Le lettere di Michelangelo Buonarroti

Part 15

Chapter 154,178 wordsPublic domain

Tu mi scrivesti più tempo fa, che volevi rassettar la casa di via Gibellina, non trovando altra casa da comperare; dipoi non so quello che t'abbi fatto o speso o che ti resta.

Se tu ricerchi le mia lettere, tu troverrai che già molti mesi sono che io ti scrissi, che dubitando che 'l Papa per la vechiezza non mi mancassi, volevo far costà, più presto che altrove, una entrata che in mia vechiezza non avessi a mendicare, e massimo avendo fatto rico altri con grandissimi stenti. Però àvisami come le cose stanno e io ti risponderò. Qua mi truovo poco capitale, e quel poco se lo spendessi costà, mi potre' qua morir di fame. Però, come è detto, avisa e come le cose vanno, e io penserò anch'io al fatto mio e risponderotti. Altro non acade.

A dì sedici di febraio 1550.

MICHELAGNIOLO in Roma.

(_Di mano di Lionardo._)

1549, di Roma, a dì 21 di febraio: de' dì 16 predetto.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 1 di marzo 1550.

CCXXXIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._

Lionardo. — Io non ti scrissi che tu mi rendessi tanti conti, ma che io non ti potevo rispondere delle terre di Chianti, se non mi avisavi come voi vi trovavi danari, perchè del capitale che mi restava qua ne volevo fare qualche entrata per me. Ora mi pare, secondo che m'avisi, che e' vi resti danari da potere comperare dette terre: però attendetevi; e se trovate che vi sia buon sodo, toglietele a ogni modo, se vi pare che le sien cosa buona e a proposito: e io penserò qua a' casi mia.

Vero è che quando avessi trova(to) costà da farmi una entrata di cento scudi l'anno, l'àrei fatta, e fare'la ancora quando potessi o credessi valermene a' mia bisogni: ma credo none sare' niente, come ti scrissi.

A dì primo di marzo 1550.

MICHELAGNIOLO in Roma.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 7 d'agosto 1550.

CCXXXIV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._

Lionardo. — Poi la ricevuta del trebbiano e delle camicie non m'è acaduto scriverti; ora, perchè mi tornerebbe bene avere dua Brevi di papa Paolo,[217] dove si contiene la provigione che Sua Santità mi fa a vita, stando a Roma al suo servizio: i quali Brevi mandai costà con l'altre scritture nella scatola che tu ricevesti, e gli ànno a essere in certi stagniati: so che gli conoscerai: però gli puoi involtargli 'n un poco d'incerato e mettergli 'n una scatoletta bene amagliata: e se vedi di potermegli mandare per un fidato, che e' non vadin male, màndamegli e condànnagli in quel che ti pare, acciò che mi sien dati. Io gli voglio mostrare al Papa, acciò che vegga che secondo quegli io son creditore, credo, di più di dumila scudi di suo' Santità: non già che tal cosa m'abbi a giovare, ma per mio contento. Credo che 'l procaccio gli potrebbe portare, perchè son picola cosa.

Del caso del tôr donna non se ne parla più, e a me è detto da ognuno che io ti die moglie; come se io n'avessi mille nella scarsella. Io non ò modo da pensarvi, perchè non ò notizia de' cittadini. Àrei ben caro e sare' necessario che tu la togliessi; ma io non posso far altro, come più volte t'ò scritto.

Altro non m'acade. Racomandami al prete e agli amici. A dì 7 d'agosto 1550.

MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

(_Di mano di Lionardo._)

1550, di Roma, adì 13 d'agosto: de' dì 7 detto.

[217] Di questi Brevi, l'uno è del primo di settembre 1535, col quale il Pontefice elegge Michelangelo a supremo architetto, scultore e pittore del Palazzo Apostolico; e più gli concede il passo del Po presso Piacenza, che si stimava fruttare 600 scudi all'anno, e così la metà della pensione annua vitalizia di 1200 scudi assegnatagli da papa Clemente VII. L'altro è del 18 di dicembre 1537 per cagione della pittura della Sistina e della sepoltura di papa Giulio.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 16 d'agosto 1550.

