Le Laude secondo la stampa fiorentina del 1490
Chapter 5
So preso d'iracundia--contro lo mio defetto, la pace mostra, ensegname--che so de mal enfetto, pacifico ed iroso--contra lo mio respetto, gran cosa è de star retto--a nulla parte piegare.
Lo delettar abracciame--gustando el desiato, lo tristore abatteme,--sottratto m'è 'l prestato, tristare e delettare--nello suo comitato, lo cor è passionato--en tal pugna abitare.
Se io mostro al prossimo--la mia condizione, scandalizo e turbolo--de mala opinione; s'io vo coperto, vendoglme--e turbo mia magione; questa vessazione--non la posso mucciare.
Despiaceme nel prossimo--se vive sciordenato, e piaceme el suo essere--buono da Dio creato, de stare en lui innoxio--grande è filosofato, lo core è vulnerato--en passionato amare.
L'odio mio legame--a deverme punire, discrezion contrastali--che non deggia perire; de farme bene en odio--or chi l'odí mai dire? altro è lo patire--che l'udir parlare.
Lo degiunare piaceme--e far grande astinenza per macerar mio asino--che non me dia encrescenza; ed esser forte arpiaceme--a portar la gravenza che dá la penitenza--nello perseverare.
Lo desprezare piaceme--e de gir mal vestito; la fama surge, enalzame--de vanitá ferito; da qual parte volvome,--parme d'esser intuíto; aiuta, Dio infinito!--e chi porrá scampare?
Lo contemplare vetame--d'essere occupato, lo tempo a non perderlo--famme enfacendato; or vedete el prelio--ch'ha l'omo nel suo stato! a chi non l'ha provato--non lo pò imaginare.
Piaceme el silenzio,--báilo de la quiete; lo bene de Dio arlegame--e tolleme _silete_; demoro infra le prelia,--non ce saccio schirmete, a non sentir ferete--alta cosa me pare.
La pietá del prossimo--vuol cose a sovenire, l'amor de povertate--gli è ordo ad udire, l'estremitate veggiole--viziose a tenire, per lo megio transire--non è don da giullare.
L'offesa de Dio legame--ad amar la vendetta, la pietá del prossimo--la perdonanza affetta, demoro enfra le forfece,--ciascun coltel m'affetta; abbrevio miei detta--en questo loco finare.
XXXIX
COMO LA VITA DI IESÚ È SPECCHIO DE L'ANIMA
O vita de Iesú Cristo,--specchio de veritate, o mia deformitate--en quella luce vedere!
Pareame essere chevelle,--chevelle me tenea, l'opinion ch'avea--faceame esser iocondo; guardando en quello spechio,--la luce che n'uscía mostrò la vita mia--che giacea nel profondo; venneme pianto abondo,--vedendo smesuranza: quant'era la distanza--fra l'essere e 'l vedere.
Guardando en quello spechio,--vidde la mia essenza: era, senza fallenza,--piena de feditate; viddece la mia fede:--era una diffidenza, speranza, presumenza,--piena de vanitate; vidde mia caritate,--amor contaminato; poi ch'a lui me so specchiato,--tutto me fa stordire.
Guardando en quello spechio,--iustizia mia appare che sia un deguastare--de virtute e de bontate; l'onor de Dio furato,--lo innocente dannare, lo malfattor salvare--e darglie libertate; o falsa iniquitate,--amar me malfattore e de sottrar l'amore--a quel ch'io deve amare.
Guardando en quello spechio,--vidde la mia prudenza: era una insipienza--d'anemalio bruto, la legge del Signore--non avi en reverenza, puse la mia entendenza--al mondo c'ho veduto; or, ad que so venuto,--omo razionale, de farme bestiale--e peggio se può dire!
Guardando en quello spechio,--vidde mia temperanza: era una lascivanza--esfrenata senza frino; gli moti de la mente--non ressi en moderanza, lo cor prese baldanza--voler le cose em pino; copersese un mantino,--falsa discrezione, somerse la ragione--a chi fo data a servire.
Guardando en quello spechio,--vidde la mia forteza: pareame una matteza--de volerne parlare, ca non glie trovo nome--a quella debeleza; quanta è la fieveleza--non so donde me fare; retornome ad plorare--el mal non conosciuto, virtute nel paruto--e vizia latere.
