Le Laude secondo la stampa fiorentina del 1490
Chapter 3
--Signore, tu l'hai creato--come fo tuo piacemento; de grazie l'hai ornato,--désteli descernemento; nulla cosa ha osservato--de lo tuo comandamento; a cui fece el servemento--lo ne deve meritare.
Ché molto ben sapea--quando tollea l'usura, al povero sí daéa--molto manca mesura; ma ne la corte mea--li farò tal pagatura, ch'el non sentí ancura--de que i farò asagiare.
Quando altri li dicía:--Pènsate del finire!-- e quel se ne ridía,--che non credea morire; cortese so a casa mia,--farollo ben servire; poi ch'a mi volse venire,--non lo sappi arnunzare.
Se vedea assembiamento--de donne e de donzelli, andava con stromento--con soi canti novelli; facea acquistamento--per lui de tapinelli; en mia corte ho fancelli--che gl'insegnaran cantare.
Se dico tutta storia,--mo è rencrescemento; ché pur de vanagloria--saría grande strumento; perché glie torne a memoria--fatto n'ho toccamento; senza pagar argento--la carta ne fei trare.
Facciane testificanza--l'angelo so guardiano, se ho detto in ciò fallanza--verso quest'om mondano; credome en sua leanza,--ché 'l mentir non gli è sano; pregote, Dio sovrano,--che me degi ragion fare.--
L'angel viene encontenente--a fare testificanza: --Sappi, Signor, veramente--ch'egli ha detto la certanza; detto ha quasi niente--de la sua nequitanza; tenuto m'ha en vilanza--mentre lo stei a guardare.
--Respondi, o malvagione--se hai nulla scusanza; far ne voglio ragione--de que è fatta provanza; non avesti cagione--de far tal soperchianza; far ne voglio vegnanza,--nol pos piú comportare.
--De ciò che m'è provato--nulla scusanza n'agio, pregote, Dio beato,--che m'aiuti al passagio; che m'ha sí empaurato--menacciato del viagio, sí è scuro suo visagio--che me fa angustiare.
--Longo tempo t'ho aspettato--che te dovessi pentire; con ragion sei condannato--che te déi da me partire; del mio viso sei privato--che mai nol porrai vedere, fate gli aversere venire--che 'l degian acompagnare.
--O Signor, co me departo--da la tua visione! co so adunati ratto--che me menino in pregione! poi che da te me parto,--damme la benedizione famme consolazione--en questo mio trapassare!
--Ed io sí te maledico,--d'ogne ben si' tu privato! vanne, peccator inico,--che tanto m'hai desprezato! se me fusse stato amico,--non saríe cosí menato; a lo 'nferno se' dannato--eternalmente ad estare.--
El Nemico fa adunare--mille de soi con forconi, e mille altri ne fa stare--che pagono co dragoni; ciascun lo briga d'apicciare--e cantar le lor canzone; dicon:--Questo en cor te poni,--ch'è t'opo con noi morare.--
Con grandissima catena--strettamente l'on legato, a lo 'nferno con gran pena--duramente l'on menato; poi gridan quelli con l'oncina:--Èsciti fore,--al condennato. Tutto el popol s'è adunato--e nel foco el fon gettare.
XXII
DE LA VITA DE L'OMO REDUTTA A LA VECHIEZA
Audite una entenzone--ch'era fra doi persone vecchi e descaduti--ca, dopo eran perduti, l'uno era censalito--l'altro era ben vestito.
Lo censalito piangea--d'uno figlio ch'avea impio e crudele--piú amaro che fele: --Vedi, o compar mio,--del mio figlio iudío! vedi co m'ha dobato--de lo mio guadagnato! la sua lengua tagliente--piú che spada pognente tutto me fa tremare--quando 'l vegio arentrare; non fina gir gridando--e de girme stravando: --O vecchio desensato,--demonio encarnato, non te poi mai morire--ch'io te possa carire.-- Aio una nuora santa--de paradiso pianta, certo io saría morto--non fosse el suo conforto; tutto me va lavando--e scegliendo e nettando; sí la benedica Dio--com'ell'è reposo mio!