CCXXXV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._

Lionardo. — Per l'ultima tua mi scrivi, come il Cepperello vuol vendere il podere che confina co' nostri a Settigniano, e che quella donna che l'à a vita; se ben è forza che lo tenga insino a la morte; trovando detto Cepperello da venderlo ora, le verebbe del prezzo quel tanto che si conviene di quel tempo che detta donna può vivere; entrando dopo la morte sua in possessione. A me non pare che la sia cosa da fare per molti casi che possono avenire, che sarien pericolosi, non sendo in possessione: però bisognia aspettare che la muoia: e se 'l Cepperello mi viene a parlare, gli dirò l'animo mio: non son già per andare a trovar lui.

Ti scrissi de' dua Brevi, come àrai inteso: se vedi di potermegli mandare per un fidato che io gli abia, màndamegli; se non, làsciagli stare.

Circa il tôr donna, tu mi scrivi che vuoi prima venir qua a parlarmi a boca: io circa al governo sto molto male e con grande spesa, come vedrai; per questo non dico che tu manchi di venire, ma parmi che e' sia da lasciar passare mezzo settembre, e in questo mezo se mi trovassi una serva che fussi buona e netta; benchè sie difficile, perchè son tutte puttane e porche; avisami: io do dieci iuli il mese; vivo poveramente, ma io pago bene.

A questi dì m'è stato parlato per te d'una figluola d'Altovito Altoviti: non à padre nè madre, e è nel munistero di San Martino. Non conosco e non so che mi ti dire intorno a ciò. A dì 16 d'agosto 1550.

MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

(_Di mano di Lionardo._)

1550, di Roma, addì 20 d'agosto: de' dì 16 detto.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 22 d'agosto 1550.

CCXXXVI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._

Lionardo. — Io ò ricevuto i Brevi, e pagato tre iuli come mi scrivi.

Del podere del Cepperello ti risposi che comperarlo e pagarlo ora, e non entrare ora in possessione, non mi parea cosa da farla: non ò poi inteso altro.

Scrissiti ultimamente d'una serva: ora credo essermi provisto: però none cercare altrimenti.

Del tôr donna, mi scrivesti che prima mi volevi parlare a boca; ti risposi che da mezzo settembre in là potevi venire a tua posta; benchè potresti far di manco, perchè tanto ti saperrò io dire de' cittadini di Firenze a boca qua, quant'io te ne so scrivere; che none so niente; perchè non pratico con nessuno, nè con altri. Altro non mi acade.

Saluta la Francesca da mia parte e digli che come posso risponderò a la sua, e che attenda a star sana.

A 22 d'agosto 1550.

MICHELAGNIOLO in Roma.

(_Di mano di Lionardo._)

1550, di Roma, addì 27 d'agosto: de' dì 22 detto.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 31 d'agosto 1550.

CCXXXVII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._

Lionardo. — Circa il podere del Cepperello, tu mi scrivi che lo potrebbe comperare tale che no' l'àremo per male; di questo io me ne fo beffe, perchè so che a Firenze si fa buona iustizia. Ma perchè e' vi sta bene, se vi si truova buona sicurtà, toglietelo; ma non so come vi troviate danari, perchè non son per mandarvene più: chè quel capitale che m'è rimasto, ne voglio fare qua entrata per me.

Ti scrissi la ricievuta del Breve, e secondochè abiàn visto, resto creditore di più di dumila scudi d'oro: non so che si seguirà: non ci ò speranza nessuna.

Della serva, ti scrissi come m'ero provisto. Avisami del sopra detto podere quello che ne domanda.

A dì ultimo d'agosto 1550.

MICHELAGNIOLO in Roma.

(_Di mano di Lionardo._)

1550, addì 4 di setembre: de' dì 31 del passato.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 6 di settembre 1550.

CCXXXVIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._

Lionardo. — Tu mi scrivesti del podere del Cepperello che lo comperrebbe qualcuno che lo àremo per male; e io per l'ultima ti risposi che voi lo comperassi, ma che io non ero per mandarvi più danari. Non ò poi inteso altro da voi. Circa al venire qua; quanto al venire qua per vicitarmi, queste vicitazione oramai io so di che sorte le sono; se none avessi a venir per altro, potresti per tal conto non venire: ma poi che ti piace venire, per quello che mi scrivi, vien più presto che puoi, acciò che nanzi le piove sia ritornato costà. Altro non m'acade. A dì sei di settembre 1550.

MICHELAGNIOLO in Roma.