O false opinione,--como presumevate l'opere magagnate--de venderle al Signore? En quella luce divina--poner deformitate sería grande iniquitate--degna de gran furore; partanne da sto errore,--ché non glie piace el mio, 'nante li sconza el sio--quando 'l ce voglio unire.
Iustizia non può dare--ad om ch'è vizioso lo regno glorioso,--ché ce sería splacente; ergo chi non si sforza--ad esser virtuoso, non será gaudioso--con la superna gente; e non varría niente--buon loco a lo 'nfernale, ed al celestiale--luoco nogl può nuocere.
Signore, haime mostrata--nella tua claritate la mia nichilitate--ch'è meno che niente; da questo sguardo nasce--sforzata umilitate legata de vilitate,--voglia non voglia sente; l'umiliata mente--non è per vil vilare, ma en virtuoso amare--vilar per nobilire.
Non posso esser renato--s'io en men non so morto, anichilato en tutto,--el esser conservare del nichil glorioso;--nul om ne gusta frutto se Dio non fa 'l condutto,--ché om non ci ha que fare; o glorioso stare:--en nihil quietato, lo 'ntelletto posato,--e l'affetto dormire!
Ciò c'ho veduto e pensato--tutto è feccia e bruttura, pensando de l'altura--del virtuoso stato; nel pelago ch'io veggio--non ce so notatura, farò somergitura--de l'om ch'è anegato; sommece inarenato--'n'onor de smesuranza, vinto da l'abundanza--del dolce mio Sire.
XL
COMO LI ANGELI DOMANDANO A CRISTO LA CAGIONE DE LA SUA PEREGRINAZIONE NEL MONDO
--O Cristo onnipotente,--dove se' enviato? perché peligrinato--ve sete messo ad andare?
Molto me maraviglio--de questa vostra andata, persona tanto altissima--metterse a desperata; non ne se' stata usata--de volere penare.
--Lo divino consiglio--sí ha deliberato ch'io venga nel mondo--ad om ch'è desformato, e facciace parentato,--ch'io l'ho preso ad amare.
--Que oporto t'ha l'omo--per cui vai fatiganno? Ène da te fugito,--a te non torna danno; déi pagar gran banno,--non lo può satisfare.
--Tutto lo debito c'hane--io sí lo pagheraggio, ed enfra Dio e l'uomo--pace sí metteraggio, e sí la firmaraggio--che non se deggia guastare.
--Como porrai far pace--fra Dio e l'om mondano, ché l'omo vol esser Dio--e Dio vol l'om sottano? E questo è tal trano--che nul om pò placare.
--S'io me faccio omo,--omo ha suo entendimento ed, en quanto omo,--a Dio farò suiacemento; farocce giognemento--ciascun suo consolare.
--Ecco che vien nel mondo,--como vorrai venire? buon è che l'om lo saccia;--facciatelo bannire, ché se possa sentire--como lo vol sanare.
--Io l'ho fatto bannire--ch'ogn'om venga a la scola; la divina scienzia--ensegnar aggio gran gola; e questa è la cagion sola--che l'om voglio amaestrare.
--En prima de la scola,--se ve piace, dicete; ove verrá la gente--a l'albergo ch'avete: bon è che glie narrete,--ché lo possa trovare.
--El nome del mio albergo--di' che è umilitate; omo che vol venire,--trovame en veritate; e le spese dicete--che tutte le voglio fare.
--Ancora me dicete--qual legerite arte; manda per tutto 'l mondo--che se leggan tue carte; vengan poi d'onne parte--a la scola a 'mparare.
--Io ensegno amare,--e questa è l'arte mia; ed omo che la 'mprende,--con Dio fa compagnía; se nol perde a follía,--con lui sta a delettare.
--Ed omo che non ha libro--como porrá emprendere? Ancor non l'audii--ch'om lo trovasse a vendere; rascion porramo ostendere--per nostra scusa mostrare.
--Io son libro de vita--segnato de sette signi; poi ch'io siraggio aperto,--troverai cinque migni, son de sangue vermigni--ove porran studiare.
--Forsa quella scrittura--ha sí forte construtto, che non la porría entendere--chi non fosse ben instrutto; staría tutto derutto--a non potendo pro fare.
