Le Laude secondo la stampa fiorentina del 1490

Chapter 8

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Povertate muore en pace,--nullo testamento face, lassa el mondo como iace--e le gente concordate.

Non ha iudece né notaro,--a corte non porta salaro, ridese de l'uomo avaro--che sta en tanta ansietate.

Povertá, alto sapere,--a nulla cosa soiacere, en desprezo possedere--tutte le cose create.

Chi despreza sí possede,--possedendo non se lede, nulla cosa i piglia 'l pede--che non faccia sue giornate.

Chi desía è posseduto,--a quel ch'ama s'è venduto; s'egli pensa que n'ha 'vuto,--han'avute rei derrate.

Tropo so de vil coragio--ad entrar en vasallagio, simiglianza de Dio ch'agio--deturparla en vanitate.

Dio non alberga en core stretto,--tant'è grande quant'hai affetto, povertate ha sí gran petto,--che ci alberga deitate.

Povertate è ciel celato--a chi en terra è ottenebrato; chi nel terzo ciel su è 'ntrato,--ode arcana profunditate.

El primo ciel è 'l fermamento,--d'onne onore spogliamento, grande porge empedimento--ad envenir securitate.

A far l'onor en te morire,--le ricchezze fa sbandire, la scienzia tacere--e fugir fama de santitate.

La richeza el tempo tolle,--la scienzia en vento estolle, la fama alberga ed acolle--l'ipocresia d'onne contrate.

Pareme cielo stellato--chi da questi tre è spogliato, ècce un altro ciel velato:--acque chiare solidate.

Quattro venti move 'l mare--che la mente fon turbare, lo temere e lo sperare,--el dolere e 'l gaudiare.

Queste quattro spogliature--piú che le prime so dure; se le dico, par errure--a chi non ha capacitate.

De lo 'nferno non temere--e del ciel spem non avere; e de nullo ben gaudere--e non doler d'aversitate.

La virtú non è perchene,--ca 'l perchene è for de téne; sempre encognito te tène--a curar tua enfermitate.

Se son nude le virtute--e le vizia son vestute, mortale se don ferute,--caggio en terra vulnerate.

Puoi le vizia son morte,--le virtute son resorte confortate da la corte--d'onne empassibilitate.

Lo terzo ciel è de piú altura,--non ha termen né mesura, fuor de la magenatura--fantasie mortificate.

Da onne ben sí t'ha spogliato--e de virtute spropriato, tesaurizi el tuo mercato--en tua propria vilitate.

Questo cielo è fabricato,--en un nihil è fondato, o' l'amor purificato--vive nella veritate.

Ciò che te pare non è,--tanto è alto quello che è, la superbia en cielo se'--e dannase l'umilitate.

Entra la vertute e l'atto--molti ci ode al ioco «matto», tal se pensa aver buon patto--che sta en terra alienate.

Questo cielo ha nome none,--moza lengua entenzione, o' l'amor sta en pregione--en quelle luce ottenebrate.

Omne luce è tenebría,--ed omne tenebre c'è dia, la nova filosofia--gli utri vechi ha dissipate.

Lá 've Cristo è ensetato,--tutto lo vechio n'è mozato, l'un ne l'altro trasformato--en mirabile unitate.

Vive amor senza affetto--e saper senza entelletto, lo voler de Dio eletto--a far la sua volontate.

Viver io e non io,--e l'esser mio non esser mio, questo è un tal trasversío,--che non so diffinitate.

Povertate è nulla avere--e nulla cosa poi volere; ed omne cosa possedere--en spirito de libertate.

LXI

DE SAN FRANCESCO E DE SETTE APPARIZIONE DE CROCE A LUI E DE LUI FATTE

O Francesco povero,--patriarca novello, porti novo vexello--de la croce signato.

De croce trovam sette--figure demostrate, como trovamo scrette--per ordene contate, aggiole abbreviate--per poterle contare; encresce l'ascoltare--de longo trattato.

La prima, nel principio--de tua conversione, palazo en artificio--vedesti en visione; piena la magione--de scude cruciate, l'arme demostrate--del popol che t'è dato.

Stando en orazione--de Cristo meditanno, tale enfocazione--te fo enfusa entanno, sempre puoi lacremanno--quando te remembrava, Cristo te recordava--nella croce levato.