(_Di mano di Lionardo._)

1550, di Roma, addì 11 di setembre: de' dì 6 detto.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, (4 d'ottobre 1550).

CCXXXIX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._

Lionardo. — Per l'ultima m'avisi che se' a ordine per venire a Roma, e che innanzi che parta, aspetterai una mia e poi partirai. Non m'acade dirti altro. Ricievuta questa, pàrtiti a tu' posta. Credo sapra' in Roma trovar la casa, cioè a riscontro a Santa Maria del Loreto presso al Macello de' Corvi.

A dì 4 d'ottobre 1550.

MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

(_Di mano di Lionardo._)

1550, di Roma, addì 10 d'otobre: de' dì 4 detto.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 14 di novembre (1550).

CCXL.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._

Lionardo. — Io ebi la tua da Aqualagnia, e tanto si fece, quanto scrivesti; e oggi a' 14 di novenbre ò la tua dell'essere arrivato a Firenze con buon tempo: di tutto sie ringraziato Iddio.

Circa a' ravigguoli, io gli ebbi, ma tutti apicati insieme e guasti. Credo gl'incassasti troppo freschi, o forse ebon dell'aqqua per la via: peraltro eron molto begli. Altro non ò che scriverti per ora.

MICHELAGNIOLO in Roma.

(_Di mano di Lionardo._)

Ieshus. 1550. Da Roma, addì 21 di novembre: de' dì 15 detto.

MUSEO BRITANNICO. Di Roma, 20 di dicembre 1550.

CCXLI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._

Lionardo. — Io ebbi e' marzolini, cioè dodici caci. Sono molto begli: ne farò parte agli amici e parte per casa. E come altre volte v'ò scritto, non mi mandate più cosa nessuna, se io non ve ne chieggo, e massimo di quelle che vi costano danari.

Circa il tôr donna, come è necessario, io non ò che dirti; se non che tu non guardi a dota, perchè e' c'è più roba che uomini: solo ài aver l'ochio a la nobiltà, a la sanità, e più alla bontà, che a altro. Circa la bellezza, non sendo tu però el più bel giovane di Firenze, non te n'ài da curar troppo, purchè non sia storpiata nè schifa. Altro non m'acade circa questo.

Ebbi ieri una lettera da messer Giovanfrancesco che mi domanda se io ò cosa nessuna della Marchesa di Pescara.[218] Vorrei che tu gli dicessi che io cercherò e risponderògli sabato che viene; benchè io non credo aver niente: perchè quando stetti amalato fuor di casa, mi fu tolto di molte cose. Àrei caro, quando tu sapessi qualche strema miseria di qualche cittadino nobile e massimo di quelli che ànno fanciulle in casa, che tu m'avisassi, perchè gli farei qualche bene per l'anima mia.

A dì 20 di dicembre 1550.

MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

[218] Vittoria Colonna.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 28 di febbraio 1551.

CCXLII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._

Lionardo. — Per l'ultima tua, circa il tôr donna, intendo come ancora none se' a cosa nessuna: mi dispiace; perchè è pur cosa necessaria tôrla, e come altre volte t'ò scritto, non mi pare che tu, avendo quel che tu ài e quel che tu àrai, che tu abi a guardare a dota, ma solo a la bontà, a la sanità e a la nobilità, e far conto quando una bene allevata, buona, sana e nobile non abbi niente, di tôrla per fare una limosina; e quando questo facessi, non saresti obrigato a le pompe e pazzie delle donne; onde ne seguiteria più pace in casa: e del parer di volersi nobilitare, come già mi scrivesti, questo non è cosa valida, perchè si sa che noi siàn antichi cittadini fiorentini. Però pensa a quello che io ti scrivo, perchè tu non se' anche di sorte e di persona, che tu sia degnio della prima bellezza di Firenze. Racomandati, acciò che tu non ti inganni.

Della limosina che io ti scrissi far costà, tu mi rispondesti ch'i' t'avisassi quant'io volevo dare, come se io avessi 'l modo a dar qualche centinaio di scudi. Quand'e' tu fusti qua ultimamente, mi portasti un pezzo di panno, il quale mi parve intendere che ti fussi costo da venti a venti cinque scudi, e questi e questi,[219] pensai allora di dargli in Firenze per l'anime di tutti noi. Dipoi per la carestia grande che c'è qua, si son convertiti in pane e anche se non c'è altro socorso, dubito non ci moriàno tutti di fame.