--'Nante è la scrittura--che omne studiante sí ce pò ben legere--e proficere enante; notace l'alifante--e l'aino ce pò pedovare.
XLI
COMO LI ANGELI SI MARAVIGLIANO DE LA PEREGRINAZIONE DE CRISTO NEL MONDO
--O Cristo onnipotente,--ove sete enviato? perché poveramente--gite pelegrinato?
--Una sposa pigliai--che dato gli ho 'l mio core; de gioie l'adornai--per averne onore; lassòme a descionore,--famme gire penato.
Io sí l'adornai--de gioie e d'onoranza, mia forma l'assignai--a la mia simiglianza; hame fatta fallanza,--famme gire penato.
Io glie donai memoria--ne lo mio piacemento, de la celeste gloria--glie diei lo 'ntendemento, e voluntá en centro--nel core gli ho miniato.
Puoi glie donai la fede--ch'adempie entendanza, a memoria diede--la verace speranza, e caritate amanza--al voler ordenato.
A ciò che l'esercizio--avesse compimento, lo corpo per servizio--diéglie per ornamento; bello fo lo stromento,--se non l'avesse scordato.
Acciò ch'ella avesse--en que esercitare, tutte le creature--per lei volse creare; donde me deve amare,--hame guerra menato.
A ciò ch'ella sapesse--como sé esercitare, de le quattro virtute--sí la volsi vestire; per lo suo gran fallire--con tutte ha adulterato.
--Signor, se la trovamo--e vole retornare, voli che li dicamo--che gli vol perdonare, ché la possam retrare--del pessimo suo stato?
--Dicete a la mia sposa--che deggia revenire; tal morte dolorosa--non me faccia patire; per lei voglio morire,--sí ne so enamorato.
Con grande piacemento--facciogli perdonanza, rendogli l'ornamento,--donoglie mia amistanza; de tutta sua fallanza--sí me serò scordato.
--O alma peccatrice,--sposa del gran marito, co iaci en esta fece--lo tuo volto polito? co se' da lui fugito--tanto amor t'ha portato?
--Pensando nel suo amore--sí so morta e confusa; poseme en grande onore,--or en que so retrusa! O morte dolorusa,--co m'hai circundato!
--O peccatrice engrata,--retorna al tuo Signore, non esser desperata--ca per te muor d'amore; pensa nel suo dolore--co l'hai d'amor piagato.
--Io aggio tanto offeso,--forsa non m'arvorría; aggiol morto e conquiso;--trista la vita mia! Non saccio ove me sia,--sí m'ha d'amor legato.
--Non aver dubitanza--de la recezione; non far piú demoranza,--non hai nulla cagione; clame tua entenzione--con pianto amaricato.
--O Cristo pietoso,--ove te trovo, amore? Non esser piú nascoso,--ché moio a gran dolore; chi vide el mio Signore?--narrel chi l'ha trovato.
--O alma, noi el trovammo--su nella croce appiso; morto lo ce lassamo--tutto battuto e alliso; per te a morir s'è miso,--caro t'ha comparato!
--Ed io comenzo el corrotto--d'un acuto dolore: amore, e chi t'ha morto?--se' morto per mio amore; o enebriato amore,--ov'hai Cristo empicato?
XLII
COMO L'ANIMA PRIEGA LI ANGELI CHE L'INSEGNINO AD TROVAR IESÚ CRISTO.
--Ensegnatime Iesú Cristo,--ché lo voglio trovare; ch'io l'aggio udito contare--ch'esso è de me 'namorato.
Prego che m'ensegnate--la mia 'namoranza, faccio gran villanía--de far piú demoranza; fatta n'ha lamentanza--de tanto che m'ha 'spettato.
--Se Iesú Cristo amoroso--tu volessi trovare, per la val de vilanza--t'è oporto d'entrare; noi lo potem narrare,--ché molti el ci on albergato.
--Prego che consiglite--lo cor mio tanto afflitto, e la via m'ensignite--ch'io possa tener lo dritto; da poi ch'ad andar me mitto--ch'io non pos'esser errato.
