stati stimati: l'ò caro, perchè son certo non essere stato ingannato: e benchè io abbi mandato picola cosa, un'altra volta superiréno in qualche altra cosa che e' l'abbi fantasia, secondo che tu m'aviserai. Altro non m'acade circa questo. Fa' di vivere e sta' in pace.

A dì 5 d'agosto 1553.

MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 24 di ottobre 1553.

CCLXVII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._

Lionardo. — Io ò per la tua, come la Cassandra è gravida; del che n'ò piacer grandissimo, perchè spero pur che di noi resti qualche reda o femina o mastio che si sia; e di tutto s'à a ringraziare Idio. A questi dì è tornato di costà il Cepperello e à ditto a Urbino che mi voleva parlare; penso che sia per conto del suo podere che confina co' nostri. Avisami se n'à parlato costà niente con esso voi, perchè quando si potessi avere, sarebbe molto a proposito.

Altro non mi acade. Saluta messer Giovan Francesco da mia parte, e avisami come (la fa).

A 24 d'ottobre 1553.

MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

MUSEO BRITANNICO. Di Roma, (del marzo 1554).

CCLXVIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._

Lionardo. — Io ebbi una tua della settimana passata, dove mi scrivi la contentezza che tu ài continuamente della Cassandra: di che ne abbiamo a ringraziare (Idio), e tanto più quanto è cosa più rara. Ringràziala e racomandami a lei; a quando delle cose di qua gli piacessi niente, dàmene avviso. Circa al por nome a' figluoli che tu aspetti, a me parrebbe che tu rifacessi tuo padre, e se è femina, nostra madre, ciò è Buonarroto e Francesca. Non di manco io la rimetto in te. Altro non m'acade. Riguàrdati e fa' di vivere.

MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

MUSEO BRITANNICO. Di Roma, (dell'aprile 1554).

CCLXIX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._

Lionardo. — Io ò per la tua come la Cassandra è presso al parto e come vorresti intendere il parer mio del nome de' putti: della femina, se sia così, tu mi scrivi esser risoluto, per e' sua buon portamenti; del mastio, quando sia, io non so che mi ti dire. Àrei ben caro che questo nome Buonarroto non mancasse in casa, sendoci durato già trecento anni in casa. Altro non ò che dire, e lo scrivere m'è noia assai. Attendi a vivere.

MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 21 d'aprile 1554.

CCLXX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._

Lionardo. — Intendo per la tua come la Cassandra à partorito un bel figluolo e come la sta bene, e che gli porrete nome Buonarroto. Di tutto n'ò avuto grandissima allegrezza. Idio ne sia ringraziato; e lo facci buono, acciò ci facci onore e mantenga la casa. Ringrazia la Cassandra da mia parte e racomandami a lei. Altro non m'acade. Son breve allo scrivere, perchè non ò tempo. A dì ventuno d'aprile 1554.

MICHELAGNIOLO in Roma.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, (8 di dicembre 1554).

CCLXXI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._

Lionardo. — Io ho ricevuto i caci che m'ài mandati, cioè dodici marzolini; son molto begli e buoni: n'ò fatto parte agli amici, e 'l resto per in casa. Altro non m'acade circa a questo. Del mio essere, secondo l'età, non mi pare di stare peggio che gli altri della medesima età; e di voi tutti stimo bene e così della Cassandra. Racomandami a lei, e digli ch'i' prego Iddio che la facci un altro bel figluolo mastio. Altro non m'acade.

MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

(_Di mano di Lionardo._)

Di Roma, 1554, addì 14 di dicembre: de' dì 8 detto.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 26 di gennaio 1555.

CCLXXII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._

Lionardo. — Io ho mandati costà cento scudi d'oro in oro e' quali ò pagati qua, overo mandati per Urbino che sta meco a messer Bartolomeo Bussotti in Roma, che ti sieno pagati costà a tuo piacere. Però anderai a trovare messere Simone Rinuccini con la poliza che sarà in questa, e lui te gli pagerà; e di detti danari vorrei ne comperassi diciannove palmi di rascia pagonazza scura, la più bella che truovi, per fare una vesta a la moglie d'Urbino; del resto, vorrei che ne facessi limosine, ove ti pare che ne sia più bisognio, e massimo per fanciulle.

Io ti scrissi della ricievuta de' marzolini. Altro non m'acade: àvisami del seguito di detti scudi, e manda la detta rascia più presto che puoi. A dì 26 di gennaio 1555.

MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 9 di febbraio 1555.

CCLXXIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._

Lionardo. — Intendo per la tua come ài ricevuti i cento scudi che io ti ò mandati, e come ài inteso per la mia quello che tu n'ài a fare, cioè a mandarmi dicianove palmi di rascia pagonazza scura, e del resto farne limosine dove e come pare a te, e darmene aviso.

Circa al bambino che tu aspetti, tu mi scrivi che ti parrebbe porgli nome Michelagniolo. Io dico che se così piace a voi, piace anche a me; ma se sarà femina, non so che mi dire. Contentavi[228] voi, e massimo la Cassandra, alla quale mi racomanderai. Altro non m'acade. Circa le limosine di che ti scrivo, fanne poco romore. A dì 9 di febraio 1555.

MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

(_Di mano di Lionardo._)

1554, addì 16 di febraio: de' dì 9 detto.

[228] Così nell'autografo, e voleva dire: _contentatevi_.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 2 di marzo 1555.

CCLXXIV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._

Lionardo. — Io ebbi la rascia: è molto bella, e a torla qua sarebbe costa molto più e non sare' stata sì bella: del che Urbino te ne ringrazia quanto sa e può.

Circa a quel de' Bardi, mi piace quel che ài fatto e così séguita del resto senza romore. Qua si dice che costà è gran carestia e miseria; però è tempo, il più che l'uomo può, di guadagniare qual cosa per l'anima. Altro non m'acade. Séguita e àvisami. Altro non m'acade.[229] A dì 2 di marzo 1555.

MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

[229] Così è scritto nell'autografo.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, (del marzo 1555).

CCLXXV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._

Lionardo. — I' ò per l'ultima tua la morte di Michelagniolo, e tanto quanto n'ebbi allegrezza, n'ò passione; anzi molto più. Bisognia aver pazienza e stimar che sia stato meglio che se fussi morto in vechiezza. Ingegniati di viver tu, perchè sarebbe con tanta fatica la roba senza uomini.

Il Cepperello à ditto a Urbino che vien costà, e che la donna che avea a vita il podere, di che già si parlò, è morta; credo sarà con esso teco. Se lo vuol dare pel gusto prezzo con buona sicurtà, piglialo e avisami, e io ti manderò i danari.

MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 30 di marzo 1555.

CCLXXVI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._

Lionardo. — Messer Francesco Bandini m'à domandato s'io voglio vendere le terre ch'io ò da Santa Caterina, che à uno suo amico che le comperrebbe volentieri. Io gli ò ditto che ogni cosa mia costà è vostra, e che voi ne farete, sarà ben fatto: e così vi rafermo. Però siate insieme tu e Gismondo e vedete che vi torna meglio, o danari o tenere le terre; e rispondi resoluto, acciò possa rispondere a detto messer Francesco. Altro non m'acade circa questo.

Un manovale della Fabrica qua di Santo Pietro m'à dato qua due scudi d'oro, che io gli mandi alla madre; però leggierai la poliza che sarà in questa, e dara'gli a chi la dice, perchè non ò da mandargli altrimenti.

A dì 30 di marzo 1555.

MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 10 di maggio 1555.

CCLXXVII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._

Lionardo. — Io ti scrissi circa un mese fa che tu déssi dua scudi d'oro alla madre di Masino da Macìa che sta qua per manovale, che tanti n'avea qua dati a me, che io gniene mandassi. Non ò mai avuto risposta. Àrei caro m'avisassi se avesti la lettera e se gli à' dati o sì o no. Altro per questa non m'acade.

In questa sarà una di messer Giorgio pittore. Àrei caro che la déssi in sua propia mano, perchè è cosa che m'importa assai. A dì dieci di maggio 1555.

MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 25 di maggio 1555.

CCLXXVIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._

Lionardo. — Circa le terre di Santa Caterina, io ti scrissi che tu fussi con Gismondo, e che voi ne pigliassi quel partito che fussi più utile per voi. Ora mi scrivi che a voi par da venderle e a me non potrebbe più piacere; sichè vendete e non aspettate altro, e de' danari acordavene[230] insieme. Ài dati i danari alla madre di Masino? Altro non ò che dire: riguàrdati: e Dio ci aiuti. Adì 25, 1555 di maggio.[231]

MICHELAGNIOLO in Roma.

[230] Scrive così per svista, invece di _acordatevene_.

[231] Così sta.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 22 di giugno 1555.

CCLXXIX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._

Lionardo. — Io ti mando in questa una lettera che tu la dia a messer Giorgio Vasari e racomandami a lui.