Le Laude secondo la stampa fiorentina del 1490
Chapter 6
--Mesere, ecco l'omo sí sozato e de sí vilissima sozura, s'egli en prima non fosse lavato, non si porría soffrir la sua fetura; or non se tarde ad esser medicato; se tu nol fai, non è chi n'aggia cura; da tutta gente sí è desperato e semivivo sta en gran frantura.
--Uno bagno molto prezioso aggio ordenato, al mio parire; che non sia l'omo tanto salavoso che piú che neve nol faccia parire: lo battesmo santo glorioso, che d'omne male fa l'omo guarire; chi se ne lava, serane avetoso, se non recade per lo suo fallire.--
Iustizia, odendo questo fatto: --Mesere, io me voglio satisfare; l'omo sí fará meco el contratto che servo se deggia confessare; pensosse esser Dio rompendo 'l patto, voglio che se deggia umiliare; che fede me prometta e sirá atto ad omnia ch'io voglio comandare.
--Respondi, omo, e di' ciò che te pare, se voli fare la promissione. --Meser, ed io prometto de servare, renunzo al demone ed a sua magione; fede te prometto conservare en omne gente ed en omne stagione; credo per fede poterme salvare e senza fede aver dannazione.
--Meser, ecco l'uomo baptizato. èglie oporto forza con mastría, che contra lo Nemico sia armato che possa stare en sua cavallaría; ché lo Nemico è tanto esercitato, vencerallo per forza o per falsía; se da te non fosse confirmato, 'nestante sí pigliára mala via.
--Mesere, quando l'om fece fallanza, sí me ferío molto duramente; stoltamente pose sua speranza ch'io non faría vendetta, al suo parvente; voglio che conosca la fallanza, e giammai non gli esca de mente, segno porti en fronte en remembranza quanto 'l peccato sí m'è dispiacente.
--Meser, volontiere ne porto segno ch'io so reformato a tua figura; vedendome signato, lo Malegno non ma' potèra con sua fortura. --Ed io nella tua fronte croce segno de crismate salute a tua valura; confòrtate, combatte ch'io do regno a quel ch'en mia schiera ben adura.--
La Misericordia è parlante: --Meser, l'omo ha tanto degiunato, che se de cibo non fusse sumante, la debeleza l'ha giá consumato. --Ed io li do lo mio corpo avenante, el sangue ch'è uscito del mio lato, pane e vino en sacramento stante che da lo preite sará consecrato.--
Iustizia ce pete la sua parte: --'Nante che l'omo se deggia cibare, de caritate me fará le carte ch'esso Dio sopr'omnia deggi amare, el prossimo con Dio abbracciante e sempre omne suo ben desiderare. --Meser, ed io prometto de ciò farte ch'io ne so tenuto e deggiol fare.--
La Misericordia non fina ademandare la necessitate: --Meser, se l'omo cadesse en ruina, como faría de quell'infermitate? --Ordenata gli ho la medicina: la Penetenza, ch'è de tua amistate; se mai lo repigliasse la malina, recorra a lei: averá sanetate.--
Iustizia ce pete la sua sorte: --Meser, io deggio stare a questa cura; l'omo me sosterrá fin a la morte a patir pena ed omne ria sciagura. --Meser, ed io prometto de star forte ad omne pena non sia tanto dura; s'io obedisco, oprirai le porte del ciel qual perdei per mia fallura.
--Meser, l'omo è vestito de cargne e nella carne pate grand'arsura; se la concupiscenzia lui affragne, dáglie remedio nella sua affrantura. --Mogli' e marito, ensemora compagne, usaranno enseme con paura che lor concupiscenzia non cagne lo entelletto de la mente pura.
--Meser, se 'l matrimonio se usa con la temperanza che è virtute, la sua alma non sirá confusa, e camperá de molte rei cadute. --Mesere, la mia carne è viziosa, sforzarolla a tutte mie valute, perché la sua amistate m'è dannosa e molte gente son per lei perdute.--
La Misericordia non posa la necessitate ademandare: --Meser, ordenate questa cosa per chine sí se deggia dispensare. --Autoritate sí do copiosa ai preiti che lo deggian ministrare, de benedire e consecrare osa e de potere asciogliere e ligare.--
Iustizia, odendo questa storia, si dice che nulla cosa vale se de prudenza che virtute flòria non è vestito lo sacerdotale, e d'essa sia adornata la memoria; omo ch'è preite salga sette scale, e sia spogliato d'omne mala scoria, ch'a terra non deduca le sue ale.
