Le Laude secondo la stampa fiorentina del 1490
Chapter 7
Tutta la gente vegio ch'è signata del caratte de l'antiquo serpente; ed en tre parte l'hane divisata; chi campa d'uno, l'altro el fa dolente; l'avarizia nello campo è entrata, fatt'ha sconfitta e morta molta gente, e pochi son che vogliano restare.
Se alcun ne campa d'esta enfronta, metteglie lo dado del sapere; enfia la scienzia en alto monta, vilipende gli altri e sé tenere; a l'altra gente le peccata conta, li suoi porta drieto a non vedere, voglion dir molto e niente fare.
Quigli pochi che ne son campati de questi doi legami dolorosi, en altro laccio sí gli ha 'ncatenati; de fare signi sí son desiosi, far miracoli, render senetati, de rapti e profezie son golosi; se alcun ne campa, sí pò Dio laudare.
Ármate, omo, ché se passa l'ora che possi campare di questa morte; ché nulla ne fo ancora sí dura né altra ne sará giamai sí forte; gli santi n'áber molto gran paura de venir a prender queste scorte; d'essere securo stolto me pare.
LI
COMO LA VERITÁ PIANGE CH'È MORTA LA BONTADE
La Veritade piange,--ch'è morta la Bontade; e mostra le contrade--lá 've è vulnerata.
La Veritá envita--tutte le creature che vengano al corrotto--ch'è de tanto dolure; cielo, terra e mare,--aere, foco e calure fanno grande romure--de sta cosa scontrata.
Piange la Innocenzia:--En Adam fui ferita, en Cristo resuscitata,--or so morta e perita; vendeca nostra eniuria,--Maiestate enfinita, che vegia om la fallita--per la pena portata.--
La Legge naturale--sí fa gran lamentanza, e fa uno corrotto--che è de gran pietanza: --O Bontá nobilissima,--chi ne fará vegnanza de tanta iniquitanza--ch'en te è demostrata?--
La Legge mosaica--con le diece Precetta fanno grande romore--de la Bontá diletta: --O Bontá nobilissima,--co te vedemo afflitta! chi ne fará venditta,--ché t'hanno sí sprezata?--
La Legge de la grazia--con lo suo parentato fanno clamore en alto--sopra lo ciel passato: --O Patre onnipotente,--pari adormentato de sto danno scontrato,--ché onne cosa è guastata.--
L'alta Vita de Cristo--con la Encarnazione fanno clamor sí alto--sopra omne clamagione; clama la sua Dottrina,--clama la Passione: --Signor, fanne ragione,--che sia ben vendicata.--
La divina Scrittura--con la Filosofia fanno uno corrotto--con grande dolentía: --O Bontá nobilissima,--nostro tesauro e via, grande fo villanía--averte sí sprezata.--
Gli Articoli de la fede--sí s'onno congregati: --Oi lassi noi, dolenti--co semo desolati! nostra fatica e frutti--sémone derobbati, la vita en tal peccati--non sia piú comportata.--
Le Virtude piangono--de uno amaro pianto: --O Bontá nobilissima,--nostro tesauro e canto, non trovamo remedio--de lo dannagio tanto, lo nostro dolor tanto--nulla mente ha stimata.--
Piangono le Sacramenta:--Noi volem morire, da poi che la Bontade--vedemo sí perire; non ne giova el vivere--non sapem ove gire; vendeca, iusto Sire,--ch'ell'è sí mal trattata.--
Li Doni de lo spirito--chiamano ad alta vuce: --Vendeca nostra eniuria,--alta divina luce; aguarda lo naufragio--che patem 'n esta fuce; se tu non ne conduce,--perim 'n esta contrata.--
Fanno grande corrotto--l'alte Beatitute: --Aguardace, Signore,--co sem morte e battute! oi lasse noi dolente,--a que sem devenute! peggio simo tenute--che vizia reprobata.--
Piangon le Relione--e fanno gran lamento: --Aguardace, Signore,--a lo nostro tormento; poi che Bontate è morta,--semo en destrugemento; come la polve al vento--nostra vita è tornata.
Li Frutti de lo spirito--sí fanno gran romore: --Vendica nostra eniuria,--alto, iusto Signore; la curia romana,--c'ha fatto esto fallore, corriamoci a furore,--tutta sia dissipata.
Fansi chiamar ecclesia--le membra d'Anticrisso! aguardace, Signore,--non comportar piú quisso; purgata questa ecclesia--e quel che ci è mal visso sia en tal loco misso--che purge i soi peccata.
