Le lettere di Michelangelo Buonarroti

Part 1

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LE LETTERE DI MICHELANGELO BUONARROTI

EDITE ED INEDITE COI RICORDI ED I CONTRATTI ARTISTICI.

EDIZIONE ORDINATA DAL COMITATO FIORENTINO PER LE FESTE DEL IV CENTENARIO DALLA NASCITA DI MICHELANGELO.

LE LETTERE

DI

MICHELANGELO BUONARROTI

PUBBLICATE COI RICORDI ED I CONTRATTI ARTISTICI

PER CURA DI

GAETANO MILANESI.

IN FIRENZE, COI TIPI DEI SUCCESSORI LE MONNIER. M. DCCC. LXXV.

PREFAZIONE.

Pubblicando le LETTERE DI MICHELANGELO, mentre Firenze si appresta a celebrare il Quarto Centenario dalla sua nascita, ha creduto il Comitato a ciò eletto, non solo di onorare meglio e più degnamente la memoria del grande artista, ma di lasciare altresì ai posteri bella e più durevole ricordanza di tanta solennità.

Dopochè da quattro secoli di Michelangelo Buonarroti si ragiona e si scrive, e solenni critici hanno del divino ingegno, delle mirabili opere e dell'altissimo grado che tiene nell'arte, ampiamente discorso; certo non passerebbe senza nota di presunzione, che io non artista, nè dell'arte intendente, pigliassi la presente occasione, in cui si pubblicano le sue Lettere, per dirne nuovamente, e volessi aggiungere il mio agli autorevoli giudizi altrui. Il che, oltre essere per la detta ragione superfluo, riuscirebbe ancora tanto inopportuno, quanto la natura stessa del Libro pare che meno il richiegga; nel quale mentre scarseggiano i particolari dell'artista, abbondano invece quelli dell'uomo. Per le Lettere infatti di Michelangelo, tutte più o meno importanti, e talune bellissime e piene di sentimento e di forza, dove il pensiero è più che espresso, scolpito; e dove, se la passione il commuove, egli s'innalza fino all'eloquenza; noi possiamo acquistare dell'animo suo, delle qualità del suo cuore e de' suoi sentimenti, assai migliore e più intiera notizia, che dai passati Biografi non s'abbia. Da esse apparisce con quale affettuosa reverenza onorasse il padre; col quale avendo avuto più volte, per cagione d'interessi, screzi e questioni assai vive, giammai i termini della modestia non trapassò, comportandosi sempre da figliuolo amorevole e rispettoso. Ed eguale amore portava ai fratelli, ai quali, sebbene fossero di natura molto diversa dalla sua, cercò con ogni sollecitudine di procacciare un onesto avviamento, e di buone somme di denari per questo effetto gli aiutò. E quando la morte gli tolse l'uno e gli altri, nell'unico nipote tutta la sua affezione raccolse; lui riguardò come il conforto della sua vecchiezza e d'ogni suo avere lo fece erede, perchè onorevolmente tirasse innanzi la casa. De' suoi servitori, che furono molti e sempre da lui trattati amorevolmente, sebbene pochi gli corrispondessero, nessuno fu più dell'Urbino amato da Michelangelo: e quando con suo grandissimo dolore gli fu rapito dalla morte, egli, come padre amorevole, ebbe cura de' suoi figliuoli.

Ma per quanto rarissime fossero in lui queste belle doti dell'animo, pure egli pagò talvolta il debito all'umana fralezza. Fu Michelangelo costante nelle amicizie, ed ebbe amici provati che gli serbarono fede fino alla morte. Pure nel lungo corso della sua vita gli accadde due o tre volte di rompersi con alcuno: il che fu piuttosto per la natura sua sospettosa che lo portava a dare troppo facile orecchio alle altrui maligne parole, che per vera cagione che ne avesse. Resta ancora una lettera assai fiera e di fieri rimproveri ripiena, che gli scrisse Iacopo Sansovino. Se le accuse che egli dà a Michelangelo sieno in tutto o in parte fondate, è difficile accertare. Vero è che il Sansovino si duole di lui con troppa passione, credendo che gli fosse stata tolta un'opera, già promessagli, e data ad altri per consiglio di Michelangelo. Chi non sa che amico svisceratissimo gli fosse Sebastiano del Piombo? eppure la loro amicizia durata tant'anni, a poco a poco si raffreddò, e di poi in tutto cessò, senza che se ne possa assegnare la cagione. Certo di questa amicizia nè nel Vasari, nè nelle Lettere di Michelangelo dopo la sua andata a Roma abbiamo più segno o ricordo alcuno. Erano gli sdegni suoi nel primo impeto terribili, e parlando o scrivendo, sapeva dire benissimo e con grande efficacia l'animo suo; come può vedersi nelle sue Lettere, e massime in quella a Giovan Simone suo fratello[1] e nell'altra a Luigi del Riccio,[2] tanto suo amorevole e serviziato amico. Ma questi sdegni ed impeti furono in lui passeggieri. L'animo suo era vòlto alla benevolenza; gli dispiacevano gli uomini doppi o _fognati_, com'egli diceva, cioè con due bocche, ma chiunque gli mostrava affetto, era da lui con altrettanto corrisposto.