--Compar, co m'hai ferito--d'esto c'hai referito d'esta tua santa nura!--ché n'aio una sí dura! se tu oderai contare--quel che me fa portare, terraite ben contento--de lo tuo encrescemento. Aio una nuora astuta--con la lengua forcuta, con una voce enquina--che non ci arman vicina che non oda 'l gridato--del suo morganato; l'acqua, lo vento posa:--la lengua niquitosa non può mai posare--de starme a 'niuriare con parole cocente--che me fendon la mente; meglio siría la morte--che la pena sí forte! Agio un figlio ordenato--che Dio l'ha fabrecato; con meco paziente,--la sua lengua è piacente; a la moglie ha ferito--per quel che n'ha sentito; ma nulla cosa giova--tanto è de dura prova.
--Compar, lo contamento--c'hai fatto en parlamento, mitigame el dolore--ch'aio portato en core; teneame lo piú afflitto--nel mondo derelitto, e cento piú hai peio,--c'hai mal senza remeio, ché passa onne malizia--ria femena en nequizia; non t'encresca contare,--ché me puoi resanare, le parole dogliose--piú che venenose che questa tua nuora dice,--che Dio la maledice!
--Compar, puoi recordare,--sí como a me pare, donzello en bel servire--ed ornato cavaliere, bello e costumato;--or so cusí avilato da una mercenaia--figlia de tavernaia; con la lengua demostra--che m'ha vinto de giostra; fatto ha cantuzio--de lo mio repuzio: --O casa tribulata,--che Dio l'ha 'bandonata! lo vecchio desensato--en te si è anidato; strovele, obprobrioso,--brutto, puteglioso, con gli occhi reguardosi,--rosci e caccolosi, palpetra reversate,--paiono ensanguenate; lo naso sempre cola--como acqua de mola; como porci sannati--gli denti son scalzati; con quelle rosce gengíe,--che paiono pur sanguíe, chi rider lo vedesse--a pena che non moresse con quello guardo orribile--e la faccia terribile; ma pur lo gran fetore--che de la bocca esce fore, la puza stermenata--la terra n'è 'nfermata; la sarocchiosa tossa,--chi lo vede contossa; con lo sputo fetente--che conturba la gente; ròina secca serrata--che pare encotecata; como lo can c'ha 'l raspo,--le man mena co naspo; lo vecchio delombato--como arco piegato,-- e molte altre parole--che 'l mio cor dir non vole.
--Compar, molto mi doglio--pensando el tuo cordoglio; como 'l poi soffrire--tanta vergogna udire? maraviglia è che 'l core--non t'è crepato fore.
--Compar, non te dolire--che è 'l mal se de' punire; commise lo peccato,--ben è ch'io sia pagato; ch'abbi tanta allegreza--de la stolta belleza; ma non è maraveglia--s'io turbo mia fameglia; maraviglia m'ho fatto,--pensando d'esto tratto, co cane scortecato--non me gett'al fossato vedendome sí orribele,--puzulente e spiacevele.
O gente che amate--en belleza delettate, venite a contemplare,--ché ve porrá giovare! mirate en questo specchio--de me desfatto vechio; fui sí formoso e bello,--né citade né castello chivel non ci armanea--ch'a me veder traea; or so cosí desfatto--en tutto scontrafatto, onomo ha gran paura--vedendo mia figura; vedete la belleza--che non ha stabeleza: la mane el fior è nato,--la sera el vei seccato.
O mondo enmondo,--che d'ogne ben m'hai mondo; o mondo fallace--ad om ch'en te ha pace; o mondo barattiere,--bè glie costa el taoliere; lo tempo m'hai sotratto,--nullo servasti patto; col tuo mostrar de riso--perdut'ho 'l paradiso.
Signor, misericordia!--fa' meco tua concordia! famme la perdonanza--de mia grave offensanza! rendome pentuto--ché non fui aveduto; per lo mondo aversire,--lassai lo tuo servire; or lo vorría fare,--non me posso aiutare; de la vergogna m'ardo--che m'avidi sí tardo.
XXIII
DE LA VILTÁ DE L'OMO
Omo, méttete a pensare--onde te vien el gloriare.
Omo, pensa de que semo--e de que fommo ed a que gimo; ed in que retornerimo--ora mettete a cuitare.
D'uman seme se' concetto,--putulente sta subietto; se ben te vedi nel diretto,--non hai donde t'esaltare.