LII
COMO CRISTO SE LAMENTA DE LA CHIESA ROMANA
Iesú Cristo se lamenta--de la Chiesa romana, che gli è engrata e villana--de l'amor che gli ha portato.
--Da poi ch'io presi carne--de la umana natura, sostenni passione--con una morte dura; desponsai la Ecclesia--fidelissima e pura, puse en lei mia cura--d'un amore apicciato.
Gli mei pover discipoli--per lo mondo mandai, de lo Spirito santo--lor coragio enflammai, la fede mia santissima--per lor sí semenai, molti segni mostrai--per l'universo stato.
Vedendo el mondo cieco--tanti segni mostrare, a omini idioti--tanto saper parlare, fuor presi d'amiranza,--credere e battizare, essi quegl segni fare--onde será amirato.
Levossi l'idolatria--col suo pessimo errore, puose en arte magica--li signi del Signore, accecò gli populi;--rege, emperadore occisero a dolore--omne messo mandato.
Tanto era lo fervore--de la primera fede, occidendone uno,--mille lassava erede; stancava li carnifici--de farne tanta cede, martirizata fede--vicque per adurato.
Levosse la eresía--e fece gran semblaglia, contra la veritate--fece gran battaglia, sofisticato vero--sua seminò zizaglia, non fo senza travaglia--cotal ponto passato.
Mandai li mei dottori--con la mia sapienza, disputaron e 'l vero--mostrâro senza fallenza, sconfissero e cacciâro--omne falsa credenza, demonstrâr mia prudenza--de vivere ordenato.
Vedete el mio cordoglio--a que so mo redutto! lo falso clericato--sí m'ha morto e destrutto, d'ogne mio lavoreccio--me fon perder lo frutto, maior dolor che morte--da lor aggio portato.
LIII
DEL PIANTO DE LA CHIESA REDUTTA A MAL STATO
Piange la Ecclesia, piange e dolura, sente fortura di pessimo stato.
--O nobilissima mamma, que piagni? mostri che senti dolur molto magni; narrame 'l modo perché tanto lagni, ché sí duro pianto fai smesurato.
--Figlio, io sí piango ché m'aggio anvito; veggiome morto pate e marito; figli, fratelli, nepoti ho smarrito, omne mio amico è preso e legato.
So circundata da figli bastardi, en omne mia pugna se mostran codardi, li mei legitimi spade né dardi lo lor coragio non era mutato.
Li mei legitimi era en concorda, veggio i bastardi pien de discorda, la gente enfedele me chiama la lorda per lo reo exemplo ch'i' ho seminato.
Veggio esbandita la povertate, nullo è che curi se non degnetate; li mei legitimi en asperitate, tutto lo mondo gli fo conculcato.
Auro ed argento on rebandito, fatt'on nemici con lor gran convito, omne buon uso da loro è fugito, donde el mio pianto con grande eiulato.
O' sono li patri pieni de fede? nul è che curi per ella morire; la tepedeza m'ha preso ed occede, el mio dolore non è corrottato.
O' son li profeti pien de speranza? nul è che curi en mia vedovanza; presunzione presa ha baldanza, tutto lo mondo po' lei s'è rizato.
O' son gli apostoli pien de fervore? nul è che curi en lo mio dolore; uscito m'è scontra el proprio amore e giá non veggio ch'egl sia contrastato.
O' son gli martiri pien de forteza? non è chi curi en mia vedoveza; uscita m'è scontra l'agevoleza, el mio fervore si è anichilato.
O' son li prelati iusti e ferventi, che la lor vita sanava la gente? uscit'è la pompa, grossura potente, e sí nobel orden m'ha maculato.
O' son gli dottori pien de prudenza? molti ne veggio saliti en scienza; ma la lor vita non m'ha convenenza, dato m'on calci che 'l cor m'ha corato.
O religiosi en temperamento, grande de voi avea piacemento; or vado cercando omne convento, pochi ne trovo en cui sia consolato.
O pace amara co m'hai sí afflitta! mentre fui en pugna sí stetti dritta, or lo riposo m'ha presa e sconfitta, el blando dracone sí m'ha venenato.
Nul è che venga al mio corrotto, en ciascun stato sí m'è Cristo morto; o vita mia, speranza e deporto, en omne coraggio te veggio afocato!