Cristo te disse allora:--Se vuol po' me venire, la croce alta, decora--prende con gran desire; e te anichilire,--se vuol me seguitare, te medesimo odiare,--el prossimo adamato.--

La terza fiata stanno--a guardar a la croce, Cristo te disse entanno--con gran suono de voce; per nome clamò el doce--Francesco tre fiata: --La chiesa è sviata,--repara lo suo stato.--

Poi, la quarta fiata,--vidde frate Silvestro una croce enaurata--fulgente nel tuo petto; el draco maledetto,--ch'Asise circondava, la voce tua el fugava--de tutto lo ducato.

Vidde frate Pacifico--la croce de duoi spade en te, Francesco angelico,--degno de gran laude; le spade son scontrade:--l'una da capo a piede, l'altra en croce se vede--per le braccia spiecato.

Vidde te stare en aere--beato fra Monaldo, o' stava a predicare--santo Antonio entanno: en croce te mostranno,--frati benediceve, poi li despareve,--como trovam contato.

La settima a la Verna,--stando en orazione, sopra quella gran penna--con gran devozione, mirabel visione,--serafin apparuto, crucifisso è veduto--con sei ale mostrato.

Encorporòtte stimate,--lato, piede e mano, duro fôra a credere--se nol contam de piano; staendo vivo e sano--molti sí l'on mirate; la morte declarate,--da molti fo palpato.

Fra l'altri santa Chiara--sí l'apicciò coi denti, de tal tesaro avara--essa con la sua gente; ma non gli valse niente,--ca gli chiovi eran de carne, sí como ferro stane--duro ed ennervato.

La sua carne bianchissima,--co carne puerile, enante era brunissima--per gli freddi nevili; l'amor la fe' gentile--che par glorificata, d'onne gente amirata--de mirabel ornato.

La piaga laterale--como rosa vermiglia, lo pianto era tale--ad quella meraviglia, vederla en la simiglia--de Cristo crucifisso, lo cor era en abisso--veder tal spechiato.

O pianto gaudioso,--pieno d'amiranza, pianto delettoso,--pieno di consolanza; lacrime d'amanza--ce fuor tante gettate, veder tal novetate,--Cristo nuovo piagato.

Giú da le calcagna--agli occhi tra' l'umore questa veduta magna--d'esto enfocato ardore; a li santi stette en cuore,--en Francesco fuor è uscito lo balsamo polito--che 'l corpo ha penetrato.

En quella altissima palma--o' salisti, Francesco, lo frutto pigliò l'alma--de Cristo crucifisso; fusti en lui sí trasfisso,--mai non te mutasti; co te ce trasformasti--nel corpo è miniato.

L'amore ha questo officio,--unir dui en una forma; Francesco nel supplicio--de Cristo lo trasforma, emprese quella norma--de Cristo ch'avea en core, la mostra fe' l'amore--vestito d'un vergato.

L'amor divino altissimo--con Cristo l'abracciòne, l'affetto ardentissimo--sí lo cc'encorporòne, lo cor li stemperòne--como cera a sigello, emprimettece quello--ov'era trasformato.

Parlar de tal figura--con la mia lengua taccio, misteria sí oscura--d'entenderle soiaccio; confesso che nol saccio--splicar tanta abondanza, la smesurata amanza--de lo cuor enfocato.

Quanto fosse quel foco--non lo potem sapere; lo corpo suo tal gioco--non poté contenere; en cinque parte aprere--lo fece la fortura per far demostratura--que en lui era albergato.

Nullo trovamo santo--che tal segni portasse; misterio sí alto,--se Dio non revelasse; buono è che lo passe,--non ne saccio parlare, quil el porran trattare--che l'averan gustato.

O stímate amirate,--fabricate divine, gran cosa demostrate--ch'a tal segni convine; saperasse a la fine--quando sirá la giostra, che se fará la mostra--del popolo crociato.

O anima mia secca--che non puoi lacrimare, currece a bever l'ésca,--questo fonte potare, loco te enebriare;--e non te ne partire, lássatece morire--al fonte ennamorato.

LXII

DE SAN FRANCESCO E DE LE BATAGLIE DEL NEMICO CONTRA LUI

O Francesco, da Dio amato,--Cristo en te s'ène mostrato.

Lo Nemico engannatore,--aversier de lo Signore, creato l'omo, ave dolore--che possedesse lo suo stato.

