Le Laude secondo la stampa fiorentina del 1490

Chapter 2

Chapter 23,532 wordsPublic domain

COMO DIO INDUCE EL PECCATORE A PENITENZA

--Peccator, chi t'ha fidato--che de me non hai temenza?

Non consider, peccatore,--ch'io te posso nabissare? ed hai fatto tal fallore--ch'io sí l'ho cagion de fare; t'ho voluto comportare--perché tornasse a penetenza.

--O dolcissimo Signore,--prego che sie paziente; lo Nemico engannatore--m'ha sottratto malamente; ritornato so a niente--per la gran mia niquitanza.

--Test'è l'anvito che io agio--che pro 'l Nemico m'hai lassato; ed hai creso en tuo coragio---a ciò che t'ha consegliato; el mio consegli' hai desprezato--per la tua grande arroganza.

--Lo conseglio me fo dato--ch'io devesse el mondo usare: Da poi che sera' envechiato,--tu te porrai confessare; assai tempo porrai dare--al Signor per perdonanza.

--Testo era palese enganno--che te mettivi ad osolare; ché non hai termen d'un anno--ned un'ora pòi sperare; se tu credevi envechiare,--fallace era tua speranza.

--La speranza che avea--de lo tuo gran perdonare a peccar me conducea--e facealme adoperare en speranza de tornare--a la fin con gran fidanza.

--La speranza del perdono--sí è data a chi la vole; ed io a colui la dono--che del suo peccato dole, non a quel che peccar sole---ha spem ch'io non facci la vegnanza.

--Po' 'l peccato avea commesso,--sí dicea del confessare; el Nemico dicea con esso:--Tu nol porrai mai fare; co porrai pena portare--de cusí grande offensanza?

--La pena che è portata--en questo mondo del peccato, lebbe cosa è reputata--a pensar de quello stato nel qual l'uomo n'è dannato--per la sua gran nequitanza.

--Col sozo laido peccato--me tenea col vergognare e diceame:--En esso stato--tu nol porrai confessare; co porrai al prete spalare--cosí grande abominanza?

--Meglio t'è d'aver vergogna--denante al preite mio, che averla poi con doglia--al iudicar che farò io, che mostraraio el fatto tio--en cusí grande adunanza.

--Ed io me rendo or pentuto--de la mia offensione ché non so stato aveduto--de la mia salvazione; pregote Dio, mio patrone,--che de me aggi piatanza.

--Poi ch'a me te sei renduto,--sí te voglio recepire; e questo patto sia statuto--che non degge piú fallire; ch'io non porría suffrire--cusí grande sconoscenza.

XI

DE L'ANEMA CONTRITA DE L'OFFESA DI DIO

Signore, damme la morte--nante ch'io piú te offenda; e lo cor se fenda--ch'en mal perseverando.

Signor, non t'è giovato--mostrarme cortesia; tanto so stato engrato,--pieno di villania! pun' fin a la vita mia--ch'è gita te contrastando.

Megli'è che tu m'occidi,--che tu, Signor, sie offeso; ché non m'emendo, giá 'l vidi;--nante a far mal so acceso; condanna ormai l'appeso,--ché caduto è nel bando.

Comenza far lo iudicio,--a tollerme la santade, al corpo tolli l'officio--che non agia piú libertade; perché prosperitade--gita l'ha mal usando.

A la gente tolli l'affetto,--che nul agi de me piatanza; perch'io non so stato deretto--aver a l'inferme amistanza; e toglieme la baldanza--ch'io non ne vada cantando.

Adunense le creature--a far de me la vendetta; ché mal ho usate a tutture--contra la legge deretta; ciascuna la pena en me metta--per te, Signor, vendecando.

Non è per tempo el corotto--ch'io per te deggo fare; piangendo continuo el botto--dovendome de te privare, o cor, co 'l poi pensare--che non te vai consumando?

O cor, co 'l poi pensare--de lassar turbato amore, facendol de te privare--o' patéo tanto labore? or piagne 'l suo descionore--e de te non gir curando.

XII

COMO L'ANEMA DEVENTA MORTA PER EL PECCATO

Sí como la morte face--a lo corpo umanato, molto peio sí fa a l'anema--la gran morte del peccato.