LIV
EPISTOLA A CELESTINO PAPA QUINTO, CHIAMATO PRIMA PETRO DA MORRONE
Que farai, Pier da Morrone?--èi venuto al paragone.
Vederimo el lavorato--che en cella hai contemplato; se 'l mondo de te è 'ngannato,--séquita maledizione.
La tua fama alt'è salita,--en molte parte n'è gita; se te sozzi a la finita,--agl buon sirai confusione.
Como segno a sagitta,--tutto 'l mondo a te affitta; se non tien bilanza ritta,--a Dio ne va appellazione.
Se se' auro, ferro o rame--proveráte en esto esame; quegn'hai filo, lana o stame--mostreráte en est'azone.
Questa corte è una fucina--che 'l buon auro se ci afina; se llo tiene altra ramina,--torna en cenere e carbone.
Se l'officio te deletta,--nulla malsanía piú è 'nfetta; e ben è vita maledetta--perder Dio per tal boccone.
Grande ho aúto en te cordoglio--co te uscío de bocca:--Voglio;-- ché t'hai posto iogo en coglio--che t'è tua dannazione.
Quando l'uomo virtuoso--è posto en luoco tempestoso, sempre el trovi vigoroso--a portar ritto el gonfalone.
Grand'è la tua degnitate,--non è meno la tempestate; grand'è la varietate--che troverai en tua magione.
Se non hai amor paterno,--lo mondo non girá obedenno; ch'amor bastardo non è denno--d'aver tal prelazione.
Amor bastardo ha 'l pagamento--de sotto dal fermamento; ché 'l suo falso entendemento--de sopre ha fatto sbandegione.
L'ordene cardenalato--posto è en basso stato; ciaschedun suo parentato--d'ariccar ha entenzione.
Guárdate dagl prebendate--che sempre i trovera' afamate; e tant'è la lor siccitate,--che non ne va per potagione.
Guárdate dagl barattere--che 'l ner per bianco fon vedere; se non te sai ben schirmere--canterai mala canzone.
LV
CANTICO DE FRATE IACOPONE DE LA SUA PREGIONIA
Que farai, fra Iacovone?--se' venuto al paragone.
Fusti al monte Pelestrina--anno e mezo en disciplina; pigliasti loco malina,--onde hai mo la pregione.
Prebendato en corte i Roma,--tale n'ho redutta soma; omne fama mia s'afoma,--tal n'aggio maledezone.
So arvenuto prebendato,--ché 'l capuccio m'è mozato, perpetuo encarcerato--encatenato co lione.
La pregione che m'è data,--una casa soterrata; arescece una privata,--non fa fragar de moscone.
Nullo omo me pò parlare,--chi me serve lo pò fare; ma èglie oporto confessare--de la mia parlazione.
Porto getti de sparvire,--sonagliando nel mio gire; nova danza ce pò udire--chi sta presso a mia stazone.
Da poi ch'i' me so colcato,--revoltome ne l'altro lato, nei ferri so zampagliato,--engavinato en catenone.
Agio un canestrello apeso--che dai sorci non sia offeso, cinque pani, al mio parviso,--pò tener lo mio cestone.
Lo cestone sta fornito--sette de lo dí transíto, cepolla per appetito,--nobel tasca de paltone.
Po' che la nona è cantata,--la mia mensa apparecchiata; omne crosta è radunata--per empir mio stomacone.
Rècamese la cocina,--messa en una mia catina; puoi ch'abassa la ruina,--bevo e 'nfondo el mio polmone.
Tanto pane enante affetto,--che n'è statera un porchetto; ecco vita d'uomo stretto,--nuovo santo Ilarione.
La cocina manecata,--ecco pesce en peverata; una mela me c'è data--e par taglier de storione.
Mentre mangio ad ura ad ura--sostegno grande freddura, lèvome a l'ambiadura--stampiando el mio bancone.
Paternostri otto a denaro--a pagar lo tavernaro; ch'io non agio altro tesaro--a pagar lo mio scottone.
Se ne fosser proveduti--gli frati che son venuti en corte pro argir cornuti,--che n'avesser tal boccone!
Se n'avesser cotal morso,--non faríen cotal discorso; en gualdana corre el corso--per aver prelazione.
Povertate poco amata,--pochi t'hanno desponsata, se se porge vescovata--che ne faccia arnunzascione.
Alcun è che perde el monno,--altri el lassa como a sonno, altri el caccia en profonno:--diversa han condizione.