De vil cosa se' formato--ed en pianto foste nato, en miseria conversato--ed en cenner déi tornare.
Veniste a noi co pelegrino,--nudo, povero e tapino; menato en questo camino,--pianto fo el primo cantare.
Menato en questo paese--non recasti da far spese; ma 'l Signor te fo cortese,--che il suo ben vòlsete prestare.
Or te pensa el fatto tio:--se 'l Signor arvole el sio, non t'armar altro che 'l rio,--non hai donde t'alegrare.
Gloria hai del vestimento--che t'aconce al tuo talento; ed hai pieno el cor de vento--per «meser» farte chiamare.
Se la pieco arvol la lana--e lo fiore arvol la grana, lo tuo pensier è cosa vana--onde superbia vòi menare.
Aguarda a l'arbore, o omo,--quanto fa suave pomo odorifero, e como--è saporoso nel gustare.
De la vite que ne nasce?--l'uva bella ch'omo pasce; poco maturar la lasce,--nascene el vino per potare.
Omo, pensa que tu mene--pedochi assai con lendinine, e le pulce son meschine--che non te lassan veniare.
Se hai gloria d'avere,--attende un poco e mo 'l pòi scere que ne pòi d'esto podere--nella fin teco portare.
XXIV
COMO LA VITA DE L'OMO È PENOSA
O vita penosa, continua battaglia, con quanta travaglia--la vita è menata!
Mentre sí stette en ventre a mia mate, presi l'arrate--a deverme morire; como ce stette en quelle contrate chiuse, serrate,--nol so reverire; venni a l'uscire--con molto dolore e molto tristore--en mia comitata.
Venni renchiuso en un saccarello e quel fo el mantello--co venni adobato: operto lo sacco, co stava chello assai miserello--e tutto bruttato, da me è comenzato--uno novo pianto; esto 'l primo canto--en questa mia entrata.
Venne cordoglio a quella gente che stava presente;--sí me pigliâro; mia mate stava assai malamente del parto del ventre--che fo molto amaro. Sí me lavâro--e dierme panceglie, coprireme quigli--con nova fasciata.
Oimè dolente, a que so venuto, ché senza aiuto--non posso scampare! A chi me serve sí do el mal tributo, com'è convenuto--a tale operare; sempre a bruttare--me e mie veste e queste meneste--donai en alevata.
Se mamma arvenisse che racontasse le pene che trasse--en mio nutrire! la notte ha bisogno che si rizasse e me lattasse--con frigo suffrire staendo a servire;--ed io pur plangea; anvito non avea--de mia lamentata.
Ella, pensando ch'io male avesse, che non me moresse--tutta tremava; era besogno che lume accendesse e me scopresse,--e poi me mirava e non trovava--nulla sembianza de mia lamentanza--perché fosse stata.
O mamma mia, ecco le scorte che en una notte--hai guadagnato! portar nove mesi ventrata sí forte con molte bistorte--e gran dolorato, parto penato--e pena en nutrire; el meritire--male n'èi pagata.
Poi venne el tempo mio pate è mosto, a leger m'ha posto--ch'emprenda scrittura; se non emprenda quel ch'era emposto, davame 'l costo--de gran battetura; con quanta paura--loco ce stetti, sirían longhi detti--a farne contata.
Vedea li garzoni girse iocando, ed io lamentando--che non podea fare; se non gía a la scola, gíame frustando e svincigliando--con mio lamentare; stava a pensare--mio pate moresse, ch'io piú non staesse--a questa brigata.
Tante le meschie ch'io entanno facea, ca pigliaría--le molte entestate; non ne gía a Lucca che cagno n'avea; capigli daea--e tollea guanciate; e spesse fiate--era strascinato e calpistato--com'uva entinata.
Passato el tempo, empresi a giocare, con gente usare--e far grande spese; mio pate stava a dolorare e non pagare--le mie male emprese; le spese commesse--stregnéme a furare, lo biado sprecare--en mala menata.
Poi che fui preso a far cortesía, la malsanía--sí non è pegiore; l'auro e l'argento che è en Suría non empiería--la briga d'onore: moriva a dolore--che non potea fare; el vergognare--non gía en fallata.
