Le lettere di Michelangelo Buonarroti
Part 10
Giovan Simone. — I' ò avuto da ser Giovan Francesco più lettere del tuo male; di che n'ò avuto dispiacer grandissimo: e più, per non esser costà, per non ti potere aiutare, come mi son sempre ingegniato di fare: pure farò quello che io potrò, o ingegnierommi che e' non ti manchi niente: e ora per questa ti mando dieci iscudi, e promèttoti ancora che per l'avenire non ti lascierò mancare niente di quello che potrò, stando qua. Però confortati e ingegniati di guarire e non pensare a altro; che a quell'ora mancherà a te che a me; che per quello che e' mi par vedere, al fine ci sarà più roba che uomini. Altro non mi acade. Racomandati a Dio che ti può aiutare più che non poss'io, e fammi scrivere e' tuo' bisogni quando t'acade.
MICHELAGNIOLO in Roma.
FINE DELLE LETTERE A GIOVAN SIMONE.
A GISMONDO SUO FRATELLO
DAL 1540 AL 1542.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, (1540?).
CXXXIV.
_A Gismondo di Lodovico Buonarroti in Firenze._
Gismondo. — Io mando costà venti ducati di sette lire l'uno, e' quali ò dati qua a Bartolomeo Angelini che te li facci pagare costà da Bonifazio Fazi: però visto la presente, va' per essi e to'ne dieci per te e cinque ne dà a mona Margerita; gli altri cinque da'gli a Lionardo, se si porta bene, se non, ispendigli per casa in quel che fa bisognio, e avvisa della ricieuta e dà la lettera al banco di Bonifazio o a chi ti pare altri, e dirizzala a Bartolomeo Angiolini alla Dogana.
MICHELAGNIOLO in Roma.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 16 di dicembre 1542.
CXXXV.
_A Gismondo di Lodovico Buonarroti Simoni in Firenze._
Gismondo. — Io ti mando cinquanta scudi d'oro in oro, e' quali ò dati oggi a' dì sedici di dicembre qua in Roma al banco di messer Salvestro da Monteaguto, che ti sien pagati costà in Firenze: però anderai al banco de' Capponi e ti saranno pagati: fanne i tuo' bisogni, e quando fai la quitanza, di': per tanti n'à dati Michelagniolo in Roma al banco di messer Salvestro da Monteaguto: come è detto; e avisami della ricevuta.
A dì sedici di dicembre 1542.
MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.
FINE DELLE LETTERE A GISMONDO.
A LIONARDO SUO NIPOTE
DAL 1540 AL 1563.
MUSEO BRITANNICO. Di Roma, (1540?).
CXXXVI.
_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._
Lionardo. — Io ò una lettera da Gismondo che dice che vorrebbe che io gli facessi dare costà da' mia ministri nove staia di grano. Io non so chi si sieno costà e' mia ministri, ma io so bene che del mio io non ò fatto più parte a uno che a un altro: però di' a mona Margerita, che gli dia qualche cosa di quello che si può, e a lui digli da mia parte, che e' ci fa poco onore a esersi fatto un contadino. Ancora di' a mona Margerita che per mio conto non dia nulla a persona, fuor che di quegli di casa; perchè io non vorrei che qualcuno gli andassi a mostrare di fare e' fatti mia e facèssila fare di qualche cosa, come un par di Donato del Sera; perchè e' non à ditto per me parola, che e' non abbi da me avuto uno scudo. Però àvisala da mia parte e di' che stia di buona voglia: e tu fa' d'essere uomo da bene.
MICHELAGNIOLO in Roma.
MUSEO BRITANNICO. Di Roma, ( del luglio 1540).
CXXXVII.
_A Lionardo Buonarroti in Firenze._
Lionardo. — I' ò ricievuto con la tuo' lettera tre camice e sonmi molto maravigliato me l'abbiate mandate, perchè son sì grosse che qua non è contadino nessuno che non si vergogniassi a portarle; e quando ben fussino state sottile, non vorrei me l'avessi mandate, perchè quando n'àrò bisognio, manderò i danari da comperarne. Del podere da Pazzolatica infra quindici o venti dì farò pagare costà a Bonifazio Fazi settecento ducati per riscuoterlo; ma bisogna prima vedere in che modo Michele gli soda, acciò che la tua sorella, quando avenissi caso nessuno, volendo, ne possa cavare la dota che à dato. Però pàrlane un poco con Gismondo, e rispondetemi; perchè, se non veggo che e' settecento ducati sien ben sodi, non lo risquoterò. Altro non mi acade. Conforta mona Margerita a star di buona voglia e tu trattala bene di fatti e di parole, e fa' d'essere uomo da bene, altrimenti io ti fo intendere che tu non goderai niente del mio.