La Misericordia, vedendo la battaglia dura del finire, li tre nemici ensemor convenendo, ciascuno sí la briga de ferire: --Meser, dacce aiuto defendendo, che l'omo se ne possa ben schirmire. --Olio santo ne l'estremo ungendo lo Nemico non lo porrá tenire.--
Iustizia ce rieca una virtute che molto bisogna a questo fatto, la Fortetute contra rei ferute sí ce speza e dice al gioco: «matto»; le Sacramenta, ensemor convenute, con le Virtute hanno fatto patto de star ensieme e non sian devedute, e la Iustitia sí ne fa 'l contratto.
Iustizia sí ademanda l'atto de la virtute en tutto suo piacere, e la Misericordia tal fatto per nulla guisa nol pò adempire; ma se con li Doni pò fare patto, ha deliberato de exercire; ensemora domandan questo tratto a Cristo che ce degia sovenire.
Ad esercitare la caritate lo don de sapienzia c'è dato, e la speranza ch'è d'alta amistate, lo don de lo 'ntelletto c'è donato; la fede che gli cieli ha penetrate lo don de lo conseglio c'è albergato; li Doni e le Virtute congregate ensemor hanno fatto parentato.
La Iustizia ad esercitare lo don de la forteza sí li dona; ma la Prudenza bella non ce pare, se 'l don de la scienzia non sona; la Temperanza non pò bene stare se 'l don de pietate non gli è prona; la Fortetute non pò ben andare se 'l don de lo timore non la zona.
De la Fede e de lo Conseglio lo povero de spirito è nato; Forteza e Timore fatt'hanno figlio, beato mito en tutto desprezato; Iustizia e Forteza, lor simiglio, beato lutto hanno generato; Prudenza e Senno hanno fatto piglio, fame de iustizia han apportato.
De la Temperanza e Pietate la Misericordia ne è nata; de lo 'ntelletto spene alta amistate mundicia de core on generata; de la Sapienzia e Caritate la pace de core si è tranquillata; or preghimo l'alta Trinitate che ne perdoni le nostre peccata.
XLIV
DE LE PETIZIONE CHE SONO NEL PATERNOSTRO
En sette modi, co a me pare,--distinta è orazione; como Cristo la 'nsegnòne--en paternostro sta notata.
La prima orazione,--che a Dio l'om degia fare, che lo nome suo ch'è santo--en noi degia santificare; cristiani ne fe' vocare,--en Cristo sim battizati, ché siam purificati--con la vita immaculata.
La seconda orazione,--onde de' esser pregato, ch'esso venga ad abitare--lo cor nostro consecrato; e sèrvise poi sí mundato,--ch'esso ce possa regnare; siría laido l'allecerare--poi ch'è fatta la 'nvitata.
La terza orazione,--che 'l Signor ne volse dire, com'è obedito en cielo--en terra se degia obedire: 'nanteposto el suo volere--ad omne cosa che sia, l'alma e 'l corpo en sua balía--sub la legge sua servata.
La quarta che pete el pane,--tre pan trovo ademandate: lo primo è devozione,--l'alme en Dio refocillate; l'altro pan è el sacramento--ne l'altare consecrate, l'altro pan ciascun mangia--o' nostra vita è sostentata.
El primo pan tien con Dio--nella sua gran delettanza; l'altro è 'l prossimo abracciato--nella fedel congreganza; l'altro sí ne dá abondanza--nella vita che menamo, che refezion agiamo--en omne cosa ch'è ordenata.
La quinta, che pete a Dio--perdonanza del peccato; mala fronte glie porta enante--chi col frate sta turbato: ch'en suo figliol s'adottato,--tu porti sotta 'l coltello, oderai lo mal appello--se i vai 'nante en ambasciata.
Bona fronte glie porta 'nante--chi ha 'l prossimo en amore; se glie pete perdonanza--che sia stato peccatore, fali piena lo Signore--e la grazia sua li dona; questa perdonanza bona--con la sua s'è acompagnata.