Chi lo perde è perduto,--chi lo lassa è pentuto, chi lo caccia ha 'l proferuto,--èglie abominazione.
L'uno stando gli contenne,--l'altri dui arprende arprende, se la vergogna se spenne,--vederai chi sta al passone.
L'ordene sí ha un pertuso--ch'a l'uscir non è confuso, se quel guado fusse archiuso--starían fissi al magnadone.
Tanto so gito parlando,--corte i Roma gir leccando, c'ho ragionto alfin lo bando--de la mia presunzione.
Iaci, iaci en esta stia--come porco de grassía! lo natal non trovería--chi déme lieve paccone.
Maledicerá la spesa--lo convento che l'ha presa; nulla utilitá n'è scesa--de la mia reclusione.
Faite, faite que volite,--frati che de sotto gite; ca le spese ce perdite,--prezo nullo de prescione.
Ch'aio grande capitale,--ché me so uso de male, e la pena non prevale--contra lo mio campione.
Lo mio campion è armato,--del mio odio scudato, non pò esser vulnerato--mentre ha collo lo scudone.
O mirabel odio mio,--d'omne pena hai signorío, nullo recepi engiurío,--vergogna t'è esaltazione.
Nullo te trovi nemico,--onnechivegli hai per amico; io solo me so l'inico--contra mia salvazione.
Questa pena che m'è data--trent'ann'è che l'agio amata; or è gionta la giornata--d'esta consolazione.
Questo non m'è orden novo,--ché 'l capuccio longo arprovo, ch'anni diece enteri truovo--ch'i' 'l portai gir bizocone.
Loco feci el fondamento--a vergogne e schirnimento; le vergogne so co vento--de vessica de garzone.
Questa schiera è sbarattata,--la vergogna è conculcata, Iacovon la sua masnata--curre al campo al gonfalone.
Questa schiera mess'è 'n fuga,--venga l'altra che succurga; se nul'altra non ne surga,--anco attende al padiglione.
Fama mia, t'aracomando--al somier che va raghiando, puo' la coda sia 'l tuo stando--e quel te sia per guidardone.
Carta mia va', metti banda,--Iacovon pregion te manda en corte i Roma, ché se spanda--en tribú, lengua e nazione.[2]
NOTE:
[2] Questa stanzia sequente era piú in certi libri:
E di' co iaccio sotterrato,--en perpetuo carcerato; en corte Roma ho guadagnato--sí bon beneficione.
(Nota del Bonaccorsi).
LVI
EPISTOLA A PAPA BONIFAZIO OTTAVO
O papa Bonifazio,--io porto el tuo prefazio e la maledizione--e scomunicazione.
Colla lengua forcuta--m'hai fatta sta feruta, che colla lengua ligni--e la piaga me stigni.
Ché questa mia feruta--non può esser guaruta per altra condizione--senza assoluzione.
Per grazia te peto--che me dichi:--Absolveto-- e l'altre pene me lassi--fin ch'io del mondo passi.
Puoi, se te vol provare--e meco esercitare, non de questa materia,--ma d'altro modo prelia.
Se tu sai sí schirmire--che me sacci ferire, tengote bene esperto--se me fieri a scoperto.
Ch'aio doi scudi a collo--e, se io non me li tollo, per secula infinita--mai non temo ferita.
El primo scudo sinistro,--l'altro sede al diritto; lo sinistro scudato--lo diamante ha provato.
Nullo ferro ci aponta,--tanto c'è dura pronta! Questo è l'odio mio,--ionto a l'onor di Dio.
Lo diritto scudone--d'una pietra en carbone, ignita como fuoco--d'uno amoroso iuoco.
Lo prossimo en amore--d'uno enfocato ardore; se te vuoli fare enante,--puòlo provare 'nestante.
E, quanto vol, t'abrenca,--ch'io co l'amar non venca; volentiere te parlára,--credo che te iovára.
Vale, vale, vale,--Dio te tolla omne male, e díelome per grazia--ch'io 'l porto en lieta facia.
Finisco lo trattato--en questo loco lassato.
LVII
EPISTOLA SECONDA AL PREFATO PAPA
Lo pastor per mio peccato--posto m'ha fuor de l'ovile, non me giova alto belato--che m'armetta per l'ostile.
O pastor, co non te sveghi--a questo alto mio belato? che me tragi de sentenza--de lo tuo scomunicato, de star sempre empregionato;--se esta pena non ce basta, puoi ferire con altra asta,--como piace al tuo sedile.