--La via per entrar en vilanza--è molto stretta l'entrata; ma poi che dentro serai,--lebbe t'è poi la giornata; serain'assa' consolata,--se c'entrera' en quello stato.
--Opriteme la porta,--ch'io vogli' entrar en viltate, ché Iesú Cristo amoroso--se trova en quelle contrate; decetel ch'en veritate--molti el ci on albergato.
--Non te lassamo entrare;--iurato l'avem presente che nullo ce può transire--ch'aia veste splacente; e tu hai veste fetente,--l'odor n'ha conturbato.
--Qual è 'l vestir ch'i' aggio--el qual me fa putigliosa? ch'io lo voglio gettare--per esser a Dio graziosa, e como deventi formosa--lo cor n'ho 'nanemato.
--Ora te spoglia del mondo--e d'onne fatto mondano; tu n'èi molto encarcata,--el cor non porti sano; par che l'aggi sí vano--del mondo ove se' conversato.
--Del mondo ch'agio 'l vestire,--vegente voi, me ne spoglio, e nul encarco mondano--portar meco piú voglio; ed omne creato ne toglio--ch'io en core avesse albergato.
--Non ne pari spogliata--como si converría; del mondo non se' desperata,--spene ci hai falsa e ria; spògliate e gettala via,--ché 'l cor non sia reprovato.
--Ed io me voglio spogliare--d'omne speranza ch'avesse, e vogliomene fugire--da om che me sovenesse; megli' è se en fame moresse--che 'l mondo me tenga legato.
--Non ne pari spogliata--che glie ne sia 'n piacemento, de spirital amistanza--grande n'hai vestimento; usate ché getta gran vento--e molti sí ci on tralipato.
--Molto m'è duro esto verbo--lassar loro amistanza; ma veggio che lor usamento--m'arieca alcuna onoranza; per acquistar la vilanza--siragio da lor occultato.
--Non t'è oporto fugire--lor usamento a stagione, ma ètte oporto fugire--de non oprir tua stacione; per uscio entra latrone--e porta el tuo guadagnato.
--Opriteme la porta,--pregove en cortesia, ch'io possa trovar Iesú Cristo--en cui aggio la spene mia; respondemi, amor, vita mia,--non m'eser ormai straniato.
--Alma, poi ch'èi venuta--respondote volontire: la croce è lo mio letto,--lá 've te poi meco unire; sacci si vogl salire--haveráme po' albergato.
--Cristo amoroso, e io voglio--en croce nudo salire; e voglioce abracciato--Signor, teco morire; gaio seram'a patire,--morir teco abracciato.
XLIII
DE LA MISERICORDIA E IUSTIZIA E COMO FU L'OMO REPARATO: E PARLANO DIVERSI.
L'omo fo creato virtuoso, volsela sprezar per sua follía; lo cademento fo pericoloso, la luce fo tornata en tenebría; lo resalire posto è fatigoso; a chi nol vede parglie gran follía, a chi lo passa pargli glorioso, paradiso sente en questa via.
L'omo quando en prima sí peccao, deguastao l'ordene de l'amore; ne l'amor proprio tanto s'abracciao, che 'nantepuse sé al Creatore; la Iustizia tanto s'endegnao, che lo spogliao de tutto suo onore; omne virtute sí l'abandonao, al demone fo dato el possessore.
La Misericordia, vedente che l'omo misero era sí caduto, de lo cademento era dolente, ché con tutta sua gente era perduto; gli suoi figliuoli aduna mantenente, ed ha deliberato de l'aiuto; mandagli messaggio de sua gente ca l'omo misero sia subvenuto.
La Misericordia sí ha mandata de la sua gente fedel messagiera che vada ad omo en quella contrada che de lo desperare ferito era; madonna Penetenza c'è trovata, de tutta la sua gente fatt'ha schiera; e descurrendo porta l'ambasciata che l'omo non perisca en tal mainera.
La Penetenza manda lo corrère che l'albergo li deia apparecchiare; la Contrizione è messagiere e seco porta cose da spensare; venendo a l'omo, miselse a vedere e giá non c'era loco da posare; tre suoi figliuoli sí fece venère e misegli ne l'omo al cor purgare.
