Le Laude secondo la stampa fiorentina del 1490
Chapter 15
Ma, sempre a proposito della lezione in alcun luogo incerta o toscaneggiante dell'edizione principe, mi sia lecito insistere sopra un concetto da me espresso altra volta e che il Brugnoli non ha creduto opportuno di confutare. Secondo il D'Ancona[21], la lingua originale dei ritmi iacoponici doveva esser l'umbra o, meglio, il volgare di Todi. «Se si volesse dare--io scrivevo--un valore assoluto all'opinione dell'illustre critico, bisognerebbe convenire che il testo dell'edizione fiorentina qua e lá si discosta notevolmente da quello che doveva essere il linguaggio tudertino del Duecento. Ma, quando si pensi che l'_editio princeps_, sebbene risulti dalla concordanza di piú raccolte diverse tra loro per l'etá e per l'origine, si fonda sopra tutto sui due codici todini =assai antichi=, e che le maggiori divergenze dall'uso umbro si riscontrano specialmente in quelle ultime poesie, della cui autenticitá si può a buon diritto dubitare anche per una certa ineguaglianza di stile, per la banalitá di alcune espressioni e, spesso, per la mancanza di quello che potrebbe chiamarsi 'sapore' iacoponico, vien da pensare che il fondo idiomatico primitivo non abbia poi subíto nel testo bonaccorsiano troppo profonde modificazioni. Ma c'è di piú. I biografi di Iacopone, che hanno seguíto cecamente la tradizione senza curarsi di separare i fatti positivi da tutti i particolari fantastici formatisi per false interpretazioni dei passi autobiografici e per analogia di altre leggende francescane, affermano concordi che l'_amor Dei usque ad contemptum sui_ fu cosí ardentemente sentito dal poeta tudertino, da indurlo a commettere, insieme con molte altre pazzie, anche quella di affettare il piú profondo disprezzo per la propria cultura e dottrina. Ora non è chi non veda il ridicolo di tale affermazione. Iacopone da Todi aveva fatto i suoi studi di diritto, forse a Bologna; aveva esercitato per lunghi anni la professione di avvocato nella sua cittá natia; aveva fors'anco dettato componimenti in rima prima di darsi a vita spirituale, ed è lecito supporre che non gli fosse ignota la bella fioritura della poesia lirica del suo tempo, i cui spunti e le cui immagini sin troppo profane ricorrono con molta insistenza nelle sue laudi-ballate. Per quanto profondo fosse l'orrore e il disprezzo degli anni trascorsi nelle vanitá del mondo, come avrebb'egli potuto far getto della propria coltura, di quel patrimonio intellettuale, caro sopra ogni altro perché frutto in ciascuno di inenarrabili fatiche, senza sentirsi miseramente inaridire quella ricca vena poetica, onde, come altrettanti ruscelli, scaturivano i suoi sacri ritmi, schiumeggianti e torbidi talvolta per l'impeto della discesa, ma sempre meravigliosi di vita e di freschezza? Iacopone parlava e componeva nel suo nativo dialetto cosí come solevano le persone della sua coltura. E non sarebbe giusto rifiutare inesorabilmente come alterazioni illegittime di amanuensi e di editori tutto ciò (e non è gran cosa) che nel testo dell'edizione fiorentina del 1490 sembra discostarsi dalle particolari caratteristiche del dialetto tudertino»[22].
Una delle questioni piú difficili e piú lungamente dibattute tra gli studiosi è quella che concerne l'autenticitá dei ritmi attribuiti a Iacopone. Le raccolte primitive dovevano contenere appena una novantina di laude, quante cioè ne contengono i codici del secolo XIV. Ma per la pronta diffusione che le poesie del Nostro ebbero nell'Umbria, nella Toscana e nell'Italia settentrionale (diffusione dovuta, oltre che al merito intrinseco dell'opera iacoponica, anche alla fiera discordia fervente nel seno stesso dell'ordine francescano tra i vari partiti, per alcuno dei quali il nome di Iacopone poté servire quasi di segnacolo in vessillo, e alla aureola di martirio che la leggenda non tardò a creare intorno all'austera figura del poeta tuderte), il primitivo corpo laudistico iacoponico andò a mano a mano aumentando, fino a raggiungere e a sorpassare nel secolo XVII il numero di duecento composizioni.
Ma la critica ha ormai fatto giustizia di molte false attribuzioni; e mentre dopo lunghi dibattiti ha restituito al Nostro alcuno di quei componimenti, come
Amor de caritate--perché m'hai sí ferito,
che qualche erudito con inconsulta audacia gli aveva tolti per attribuirli al poverello d'Assisi, non ha esitato, d'altra parte, a rigettare inesorabilmente come apocrifi i canti dovuti alla larga imitazione iacoponica del XIV e XV secolo[23].