Emprima la morte al corpo--sí glie fa mortal ferita che da omne membro i tolle--e scarporiscene la vita; glie membra perdon l'uso--poi che la vita è finita; l'anema poi s'è partita,--lo corpo torna anichilato.

Lo peccato piú che morte--sí fa sua ferita dura; ché a l'alma tolle Dio--e corrompegl sua natura; lo ben non pò operare;--ma li mali en gran plenura cader en tanta affrantura--per cusí vil delettato.

Questa morte tol al corpo--la bellezza e 'l colore, e la forma è sí desfatta,--ch'a veder dá un orrore; non se trova sí securo--che nogl generi pavore de veder quel terrore--de l'aspetto desformato.

Lo peccato sí fa a l'alma--sí terribele ferita, che glie tolle la bellezza--che da Dio era insignita; chi vedere la potesse--sí glie tollería la vita; la faccia terribilita--crudel morte è 'l suo sguardato.

Questa morte sí fa el corpo--putredissimo, fetente; e la puza stermenata--che conturba molta gente; non si trova né vicino--né amico né parente che voglia esser sofferente--de averlo un giorno a lato.

Tutta puza che nel mondo--fusse ensemora adunata, solfenal de corpo morto--ed omne puza de privata sí sería moscato ed ambra--po' 'l fetor deglie peccata; quella puzza stermenata--che lo 'nferno ha 'nputedato.

Questa morte naturale--a lo corpo par che dia la ferita che gli tolle--omne bona compagnia; d'esto mondo l'ha gettato--che privato fuor ne sia, co se fa la malsanía--che dai sani è separato.

Lo peccato sí fa a l'alma--la ferita cusí forte, che li tolle Dio e i santi--e gli angeli con lor sorte; de la chiesa è sbandita--e serrate i son le porte e gli beni i son estorte--che nulla parte i sia dato.

Questa morte naturale--dá la sua percussione che la carne sí sia data--a li vermi en comestione; e li vermi congregati--d'esto corpo fon stacione; non è fra lor questione--che 'l corpo non sia devorato.

Lo peccato sí fa a l'alma--la terribel sua usanza; ché è data a le demonia--che stia en lor congreganza; non la posson consumare,--fongli mala vicinanza; dangli pene en abondanza--che convene al loro stato.

L'ultima che fa la morte--che dá 'l corpo a sepultura; né palazo i dá né corte,--ma è messo en estrettura; la lungheza e la lateza--molto glie se dá a mesura; scarsamente la statura--so la terra è tumulato.

Lo peccato mena l'alma--al sepolcro de lo 'nferno; e loco sí è tumulata--che non esce en sempiterno; frate, lassa lo peccato--che te ce mena traenno; poi ch'èi scritto nel quaderno,--averai cotal pagato.

XIII

COMO L'ANIMA VIZIOSA È INFERNO; E PER LUME DE LA GRAZIA POI SE FA PARADISO

L'anema ch'è viziosa--a lo 'nferno è simigliata.

Casa è fatta del demono,--halla presa en patremono; la superbia sede en trono--pegio è ch'endemoniata.

Socce tenebre d'envidia,--ad onne ben post'ha ensidia; de ben non ci arman vestigia,--sí la mente ha ottenebrata.

Ècce acceso fuoco d'ira--che a mal far la voglia tira; volgese d'entorna e gira--mordendo co arabbiata.

L'accidia una freddura--ce reca senza mesura posta en estrema paura--con la mente alienata.

L'avarizia pensosa--ècce verme che non posa; tutta la mente s'ha rosa--en tante cose l'ha occupata!

De serpente e de dragone--la gola fa gran boccone; e giá non pensa la rascione--de lo scotto a la levata.

La lussuria fetente,--ensolfato foco ardente, trista lassa quella mente--che tal gente ci ha 'lbergata.

Venite gente a odire--e stupite del vedere: enferno era l'anema heri,--en paradiso oggi è tornata.

Da lo Patre el lume è sciso,--don de grazia m'ha miso; fatto sí n'ha paradiso--de la mente viziata.

Hacce enfusa umilitate,--morta ci ha superbietate che la mente en tempestate--tenea sempre enruinata.

L'odio sí n'ha fugato--e lo cor ha 'namorato; nel prossimo l'ha trasformato--en caritate abracciata.

L'ira n'ha cacciata fore--e mansueto ha fatto el core, refrenato omne furore--che me tenea ensaniata.