Giendo a lui con fraudolenza--e cascollo d'obedenza, félli far grande perdenza,--del paradiso fo cacciato.

Puoi che l'uomo fo caduto--e lo Nemico fo saluto, ed en superbia raputo,--ch'era signor deventato;

Dio, vedendo questo fatto,--fecese om e dieglie 'l tratto, e tolseli tutto l'acatto--che sopre l'om aví' acquistato.

Con la sua umilitate--tolseli prosperitate, e con la santa povertade--sí li die' scacco giocato.

Per gran tempo fo sconfitto--lo Nemico maleditto, relevosse e fece gitto--e lo mondo ha rapicciato.

Vedendo l'alta Signoria--che lo Nemico sí vencía, mandar ce vuol cavallaria--con guidator ben amastrato.

San Francesco ce fo elesso,--per gonfalonier è messo, ma nullo ne vol con esso--che non sia al mondo desprezato.

Non vol nullo cavalliere--che non serva a tre destriere: povertate ed obedere,--en castitá sia enfrenato.

Ármase lo guidatore--de l'arme del Signore, ségnalo per grand'amore--de soi segni l'ha 'dornato.

Tanto era l'amore acuto--che nel cuor avea tenuto, che nel corpo sí è apparuto--de cinque margarite ornato.

De la fico ave figura,--che è grassa per natura, rompe la sua vestitura--en bocca rieca melato.

Poi gl'insegna de schirmire,--de dar colpi e sofferire, enségnali co degia dire:--pace en bocca gli è trovato.

Lo Nemico s'atremío,--vedendo lui s'empaurío, parvegli Cristo de Dio--che en croce avea spogliato.

--S'egli è Cristo, non me giova,--ch'esso vencerá la prova; non so guerra che me mova,--sí par dotto ed amastrato.

Lasso me, da cui so vento!--ancora non me sgomento, voglioce gire, e mo el tento,--ch'io possa far con lui mercato.

O Francesco, que farai?--te medesmo occiderai del digiunio che fai,--sí l'hai duro comenzato.

--Facciol con discrezione,--ch'agio 'l corpo per fantone, tengolo en mia pregione,--sí l'ho corretto e castigato.

--Veramente fai co santo,--el tuo nom è en onne canto; móstrate co stai ad alto,--ché 'l Signor ne sia laudato.

--Celar voglio lo migliore--e mostrarme peccatore; lo mio cor agio al Signore,--tenendo el capo umiliato.

--Quegna vita vorrai fare?--non vorrai tu lavorare che ne possi guadagnare--e darne a chi non è adagiato?

--Metteròmme a gir pezente--per lo pane ad onne gente, l'amor de l'Onnipotente--me fa gir co 'nebriato.

--Frate, tu non fai niente,--periscerai malamente, gli sequaci fai dolente,--c'hai niente conservato.

--Tener voglio la via vera,--né sacco voglio né pera, en pecunia posto èra--che non sia dagl miei toccato.

--Or te ne va en foresta--con tutta questa tua gesta, piacerá a l'alta Maièsta--e l'om ne sirá edificato.

--Non so messo per mucciare:--'nante, vengo per cacciare, ché te voglio assediare--ed a le terre agio attendato.

--Molta gente me torrai--con questo ordene che fai, le femene me lasserai,--che non è buon misticato.

--Ed io te voglio dir novelle--le qual non te paròn belle: fatto ho orden de sorelle,--da le qual sie guerregiato.

--Qual será la scortegiante--che se voglia trare enante contra le mie forze tante,--che tutto 'l mondo ho conquistato?

--Nella valle Spoletana--una vergen c'è soprana: Clara, de donna Ortulana,--templo de Dio consecrato.

--Quilli che son coniugati--non siron da star coi frati, siron da te allecerati,--averògl so mio guidato.

--Ed io te vogl far afflitto.--Uno ordine agio elitto: penitenti, orden deritto,--en matrimonio dirizato.

--Or non me toccar la resía,--che è contra la tua via: questo non comportaría,--troppo ne siría turbato.

--Farne voglio inquisizione--a destruger tua magione, metteraiolo en pregione--chi ne troverò toccato.

--Oimè lasso, me tapino,--ché me s'è rotto l'oncino, haime messo en canna un frino--che me fa molto arafrenato.