Altro non mi acade. Racomandami al prete e quando potrò, risponderò a quel che già mi domandò.

A dì ultimo di febraio 1551.

MICHELAGNIOLO in Roma.

(_Di mano di Lionardo._)

1550, di Roma, addì 5 di marzo: de' dì 28 paxato.

[219] Così nell'autografo.

MUSEO BRITANNICO. Di Roma, 7 di marzo 1551.

CCXLIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._

Lionardo. — Io ebbi le pere, cioè novanta sette bronche, poi che così le battezzate. Non mi acade altro circa questo. Del caso del tôr donna, te ne scrissi sabato passato il parer mio, cioè che tu non abbi rispetto a dota, ma solo all'esser di buon sangue, nobile, e bene allevata e sana: altro non so che dirti di cose particulare, perchè di Firenze io ne so quel che uno che non v'è mai stato. Èmmi a questi dì stato parlato d'una degli Alessandri, ma non ò inteso particular nessuno. Se ne intenderò, per quest'altra te ne darò aviso.

Messer Giovanfrancesco mi richiese circa un mese fa di qualche cosa di quelle della Marchesa di Pescara, se io n'avevo. Io ò un libretto in carta pecora che la mi donò circa dieci anni sono, nel quale è cento tre sonetti, senza quegli che mi mandò poi da Viterbo in carta bambagina, che son quaranta; i quali feci legare nel medesimo libretto e in quel tempo li prestai a molte persone, in modo che per tutto ci sono in istampa.[220] Ò poi molte lettere che la mi scrivea da Orvieto e da Viterbo. Ecco ciò ch'io ò della Marchesa. Però mostra questa a detto prete, e avisami di quello che ti risponde.

Circa i danari ch'i' ti scrissi già dar costà per limosina, com'io credo ti scrivessi sabato, mi bisognia convertirgli in pane per la carestia che c'è, in modo che se non ci aparisce altro socorso, dubito che non abbiàno a morir tutti di fame.

A dì 7 di marzo 1551.

MICHELAGNIOLO in Roma.

[220] Le _Rime_ della Vittoria Colonna furono stampate la prima volta nel 1538 in Parma. Poi, con una giunta di stanze, nel 1539, senza luogo e stampatore. Una terza edizione colla giunta di 16 sonetti spirituali, è quella di Firenze del suddetto anno. Finalmente una quarta, colla giunta di 24 sonetti spirituali e del _Trionfo della Croce_, fu fatta in Venezia nel 1544. Le posteriori non si notano. Delle molte lettere che deve avere scritto la Colonna a Michelangelo, oggi sei sole se ne conoscono, e sono tutte pubblicate. Cinque da copie tratte da' loro originali conservati nell'Archivio Buonarroti, furono stampate dal marchese Giuseppe Campori nelle _Lettere artistiche inedite_: Modena, Soliani, 1867 in-8º, ed una dal Grimm, dall'originale che è nel Museo Britannico.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 8 di maggio 1551.

CCXLIV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._

Lionardo. — Circa il tôr donna; della medesima cosa che mi scrivi ora, me ne parlasti qua quando ci fusti, e allora me ne informai e none trovai se non bene; però ti dico, che la fanciulla per padre e per madre mi piace assai. L'altre cose, cioè di sanità e di tempo, le puoi intendere meglio costà: però se ti pare di farne parlare come mi scrivi, io la rimetto in te, e Dio ci facci grazia del meglio.

Circa i' libretto de' sonetti della Marchesa, io non lo mando, perchè lo farò copiare prima, e poi lo manderò. Altro non acade.

A dì 8 di maggio 1551.

MICHELAGNIOLO in Roma.

(_Di mano di Lionardo._)

Di Roma, 1551; addì 14 di magio: de' dì 8 deto.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 22 di maggio 1551.

CCXLV.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._

Lionardo. — Io ti risposi pel passato com'io m'ero informato della cosa de' Nasi, e che io non avevo trovato se non bene. Dipoi m'è stato di nuovo riparlato d'una figluola di Filippo Girolami, per madre d'una sorella di Bindo Altoviti: io non ò notizia che cosa si sia; pure non ò voluto mancare di dartene aviso. Questa de' Nasi, per la informazione ch'io n'ò, quando sia così, mi piace, e così ti scrissi. Però attendendoci tu, àrò caro m'avisi quello che ne segue, e ancora m'avisi quello che intendi dell'altra de' Girolami.