E l'accida c'è morta--e iustizia c'è resorta; dirizat'ha l'alma storta--en omne cosa ordenata.

L'avarizia n'è deietta--e pietate ce se assetta; larga fa la benedetta--la sua gran lemosinata.

Enfrenata c'è la gola,--temperanza ce tien scola; la necessitate sola--quella sí gli è ministrata.

La lussuria fetente--è cacciata da la mente; castetate sta presente--che la corte ha relustrata.

O cor, non essere engrato--tanto ben che Dio t'ha dato! vive sempre ennamorato--con la vita angelicata.

XIV

COMO LI VIZI DESCENDONO DA LA SUPERBIA

La superbia de l'altura--ha fatte tante figliole; tutto 'l mondo se ne dole--de lo mal che n'è scontrato.

La superbia appetisce--omne cosa aver soietta; soprapar non vol niuno--e glie qual non gli deletta; glie menor mette a la stretta,--ché non i pò far tanto onore quanto gli apetisce el core--del volere sciordenato.

Aguardando a soi maiure,--una invidia c'è nata; non la puote gettar fuore,--teme d'esser conculcata; l'odio sí l'ha 'mpreinata,--ensidie va preparando per farglie cader en bando,--ché del lor sia menovato.

Per poter segnoregiare--sí fa giure ne la terra, e le parte ce fa fare--donde nasce molta guerra; lo suo cor molto s'aferra--quel che pensa non pò avere, l'ira sí lo fa ensanire--como cane arabbiato.

Puoi che l'ira è su montata--e nel cor ha signoría, crudeltate è aparechiata--de star en sua compagnia; de far grande occidería--non li par sufficienza tant'è la malavoglienza--che nel cor ha semenato.

Puoi che l'ira non pò fare--tutto quanto el suo volere, una accidia n'è nata,--entra 'l core a possedere; omne ben li fa spiacere,--posta è 'n'estremo temore, le merolle i secca en core--del tristor c'ha albergato.

L'accidia molto pensosa--va pensando omne viagio; se l'aver ce fosse en alto,--empieríase el tuo coragio; l'avarizia che al passagio--entra a posseder la corte, destregnenza sí fa forte--ad ogne uscio far serrato.

Ha sospetta la fameglia--che non i vada el suo furando; moglie, figli, nuore e servi--tutti sí va tribulando; or vedessi mal optando--che fa tutta la famiglia! ciascun morte gli asimiglia--d'esto demone encarnato.

Rape, fura, enganna e sforza;--non ce guarda mal parere con guai l'omo ch'è 'mponente--che gli aiace el suo podere; ché gli menaccia de ferire--se 'l poder suo non li dona; entorno non ci arman persona--che da lui non sia predato.

Or vedessi terre, vigne,--orta, selve per legnare! auro, argento, gioie e gemme--ne li scrigni far serrare, e molina a macenare,--bestie grosse e menute, case far fare enfenute--per servar suo guadagnato.

El biado serva en anno en anno,--ch'aspetta la caristía; poi che guasto el se manduca,--en casa mette dolentía; or vedessi blasfemía--che la sua fameglia face! Esbandita n'è la pace--de tutto el suo comitato.

Se la sua fameglia è grasa,--èglie gran despiacemento; el pane e 'l vin che va en casa--mette en suo reputamento; or vedessi iniuramento:--O fameglia sprecatrice! da Dio sí la maledice--ch'el ben suo s'on manecato.

O avaro, fatt'hai enferno--mentre la tua vita dura; e de l'altro pres'hai l'arra;--aspetta la pagatura! o superbia de l'altura,--vedi ove sei redutta! l'onoranza tua destrutta,--da ogne gente se' avilato.

Cinque vizia ne l'alma,--che de sopra agio contate, lo superbo, envidioso--ed iroso accidiate, l'avarizia toccate,--due ne regnan ne la carne che tutto sto mondo spanne:--gola e lussuriato.

L'avarizia ha adunato--e la gola el se devura; en taverne fa mercato:--per un bicchiere una voltura; or vedessi sprecatura--che se fa de la guadagna! la lussuria l'acompagna--che sia vaccio consumato.

Tutta spreca una contrata--per aver una polzella; or vedete sta brigata--a que è dutta sta novella! anema mia tapinella,--guárdate da tal ostiere! lo cielo te fon perdere--e lo 'nferno ha' redetato.