Non ce bastava niente el podere a recoprire--le brighe presente; asti e paraggi, calzare e vestire, mangiare e bere--e star fra la gente; render presente--parente ed amice fuor tal radice--che l'arca on voitata.
Se era constretto a far vendecanza per soperchianza--ch'avesse patuta, pagar lo bando non era en usanza e la briganza--non c'era partuta; la mente smarruta--crepava a dolore, che 'l descionore--non era vengnata.
Se l'avea fatta, gíamene armato, empaurato--del doppio aravere; e stavamo en casa empregionato e paventato--nel gire e venire; chi el porría dire--quant'è la pena che l'odio mena--per ria comenzata!
Volea moglie bella che fosse sana e non fosse vana--per mio piacere; con grande dota, gentile e piana, de gente non strana--con lengua a garrire; compíto desire--non è sotto 'l cielo e l'om como scelo--che qui l'ha cercata.
Se non avea figli, era dolente, ché 'l mio a mia gente--volea lassare; avendo figli, non gli ho sí piacente che la mia mente--ne sia en consolare; or ecco lo stare--c'ha l'om en sto mondo, d'omne ben mondo--per gente acecata.
Recolto el biado e vendegnato, arò semenato--per tempo futuro; mai non se compie questo mercato, sí continuato--conti en questo muro; lo tempo a Dio furo--ed hogli sotratto e rotto gli è 'l patto--de sua comandata.
Battaglia continua del manecare, pranzo, cenare--e mai non ha posa; se non è aparechiato co a me pare, scandalizare--sí fa la sua osa; o vita penosa--ove m'hai menato cusí tribulato--continua giornata!
Mai non se giogne la gola mia brutta; sapor de condutta--sí vol per usanza, viva exquisita e nuove frutta, e questa lutta--non ha mai finanza; o tribulanza,--ov'è 'l tuo finare, la ponga voitare--e l'anema en pecata!
La pena grande che è de le freve, che non vengon leve,--ma molto penose, e non se parton per leger de breve; li medici greve--pagarse de cose, siroppi de rose--ed altri vaseglie; denar piú che griglie--ce vono a la fiata.
A quanti mali è l'om sottoposto, non porría om tosto--per risme contare; glie medici el sanno, che contano el costo, che scrivon lo 'ncostro--e fonse pagare; abreviare--sí n'opo esto fatto che compiam ratto--la nostra dittata.
Ecco lo verno che viene piovuso, diventa lotuso--e rio gir d'entorno; venti, freddura e neve per uso a l'omo è noioso--per far suo sogiorno; non è nel monno--tempo che piaccia e questa traccia--non è mai finita.
Ecco la state che vien con gran calde, angustie grande--con vita penosa: de giorno le mosche d'entorno spavalde, mordendone valde,--che non ne don posa; passa sta cosa--ed entra la notte: le pulce son scorte--a dar lor beccata.
Stanco lo giorno gíame a letto, pensava l'affetto--nel letto posare; ecco i pensieri, lá ov'era retto, aveanme constretto--a non dormentare; or al pensare,--volvendome entorno, tollendome el sonno,--per molte fiata.
Fatto lo giorno, ed io arcomenzava; qual piú m'encalzava,--quella prendea; non venía fatta como pensava, adolorava--che nolla compía; el dí se ne gía--ed ecco la notte a darme le scorte--com'el'era usata.
Compíta l'una, ed eccote l'altra; e questa falta--non pote fugire; molte embrigate enseme m'ensalta, pegio che malta--è 'l mio sufferire; o falso desire, ed o' m'hai menato, ché sí tribulato--passo mia stata?
Cusí tribulato vengo a vecchieza, perdo belleza--ed omne potere; devento brutto, perdendo netteza, grande splaceza--dá el mio vedere, ed opo m'è gire--per forza a la morte a prender le scorte--che dá en sua pagata.
O vita fallace do' m'hai menato e co m'hai pagato--che t'aio servito? Haime condutto ch'io sia sotterrato e manecato--dai vermi a menuto; or ecco el tributo--che dái en tuo servire e non pò fallire--a gente ch'è nata.
O omo, or te pensa che è altra vita, la qual è enfinita--do' n'opo andare; e socce doi lochi lá 'v'è nostra gita: l'una compíta--de pien delettare, l'altra en penare--piena de dolore, o' so gli peccatore--con l'anema dannata.