Onde è certo che coloro i quali da ora innanzi piglieranno a scrivere di Michelangelo, conoscendo quanto a meglio intendere l'artista aiuti lo studio dell'uomo, faranno capitale di questo nuovo e prezioso libro che oggi si pubblica; dove sovente egli dipinge se stesso così al vivo; dà molti particolari della sua vita intima, ignoti a' Biografi, e delle fatiche per tanti anni durate nell'arte fatta _suo idolo e monarca_, e de' dolori che n'ebbe, spesso ragiona. Che se dalle ingiurie degli emoli, dai morsi degl'invidi, e dai capricci de' potenti fu talvolta fieramente turbato; più dell'ira e risentimento potè in lui la natural bontà dell'animo, che all'usata benevolenza in breve lo riconduceva.

Ma se queste domestiche virtù abbondarono in Michelangelo, certo non gli fecero difetto le cittadine: perchè quando un Papa ambizioso e crudele colle armi proprie e colle straniere si apprestava ad assaltare Firenze, egli dapprima spontaneo e senza speranza o promessa di premio, pose il divino ingegno a prepararne le difese, e cogli argomenti ed industrie d'un'arte nuova per lui, e per più mesi, vi si affaticò. La qual sua nobilissima azione, che i Biografi contemporanei raccontano appena e per ragioni che è facile intendere, è oggi e meritamente tenuta in gran conto, e con altissime lodi celebrata.

Pure le sorti di Firenze alfine rovinarono, più per tradimento di chi era preposto alla sua difesa, che per sforzo delle armi nemiche. E che dolore provasse Michelangelo vedendo la cara patria venuta alle mani d'un tiranno, mostrano, se non ci fosse altro testimonio, il suo epigramma per gli esuli fiorentini, e i versi fatti dire alla figura della _Notte_.

Dicono alcuni che ricercato del disegno d'una fortezza che il duca Alessandro intendeva innalzare nella città, egli sdegnosamente vi si rifiutasse; e che per questo il Duca non lo vedesse mai più di buon occhio, e che volentieri gli avrebbe fatto dispiacere, se non fosse stato difeso dal Papa. Ma di questo negli scrittori della sua vita non è ricordo nessuno. Aggiungono altri, che riuscendo a Michelangelo sempre più intollerabile il governo del Medici, e giudicando che colla morte del Papa verrebbe a mancargli un potentissimo protettore, risolvette di partirsi di Firenze, ed andare a Roma. Ma di questa sua risoluzione forse più vera cagione è l'esser egli stato chiamato dal Papa, che voleva servirsene per la pittura della Sistina: sebbene io creda che altra cagione segreta il movesse; la quale fu l'ardente amore per una donna, forse conosciuta da lui nella sua andata a Roma dell'agosto 1533. E di questo egli parla chiaramente in una sua lettera frammentata all'amico Angiolini.

Andato a Roma, quivi accarezzato dai Papi, ricercato dai principi e gran signori, riverito e ammirato da tutti, trapassò gli ultimi trent'anni della sua vita tra le fatiche dell'arte, che nuove glorie e nuovi dolori gli riserbava, cantando in nobilissime rime un amore alto e i santi pensieri di Dio e della morte, conversando dolcemente con gli amici, e rivolgendo le cure alla famiglia lontana, che de' suoi consigli ed aiuti ancora abbisognava.