MICHELAGNIOLO in Roma.
MUSEO BRITANNICO. Di Roma, ( del novembre 1540).
CXXXVIII.
_A Lionardo di Buonarroto._
Lionardo. — Michele mi scrive che vorrebbe che io facessi costà un procuratore a chi e' rinunzi il podere di Pazzolatica: io ò fatto procuratore Giovansimone e Gismondo e a loro lo può rinunziare:[161] e con questa sarà la procura. Sì che dàlla loro che ricevino detto podere da Michele e la quitanza de' danari che à ricievuti.
Ò inteso la morte di mona Margerita e ònne grandissima passione, più che se mi fussi stata sorella, perchè era donna da bene e per essere invechiata in casa nostra, e per essermi stata racomandata da nostro padre, ero disposto, come sa Iddio, fargli presto qualche bene. Non gli è piaciuto che l'aspetti: bisognia aver pazienzia. Circa il governo di casa, vi bisognierà pensarvi, e non isperare in me, perchè son vechio e con grandissima fatica governo me. Voi avete tanto, che se state uniti in pace insieme, potrete tenere una buona serva e vivere da uomini da bene: e io mentre che vivo v'aiuterò; quanto che nol facciate, io me ne laverò le mani.
Ancora vorrei che fussi con detto Michele a vedere che restano i danari che gli à spesi ne' buoi di Pazzolatica e nella casa, cavando le gravezze che si son pagate, come lui mi scrive.
Vostro MICHELAGNIOLO in Roma.
[161] Michelangelo aveva assegnato per dote alla Francesca sua nipote il podere di Pozzolatico, detto Capiteto. Ma poi se lo riprese nel 1540, mediante lo sborso di 700 ducati.
MUSEO BRITANNICO. Di Roma, (1541).
CXXXIX.
_A Lionardo di Buonarroto in Firenze._
Lionardo. — I' ò dati qui cinquanta ducati di sette lire l'uno a Bartolomeo Angelini che gli rimetta costì ne' Fazi: però va', truova ser Giovan Francesco[162] e andate al banco insieme, e la prima cosa fa ch'el banco gli renda i danari del campo che i' ò comperato, che gli à pagati per me; e ch'el banco scriva per che conto io gli rendo detti danari, acciò che e' sien renduti per terza persona e aparisca sempre come à fatto lui: e quello che vi resta di detti danari, fategli pagare al Guicciardino nel medesimo modo, che si dica per che conto: e quello che mancherà per sodisfarlo come vuole, come m'acade di mandare altri danari, gli manderò insieme con quegli, perchè non ò comodità ora. Altro non m'acade.
MICHELAGNIOLO in Roma.
[162] Fattucci.
MUSEO BRITANNICO. Di Roma, (1541)
CXL.
_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._
Lionardo. — Io ò avuto i ravigguoli, cioè sei coppie, i quali credo che costà eron begli, ma qua eron molto guasti: credo c'avessin dell'aqqua: però cose tanto tènere non son da mandare. In soma, basta, io gli ò avuti. Non acade dirne altro.
Che le cose vadin bene, come mi scrivi, e delle possessione e della bottega, mi piace assai. Bisognia ringraziarne Idio, e attendere a far bene. Altro non m'acade.
MICHELAGNIOLO in Roma.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, ( d'agosto 1541).
CXLI.
_A Lionardo Buonarroti in Firenze._
Lionardo. — Per la tua intendo come desideri venire a Roma questo settembre: a me pare ch'el tempo del venire sia la quaresima: però, poichè ài indugiato tanto, puoi aspettare insino al detto tempo; e in questo mezzo vedrò come seguiranno le cose mia, perchè non mi vanno a mio modo. Attendi a farti uomo da bene, e ricòrdati di quel che ti lasciò tuo padre, e di quel che tu ài ora, e ringraziane Iddio. A Michele Guicciardini vorrei che andassi e gli dicessi com'io ò inteso per la sua com'egli sta bene e quanto si contenta di tre figluoli masti che à; di che ò piacer grandissimo: e benchè la Francesca, come mi scrive, non sia in buona disposizione, digli da mia parte, che e' non si può avere in questo mondo le felicità intere, e che abbi pazienza e mi racomandi a lei, e che io non gli risponderò per ora altrimenti, perchè non posso: e racomandami a lui.