Se qui non lasse l'amor del peccato, serai sotterrato--en quel foco ardente; se qui tu lassi e senne mendato, serai translato--con la santa gente; ergo presente--facciam correttura, ché en affrantura--non sia nostra andata.
XXV
DE LA CONTEMPLAZIONE DE LA MORTE ED INCINERAZIONE CONTRA LA SUPERBIA
Quando t'alegri, omo de altura, va', pone mente a la sepultura.
E loco poni lo tuo contemplare, e pensa bene che tu de' tornare en quella forma, che tu vedi stare l'omo che iace ne la fossa scura.
--Or me responde tu, omo sepelito, che cusí ratto de sto mondo e' scito! o' so i bei panni de que eri vestito, ch'ornato te veggio de molta bruttura?
--O frate mio, non me rampognare, ché lo fatto mio a te può iovare; poi che i parente me fiero spogliare, de vil cilicio me dier copretura.
--Or ov'è 'l capo cusí pettenato? con cui t'aragnasti che 'l t'ha sí pelato? fo acqua bullita che t'ha sí calvato? non te c'è oporto piú spicciatura.
--Questo mio capo ch'avi sí biondo, cadut'è la carne e la danza d'entorno; nol me pensava quand'era nel monno ca entanno a rota facea portatura.
--Or ove son gli occhi cusí depurati? fuor del lor loco sono gettati; credo che i vermi glie son manecati; del tuo regoglio non áver paura.
--Perduto m'ho gli occhi con que gía peccanno, guardando a la gente, con essi accennanno; oimè dolente, or so nel malanno, ché 'l corpo è vorato e l'alma en ardura.
--Or ov'è 'l naso ch'avevi per odorare? quegna enfermetate el n'ha fatto cascare? non t'èi potuto dai vermi aiutare, molto è abassata sta tua grossura.
--Questo mio naso, ch'avea per odore, caduto se n'è con molto fetore; nol me pensava quand'era en amore del mondo falso pieno de vanura.
--Or ov'è la lengua tanto tagliente? apre la bocca: non hai niente; fone troncata o forsa fo el dente che te n'ha fatta cotal rodetura?
--Perdut'ho la lengua con la qual parlava, e molta discordia con essa ordenava; nol me pensava quand'io mangiava lo cibo e lo poto ultra misura.
--Or chiude le labra per li denti coprire; par, chi te vede, che 'l vogli schirnire; paura me mette pur del vedire, caggionte i denti senza trattura.
--Co chiudo le labra ché unqua non l'agio? poco pensava de questo passagio; oimè dolente, e come faragio quand'io e l'alma starimo en ardura?
--Or o' son glie braccia con tanta forteza menacciando la gente, mostrando prodeza? ráspate 'l capo, se t'è ageveleza! scrulla la danza e fa portadura!
--La mia portadura giace ne sta fossa; cadut'è la carne, remaste so gli ossa; ed omne gloria da me s'è remossa e d'omne miseria en me è empietura.
--Or lèvate en piedi, ché molto èi iaciuto; acónciate l'arme e tolli lo scuto; en tanta viltate me par ch'èi venuto, non comportar piú questa afrantura.
--Or co so adagiato de levarme em piede? forsa chi 'l t'ode dir, mo lo se crede; molto è pazo chi non provede en la sua vita la sua finitura.
--Or chiama li parenti che te venga aiutare e guarden dai vermi che te sto a devorare; ma fuor piú vivacce a venirte a spogliare, partierse el poder e la sua mantatura.
--No i posso chiamare, ché so encamato; ma fálli venire a veder mio mercato! che me veggia giacer colui ch'è adagiato a comparar terra e far gran chiusura.--
Or me contempla, o omo mondano, mentre èi nel mondo, non esser pur vano; pènsate, folle, che a mano a mano tu serai messo en grande strettura.
XXVI
COMO CRISTO SE LAMENTA DELL'OMO PECCATORE
Omo, de te me lamento--che me vai pur fugendo ed io te voglio salvare.
Omo, per te salvare--e per menarte a la via, carne sí volse pigliare--de la Vergene Maria; ma non me ce val cortesia,--tant'è la sconoscenza che ver' de me vol mostrare.