Longo tempo agio chiamato,--ancora non fui audito; scrissete nel mio dittato--de quel non fui esaudito; ch'io non stia sempre amannito--a toccar che me sia operto; non arman per mio defetto--ch'io non arentri al mio covile.
Come 'l cieco che clamava--da passanti era sprobrato, maior voce esso iettava:--Miserere, Dio, al cecato. --Que adimandi che sia dato?--Meser ch'io revegia luce, ch'io possa cantar a voce--quello osanna puerile.--
Servo de centurione,--paralitico en tortura, non so degno ch'en mia casa--sí descenda tua figura; bastame pur la scrittura--che sia ditto:--Absolveto.-- Ché 'l tuo ditto m'è decreto--che me tra' fuor del porcile.
Troppo iaccio a la piscina--al portico de Salamone; grandi moti sí fa l'acqua--en tanta perdonazione; è passata la stagione,--prestolo che me sia detto; ch'io me lievi e toll'al letto--ed artorni al mio casile.
Co malsano, putulente,--deiattato so dai sane, né an santo né a mensa--con om san non mangio pane; peto che tua voce cane--e sí me dichi en voglia santa: --Sia mondata la tua tanta--enfermetate malsanile!--
So vessato dal demonio,--muto, sordo deventato; la mia enfermetate pete--ch'en un ponto sia curato, che 'l demonio sia fugato--e l'audito me se renna e sia sciolta la mia lengua--che legata fo con:--Sile!--
La puella che sta morta--en casa del sinagogo, molto peio sta mia alma,--de sí dura morte mogo! Che porgi la man rogo--e sí me rendi a san Francesco, ch'esso me remetta al desco--ch'io riceva el mio pastile.
Deputato so en enferno--e so gionto giá a la porta; la mia mate Relione--fa gran pianto con sua scorta; l'alta voce udir oporta--che me dica:--Vechio, surge!-- Ch'en cantar torni luge,--che è fatto del senile.
Como Lazaro soterrato--quattro dí en gran fetore, né Maria ce fo né Marta--che pregasse 'l mio Signore; puolse far per suo onore--che me dica:--Veni fuora!-- Per l'alta voce decora--sia remisso a star coi file.
Un empiasto m'è 'nsegnato--e dittome che pò giovare; quel da me è delongato--non gli posso ademandare; scrivogli nel mio dittare--che me degia far l'aiuto: che lo 'mpiasto sia compiuto--per la lengua de fra Gentile.
LVIII
EPISTOLA TERZIA AL PREFATO PAPA DA POI CH'EL FO PRESO
O papa Bonifazio,--molt'hai iocato al mondo; penso che giocondo--non te porrai partire.
El mondo non ha usato--lassar li suoi serventi che a la sceverita--se partano gaudenti; non fará legge nova--de fartene esente, che non te dia i presente--che dona al suo servire.
Ben me lo pensava--che fusse satollato d'esto malvascio ioco--ch'al mondo hai conversato; ma, poi che tu salisti--en officio papato, non s'aconfé a lo stato--essere en tal desire.
Vizio enveterato--convèrtese en natura: de congregar le cose--grande hai avuta cura; or non ce basta el licito--a la tua fame dura, messo t'èi a robbatura--como ascaran rapire.
Pare che la vergogna--derieto aggi gettata, l'alma e 'l corpo hai posto--ad levar tua casata; omo ch'en rena mobile--fa grande edificata, subito è ruinata--e non gli può fallire.
Como la salamandra--se renuova nel fuoco, cusí par che gli scandali--te sian solazo e giuoco; de l'anime redente--par che te curi puoco; ove t'aconci el luoco,--saperálo al partire.
Se alcuno vescovello--può niente pagare, mettegli lo flagello--che lo vogli degradare; poi lo mandi al camorlengo--che se degia accordare, e tanto porría dare--che 'l lasserai redire.
Quando nella contrata--t'aiace alcun castello, 'nestante metti screzio--entra frate e fratello; a l'un getti el brazo en collo,--a l'altro mostre 'l coltello, se non assente al tuo appello,--menaccel de ferire.
Pensi per astuzia--el mondo dominare, que ordene un anno,--l'altro el vedi guastare; el mondo non è cavallo--che se lasse enfrenare, che 'l possi cavalcare--secondo el tuo volere.