Di maggio a dì 22 1551.

MICHELAGNIOLO in Roma.

(_Di mano di Lionardo._)

1551, di Roma, a dì 27 di magio: de' dì 22 decto.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 28 di giugno 1551.

CCXLVI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._

Lionardo. — Io ebbi, oggi fa otto dì, una soma di trebbiano, cioè quaranta 4 fiaschi; ònne presentato a più amici: è stato tenuto il meglio che quest'anno sia venuto a Roma. Ti ringrazio, nè altro ò che dir circa questo.

Della cosa de' Nasi tu mi scrivi che non ài ancora avuto risposta da Andrea Quaratesi: io non credo che per simil cose sia da fondarsi molto ne' casi sua; e 'l tempo con questo aspettare passa e non ritorna. A me pare, quand'e' si truovassi una fanciulla nobile, bene allevata e buona e poverissima; che questa sarebbe, per istare in pace, molto a proposito; tôrla senza dota per l'amore di Dio; e credo che in Firenze si truovi simil cose: e questo a me piacerebbe molto, acciò che tu non ti obrigassi a pompe e a pazzie, e che tu fussi ventura a altri, come altri è stato a te: ma tu ti truovi rico, e non sai come. Non mi vo' distender più a narrarti la miseria in che io trovai la casa nostra, quand'io cominciai aiutarla; che non basterebbe un libro; e mai ò trovato se non ingratitudine: però fa di riconoscer da Dio il grado in che tu se', e non andar drieto a pompe e a pazzie.

A dì 28 di gugnio 1551.

MICHELAGNIOLO in Roma.

(_Di mano di Lionardo._)

1551, addì 2 di luglio: de' dì 28 del paxato.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, (17) d'ottobre 1551.

CCXLVII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._

Lionardo. — Per l'ultima tua intendo come ti se' informato di quella de' Girolami, e che none senti altro che bene; però quando vi fussi le parte buone che si debbe desiderare in simil cosa, non mi pare che la dota debba guastare il parentado: però pensavi bene, perchè il parentado mi pare assai onorevole, e a me piacerebbe, quando vi fussi le parti buone, come ò detto, cioè ben allevata e di buona fama e costumi, come si desidera: e questo puoi andare intendendo con diligenzia e credere a pochi. Altro non mi acade. Desidero asai che di voi resti qualche reda. Ricòrdoti che quando ti fussi parlato da mia parte di cosa nessuna, se non vedi mie lettere, non prestar fede. A dì.... d'ottobre 1551.

MICHELAGNOLO BUONARROTI in Roma.

(_Di mano di Lionardo._)

1551, di Roma, addì 23 d'otobre: de' dì 17 deto.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 19 di dicembre 1551.

CCXLVIII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._

Lionardo. — Io ò inteso per l'ultima tua della corta vista, che non mi pare picol difetto; però io ti rispondo, che qua non ò promesso niente, e non avendo ancora tu promesso costà niente, che mi pare da non se ne impacciare, essendone tu certo; perchè, come mi scrivi, e' va per redità. Ora io ti dico di nuovo quel che altre volte t'ò scritto, che tu cerchi d'una che sia sana, e più per l'amor di Dio che per dota, purchè sia buona e nobile; e non ti die noia l'esser povera, perchè si sta più in pace; e la dota che sarebbe conveniente, te la darò io. Circa questo non mi acade altro. Io mi truovo vechio e un poco di capitale, il quale non vorrei spender qua: però quando trovassi costà una buona casa o possessione che fussi cosa sicura per una spesa di mille cinquecento scudi, sarei per tôrla: però cèrcane, perchè morendo io qua, come può avenire ogni ora, che non vadin male.

A dì 19 dicembre 1551.

MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

(_Di mano di Lionardo._)

Addì.... di gienaio: de' dì 19 passato.

MUSEO BRITANNICO. Di Roma, 19 di dicembre (1551).

CCXLIX.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._

Lionardo. — Di quella cosa che mi scrivi, sendone tu certo, e non avendo promesso costà niente, nè io qua, non mi pare che sia cosa da impacciarsene; e come t'ò scritto altre volte, cercare d'una che sia sana e tôrla più per l'amor di Dio, che per altro, pur che sia nobile e buona; e non ti die noia che sia povera, perchè si sta più in pace. Non ò tempo da distendermi altrimenti, ma ò scrittoti più appieno per uno scarpellino che si chiama il Fantasia, che si parte di qua domattina. Truòvalo, e fatti dar la lettera.