La sesta che no ne lasse--enducere en tentazione; ché se esso n'abandona,--sem menati a la pregione: carne, mondo, li demòne--ciascun fa sua legatura, en quanta ne mena bruttura--lo mio cor non l'ha stimata.
Se 'l Signor con noi demora,--piovan, nenguan le battaglie, ciascuna ne dá guadagno--de vittoria en travaglie; fa fugar quelle sembiaglie--de quigli forti nemici, fanne deventar felici--la sua bona compagnata.
La settima orazione--che ne campi dagli mali, de le colpe e degl peccati--che è fuore d'enfernali, e de mali exterminali--che stan giú in quella fornace: omne cosa che despiace--loco sí sta cumulata.
XLV
COMO DIO APPARE NE L'ANIMA EN CINQUE MODI
En cinque modi appareme--lo Signor en esta vita; altissima salita--chi nel quinto è entrato.
Lo primo modo chiamolo--stato timoroso, lo secondo pareme--amor medecaroso, lo terzo amore pareme--viatico amoroso, lo quarto è paternoso,--lo quinto è desponsato.
Nel primo modo appareme--nell'alma Dio Signore; da morte suscitandola--per lo suo gran valore, fuga la demonia--che me tenean 'n errore, contrizion de cuore--l'amor ci ha visitato.
Poi vien como medico--ne l'alma suscitata, confortala ed aiutala,--ché sta sí vulnerata; le sacramenta ponece--che l'hanno resanata, ché l'ha cusí curata--lo medico ammirato.
Como compagno nobile--lo mio amor apparuto, de trarme de miseria--donarme lo suo aiuto, per le virtute mename--en celestial saluto; non degio star co muto,--tanto bene occultato.
Lo quarto modo appareme--como benigno pate, cibandome de donora--de la sua largitate; da poi che l'alma gusta--la sua amorositate, sente la redetate--de lo suo paternato.
Lo quinto amore mename--ad esser desponsata, al suo Figliol dolcissimo--essere copulata; regina se' degli angeli,--per grazia menata, en Cristo trasformata--en mirabel unitato.
XLVI
COMO L'ANIMA PER FEDE VIENE A LE COSE INVISIBILE
Con gli occhi ch'agio nel capo--la luce del dí mediante a me representa denante--cosa corporeata.
Con gli occhi ch'agio nel capo--veggio 'l divin sacramento, lo preite me mostra a l'altare,--pane sí è en vedemento; la luce ch'è de la fede--altro me fa mostramento agli occhi mei c'ho dentro--en mente razionata.
Li quattro sensi dicono:--Questo si è vero pane.-- Solo audito resistelo,--ciascun de lor fuor remane, so' queste visibil forme--Cristo occultato ce stane, cusí a l'alma se dáne--en questa misteriata.
Como porría esser questo?--vorríal veder per ragione, l'alta potenzia divina--somettiriti a ragione; piacqueglie lo ciel creare--e nulla ne fo questione; voi que farite entenzone--en questa sua breve operata?
A lo 'nvisibile cieco--vien con baston de credenza, a lo divin sacramento--vienci con ferma fidenza; Cristo che lí ce sta occulto--dátte la sua benvolenza, e qui se fa parentenza--de la sua grazia data.
La corte o' se fon ste noze--sí è questa chiesa santa, tu vien' a lei obedente--ed ella de fé t'amanta; poi t'apresenta al Signore,--essa per sposa te planta, loco se fa nova canta--ché l'alma per fé è sponsata.
E qui se forma un amore--de lo envisibile Dio; l'alma non vede, ma sente--che glie despiace onne rio; miracol se vede infinito:--lo 'nferno se fa celestío, prorompe l'amor frenesío--piangendo la vita passata.
O vita mia maledetta,--mondana, lussuriosa, vita de scrofa fetente,--sozata en merda lotosa, sprezando la vita celeste--de l'odorifera rosa, non passerá questa cosa--ch'ella non sia corrottata.
O vita mia maledetta,--villana, entrata, soperba, sprezando la vita celeste--a Dio stata so sempre acerba, rompendo la lege e statuti,--le sue santissime verba, ed esso de me fatt'ha serba,--ché non m'ha a lo 'nferno dannata.
Anima mia, que farai--de lo tuo tempo passato? non è dannagio da gioco--ch'ello non sia corrottato; planti, sospiri e dolori--sirágione sempre cibato; lo mio gran peccato--ch'a Dio sempre so stata engrata.