Venendo ora alle LETTERE DI MICHELANGELO, che occupano la maggior parte del presente volume, alla loro provenienza, e a' modi da me tenuti nel pubblicarle, dirò, che esse sommano a 495, e sono tratte le più dagli autografi dell'Archivio Buonarroti, e del Museo Britannico: quelle del primo, meno qualcuna, erano tutte inedite; non così le seconde, in generale assai meno importanti, chè il Grimm nella sua _Michelangelo's Leben_, e il Piot nel _Cabinet de l'Amateur_, Année II, ne avevano stampate tra ambidue da una quarantina. Di alcune delle edite nelle _Pittoriche_ e nel _Carteggio_ del Gaye, ho fatto riscontro cogli autografi, e in difetto loro, con copie antiche dell'Archivio Buonarroti e di quello di Stato in Firenze; non senza vantaggio della lezione, spesso negli stampati corrotta. Quanto alle Lettere di Michelangelo a Giorgio Vasari, io mi chiamo fortunato di averle potute riscontrare, colle copie fatte da Michelangelo Buonarroti il Giovane, sopra gli originali, allora presso gli eredi del Vasari: e si vedrà col confronto quanto sciattamente fossero stampate nella _Vita di Michelangelo_ dal Biografo Aretino.

Rispetto a' modi da me seguiti nel condurne la stampa, io ho cercato di tenermi in una via di mezzo tra la pedanteria degli uni, i quali vorrebbero con servilità eccessiva veder riprodotti i documenti con tutti i nessi, le abbreviature e le forme ortografiche; e la licenza degli altri, che correggono, mutano, aggiungono, e tutto vestono alla moderna.

Io dunque la prima cosa ho sciolto tutti i nessi e le abbreviature, levato la _h_, dove era lettera aspirata, mutato il _ct_ nel doppio _tt_; stimando che per questo cambiamento, il suono e il significato della parola rimanga il medesimo. Certi errori di ortografia proprii di Michelangelo, come _gugnio_, _Gorgo_, _page_, _largi_, per giugno, Giorgio, paghe, larghi, ho lasciato stare, e lo stesso ho fatto di alcune parole, scritte secondochè portava la favella fiorentina; come _scriverrò_, _librerria_ e _liberria_, _amunizione_, per scriverò, libreria, munizione. Insomma, sperando che questo libro vada per le mani di molti, ho procurato che nessuno dalla stranezza e novità dell'ortografia sia svogliato o noiato dal leggerlo. Ma ogni mia maggior diligenza e cura è stata posta nel dare il testo di esse Lettere, intiero e corretto il più possibile.

Dopo le Lettere vengono i RICORDI, scritti la più parte dalla mano stessa di Michelangelo, e tratti dal Museo Britannico, dall'Archivio Buonarroti e dalle stampe: ed in ultimo i CONTRATTI ARTISTICI, abbondante e preziosa raccolta di documenti proprii ad illustrare la vita artistica di Michelangelo e le sue Lettere. Sono anch'essi per la massima parte inediti, e si conservano nell'Archivio suddetto.[3]

[1] Vedi la Lettera CXXVII, a pag. 150.

[2] È la Lettera CDLX, a pag. 520.

[3] E qui per soddisfazione dell'animo mio riconoscente e per sentimento di giustizia debbo dichiarare che nella fatica del copiare le Lettere del Carteggio di Michelangelo nell'Archivio Buonarroti, mi hanno prestato non piccolo aiuto i miei cari amici cav. Carlo Pini, e cav. Iacopo Cavallucci; e che il padre don Gregorio Palmieri benedettino, a mia preghiera, e coll'annuenza cortese del padre abate di San Paolo suo superiore, si è sottoposto amorevolmente al disagio del viaggio da Roma a Londra, per copiare i Ricordi ed altre scritture, meno le Lettere, che si conservano tra i manoscritti di Michelangelo nel Museo Britannico. A' quali tutti io rendo pubblicamente le maggiori e migliori grazie.

LETTERE ALLA FAMIGLIA.

A LODOVICO SUO PADRE

DAL 1497 AL 1523.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 1 di luglio 1497.

I.

_Domino Lodovico Buonarroti in Firenze._

Al nome di Dio. A dì primo di luglio 1497.

Reverendissimo e caro padre. Non vi maravigliate che io non torni, perchè io non ò potuto ancora aconciare e' fatti mia col Cardinale,[4] e partir no mi voglio, se prima io non son sodisfatto e remunerato della fatica mia; e con questi gra' maestri bisognia andare adagio, perchè non si possono sforzare: ma credo in ogni modo di questa settimana che viene, essere sbrigato d'ogni cosa.