O Francesco, co m'hai strutto!--el mondo te arprendi tutto, ed haime messo en tal corrotto,--che m'hai morto e subissato.

Non voglio piú suffrire,--per anticristo voglio gire; e vogliolo far venire,--ché tanto è profetizato.

--Con lui te darò el tratto,--el mondo t'artorrò affatto, enfra li tuoi troverò patto--che i vestirò del mio vergato.

--La profezia non me talenta,--a la fin sí me sgomenta, che te de' armaner la venta,--alora siraio enabissato.--

La battaglia dura e forte,--molti siròn feriti a morte, chi vincerá averá le scorte,--e d'onne ben sirá ditato.

LXIII

EPISTOLA CONSOLATORIA A FRATE IOANNI DA FERMO DITTO DA LA VERNA PER LA STANZIA DOVE ANCO SE RIPOSA: TRANSFERITA EN VULGARE LA PARTE LITTERALE, QUALE È PROSA

A fra Ianne da la Verna,--ch'en quartana se scioverna, a lui mando questa scretta,--che da lui deggi esser letta.

Gran cosa ho reputata e reputo sapere abundare de Dio. La ragione? perché in quello è esercitata la umilitá con reverenzia. Ma grandissima cosa ho reputata e reputo sapere degiunare de Dio e patirne caristia. La ragione? perché in quello la fede è esercitata senza testimonii: la speranza senza espettazione de premio: la caritá senza signi de benivolenzia. Questi fondamenti sono ne li monti santi. Per questi fondamenti ascende l'anima a quello monte coagulato, nel quale se gusta el mele de la pietra e l'olio de lo sasso durissimo.

Vale, fra Ioanne, vale!--non t'encresca patir male.

Fra la 'ncudene e 'l martello--sí se fa lo bel vasello; lo vasello de' star caldo,--perché 'l corpo venga en saldo.

Se a freddo se battesse,--non falla che non rompesse; se è rotto, perde l'uso--ed è gettato fra lo scuso.

Argoméntate a clamare--che 'l Signor te degia dare onne male e pestilenza,--ch'a questo è desplacenza.

Malum pene è glorioso--se da colpa non è encloso; se per colpa l'omo el pate,--non se scusan tal derrate.

LXIV

CANTICO DE LA NATIVITÁ DE IESÚ CRISTO

O novo canto,--c'hai morto el pianto de l'uomo enfermato.

Sopre el «fa» acuto--me pare emparuto che 'l canto se pona; e nel «fa» grave--descende suave che 'l verbo resona. Cotal desciso--non fo mai viso sí ben concordato.

Li cantatori--iubilatori che tengon lo coro, son gli angeli santi,--che fanno li canti al diversoro, davante 'l fantino,--che 'l Verbo divino ce veggio encarnato.

Audito è un canto:--«Gloria en alto a l'altissimo Dio; e pace en terra,--ch'è strutta la guerra ed onne rio; onde laudate--e benedicete Cristo adorato!»--

En carta ainina--la nota divina veggio ch'è scritta, lá 'v'è 'l nostro canto--ritto e renfranto a chi ben ci afitta; e Dio è lo scrivano--c'ha 'perta la mano, che 'l canto ha ensegnato.

Loco se canta--chi ben se n'amanta de fede formata; divinitate--en sua maiestate ce vede encarnata; onde esce speranza--che dá baldanza al cor ch'è levato.

Canto d'amore--ce trova a ttut'ore chi ce sa entrare; con Dio se conforma--e prende la norma del bel desiare; co serafino,--deventa divino d'amor enflammato.

El primo notturno--è dato a lo sturno de martirizati: Stefano è 'l primo,--che canta sublimo con soi acompagnati, ch'on posta la vita,--en Cristo l'ò insíta ch'è fior de granato.

El secondo sequente--è dato a la gente de li confessori; lo Vangelista--la lengua ci ha mista ch'adorna li cori; ché nullo con canto--volò tanto ad alto sí ben consonato.

El terzo sequente--a li innocenti par che se dia; ché col Garzone--ad ogne stagione so en sua compagnia: «Te Dio laudamo,--con voce cantamo ché Cristo oggi è nato!».

O peccatori,--ch'a li mal signori avete servito, venite a cantare--che Dio pò om trovare, ch'en terra è apparito en forma de garzone,--e tiello en prigione chi l'ha desiato.