Signor, non te veio, ma veio--che m'hai en altro om mutato; l'amor de la terra m'hai tolto,--en cielo sí m'hai collocato; te dagetor non vegio,--ma vegio e tocco 'l tuo dato, ché m'hai lo corpo enfrenato--ch'en tante bruttur m'ha sozata.
O castitate, que è questo--che t'agio mo en tanta placenza? ed onde speregia esta luce--che data m'ha tal conoscenza? vien de lo patre de lumi--che spira la sua benvoglienza e questo non è fallenza--la grazia sua c'ha spirata.
O povertate, que è questo--che t'agio mo en tanto piacire, ca tutto lo tempo passato--orribel me fosti ad udire? piú m'affligea che la freve--quando venea 'l tuo pensire, ed or t'agio en tanto desire,--che tutta de te so enamata.
Venite a veder meraveglia--che posso mo el prossimo amare, e nulla me dá mo graveza--poterlo en mio danno portare; e de la iniuria fatta--lebbe sí m'è el perdonare; e questo non m'è bastare--se non so en suo amor enfocata.
Venite a veder meraveglia--che posso mo portar le vergogne, che tutto 'l tempo passato--sempre da me fuor da logne; or me dá un'alegreza,--quando vergogna me iogne, però che con Dio me coniogne--nella sua dolce abracciata.
O fede lucente, preclara,--per te so venuto a sti frutti; benedetta sia l'ora e la dine--ch'io credetti a li toi mutti; parme che questa sia l'arra--de trarme a ciel per condutti; l'affetti mei su m'hai redutti--ch'io ami la tua redetata.
XLVII
DE LA BATTAGLIA DEL NEMICO
Or udite la battaglia--che me fa el falso Nemico, e serave utilitate--se ascoltáti quel ch'io dico.
Lo Nemico sí me mette--sutilissima battaglia, con quel venco sí m'afferra,--sí sa metter sua travaglia.
Lo Nemico sí me dice:--Frate, frate, tu se' santo; grande fama e nomenanza--del tuo nome è en onne canto.
Tanti beni Dio t'ha fatti--per novello e per antico, non gli t'avería mai fatti--se nogl fossi caro amico.
Per ragione te demostro--che te pòi molto alegrare, l'arra n'hai del paradiso--non ne pòi mai dubitare.
--O Nemico engannatore,--como c'entri per falsía! fusti fatto glorioso--en quella gran compagnia.
Molti beni Dio te fece--se gli avessi conservati; appetito sciordenato--su del ciel t'ha trabocato.
Tu diavol senza carne,--ed io demone encarnato, c'agio offes'el mio Signore--non so el numero del peccato.--
El Nemico non vergogna,--a la stanga sta costante, con la mia responsione--sí me fere duramente.
--O bruttura d'esto mondo,--non vergogni de parlare, c'hai offeso Dio e l'omo--en molte guise per peccare?
Io offesi una fiata,--enestante fui dannato, e tu, pieno de peccato,--pènsete d'essere salvato?
--O Nemico, giá non penso--per mio fatto de salvare, la bontate del Signore--sí me fa de lui sperare.
So securo che Dio è bono,--la bontá de' essere amata, la bontate sua m'ha tratta--d'esser de lui 'namorata.
Se giamai non me salvasse--non de' essere meno amato; ciò che fa lo mio Signore--si è iusto ed èmme a grato.--
Lo Nemico sí remuta--en altra via tentazione: --Quando farai penitenza,--se non prendi la stascione?
Tu engrassi questa carne--a li vermi en sepultura, deveríla cruciare--en molta sua mala ventura.
Non curar piú d'esto corpo,--ché la cura n'ha 'l Signore né de cibo né de vesta--non curar del malfattore.
--Falsadore, io notrico--lo mio corpo, no l'occido; de la tua tentazione--beffa me ne faccio e rido.
Io notrico lo mio corpo--che m'aiuta a Dio servire, a guadagnar quella gloria--che perdesti en tuo fallire.
--Gran vergogna è a te fallace--sostener carne corrutta, la battaglia cusí dura--guadagnar lo ciel per lutta.
Tu me par che si' indiscreto--per lo modo che tu fai, cruciar cusí el tuo corpo--e de lui cagion non hai.