Avisovi come fray Lionardo ritornò qua a Roma, che dicie che gli era bisogniato fuggire da Viterbo e che gli era stato tolto la cappa: e voleva venire costà: onde io gli detti un ducato d'oro che mi chiese per venire, e credo che 'l dobiate sapere, perchè debe esser giunto costà.

Io non so che mi vi dire altro, perchè sto sospeso e non so ancora come la s'andrà: ma presto spero essere da voi. Sano: così spero di voi. Racomandatemi agli amici.

MICHELAGNIOLO scultore in Roma.

[4] Raffaello Riario, detto il Cardinale di San Giorgio. Era Michelangelo da poco più d'un anno in Roma, statovi condotto da un gentiluomo del detto Cardinale, al quale Baldassarre del Milanese aveva venduto per cosa antica un _Cupido_ di marmo scolpito dal Buonarroti. Il Condivi ed il Vasari dicono che il Cardinale, per essere persona poco intendente, ma invero molto affezionata alle cose dell'arte, non aveva fatto fare nulla a Michelangelo: ma da una lettera dell'artista a Lorenzo di Pier Francesco de' Medici, scritta da Roma ai 2 di luglio del 1496, la quale sarà ripubblicata più innanzi, si raccoglie invece che il Cardinale, comprato un pezzo di marmo, gli aveva commesso di scolpirvi una figura al naturale; e dalla presente lettera si conosce che egli restava ancora ad avere da lui per conto di questo lavoro; il quale, non sapendosi che cosa rappresentasse, è difficile di poter rintracciare se sia ancora in essere, e dove oggi si trovi.

ARCHIVIO BUONARROTI. Di Roma, 19 d'agosto 1497.

II.

_Domino Lodovico Buonarroti in Firenze._

Al nome di Dio. A dì 19 d'agosto 1497.

Carissimo padre, ec. Avisovi come venerdì giunse qua Bonarroto; e io come lo sepi, andai all'osteria a trovallo; e lui mi raguagliò a boca come voi la fate, e diciemi che Consiglio[5] merciaio vi dà una gran noia e che non si vuole acordare i' modo nessuno, e che vi vuole far pigliare. Io vi dico che voi veggiate d'accordalla e di dàgli qualche ducato inanzi; e quello che voi rimanete d'accordo di dargli, mandatemelo a dire, e io ve gli manderò, se voi no' gli avete; benchè io n'abbi pochi, come io v'ò detto, io m'ingiegnierò d'acattargli, acciò che non s'abbi a pigliare danari del Monte, come mi dicie Bonarroto. Non vi maravigliate che io v'abbi scritto alle volte così stizosamente, che io ò alle volte di gran passione per molte cagione che avengono a chi è fuor di casa.

Io tolsi a fare una figura da Piero de' Medici[6] e comperai il marmo: poi noll'ò mai cominciata, perchè no' mi à fatto quello mi promesse: per la qual cosa io mi sto da me, e fo una figura per mio piaciere; e comperai un pezo di marmo ducati cinque e non fu buono: ebi buttati via que' danari: poi ne ricomperai un altro pezzo, altri cinque ducati, e questo lavoro per mio piaciere: sì che voi dovete credere che anch'io spendo e ò delle fatiche: pure quello mi chiederete, io ve lo manderò, s'io dovessi vendermi per istiavo.

Buonarroto è giunto a salvamento e tornasi all'osteria, e à una camera e sta bene e non gli mancherà mai nulla, quant'e' vorrà stare. Io non ò comodità di tenello meco, perchè io sto in casa altri, ma basta ch'io non gli lascierò mancar nulla. Sano: così spero di voi.

MICHELAGNIOLO in Roma.

(_Di mano di Lodovico_)

Dicie aiutarmi pagare Consiglio.

[5] Questo Consiglio d'Antonio Cisti merciaio aveva un credito di novanta fiorini d'oro larghi contro Lodovico Buonarroti, e per questo conto era lite tra loro. Finalmente a' 14 d'ottobre del 1499 si accordarono nel modo stesso che Michelangelo disapprovava, cioè che Lodovico pose condizione, che così si chiamava la cessione della riscossione delle paghe, a favore del detto Consiglio, per altrettanta somma sopra 312 fiorini che Lodovico aveva al Monte della dote di Madonna Lucrezia Ubaldini da Gagliano sua seconda moglie. Pare che Consiglio fosse poi pagato del suo credito; perchè si trova che il primo di marzo del 1502 rinunziò alla detta condizione.