En prima sí ha messo lo Timore che tutto 'l core sí ha conturbato; la falsa Securtá reietta fore che l'omo avea preso ed engannato; poi mise Conoscenza de pudore vedendose sí sozo e deformato; e nella fin glie die' gran Dolore che Dio aveva offeso per peccato.
Vedendo l'omo sé cusí sozato, comenza malamente a suspirare; la Compunzione gli fo a lato, gli occhi giá non cessano de plorare; la Penitenza col suo comitato entra nel cuore ad abitare; la Confessione sí ha parlato, ma en nulla guisa pò Dio satisfare.
Ca l'om per sé avea fatto lo tomo, per sé deveva far relevamento; per nulla guisa non trovava el como, venneglie de sé diffidamento; l'angel non tenea d'aiutar l'omo e non potea con tutto el suo convento; Dio potea ben refar lo domo, ma non era tenuto per stromento.
La Penetenza manda Orazione che dica a corte quel che è scontrato, com'ella sede en gran confusione, ché del satisfar troppo è l'om privato: --Misericordia peto e non Ragione ed io la voglio lei per advocato; de lacrime gli faccio offerzione del cor contrito e molto amaricato.--
La Misericordia entra en corte e la sua ragione sí ha allegato: --Mesere, io me lamento de mia sorte, ché la Iustizia sí me n'ha privato; se l'om peccò e fece cose torte, lo mio officio non c'è adoperato; me co l'omo ha ferito a morte de tutto mio onor sí m'ha spogliato.--
Iustizia s'appresenta 'nante 'l Rege, a la questione fa responsura: --Mesere, a l'om fo posto la lege, volsela sprezare per sua fallura; la pena gli fo data e non se tege secondo la offensanza la penura; cerca lo iudicio e correge se nulla cosa è fatta fuor mesura.
--Meser, non me lamento del iudicio ch'ello non sia fatto con ragione; lamentome ch'io non ci agio officio, staragioce per zifra a la magione; so demorata teco ab initio giamai non sentíe confusione; del mio dolor veder ne poi lo 'ndicio quanto so amaricata ed ho cagione.--
Lo Patre onnipotente en caritate lo suo voler sí ha demostrato, e lo tesauro de la largitate a la Misericordia ha donato, che ella possa far la pietate a l'omo per cui è stata advocato, e la Iustizia segga en veritate con tutto lo suo officio ordenato.
Lo Patre onnipotente, en chi è 'l potere, al suo Figliolo fa dolce parlamento: --O Figliol mio, sommo sapere, en tene iace lo sutigliamento; de raquistar l'omo è en piacere a tutto quanto lo nostro convento; tutta la corte farai resbaldire se tu vorrai sonar quello stromento.
--O dolce Patre mio de reverenza, ne lo tuo petto sempre so morato, e la virtute de la ubidenza, per mene si será esercitato; tròvemese albergo d'avegnenza lá 've deggia essere albergato, ed io faraggio questa convegnenza de conservar ciascuna nel suo stato.--
Dio per sua bontá sí ha formato un corpo d'una giovene avenante; e poi che 'l corpo fo organizato, creocci l'alma en uno icto stante; ed enestante l'ha santificato da quello original peccato ch'ante per lo primo omo era seminato en tutte le progenie sue afrante.
O terra senza tribulo né spina, germinatrice de onne bon frutto; de virtute e grazia sei pina, poneste fine ne lo nostro lutto; li qual per lo peccato eramo en pina de Eva che mangiò lo veto frutto; restauro de la nostra ruina, Vergene Maria, beata en tutto!
Como lo Nemico invidioso giva a l'omo primo per tentare, e como scaltrito e vizioso se fe' a la moglier per engannare, cusí lo Patre dolce pietoso santo Gabriel volse mandare a Vergene Maria che stava ascoso per lo concepemento annunziare.
--Ave plena di grazia en virtute, enfra le femene tu se' benedetta!-- Ella, pensando de queste salute, de lo temore sí fo conestretta. --Non te temere, ca en te son compiute omne profezia che de te è ditta; conceperai e parerai l'aiute de l'umana gente ch'è sconfitta.
--Del modo te demando co serane ch'io concepa essendo vergen pura. --Lo Spirito santo sopra te verrane e la virtú de Dio fará umbratura; sempre vergene te conservarane e vergen averai sua genitura; ecco Elisabet concetto hane essendo vechia e sterile natura.