Tu deveri aver cordoglio,--ché è vecchio e descaduto, non deveri poner soma--né che solva piú tributo.
Tu deveri amar lo corpo--como ami l'anima tua, ché t'è grande utilitate--la prosperitate sua.--
--Io notrico lo mio corpo--dargli sua necessitate, accordati simo ensieme--che vivamo en castitate.
Per l'astinenza ordenata--el corpo è deventato sano, molte enfirmitá ha carite--che patea quand'era vano.
Tutta l'arte medicina--sí se trova en penetenza, che gli sensi ha regolati--en ordenata astinenza.
--Un defetto par che aggi--che è contra la caritate; degli pover vergognosi--non par ch'agi pietate.
Tu deveri toller frate--che te voi l'om tanto dare, sovenir a besognosi--che vergognan demandare.
E faríe utilitate--molto grande al daitore, e siría sostentamento--grato a lo recepetore.
--Non so piú che m'è tenuto--lo mio prossimo d'amare, e per me l'agio arnunzato--per potere a Dio vacare.
S'io pigliasse questa cura--per far loro acattaría, perdería la mia quiete--per lor mercatantaría.
S'io tollesse e daesse,--nogl porría mai saziare, e turbára el daitore--non contento del mio dare.
--Un defetto par che agi--del silenzo del tacere, multi santi per quiete--nel deserto volser gire.
Se tu, frate, non parlassi--siría edificazione, molta gente convertèra--ne la tua amirazione.
La Scrittura en molte parte--lo tacere ha commendato, e la lengua spesse volte--fa cader l'om en peccato.
--Tu me par che dichi vero,--se bon zelo te movesse; en altra parte vòi ferire--s'io a tua posta tacesse.
Lo tacere è vizioso--chello o' l'om déi parlare: lo tacer lo ben de Dio--quando 'l deve annunziare.
Lo tacer ha 'l suo tempo,--el parlar ha sua stagione, curre omo questa vita--fin a consumazione.
--Un defetto par che agi:--che lo ben non sa' occultare, el Signor te n'amaestra--ch'en occulto el degi fare.
De far mostra l'om del bene--pare vanaglorioso, el vedente exdificato--demostrarli l'om tal oso.
Lo Signore che te vede--esso sí è 'l pagatore, non far mostra al tuo frate--che sia tratto a farte onore.
--La mentale orazione--quella occulta rendo a Dio, e lo cor serrat'ha l'uscio,--ché nol vegia el frate mio.
Ma la orazion vocale--quella el frate deve audire: ché siría exdificato,--se la volesse tacire.
Non se deggon occultare--opere de pietate, se al frate l'occultasse,--cadería en impietate.
--Frate, frate, haime vento:--non te saccio piú que dire: veramente tu se' santo,--sí te sai da me coprire!
Non trovai ancor chivelli--ch'esso m'agia sí abattuto; en tante cose t'ho tentato--ed en tutte m'hai venciuto.
Tal m'hai concio a questa volta--che de me sí sta securo; che giamai a te non torno,--sí t'agio trovato duro!
--Or è bono a far la guarda--che m'hai data securtate; omne cosa che tu dici,--sí è pien de falsitate.
Se en tuo ditto me fidasse,--piú siría che pazo e stolto ché da onne veritate--sí se' delongato molto.
Io faraio questa guarda,--che staraio sempre armato contra te, falso Nemico,--ed encontra lo peccato.
Or te guarda, anima mia,--che 'l Nemico non t'enganni ché non dorme né cotoza--per farte cadere nei banni.
XLVIII
DE L'INFIRMITÁ E MALI CHE FRATE IACOPONE DEMANDAVA PER ECCESSO DE CARITÁ
O Signor, per cortesia,--mandame la malsanía!
A me la freve quartana,--la contina e la terzana, la doppia cotidiana--colla grande idropesía.
A me venga mal de dente,--mal de capo e mal de ventre, a lo stomaco dolor pungente,--en canna la squinantía.
Mal de occhi e doglia de fianco--e l'apostèma al lato manco tiseco me ionga en alco--ed omne tempo la frenesía.
Agia el fegato rescaldato,--la milza grossa, el ventre enfiato, lo polmone sia piagato--con gran tossa e parlasía.