È dunque ormai pacifico che l'originaria produzione iacoponica debba restringersi a quel centinaio di ritmi contenuti nei codici del Trecento, vale a dire alle cento e due laude della raccolta bonaccorsiana[24]. Ma, per converso, tutti, assolutamente tutti i ritmi dell'edizione fiorentina debbono ritenersi autentici?
L'onesta avvertenza del Bonaccorsi: «Non si dice però per questo che lui non facesse maggior numero de laude, =né anco si afferma che tutte queste sieno facte da lui= per non se havere di ciò altro di certo», ha per me un grande valore. Secondo la prima intenzione dell'editore, la raccolta doveva chiudersi con la XCIII lauda, con «Donna del paradiso», la quale «è posta in questo loco--egli scrive--=per clausura= de le precedente: el principio de le quali è pur da lei [cioè la lauda «O Regina cortese», anch'essa pertinente alla Madonna]: et =per uno separamento= dalle seguente laude trovate in diversi libri»[25]. L'autoritá di altri codici consultati, la forza della tradizione, la quale giá sul finire del Quattrocento aveva sanzionato molte attribuzioni, e fors'anco il desiderio--alquanto ingenuo--di raggiungere per il suo volume «el numero perfecto de cento»[26], poterono indurre il Bonaccorsi ad aggiungere quelle nove laudi con cui si chiude la raccolta, e sulla cui autenticitá è possibile, secondo me, sollevare qualche dubbio, tenuto conto anche delle annotazioni particolari con che il Bonaccorsi, mosso da quegli scrupoli, che tanto ragionevolmente ci fanno apprezzare l'opera sua di editore illuminato, volle mettere in guardia il lettore[27].
Il prof. Brugnoli (è doveroso discutere anche su questo punto la sua opinione per il largo ed esauriente esame ch'egli ha fatto delle stampe e dei codici iacoponici) non condivide i miei dubbi. «Invero--egli scrive--queste [cioè le ultime laude della raccolta] non si trovano, se non per eccezione, in altri mss., specie in quelli estranei alla famiglia umbra. Senonché questo avviene anche per altre laude pur contenute nella Principe e tuttavia non comprese fra le ultime e piú sospette di questa stampa. È appunto il caso dei ritmi: 'Fede, speme e caritate'; 'Amor dolce senza pace' (_sic_); 'Omè lascio dolente'. Dovremo noi escludere anche queste dal novero delle laude d'indubbia autenticitá?». No, poiché «quanto sin qui dicemmo--egli continua--intorno allo svolgimento e alla diffusione del materiale laudistico iacoponico, ci porta a concludere che solo gli antichi mss. umbri, e non giá i codici toscani e veneti, possono avere un gran peso nella bilancia»[28].
Son lieto che per una volta tanto sia proprio il Brugnoli a riconoscere il maggior valore dell'edizione principe. Senonché gli argomenti, ch'egli adduce, lasciano sempre adito al dubbio da me espresso. E invero, come si può escludere che l'editore stesso dubitasse dell'autenticitá delle ultime laude della sua raccolta, chi metta in relazione le parole del suo proemio con le avvertenze da lui premesse a quelle laude? È questo un elemento di critica che non deve essere trascurato, specie se va unito al giudizio che può farsi sul merito intrinseco di quelle poesie, meno caratteristiche, meno precise nel loro schema metrico e meno umbreggianti di tutte le altre. Quanto alle tre poesie citate dal Brugnoli, che non si trovano se non nei codici umbri, si potrebbe osservare che anche su quella che incomincia
Oimè! lasso dolente
l'editore fiorentino non ha mancato di esprimere qualche dubbio. L'avvertenza alla lauda XCVI dice infatti: «Questa lauda seguente era pur nel dicto libro antiquo [nel Perugino del 1336] et ancora in alcuni todini, benché paia assai bassa como la XX in ordine, che incomenza 'Oimè, lasso dolente'»[29].
Ma siano o no queste ultime rime da attribuire sicuramente a Iacopone, il fatto che solo di alcune poche poesie della raccolta bonaccorsiana si possa dubitare, e che il dubbio non sia condiviso da tutti gli studiosi, dimostra che l'edizione principe merita la maggiore fiducia in fatto di attribuzioni.
Ed alla autoritá della Principe il Brugnoli stesso giustamente fa appello[30] a proposito della tanto discussa autenticitá della satira
O papa Bonifazio--molt'hai iocato al mondo.