A 19 di dicembre.

MICHELAGNIOLO in Roma.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 20 di febbraio 1552.

CCL.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._

Lionardo. — Parlando io a questi dì qua col tio[221] di quella cosa, mi disse che si maravigliava molto che la fussi tornat'a dietro, e che stimava che qualche magrone l'avessi impedita, per entrare in quella roba o per redarla: m'è parso di darti aviso di dette parole.

Ora mentre scrivo, m'è stata portata una tua, per la quale intendo di una figluola di Carlo di Giovanni Strozzi. Giovanni Strozzi conobbi che io ero fanciullo, e era un uomo da bene: altro non ò che dirtene: conobbi anche Carlo; e credo che possa esser cosa buona.

Circa le possessione che m'avisi, non mi piaccion presso a Firenze: in Chianti mi pare che sarebbe più a proposito; però quando vi si trovassi cosa sicura, sare' da farlo, e non guardare in dugento scudi.

Circa il tôr donna, io non ò qua modo d'intendere di cosa nessuna, perchè non ò pratica di Fiorentini nessuna, e manco d'altri.

Io son vechio come per l'ultima mia ti scrissi, e per levar la speranza vana a qualcuno, quando la sia, io penso di far testamento e lasciar ciò ch'io ò costà a Gismondo mio fratello e a te mio nipote, e che l'uno none possa pigliar partito di nessuna sorte senza il consenso dell'altro; e che restando voi senza reda legittima, ogni cosa redi Sa' Martino, cioè che l'entrate si dieno per l'amor di Dio a' vergognosi, cioè a' cittadini poveri, o altrimenti che sia meglio, come mi consiglierete. A dì venti di febraio mille cinquecento cinquanta dua.

MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.

(_Di mano di Lionardo._)

1551, da Roma, alli 26 di febraio: de' dì 20 deto.

(_D'altra mano._)

Dàtela bene, perchè è di messer Michelagniolo Buonaruoti.

[221] Dice così, forse per scorso di penna, invece di _zio_.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 1 d'aprile 1552.

CCLI.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._

Lionardo. — Circa al tôr donna, io ò un aviso da uno amico mio, che quel difetto che ti fe' tirare adrieto da quella che ti scrissi, non è vero, cioè della corta vista, ma che t'è stato ditto da uno tuo amico per darti una sua cosa; e perchè la non è ancora da marito, à fatto per intrattenerti tanto che la sia per dartela. Però quando quella cosa della vista non sia vera, e che e' non vi sia altro difetto, a me pareva che la fussi cosa per farla. Però abi cura di non esser menato pel naso da gente molto inferiore che quella. Io non t'ò che dire altro circa questo. Ricòrdati che 'l tempo passa, e che io non vorrei essermi afaticato tutto il tempo della mie vita per gente strana: ma 'l testamento spero provegga.

A dì primo d'aprile 1552.

MICHELAGNIOLO in Roma.

(_Di mano di Lionardo._)

Di Roma, addì 7 d'aprile: de' dì primo detto, 1552.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 23 d'aprile 1552.

CCLII.

_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._

Lionardo. — Io ti scrissi dell'aviso che io avevo avuto di costà, cioè che quel difetto della vista non era vero, e d'altre cose, come intendesti. Ora tu mi rispondi che ne se' certo, ma che se io voglio, che la tôrrai; e io ti dico, che sendo la cosa come mi scrivi, che e' non se ne parli più, e che tu cerchi di tôr donna a ogni modo e non guardare a dota, purchè sia cittadina e buona; e non stare a bada di parenti, che forse non piace loro che tu la tôgga; e ingégniati di trovare una di sorte che non si vergogni, quando bisogni, di rigovernar le scodelle e l'altre cose di casa, aciò che tu non t'abbi a consumare in pompe e in pazzie. Io intendo che in Firenze è gran miseria e massimo ne' nobili; però non guardando a dota, io credo che si possa trovar cosa al proposito: come t'ò scritto altre volte, far conto di fare una limosina. Adì 23 d'aprile 1552.

MICHELAGNIOLO in Roma.