[6] Il Vasari non ricorda altri lavori fatti da Michelangelo per Piero de' Medici, se non una statua di neve nel cortile della sua casa. Ma da questa lettera si caverebbe che Piero gli avesse commesso una figura di marmo, il cui soggetto non si conosce. Si può congetturare che la figura che Michelangelo cavava per suo piacere nel pezzo di marmo da lui comprato, fosse il _Cupido_ che poi acquistò quell'Jacopo Gallo, al quale il Buonarroti scolpì ancora il _Bacco_, oggi nella Galleria di Firenze, quivi pervenuto fino dal 1572 per acquisto fattone dal principe Don Francesco de' Medici collo sborso di dugento quaranta ducati dagli eredi del detto Jacopo.

MUSEO BRITANNICO. Di Roma, 31 di gennaio 1507.

III.[7]

_A Lodovico di Lionardo di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella Dogana di Fiorenza._

Padre reverendissimo. I' ò inteso per una vostra, come lo Spedalingo non è mai tornato di fuora; per la qualcosa non avete potuto venire alla conclusione del podere come desideravi: io n'ò avuta passione anch'io, perchè stimavo voi l'avessi oramai tolto. Dubito che lo Spedalingo non sia andato fuora a arte, per non s'avere a spodestare di quella entrata e per tenere e' danari e el podere. Avisatemi: perchè se così fussi, gli caverei e' mia danari di mano, e terre' gli altrove.

De' casi mia di qua io ne farei bene, se e' mia marmi venissino: ma in questa parte mi pare avere grandissima disgrazia, che mai poi che io ci sono, sia stato dua dì di buon tempo. S'abattè a venirne più giorni fa una barca che ebbe grandissima ventura a non capitar male, perchè era contratempo: e poi che io gli ebbi scarichi, subito venne el fiume grosso e ricopersegli i' modo, che ancora non ò potuto cominciare a far niente, e pure do parole al Papa e tengolo in buona speranza, perchè e' non si crucci meco, sperando che 'l tempo s'aconci ch'io cominci presto a lavorare; che Dio il voglia!

Pregovi che voi pigliate tutti quegli disegni, cioè tutte quelle carte che io messi in quel saco che io vi dissi, e che voi ne facciate un fardelletto e mandatemelo per uno vetturale. Ma vedete d'aconciarlo bene per amor dell'aqua; e abbiate cura, quando l'aconciate, che e' no' ne vadi male una minima carta; e racomandatela al vetturale, perchè v'è cierte cose che importano assai; e scrivetemi per chi voi me le mandate, e quello che io gli ò a dare.

Di Michele,[8] io gli scrissi che mettessi quella cassa in luogo sicuro al coperto, e poi subito venissi qua a Roma e che non mancassi per cosa nessuna. Non so quello s'arà fatto. Vi prego che vo' gniene rammentiate e ancora prego voi che voi duriate un poco di fatica in queste dua cose, ciò è in fare riporre quella cassa al coperto in luogo sicuro; l'altra è quella Nostra Donna di marmo,[9] similmente vorrei la facessi portare costì in casa e non la lasciassi vedere a persona. Io non vi mando e' danari per queste dua cose, perchè stimo che sia picola cosa; e voi se gli dovessi acattare, fate di farlo, perchè presto, se e' mia marmi giungono, vi manderò danari per questo e per voi.

Io vi scrissi che voi domandassi Bonifazio a chi e' faceva pagare a Luca quegli cinquanta ducati che io mando a Carrara a Matteo di Cucherello, e che voi iscrivessi el nome di colui che gli à a pagare, in sulla lettera che io vi mandai aperta e che voi la mandassi a Carrara al detto Matteo, acciò che e' sapessi a chi egli aveva a andare in Luca per e' detti danari. Credo l'arete fatto: prego lo scriviate ancora a me, a chi Bonifazio gli fa pagare in Luca, acciò che io sappia el nome e possa scrivere a Matteo a Carrara, a chi egli à andare in Luca, per e' detti danari. Non altro. Non mi mandate altro che quello che io vi scrivo, e e' panni mia e le camicie li dono a voi e a Giovan Simone. Pregate Dio che le mie cose vadino bene; e vedete di spendere a ogni modo per insino in mille de' mia ducati in terre, come siàno rimasti.