Se io te fosse signore--crudele e molto villano, avería tua scusa valore--che me fugisse de mano; ma sempre vol esser ensano,--ché 'l ben che io t'ho fatto non vole meditare.
Le creature ho create--che te degiano servire; e como sono ordenate--elle fon loro devere; haine recevuto el piacere,--e de me che l'ho create non te voli recordare.
Como om ch'ama lo figlio--e quel è mal enviato, menacciagli e dá consiglio--che da mal sia mendato, de lo 'nferno t'ho menacciato,--e gloria t'ho empromessa se a me te voi tornare.
Figlio, non gir pur fugenno!--tanto t'ho gito encalzanno, che darte voglio el mio renno--e trarte fuor d'onne danno, e vogliote remetter el banno--nel quale sei caduto, ché non hai donde el pagare.
Non gire piú fugendo,--o dulcissimo frate! ché tanto t'ho gito cheendo--che me ce manda el mio pate; retorna en caritate,--ché tutta la corte t'aspetta che con noi te degi alegrare.
El mio pate sí m'ha mandato--ch'io a la sua corte t'armine; e co stai sí endurato--ch'a tanto amor non t'encline? frate, or pone omai fine--a questa tua sconoscenza, ché tanto m'hai fatto penare!
Fatt'ho per te el pelegrinagio--molto crudele ed amaro; e vei le man quegne l'agio,--como te comparai caro! frate, non m'esser sí avaro,--ca molto caro me costi per volerte ariccare.
Aguarda a lo mio lato--co per te me fo afflitto! de lancia me fo lanciato,--el ferro al cor me fo ritto; en esso sí t'agio scritto,--ché te ce scrisse l'amore, che non me devesse scordare.
A la carne enganar te lasse--perché de me te degi partire, per un piacer t'abasse,--non pensi a que déi venire; figlio, non pur fugire,--ché caderai en mala via, se da me departi l'andare.
El mondo si mostra piacente--per darte a veder che sia bono; ma non dice com'è niente--e come te tolle gran dono; vedendo ch'io te corono--e ponote en sí grande stato, se meco te voli acostare.
Le demonia te von pur guatanno--per farte cader en peccato; del ciel te cacciâro con gran danno--ed onte feruto e spogliato; e non voglion ch'arsalghi al stato--lo qual iustamente hai perduto; nante te von per engannare.
Cotanti nemici hai dentorno,--o misero, e non te n'adai; ch'hai la carne, el diavolo, el monno,--e contrastar non li porrai; e non te porrai aiutare;--se meco non t'armi ed aiuti, che non te possano sottrare.
Se tu signor trovassi--per te che fusse megliore, scusa averíe che mostrassi,--ed io non avería tal dolore; ma lasse me per un traditore--lo qual te mena a lo 'nferno, che te ce vol tormentare.
Fuggi da la man pietosa--e vai verso la man de vendetta; molto será dolorosa--quella sentenza stretta, ché la daraio sí dretta--de tutto el mal c'hai fatto, e non la porrai revocare.
Mal volentier te condanno,--tant'è l'amor ch'io te porto! ma sempre vai pegioranno--e non me ce val conforto, daragiote omai el botto--da ch'altro non me ce iova; ca sempre me voi contrastare.
XXVII
COMO L'ANIMA DOMANDA AIUTO CONTRA LA BATTAGLIA DE LI SENSI CORPORALI
Amor diletto,--Cristo beato, de me desolato--agge pietanza.
Agge piatanza--de me peccatore, che so stato en errore--longo tempo passato; a gran deritto--ne vo a l'ardore, ca te, Signore,--sí ho abandonato per lo mondo tapino,--lo qual m'è venino, e dato m'ha en pino--de pena abundanza.
Abundame dentro--la grande pena, la qual me mena--l'amor del peccato; l'alma dolente--a peccar s'enchina; dev'esser serina,--or ha 'l volto scurato; perché a lei non luce--la chiara luce la quale adduce--la tua diritanza.
Ma s'io me voglio--ad te dirizare e non peccare,--credo per certo che da te luce--verrá speregiare ch'allumenare--farrá lo mio petto; ma so acecato--en un fondo scurato nel qual m'ha menato--la mia cattivanza.