MICHELAGNIOLO Buonarroti in Roma.
(_Di mano di Lionardo._)
Da Roma, 1541.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 25 d'agosto 1541.
CXLII.
_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._
Lionardo. — Tu mi scrivi che vuoi venire a Roma questo settembre col Guicciardino. Io ti dico che e' non è tempo ancora, perchè non sarebbe altro che acrescermi noia, oltra gli affanni che io ò. Questo dico ancora per Michele, perchè sono tanto ocupato, che io non ò tempo da badare a voi, e ogni altra picola cosa m'è grandissimo fastidio, non c'altro, pure a scriver questa. Bisognia indugiare a questa quaresima, che io manderò per te e manderòtti danari che tu ti metta a ordine, che tu non venga qua com'una bestia. Io scrissi ancora a Michele e consiglia'lo che anche lui indugiassi a questa quaresima, per poterlo intratenere, perchè sarò libero; ma forse gli à qualche faccenda a Roma, che gli bisognia eserci questo settembre; io non lo so; ma quando questo non sia, di nuovo lo consiglio, non venga prima che questa quaresima, perchè questo settembre non àrò tempo non c'altro da parlargli, e massimo che Urbino, che sta meco, va questo settembre a Urbino, e làsciami qui solo in tanta noia. Non mi mancherebe altro, che avervi a far la cucina! Leggi questa lettera a Michele e prègalo che indugi a questa quaresima, come è detto. Impara a scrivere, che mi pare tu pèggiori tuttavia.
MICHELAGNIOLO in Roma.
(_Di mano di Lionardo._)
1541, da Roma, addì 25 d'agosto.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 19 di gennaio 1542.
CXLIII.
_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._
Benchè io abi scritto al prete,[163] pensavo scrivere il medesimo a te; dipoi non ò avuto tempo, e ancora perchè lo scrivere mi dà noia. Ti mando in questa, aperta quella del prete, per la quale intenderai il medesimo ch'i' volevo scrivere a te, cioè com'io ti mando cinquanta scudi d'oro in oro e quello che tu n'ài a fare, volendo venire a Roma, e come gli ài a serbare, tanto ch'i' te ne mandi altri cinquanta, non volendo venire. E' detti cinquanta scudi che io ti mando d'oro in oro, io gli ò mandati stamani a dì diciannove di gennaio per Urbino, che sta meco, a Bartolomeo Bettini, cioè a' Cavalcanti e Giraldi; e in questa sarà la lettera: andrai con essa a' Salviati, e te gli pageranno: fa' la quitanza in modo che stia bene, cioè per tanti ricevuti da me in Roma.
Leggi la lettera del prete e poi gniene dà o vero dagniene prima, e lui te la leggerà e fa' quello che la ti dice del venire o del non venire; e se fai disegnio di venire, avisamene prima, perchè parlerò qua con qualche mulattiere, uomo da bene, che tu venga seco: e quando tu voglia pur venire, fa' che nol sappi Michele, perchè non ò il modo d'accettarlo, come vedrai se vieni.
Michele detto mi à scritto che vorrebbe che io gli mandassi nove ducati e dua terzi, che dice che restò avere quand'io riscossi il podere di Pazzolatica. Un'altra volta me gli chiese, e 'l prete mi scrisse, che facendo conto seco, gli mostrò che e' non gli aveva avere: però prega il prete che ti dica o mi scriva se io gnien'ò a mandare o sì o no.
MICHELAGNIOLO in Roma.
(_Di mano di Lionardo._)
Da Roma, 1541, adì.... di gennaio: de' dì 19 detto.
[163] Fattucci.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 4 di febbraio 1542.
CXLIV.
_A Lionardo di Buonarroto._
Lionardo. — Tu mi scrivi che non ti par da venire e che serbi i cinquanta scudi tanto ch'i' mandi gli altri cinquanta per mettere in sulla bottega. Io gli manderò ora, ma voglio prima il parer di Giovan Simone e di Gismondo, perchè voglio che e' sien presenti al mettergli in sulla bottega, e che le cose s'acconcino bene, e per le loro mani, e con lor parere, come ti scrissi, perchè son mia frategli; però io lo scrivo loro; fa' che e' mi rispondino il parer loro, e io non mancherò di quel c'ò scritto.