Uomini errati,--che site vocati a penetenza, la quale onne errore--ve tolle dal core, e dá entellegenza da veritade--per pietade a chi è umiliato;

uomini iusti,--che sete endusti, venite a cantare, ché sete envitati,--a Dio vocati a gloriare, a regno celesto,--che compie onne festo che 'l core ha bramato.

LXV

CANTICO SECONDO DE LA NATIVITÁ DE CRISTO

Ad l'amor ch'è venuto--en carne a noi se dare, andiamo a laude fare--e canto con onore.

Onòral, da che viene,--alma, per te salvare; via, piú non tardare--ad lui de pervenire! De sé non se retene--che non te voglia dare parte, perché vol fare--te seco tutto unire; porrai donqua soffrire--a llui che non te rendi, e lui tutto non prendi--e abbracci con amore?

Pensa quanto te dona--ed a te que demanda, però che non comanda--piú che non possi fare; lo ciel sí abandona--e per terra sí anda, ed ante sé non manda--richeza per usare; en stalla sí vol stare,--palazo abandonato, seco non ha menato--alcun suo servitore.

La sedia d'auro fino--de gemme resplendente, corona sí lucente--or perché l'hai lassata? orden de cherubini,--serafin tanto ardente, quella corte gaudente--co l'hai abandonata? corte tanto onorata--de tal servi e donzelli e per amor fratelli,--perché lassi, Signore?

Per sedia tanto bella--presepe hai recevuto, e poco feno avuto--dove fussi locato; per corona de stelle--en pancelli envoluto, bove ed aseno tenuto--ch'eri sí onorato; ora se' acompagnato--da Iosef e Maria ch'avevi en compagnia--corte de tanto onore.

Ebrio par deventato--o matto senza senno, lassanno sí gran renno--e sí alte richeze; ma com'è ciò scontrato--de tal matteza segno? Avereste tu pegno--altre trovar alteze? Vegio che son forteze--d'amor senza mesura, che muta tanta altura--en sí basso valore.

Amor de cortesia,--de cui se' 'namorato, che t'ha sí vulnerato,--che pazo te fa gire? Vegio che t'ha en balía,--sí forte t'ha legato, che tutto te se' dato,--giá non pòi contradire; ben so che a morire--questo amore sí te mena, da poi che non allena,--né cessa suo calore.

Giá non fu mai veduto--amor sí smesurato, ch'allora, quando è nato,--agia tanta potenza, poi che s'è venduto--emprima che sia nato; l'amor t'ha comparato,--de te non fai retenza; e non reman sentenza--se non che te occida l'amor e sí conquida--en croce con dolore.

Ha fatto tal baratto--en la prima ferita, onne cosa rapita--con sí gran forteza; ad sé ha tanto tratto--senno, virtú e vita, piú ch'onne calamita--ferro; sí grande alteza ad cusí vil bassezza--en stalla farte stare, per amor non schifare--defetto né fetore.

E che tu non conoschi--o non hai sentimento, ad tale abassamento,--Iesú, tu se' venuto; en te par che s'offoschi--luce de splendimento, potere e vedimento--pare che sia perduto; hatte l'amor feruto--e tu non te defendi, a sua forza t'arendi--donando tuo vigore.

Ben so che, garzoncello,--hai perfetto sapere, e tutto quel potere--c'ha la perfetta etade; donqua, co picciolello--poteve contenere tutto lo tuo volere--en tanta vilitade? Grand'era caritade,--tutto sí te legava, ed en sé occultava--senno, forza e valore.

En cusí vil pancelli--envolto te fe' stare, e forte a bisognare--che ricevissi aiuto. O cari cenciarelli,--potendo sí fasciare e l'alto Dio legare--co fosse destituto! En que era involuto--sí caro e fin tesauro sopr'onne gemma ed auro--en vil prezo e colore!

Co se de' nominare--amor sí smesurato, lo qual sí ha legato--ad sé l'Onnipotente? Giá non se pò montare--ad grado de tal stato amor che fosse nato--de figlio o de parente, che prenda sí la mente,--legando onne forteza, traendo con dolceza--fuor d'onne suo sentore.

Ben vegio che ama figlio--lo patre per natura, e matre con dolzura--tutto suo cuor li dona: ma che perda consiglio,--senno, forza e valura, questo non m'afigura--che tutto en lui lo pona; veggio che a sé perdona,--non volendo morire per lui, né sofferire--tormento né dolore.