Nulla cosa è impossibile a Dio, ciò che glie piace esso pote fare; però consenti al consiglio sio, e tu respondi e di' ciò che te pare. --Ecco l'ancilla de lo Signor mio; ciò che tu dici, en me deggia fare!-- Ed enestante Cristo concepío vergene stando senza dubitare.
Como Adam en prima fo formato d'entatta terra, dice la Scrittura, cusí de vergen Cristo fosse nato che per lui venía far la pagatura; nove mesi ce stette albergato, nacque de verno e nella gran freddura, nascendo en terra de suo parentato né casa li prestâro né amantatura.
Cetto encomenzâro la villanía e la impietate e l'offensanza; de cielo en terra per l'omo venía a patir pena per l'altrui offensanza: longo tempo gridammo el Messia che riguarisse la nostra malanza, ed ecco, nudo iace nella via e nul è che de lui aggia pietanza!
Le Virtute ensieme congregate a Dio sí fanno grande lamentanza: --Meser, vedete la viduitate ch'avén patuta per altrui offensanza; ad alcuno sí ne desponsate che deggia aver a noi pietanza, che obprobrio ne tolla e vilitate e rendane lo pregio e l'onoranza.
--Figliuole mie, andate al mio diletto ché a llui vi voglio desponsare; entro le soi mano sí ve metto che con lui deggiáti reposare; onore e pregio senza alcun defetto da tutta gente faròve mirare; e voi el me renderite sí perfetto che sopra il ciel lo farò esaltare.--
Li Doni, odendo lo maritamento, curreno con grande vivaceza: --Meser, noi que facemo a sto convento? staremo sempre mai en vedoveza; quigno parrá de noi star en lamento e tutta corte viver 'n alegreza? se noi ce sonarim nostro stromento tutta la corte terrimo en baldeza.
--O figlioli miei, sete adunati per rendere a la mia corte onore; or currete ensemora, abracciati lo mio diletto figlio redentore, e le Virtute sí me esercitati en tutto compimento de valore, sí che con loro beatificati siate nella corte de l'Amore.--
Le Beatitudine, questo odenno, con gran vivaceza vengon a corte: --Meser, le pelegrine a te venenno, albergane ché simo de tua sorte; peregrinato avemo state e verno con molti amari dí e dure notte, onom ne caccia e pargli far gran senno, ché piú semo odiate che la morte.
--Non si trovò nul omo ancora degno d'albergare sí nobile tesaro; albergove con Cristo e dolve 'n pegno e voi l'averiti molto caro; li frutti ve daragio poi nel regno, possederete tutto el mio vestaro, demostrariti Cristo como segno: ecco lo mastro del nostro reparo.--
Lo nostro dolcissimo Redentore a la Iustizia per l'omo ha parlato: --Que ademandi a l'om peccatore che deggia fare per lo suo peccato? recolta centro e suo pagatore de tutto quello che t'era obligato; aiutar lo voglio per amore e de satisfare so apparecchiato.
--Mesere, se ve piace de pagare lo debito che per l'omo è contratto, voi lo podete, se ve piace, fare, ché sete Dio ed omo però fatto; comenzato avete a satisfare; volentiere tieco faccio el patto, ché tu solo sí me puoi placare e sí con tieco faccio lo contratto.
--O Misericordia, que ademanni per l'omo per cui e' stata avocata? ---Meser, che l'omo sia tratto de banni che sbandito fo de sua contrata; tribulata sí so stata molt'anni; da poi che cadde, non fui consolata; tutta la corte si mo ci aremanni, se consoli me en lui compassionata.
Ché la sua infirmitate è tanta, per nulla guisa se porría guarire; se omne lor difetto non t'amanta, de quil che fuoro e so e so a venire, potere, senno e la voglia santa de trasformare en omne suo devere, consolarai poi me misera afranta che tanto ho pianto con amar sospiri.
--Sotilmente hai ademandato, ciò che demandi io sí voglio fare; de l'amore sí so enebriato, che stolto me faragio reputare a comparare sí vile mercato, e cosí gran prezo volere dare, che l'om conosca quanto l'aggio amato, morir ne voglio per lo suo peccare.