XV

COMO L'ANEMA RETORNA AL CORPO PER ANDARE AL IUDICIO

--O corpo enfracedato,--io so l'anima dolente; lièvate amantenente--ché sei meco dannato.

L'agnolo sta a trombare--voce de gran paura; opo n'è appresentare--senza nulla demora, stavimi a predicare--che non avesse paura, male te credette alora--quando feci el peccato.

--Or se' tu l'alma mia--cortese e conoscente! puoi che t'andasti via,--retornai a niente; famme tal compagnia--che io non sia dolente, veggio terribel gente--con volto esvaliato.

--Queste son le demonia--con chi t'è opo abitare; non t'è opo far istoria;--que te oporá portare non me trovo en memoria--de poterlo narrare; se ententa fosse el mare---non ne siría pontato.

--Non ce posso venire,--ché so en tanta afrantura che sto su nel morire,--sento la morte dura; sí facisti al partire:--rompesti omne iuntura, recata hai tal fortura--che ogne osso m'ha spezato.

--Como da tene a mene--fo apicciato amore, semo reiunti in pene--con eterno sciamore; l'ossa contra le vene,--nervi contra iunture; sciordenati onne umure--de lo primero stato.

--Unquanco Galieno,--Avicenna, Ipocrate non sapper lo conveno--de mei enfermetate; tutte enseme iongono--e sòmmese adirate; sento tal tempestate--che non vorría esser nato.

--Lièvate, maledetto,--ché non poi piú morare; ne la fronte n'è scritto--tutto el nostro peccare; quel che nascusi a letto--volevamo operare oporasse mostrare--vegente onne omo nato.

--Chi è questo gran sire--rege de grande altura? sotterra vorría gire--tal me mette paura; ove porría fugire--da la sua faccia dura? terra, fa copretura!--ch'io nol veggia adirato.

--Questo sí è Iesú Cristo,--lo figliolo di Dio; vedenno el volto tristo,--spiacegli el fatto mio; potemmo fare acquisto--d'aver lo regno sio; malvagio corpo e rio,--or que avem guadagnato!

XVI

COMO L'APPETITO DE LAUDE FA OPERARE MOLTE COSE SENZA FRUTTO

--Que fai, anema predata?--Faccio mal ché so dannata.

Agio mal ché infinito--omne ben sí m'è fugito; lo ciel sí m'ha sbandito--e lo 'nferno m'ha 'lbergata.

--Dáime desperazione--de la mia condizione pensando la perfezione--de la vita tua ch'è stata.

--Io fui donna religiosa,--settant'anni fui renchiosa; iurai a Cristo esser sposa--or so al diavolo maritata.

--Qual è stata la cagione--de la tua dannazione, ché speravan le persone--che fosse canonizata?

--Non vedeano el magagnato--che nel core era occultato; Dio, a cui non fo celato,--ha scoperta la falsata.

Vergene me conservai,--el mio corpo macerai, ad om mai non guardai,--ché non fosse poi tentata.

Non parlai piú de trent'agne--como fon le mie compagne; penetenze fece magne,--piú che non ne fui notata.

Degiunar mio non esclude--pane ed acqua ed erbe crude, cinquant'anni entier compiude--degiunar non fui alentata.

Cuoi de scrofe toserate,--fun de pelo atortigliate, cerchi e veste desperate--cinquant'anni cruciata.

Sostenetti povertate,--freddi, caldi e nuditade; non avi l'umilitate,--però da Dio fui reprovata.

Non avi devozione--né mentale orazione; tutta la mia entenzione--fo ad essere lodata.

Quando udía chiamar la santa,--lo mio cor superbia enalta; or so menata a la malta--con la gente desperata.

S'io vergogna avesse avuta,--non siría cusí peruta, la vergogna avería apruta--la mia mente magagnata.

Forse me siría corressa,--che non sería a questa opressa; l'onoranza me tenne essa--ch'io non fosse medecata.

Oimè, onor, co mal te vide--ca 'l tuo gioco me occide; begl me costa el tuo ride,--de tal prezo m'hai pagata!

Se vedessi mia figura--moreri' de la paura; non porría la tua natura--sostener la mia sguardata.

L'anema ch'è viziosa--orribil è sopr'onne cosa; tal dá puza estermenosa--en omne canto è macellata.