A dì trentuno di giennaio mille cinque ciento sei.[10]

Vostro MICHELAGNIOLO in Roma.

Lodovico: io vi prego che voi mandiate questa lettera, che è fra queste che io vi mando, che va a Piero d'Argiento, e prego che voi facciate che e' l'abbi. Credo che per la via degl'Ingiesuati l'andrebbe bene, perchè spesso vi suole andare di que' Frati. Io ve la racomando.

[7] Questa lettera è stata pubblicata, ma non intiera, tra i _Documenti_ alla _Vita di Michelangelo_ scritta da Ermanno Grimm, Annover, 1864, pag. 696.

[8] Michele di Piero di Pippo detto Battaglino, scarpellatore da Settignano, che poi fu a Carrara a cavare i marmi per conto della facciata di San Lorenzo.

[9] Questa _Nostra Donna_ di bassorilievo, alta poco più d'un braccio, nella quale Michelangelo, secondo il Vasari, volle contraffare la maniera di Donatello, fu donata da Lionardo suo nipote al duca Cosimo, avendone prima fatto fare un getto di bronzo. Ritornò poi in casa Buonarroti, dove tuttavia si conserva insieme col getto di bronzo, per dono fattone nel 1617 dal Granduca a Michelangelo il Giovane.

[10] Dalle cose dette in questa lettera, apparisce che Michelangelo seguita, contro il suo costume, il computo romano piuttostochè il fiorentino.

MUSEO BRITANNICO. Di Bologna, 8 di febbraio 1507.

IV.

_A Lodovico di Lionardo di Buonarrota Simoni in Firenze. Data nella bottega di Lorenzo Strozzi, arte di lana in Porta Rossa._

A dì otto di febraio 1506.

Reverendissimo padre. Io ò ricevuta oggi una vostra per la quale intendo come voi siate stato raguagliato da Lapo e Lodovico.[11] Io ò caro che vo' mi riprendiate, perchè io merito d'essere ripreso come tristo e pecatore quant'è gli altri e forse più. Ma sappiate che io non ò pecato nessuno in questo fatto di che voi mi riprendete, nè con loro nè con nessuno altro, se non del fare più che non mi si conviene: e sanno bene tutti gli uomini con chi mi sono mai impacciato, quello che io do loro; e se nessuno lo sa, Lapo e Lodovico son quegli che lo sanno meglio che gli altri; che l'uno à avuto in uno mese e mezo ducati venti sette e l'altro diciotto largi, e le spese: e però vi prego non vi lasciate levare a cavallo. Quando e' si dolfono di me, voi dovevi domandare loro quanto gli erano stati con meco e quello che gli avevano avuto da me; e poi aresti domandato di quello che e' si dolevano. Ma la passione loro grandissima, e massimamente di quel tristo di Lapo, si è stata questa; che gli avevano dato a 'ntendere a ognuno che erono quegli che facevano quest'opera, overo che erono a compagnia meco: e non si sono mai acorti, massimamente Lapo, di non essere el maestro, se non quand'io l'ò cacciato via: a questo solo e' s'è aveduto ch'egli stava meco: e avendo già intelate tante faccende e cominciato a spacciare il favore del Papa, gli è paruto strano che io l'abbi cacciato via com'una bestia. Duolmi che gli abbi di mio sette ducati: ma s'io torno costà, e' me gli renderà a ogni modo: benchè e' mi doverrebe ancora rendere gli altri che gli à avuti, s'egli à coscienza: e basta. Io non mi distenderò altrimenti, perchè de' casi loro ò scritto a messer Agnolo[12] abastanza; al quale io prego che voi andiate, e se potete menare el Granaccio[13] con esso voi, lo meniate e facciate leggere la lettera che io gli ò scritta, e 'ntenderete che canaglia e' sono. Ma pregovi che voi tegniate segreto ciò che io iscrivo di Lodovico, perchè se io non trovassi altri che venissi qua a fondere, vedrei di ricondur lui, perchè in verità io non l'ò cacciato di qua; ma Lapo, perchè gli era troppo vitupero a venirne solo, à sviato anche lui per alleggerirsi. Intenderete dall'Araldo ogni cosa e come ve n'avete a governare. Non fate anche parole con Lapo, perchè ci è troppa vergognia; ch'el fatto nostro non va con loro.