Io ti scrissi ch'el Guicciardino mi chiedeva nove scudi over ducati e dua terzi, che dice che restò avere, quand'io riscossi el podere di Pazzolatico, e che tu m'avisassi se gli aveva avere o sì o no. Tu non mi ài risposto niente: però prega messer Giovan Francesco che ti dica, se io gnien'ò a dare di ragione: e scrivimelo, acciò gniene mandi. Altro non acade.
A dì 4 di febraio 1542.
MICHELAGNIOLO in Roma.
(_Di mano di Lionardo._)
1541, da Roma: addì 11 di febraio (de' dì detto) ricevuta.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, ( di marzo 1543).
CXLV.
_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._
Lionardo. — Io ebbi sabato sera il contratto, e con questa sarà la retificagione. Non s'è fatta prima, perchè prima non è venuto il contratto, che è stato ritenuto costà da coloro a chi lo davi che mi fussi mandato. Altro non ò che dire, nè ò tempo da scrivere, nè ò letto ancor le lettere. Ringrazia il prete per mia parte, perchè à durato gran fatica per noi e fàttoci gran servigio, e massimo a voi costà.
MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.
MUSEO BRITANNICO. Di Roma, ( dell'aprile 1543).
CXLVI.
_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._
Lionardo. — Io ò fatto cercare tutti e' banchi di Roma e non truovo che qua sia venuto altro contratto che l'ultimo, di che io ò mandata la retificagione: però noi crediamo che e' sia stato ritenuto costà. Se non v'era cose o lettere che importassino, non è da pensarvi più; e se v'erano, bisognia aver pazienzia. La retificagione scrivi aver ricevuta e data al prete; che l'ò caro, poi che none sta male: ancora, lei credo che la stia bene. Altro non m'acade. Racomandami a lui, ciò è a messer Giovan Francesco, e ringràzialo da mia parte. Ò caro che abbi parlato al Bettino, e ancora a lui mi racomanda e ringràzialo, quando lo riscontri.
MICHELAGNIOLO in Roma.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 14 di aprile 1543.
CXLVII.
_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._
Lionardo. — Io intendo per la tua e del prete dove désti il contratto, perchè mi fussi mandato: qua non è venuto; e sonne certo, perchè 'l Bettino me l'àrebbe mandato insino a casa: però io stimo che sia stato ritenuto costà dal banco ove lo désti. Se volete che io l'abbi, datelo a Francesco d'Antonio Salvetti che l'adirizi qua a Luigi del Riccio, e sarammi dato súbito, e io retificherò. Altro non mi acade. None scrivo al prete, perchè non ò tempo: racomandami a lui e ringràzialo delle fatiche e noie che gli diàno: e quando mi scrivi, non far nella sopra scritta: _Michelagniolo Simoni_, nè _scultore_; basta dir: _Michelagniol Buonarroti_: che così son conosciuto qua: e così n'avisa il prete.
A dì quattordici d'aprile 1543.
MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.
(_Di mano di Luigi del Riccio._)
Messer Francesco Salvetti date in propria mano et ne ricuperate risposta.
(_Di mano di Lionardo._)
Di Roma, 1543, a dì 19 d'aprile: de' dì 14 detto.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, (29 di marzo 1544).
CXLVIII.
_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._
Lionardo. — Intendo per la tua, come i marmi sono stati stimati cento settanta scudi,[164] e quello che s'à a fare dei danari quando vi sieno pagati. A me pare, quando paia a' mia frategli, che e' si mettino per te in sun una bottega, dove pare a loro, e che tu ne tiri il frutto che è onesto, e che senza licenzia loro tu none possa disporre altrimenti. Ancora mi pare, che la stanza dove son detti marmi, che voi cerchiate di venderla, e e' danari che n'àrete, con la medesima condizione porli dove quegli de' marmi; dipoi potrò aggugniervi altri danari, secondo che ti porterai; chè mi par che ancora non abbi imparato a scrivere.
A messer Giovan Francesco ò risposto circa la testa del duca[165] che io non vi posso attendere, come è vero che io non posso per le noie che ò, ma più per la vechiezza, perchè non veggo lume.