O penar, non sai finire--né a fin giamai venire; sí perseveri tuo ferire--como fosse comenzata.

Non fatiga el feredore,--el ferito non ne more, or te pensa el bello amore--che sta en questa vicinata.

La pena è consumativa,--l'alma morta sempr'è viva e la pena non deriva--de star sempre en me adizata.

--Penso ch'io sirò dannato,--nullo bene agio operato e molto male acumulato--en la mia vita passata.

--Frate, non te desperare;--paradiso poi lucrare se te guarde dal furare--l'onor suo che t'ha vetata.

Teme, serve e non falsare--e combatte en adurare si e' 'n bon perseverare,--proverai l'umiliata[1].

NOTE:

[1] Le tre stanzie sequente erano in alcuni libri inanti le tre ultime:

O lamento mio lamento,--o lamento con tormento, o lamento co m'hai tento,--de tal machia m'hai sozata!

O corrotto mio corrotto,--o corrotto pien de lotto, o corrotto o' m'hai adotto,--che sia nel foco soterrata?

Conscienzia mia mordace,--tuo flagello mai non tace; tolta m'hai dal cor la pace--e con Dio scandalizata.

(Nota del Bonaccorsi).

XVII

DE FRATE RANALDO, QUALE ERA MORTO

Frate Ranaldo, dove se' andato?--de quolibet sí hai disputato?

Or lo me di', frate Ranaldo,--ché del tuo scotto non so saldo; se èi en gloria o en caldo--non lo m'ha Dio revelato.

Honne bona conscienza--che 'l morir te fo en pazienza; confessasti tua fallenza--absoluto dal prelato.

Or ecco iá la questione:--se avesti contrizione, quella ch'è vera onzione--che destegne lo peccato.

Or sei ionto a la scola--ove la veritá sola iudica omne parola--e demostra omne pensato.

Or sei ionto a Collestatte--do' se mostra li toi fatte; le carte son fore tratte--del mal e ben c'hai oprato.

Ché non giova far sofismi--a quelli forti siloismi, né per corso né per risme--che lo vero non sia apalato.

Conventato se' en Parese--a molto onor e grande spese; ora èi ionto a quelle prese--che stai en terra attumulato.

Aggio paura che l'onore--non te tragesse de core a tenerte lo menore--fratecello desprezato.

Dubito de la recolta--che dal debito non sia sciolta, se non pagasti ben la colta--che 'l Signor t'ha comandato.

XVIII

COMO L'OMO È ACECATO DAL MONDO

Omo, tu se' engannato,--ché questo mondo t'ha cecato.

Cecato t'ha questo mondo--coi delette e col sogiorno e col vestimento adorno--e con essere laudato.

Li deletti c'hai avuti,--mo que n'hai? sonsene giuti; en vanetá sí t'hai perduti--e fatto ci hai molto peccato.

Ed unqua non vol pentire--finché vieni a lo morire; da che sai non puoi guarire,--dice pro 'l prete sia mandato.

Lo prete dice:--Figlio mio,--como sta lo fatto tio?-- e tu dice:--Sere, ch'io--so de mal molto gravato.--

Sí t'affligon li figlioli--ché gli lassi po' te soli; piú de lor che de te doli,--ché 'l fatto lor lassi embrigato.

Quel dolor t'afflige tanto,--quando i figli piangon en alto, che 'l fatto tuo lassi da canto--de render el mal aquistato.

Poi che veni a lo morire,--li parenti fon venire; non ti lassan ben uscire,--fuor de casa t'on gettato.

Fin a santo von gridanno--e dicendo:--Or ecco danno!-- Torna a casa, briga entanno--che 'l manecar sia 'parechiato.

Poi che s'onno satollati,--del tuo fatto s'on scordati; dei denar c'hai guadagnati--non hai teco alcun portato.

O tapino, a cui aduni?--ad arriccar li toi garzuni? da ch'èi morto, i gran boccuni--se fon del tuo guadagnato.

XIX

DE L'OMO CHE NON SATISFECE IN VITA SUA DEL MAL ACQUISTATO

--Figli, nepoti e frati,--rendete el maltolletto lo quale io ve lassai.

Voi lo prometteste a lo patrino--de renderlo tutto e non [venir mino; ancor non me dest per l'alma un ferlino--de tanta moneta quant'io [guadagnai.