A me vengan le fistelli--con migliaia de carboncelli, e li granchi sian quelli--che tutto pieno ne sia.
A me venga la podagra,--mal de ciglia sí m'agrava, la disintería sia piaga--e l'emoroide a me se dia.
A me venga el mal de l'asmo--e ióngasece quel del pasmo, como al can venga rasmo--ed en bocca la grancía.
A me lo morbo caduco--de cadere en acqua e 'n foco, e giamai non trovi loco--ch'io afflitto non ce sia.
A me venga cechitate,--muteza e sorditate, la miseria e povertate--ed onne tempo en trappería.
Tanto sia el fetor fetente,--che non sia nul om vivente che non fuga da me dolente,--posto en tanta enfermaría.
En terribile fossato,--che Regoverci è nominato, loco sia abandonato--da onne bona compagnía.
Gelo, grandine, tempestate,--fulguri, troni, oscuritate, non sia nulla aversitate--che me non agia en sua balía.
Glie demonia enfernali--essi sian mei ministrali, che m'exerciten li mali--c'ho guadagnati a mia follía.
Enfin del mondo a la finita--sí me duri questa vita, e poi, a la sceverita,--dura morte me se dia.
Elegome en sepultura--ventre de lupo en voratura, e le reliquie en cacatura--en spineta e rogaría.
Gli miracol po' la morte--chi ce vien agia le scorte, e le vessazion forte--con terribel fantasía.
Onom che m'ode mentovare--sí se degia stupefare, colla croce sé signare--ché mal contro non sia en via.
Signor mio, non è vendetta--tutta la pena c'ho detta, ché me creasti en tua diletta--ed io t'ho morto a villanía.
XLIX
DE LA COSCIENZIA PACIFICATA
O coscienzia mia,--grande me dái mo reposo; giá non è stato tuo oso--per tutto lo tempo passato.
Tutto lo tempo passato,--da poi ch'io me recordo, sempre m'hai tribulato--e vissa meco en descordo; e non èi passata co sordo,--sempre de me mormorando, ed onne mio fatto blasmando--giá non sia tanto occultato.
Da puoi ch'io fui creata,--Dio ordinò mia natura, ed agiola sí conservata,--che non l'ho fallata a nul'ura; iudicio de dirittura--me fu ordenato nel core, scritto ne porto el tenore--de tutto el tuo operato.
Qual è rason che mo tace,--e nulla me dái molesta? hame donato una pace,--sempre con teco agio festa; vita meno celesta,--poi ch'io non t'agio a ribello, ca lo splacer tuo è coltello--ch'entro al merollo ha passato.
Ragion è ch'io deia posare,--poi che 'l iudicio hai fatto; iustizia sí t'è en amare--e messo i e' t'en man entrasatto; e nullo volesti far patto,--ciò che ne fae sí te piace, e loco si fonda la pace--che il mio furor ha placato.
L
DE LA GRANDE BATTAGLIA DE ANTICRISTO
Or se parrá chi averá fidanza! la tribulanza ch'è profetizata, da onne lato vegiola tonare.
La luna è scura, el sole ottenebrato, le stelle del cielo vegio cadere; l'antiquo serpente pare scapolato, tutto lo mondo vegio lui sequire; l'acque s'ha bevute da onne lato, fiume Giordan se spera d'enghiuttire, lo popolo de Cristo devorare.
Lo sole è Cristo che non fa mo segna per fortificare li soi servente; miracoli non vedemo che sostegna la fidelitate nella gente; question ne fa gente malegna, obproprio ne dicon malamente, rendendo lor ragion nogl potem trare.
La luna sí è la ecclesia scurata, la qual la notte al mondo relucía, papa e cardenal con lor guidata; la luce è tornata en tenebría; la universitate clericata è encorsata e pres'ha mala via: o sire Dio, chi porrá scampare?
Le stelle che del cielo son cadute, la universitate reliosa, molte de la via sí son partute, entrate per la via pericolosa; l'acque del diluvio son salute, coperti i monti, sommerso onne cosa; aiuta, Dio, aiuta lo notare!
Tutto el mondo veggio conquassato e precipitando va en ruina; como l'omo che è enfrenetecato, al qual non può om dar medicina, li medici sí l'hanno desperato, ché non glie giova encanto né dottrina, vedemolo en extremo lavorare.