Del comprare il podere di Luigi Gerardi, di che mi fai scrivere, a me non pare d'avere altro a Firenze che quello che io v'ò, perchè l'avervi assai, non è altro c'avervi assai noie, e massimo non possendo io servire; però mi pare da comperare qualche cosa altrove, che io ancora ne potessi cavar frutto in mia vechiezza, perchè quello che m'à dato il Papa mi potrebbe esser tolto, non servendo; e già dua volte l'ò avuto a difendere. Sì che rispondi di detto podere al prete che me ne scrive. Altro non ò che dirti. Attendi a far bene.
MICHELAGNIOLO in Roma.
(_Di mano di Luigi del Riccio._)
Messer Francesco Salvetti date in propria mano et mandate risposta.
(_Di mano di Lionardo._)
1544, da Roma, del 3 d'aprile: de' dì 29 di marzo.
[164] Erano i marmi che Michelangelo aveva nella sua stanza di Via Mozza, comprati in questo anno dal duca Cosimo de' Medici, e che servirono a Baccio Bandinelli per il lavoro del Coro del Duomo. Pe' quali fu sborsato il prezzo che si dice nella lettera, finito di pagare al Buonarroti nel settembre del 1559.
[165] Intendi del ritratto del duca Cosimo.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, (11 di luglio 1544).
CXLIX.[166]
Lionardo. — Io sono stato male: e tu a stanza di ser Giovan Francesco se' venuto a darmi la morte, e a vedere s'i' lasco niente. Che non v'à tanto del mio a Firenze che ti basti? tu non puoi negar di non somigliar tuo padre, che a Firenze mi cacciò di casa mia. Sappi che io ò fatto testamento in modo, che di quel ch'i' ò a Roma, tu non v'ài più a pensare. Però vatti con Dio e non m'arrivare innanzi e non mi scriver ma' più, e fa' a modo del prete.
MICHELAGNIOLO.
(_Di mano di Lionardo._)
1544. Ricevuta addì 11 di luglio in Roma.
[166] Manca l'indirizzo. Si vede bene che questa lettera fu scritta da Michelangelo, quando Lionardo andò a Roma a visitarlo dopo la grave sua malattia: il che Michelangelo ebbe molto per male.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, (6 di dicembre 1544).
CL.
_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._
Lionardo. — Io non vo' però mancare di quello che più tempo ò pensato; e questo è d'aiutarti, quando intenda che tu ti porti bene: però in questa sarà una che va a Giovan Simone e a Gismondo, dov'io scrivo loro quello che mi pare da fare per te; ma non lo voglio fare se non me ne consigliono: però dàlla loro e di' che mi rispondino.
_Michelagniolo Buonarroti_ in Roma.
(_Di mano di Lionardo._)
1544. Ricevuta addì 11 di dicembre: de' dì 6 di detto.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, (27 di dicembre 1544).
CLI.
_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._
Lionardo. — Io ò dato qui nel banco degli Covoni scudi dugento d'oro in oro che vi sien pagati costà, per farne quello che per l'ultima mia vi scrissi: però anderai a' Capponi con Gismondo, o con Giovan Simone, e e' vi saranno pagati; cioè vi sarà dati scudi dugento d'oro in oro, com'io ò dati qua. E la intenzione mia è, che Giovan Simone e Gismondo gli mettano in lor nome per te in su l'arte della lana, che pare a voi sien sicuri; e che io non ne sia nominato in conto nessuno: con questa condizione, che i frutti sien tua e che di detti danari non se ne possa mai disporre, nè levare, nè fare altro, se voi non siate tutti a tre d'acordo, cioè Giovan Simone e Gismondo e tu. E quando gli mettete in su la bottega, circa all'aconciare bene le scritture, acciò non si facci errore, vorrei che tu chiamassi Michele Guicciardini che vi fussi presente con Giovan Simone e Gismondo; perchè credo che intenda: e da mia parte verrà volentieri. E dipoi fammi scrivere da Giovan Simone e da Gismondo la ricevuta di detti danari, e come avete aconcio la cosa: e racomandami a Michele. E quando o Giovan Simone o Gismondo non possino venire teco a pigliare detti danari, saranno dati a te solo e porter'agli loro, che se ne facci come di sopra è ditto.
E quando fate a' Capponi la ricevuta di detti danari, fatela per tanti ricevuti gli Covoni da Michelagniolo in Roma.
Con questa sarà la lettera de' Covoni che va a' Capponi, per la quale vi saranno pagati i detti danari.
Mandami copia della partita che fate aconciare dove mettete i danari.