--Se 'l te promettemmo or non te 'l sapevi?--ben eri sagio che tu [lo credevi! se tu nel tuo fatto non provedevi,--attèndeti a noi che 'l farimo [crai!

--Io vi lassai el molto valore;--pochi presenti da voi ebbe [ancore; quando ce penso ho gran descionore,--ché m'ho abandonato quel che [piú amai.

--Se tu n'amasti, devevi vedere--a quegno porto devive venire; de quel ch'aquistasti volem gaudere--e non è verun che curi en tuo [guai.

--Io ve lassai le botte col vino,--lassavi li panni de lana e de [lino; posto m'avete nel canto mancino--de tanta guadagna quant'io [congregai.

--Se tu congregasti tanta guadagna,--de darte covelle a noi non ne [caglia; ággete pace, se pate travaglia;--facesti tal fatti, captivo ne vai.

--Io amesurai a sostenere--la terra la vigna per far lo podere; or non potete niente volere--darme una fetta de quel ch'aquistai.

--Se tu fuste crudo ad esser tenace,--de darte chevelle a noi non [ne piace; stanne securo e fanne carace!--de le tue pene non ne curam mai.

--Io v'alevai con molto sudore--e poi me dicete tal descionore! Penso che voi verrite a quel ore--che provarite che son li mei guai.

XX

DEL SCELERATO PECCATORE PENITENTE

O me lasso, dolente--ca lo tempo passato male l'ho usato--en ver' lo Creatore.

Tutto lo mio delettare,--da poi che m'allevai, fo del mondo amare;--de l'altro non pensai; or me conven lassare--quel che piú delettai ed aver pena assai--e tormento e dolore.

Lo mangiare e lo bere--è stato el mio deletto, e posare e gaudere--e dormire a lo letto; non credeva potere--aver nullo defetto; or so morto e decepto,--ch'agio offeso al Signore.

Quand'altri gi' al predecare--o a udir messa ad santo, ed io me gía a satollare--e non guardava quanto; poi me rendea a cantare;--or me retorna en pianto; quello fo lo mal canto--per me en tutto peggiore.

Quando alcun mio parente--o amico deritto me reprendea niente--o de fatto o de ditto, respondeali mantenente,--tanto era maleditto: --Morto en terra te mitto--se ne fai piú sentore.--

Quando en assembiamento--bella donna vedía, faceagli sguardamento--e cenni per mastría; se non gli era en talento,--vantando me ne gía; da me non remanía--che non avesse descionore.

Per la mala ricchezza--ch'a sto mondo agio avuta, so visso en tanta alteza,--l'alma n'agio perduta; la mala soperchianza,--com'è da me partuta, siramme meretuta--de foco e d'encendore.

La vita non me basta--a farne penetenza, ché la morte m'adasta--a darne la sentenza; se tu, Vergene casta,--non acatte indulgenza, l'anema en perdenza--girá senza tenore.

Regina encoronata,--mamma del dolce figlio, tu se' nostra advocata;--veramente assimiglio per le nostre peccata--che non giamo en esiglio; manda lo tuo consiglio,--donna de gran valore.

XXI

DE QUELLO CHE DOMANDA PERDONANZA DA POI LA MORTE

--O Cristo pietoso,--perdona el mio peccato, ch'a quella son menato--che non posso piú mucciare.

Giá non posso piú mucciare--ché la morte m'ha 'battuto; tolto m'ha el solazzare--desto mondo ove son suto; non ho potuto altro fare,--son denante a te venuto; èlme oporto el tuo aiuto--ché 'l Nemico volme accusare.

--Non è tempo aver pietanza--po' la morte del peccato; fatta te fo recordanza--che tu fusse confessato; non voleste aver leanza--en quel che te fo comandato, la iustizia ha 'l principato--che te vole esaminare.

Lo Nemico sí ce vene--a questa entenzagione: --O Signor, pregote bene--che m'entende a ragione; che a questo omo s'avene--ch'io lo mene en pregione, s'io provo la cagione--co el se de' condennare.--

El Signor che è statera--responde a questo ditto: --La prova, se ella è vera,--entenderolla a distritto; ché onne bono omo spera--ch'io sia verace e dritto; se hai il suo fatto scritto--or ne di' ciò che te pare.