Quando la prima messa--da te fo celebrata, venne una tenebría--en tutta la contrata; en santo non remase--lumiera arapicciata, tal tempesta è levata--lá 've tu stave a dire.
Quando fo celebrata--la coronazione, non fo celato al mondo--quello che ce scontròne; quaranti omini fôr morti--a l'uscir de la mascione, miracolo Dio mostròne--quanto gli eri en piacere.
Reputavete essere--lo piú sufficiente de sedere en papato--sopra onn'om vivente; chiamavi santo Pietro--che fosse respondente se esso sapea niente--respetto el tuo sapere.
Poneste la tua sedia--da parte d'aquilone, de contra Dio altissimo--fo la tua entenzione; subito hai ruina,--sei preso en tua magione, e nullo se trovòne--a poterte guarire.
Lucifero novello--a sedere en papato, lengua de blasfemia--che 'l mondo hai venenato, che non se trova spezie,--bruttura de peccato, lá 've tu se' enfamato--vergogna è a proferire.
Poneste la tua lengua--contra la relione, a dicer la blasfemia--senza nulla cagione; e Dio sí t'ha somerso--en tanta confusione, che onom ne fa canzone--tuo nome a maledire.
O lengua macellaia--a dicer villania, remproperar vergogne--con grande blasfemía, né emperator né rege--chi voi altri se sia, da te non se partía--senza crudel ferire.
O pessima avarizia,--sete enduplicata, bever tanta pecunia,--non esser saziata; non ce pensavi, misero,--a cui l'hai congregata; ché tal la t'ha robbata--che non te era en pensiere.
La settimana santa,--che onom stava en planto, mandasti tua fameglia--per Roma andar al salto, lance andar rompendo,--facendo danza e canto; penso ch'en molto afranto--Dio te degia punire.
Entro per santo Petro--e per Santa Santoro mandasti tua fameglia--facendo danza e coro; li peregrini tutti--scandalizati fuoro, maledicendo tuo oro--e te e tuo cavalliere.
Pensavi per augurio--la vita perlongare; anno, dí né ora--omo non pò sperare; vedemo per lo peccato--la vita stermenare, la morte appropinquare--quand'om pensa gaudere.
Non trovo chi recordi--nullo papa passato ch'en tanta vanagloria--esso sia delettato; par che 'l timor de Dio--derieto aggi gettato, segno è de desperato--o de falso sentire.
LIX
DE LA SANTA POVERTÁ SIGNORA DE TUTTO
Povertade enamorata,--grand'è la tua signoria.
Mia è Francia ed Inghilterra,--enfra mar aggio gran terra, nulla me se move guerra,--sí la tengo en mia balía.
Mia è la terra de Sassogna,--mia è la terra de Guascogna, mia è la terra de Borgogna--con tutta la Normandia.
Mio è 'l renno Teotonicoro,--mio è 'l renno Boemioro, Ibernia e Dacioro,--Scozia e Fresonía.
Mia è la terra de Toscana,--mia è la valle spoletana, mia è la Marca anconetana--con tutta la Schiavonía.
Mia è la terra cicigliana,--Calabria e Puglia piana, Campagna e terra romana--con tutto 'l pian de Lombardia.
Mia è Sardenna e renno Cipri,--Corseca e quel de Creti, de lá del mar gente infiniti--che non saccio lá 've stia.
Medi, persi ed elamiti,--iacomini e nestoriti, giurgiani, etiopiti,--India e Barbaría.
Le terre ho dato a lavoranno,--a li vasalli a coltivanno, gli frutti dono en anno en anno,--tant'è la mia cortesia.
Terra, erbe con lor colori,--arbori e frutti con sapori, bestie, miei servitori,--tutte en mia befolcaría.
Acque, fiumi, lachi e mare,--pescetegli e lor notare, aere, venti, ucel volare,--tutti me fonno giollaría.
Luna, sole, cielo e stelle--fra miei tesor non son covelle, de sopra cielo sí ston quille--che tengon la mia melodia.
Poi che Dio ha 'l mio velle,--possessor d'onnecovelle, le mie ale on tante penne--de terra en cielo non m'è via.
Poi el mio voler a Dio è dato,--possessor so d'onne stato, en lor amor so trasformato,--ennamorata cortesia.
LX
DE LA SANTA POVERTÁ E SUO TRIPLICE CIELO
O amor de povertate,--regno de tranquillitate!
Povertate, via secura,--non ha lite né rancura, de latron non ha paura--né de nulla tempestate.