Chi per amor trovare,--volesse perder vita, nulla cosa gradita--ad sé piú retenere, povertá comperare--per cara margarita, mortale al cor ferita--per questo sostenere; chi dona, vol vedere--de que fosse cambiato, amando com'è amato--da lo suo amadore.

Que dar può creatura--ad te, somma bontade, ché tu per caritate--ad lei te se' donato? Tutta la sua valura--alla tua dignitate è pegio che viltate;--dunqua, a cui te se' dato? Or, co sirai cambiato--de sí gran cortesia? La nostra malsanía--puòti donar sapore?

Or ecco che tu ce abbi,--parme, sí vil guadagno, demanda l'auro stagno--per mostrar sua belleza; trovar par che n'arrabbi,--e pensa qual fai cagno, letizia dar per lagno,--per povertá richeza; or non è gran matteza--ad sé non retenere senno né suo volere--per comparar amore?

Amor esmesurato,--grande sí hai forteza, che la divina alteza--puoi tanto abassare; lo cor hai vulnerato--de la somma belleza, nostra piacer laideza--per poter desponsare; de sé non pò curare,--Iesú pare empazito; l'amor sí l'ha ferito,--pena li par dolzore.

O ennamorato Dio,--d'esto amor me novella, che sí ben renovella--gli amanti rengioire; contemplar sí poss'io--tua faccia tanto bella, reposome con ella--né altro vo' sentire; però vorrei udire--com'egli t'ha legato, se far posso mercato--sentir d'esto calore.

--Sposa che me demandi,--ammiri lo gran fatto, pensando lo baratto--ch'amor m'ha fatto fare; pregando me comandi,--sí fuor de me son tratto, enverso te combatto,--l'amor me fa penare; donqua piú non tardare--ad me che non te rendi, como me do, sí prendi,--ad me dona tuo core.

De te so 'namorato,--o sposa, cui tant'amo; soccorri tanto bramo--teco far parenteza. L'amor sí m'ha legato--e preso como l'amo; però sposa te chiamo--abracciar con nettezza; pensa ch'a tua basseza--per te sí so desceso, amor de te m'ha preso,--encende con ardore.

Per te lasso richeze--e prendo povertade, forte penalitade--lassando onne diletto; commuto le dolceze--en grande aversitate, vera tranquillitate--en dolore e defetto; amor cusí perfetto--ora sia conosciuto da te e recevuto,--dando amor per amore.

Se non me puoi donare--richeza né talento, né darme entendemento,--né poterme engrandire; de fuor de te que dare--me puoi per pagamento? Cosa de valimento--non è de tuo largire; questo famme empazire,--amor c'hai en balía che lo tuo cor me dia--qual demando tuttore.

En ciò sta mio mercato--che tieco voglio fare, e per ciò voglio dare--me con tutta richeza; da cielo agio recato--tesauro per cambiare vita con gloriare--per morte d'amareza; prende da me dolceza,--dando dolor e pena, l'amor che non ha lena--m'ha fatto sprecatore.

A tte poco ademando--e molto sí tte dono, e giá non me perdóno,--per te voglio morire; se pensi que comando,--en que cosa me pono, amor, chiedo, per dono---terráti de largire? Amor, faime empazire--altro non posso fare, tanto m'hai fatto dare--piú so che giocatore.

Sposa dota marito,--da lui non è dotata; prima dota è trattata--che la voglia sponsare; nullo par sí smarrito--per cui dota sia data, giá se non ha trovata--donna de grande affare, volendo esaltare--sé per gran parenteza, levando sua basseza--ad dignitá d'onore.

Alteza non aspetto--né alcuna magioría da te, o sposa mia,--ad cui sí me so dato; prendo per te defetto--vergogna e meschinía; or donque sempre sia--en me tuo amor locato, perché non m'hai dotato,--ma te voglio dotare, tutto mio sangue dare--en croce con dolore.

En dota sí te dono--richeze esmesurate, che non fo mai pensate,--ben te porran rempire; en cielo sí le pono,--lí te son conservate, non ponno esser robbate,--né per sé mai perire; de luce te vestire--piú che sole sí voglio, però prima te spoglio--de colpa e de fetore.