In Roma a dì venti sette di dicembre mille cinque cento quaranta quattro, ad Incarnatione.
MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.
(_Di mano di Lionardo._)
1544, di Roma, addì primo di gennaio: de' dì 27 del paxato.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, ( di gennaio 1545).
CLII.
_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._
Lionardo. — Io ò avuta la ricevuta de' dugento scudi da Giovan Simone e da te; e del mettergli più in un luogo che in un altro, io non ve ne so dar consiglio, nè posso, perchè non son costà e non me ne intendo. Francesco Salvetti, parente qua di messer Luigi del Riccio, à scritto qua che i maestri tua son molto sicuri e uomini da bene; pure fate quello che voi credete non perdere.
Altro non m'acade. Racomandami al Guicciardino.
MICHELAGNIOLO in Roma.
(_Di mano di Lionardo._)
1544, di Roma: ricevuta a dì 16 di gennaio.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, (15 di febbraio 1545).
CLIII.
_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._
Lionardo. — Intendo per le tua lettere, come non trovate ancora dove porre i danari ch'io vi mandai, perchè, secondo che mi scrivi, chi à 'l modo a fare l'arte col suo, non vuole danari d'altri. Adunche chi piglia i danari d'altri, è segnio che non à il modo a far del suo: dunche è pericoloso: però a me piace che voi andiate adagio a porgli in ogni luogo, purchè voi non gli straziate; perchè sarebbe vostro danno. Io quando potrò, a poco a poco, come v'ò scritto, per insino a mille scudi vi manderò; dipoi vo' pensare alla vita mia, perchè son vechio e non posso più durar fatica. El porto[167] che mi dètte il Papa, lo voglio rinunziare, perchè tengo a disagio troppi, e per buono rispetto non mi piace tenerlo; e però mi bisognia fare qua una entrata da poter vivere con miglior governo che io non fo. Però sappiate tener quello che avete, che io non posso più per voi.
Michele intendo che à avuto un figluolo mastio, e che lui e la Francesca stanno bene: n'ò grandissimo piacere. Credo che n'abbi già quattro: Idio gniene dia consolazione. Racomandami a lui e ringràzialo da mia parte della fatica che dura per te, perchè non è manco per me; di che gli resto obrigato. Non rispondo alla sua, perchè male intendo la sua lettera, e ancora perchè credo che questa farà il medesimo effetto: però leggigniene.
MICHELAGNIOLO BUONARROTI in Roma.
(_Di mano di Luigi del Riccio._)
Lionardo del Riccio fate dare in propria mano.
(_Di mano di Lionardo._)
Ihesus, da Roma. Ricevuta a dì 20 di febraio 1544.
[167] Ossia il provento del porto del Po a Piacenza.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, (5 d'aprile 1545).
CLIV.
_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._
Lionardo. — Intendo per la tua come non avete ancor fatto niente: io dico che non è d'aver fretta, nè anche da farne molto rumore con gli amici, perchè pochi si truova de' buoni.
Io ò pensato in fra dua mesi mandare altrettanta[168] danari, ma non mi piace gli abbiate a tenere in casa, perchè son pericolosi; pure farò quello che tutti voi mi scriverrete; e perchè io non son costà e non posso giudicare qual sia meglio farne in questi tempi, la rimetto in voi: se vi par di poterne far cosa più sicura e utile, fate come volete: io m'ingegnierò in fra un anno mandarvi tutta la quantità che v'ò promessa. Altro non v'ò che dire. Racomandami a Michele e alla Francesca.
MICHELAGNIOLO in Roma.
(_Di mano di Lionardo._)
Di Roma. Ricevuta addì 9 d'aprile 1545.
[168] Così nell'autografo. Intendi: _altrettanta somma di danari_.
ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, (9 di maggio 1545).
CLV.
_A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze._
Lionardo. — Io non credo che e' si possa tener danari in luogo nessuno a guadagnio che non sia usura, se none stanno al danno come all'utile. Quand'io vi scrissi che se voi volevi fare altro de' danari che io vi mandavo, che vi paressi più sicuro, intendevo di comperare qualche cosa, come quella terra di Nicolò della Buca o altro che vi paressi, e non porre in su banco nessuno, che son tutti fallaci.
Ancora vi scrissi che avevo a ordine altrettanta danari,[169] e che tutti voi mi scrivesti se volevi ch'i' gli mandassi ora o no, per non avere ancora trovatone partito: però rispondete, e tanto farò.