Questa poesia, che fa parte di un gruppo abbastanza numeroso di satire contro i falsi prelati e contro colui che nella mente del fiero assertore della rigida regola francescana appariva come
Lucifero novello--a sedere en papato,
ebbe molta fortuna nel secolo XIV. Nell'ambiente religioso e politico non erano ancora spenti gli echi della feroce lotta combattutasi tra il papa e la parte ghibellina, sostenuta dal re di Francia; in quella satira o, meglio, in quella invettiva Iacopone si fa interprete di tutti i risentimenti provocati dal Caetani e con inaudita violenza di linguaggio, che ha sgomentato i suoi troppo ortodossi commentatori, investe il papa, accusandolo di simonia, di nepotismo, di aviditá verso i soggetti, di sete indomabile di potere, e gli predice l'ultima ruina. I famosi versi profetici:
subito hai ruina--sei preso en tua magione e nullo se trovòne--a poterte guarire . . . . . . . . . . . . . . . . . . e Dio sí t'ha somerso--en tanta confusione, che onom ne fa canzone--tuo nome a maledire
sembrano alludere alla cattura d'Anagni e alla morte del pontefice, seguíta di lí a pochi giorni. Il che ha fatto supporre che la poesia sia stata composta a fatti compiuti, cioè dopo il 1303. Ma il contesto della poesia non ammette dubbi: essa è un'invettiva contro Bonifacio ottavo vivo e nella pienezza della sua potenza. E come, d'altra parte, supporre che Iacopone giá molto vecchio, logorato dalla lunga crudele prigionia, e desideroso soltanto della pace del chiostro e della preghiera in comune, si inducesse a scrivere quella fierissima rampogna contro l'alto personaggio testé scomparso dalla scena del mondo?
Di qui due ipotesi: che la poesia non sia stata composta dal Nostro, ma da alcuno dei numerosi nemici del Caetani durante la preparazione del processo, che alla memoria di questo pontefice aveva intentato Filippo il Bello; o che alla poesia scritta da Iacopone nel 1297, mentre si svolgeva la lotta tra i Colonnesi e Bonifacio ottavo e nella famosa protesta di Lunghezza si impugnava la validitá dell'elezione pontificia, si sieno aggiunte piú tardi, cioè dopo la cattura d'Anagni, le strofe che alludono a questo crudele episodio. Ma alla prima ipotesi, sostenuta dal Tenneroni, sembra contrastare il fatto che la poesia si trova nell'edizione principe e cioè nei codici todini piú antichi. Piú attendibile invece appare la seconda, caldeggiata dall'Ozanam[31] e ultimamente dal Brugnoli, il quale mette giustamente in rilievo come «la lauda controversa senza le strofe che l'esame critico aveva riconosciute come interpolate» si trova in un manoscritto del Trecento, il cod. Magliabechiano, II, 6, 63[32].
Ma, a parte questi ed altri problemi particolari, la questione dell'autenticitá è veramente fondamentale per la critica della leggenda iacoponica. Tutti sanno che le notizie certe sul poeta tudertino sono molto scarse[33], e che le minuziose informazioni sulla vita da lui trascorsa nelle vanitá del mondo e sulle stranezze commesse durante i primi anni di penitenza sono il frutto della elaborazione di elementi incertissimi, dovuti in parte all'arbitraria ricostruzione di circostanze che sembrano risultare dai passi cosí detti autobiografici, e in parte alla fantasia del primo anonimo biografo del Quattrocento, del quale giustamente il Novati ha scritto aver fatto opera «non di storico, ma di agiografo». Cosí nel tudertino, piuttosto che il =sacro giullare= girovagante pei monti e pei piani dell'Umbria noi amiamo riconoscere col Novati il poeta filosofo, il =teorico= del misticismo, spoglio di qualsiasi vincolo con le compagnie dei Disciplinati e coi Laudesi, e poetante «pe' confratelli suoi, per quell'anime ardenti, che sotto il vessillo francescano cercavano al pari di lui la via della croce, l'unione assoluta con la divinitá»[34].
Ma pur chi non voglia consentire col Novati in questa nuova, audace figurazione di Iacopone da Todi, e senta di non poter negare ogni valore ai dati tradizionali, dovrá imporsi un rigoroso lavoro di cernita nella farragine delle notizie tramandate dai biografi, per l'accertamento dei dati autobiografici contenuti nelle poesie che possono sicuramente attribuirsi al tudertino. E per il futuro biografo di Iacopone sará, anche per questo verso, preziosissima la raccolta contenuta nell'edizione fiorentina del 1490.
NOTE:
[9] _Laude di frate Iacopone da Todi_, impresse per ser Francesco Bonaccorsi in Firenze, a dí ventiotto del mese di septembre MCCCCLXXXX.
[10] _Laudi del beato frate Iacopone del sacro ordine di frati minori de osservantia_, Bressa, per Bernardo de Misintis, 1495.
[11] _Le poesie spirituali del beato Iacopone da Todi... accresciute di molti altri suoi cantici nuovamente ritrovati, con le scolie et annotationi..._, Venetia, Nicolò Misirini, 1617.
[12] _Li cantici del beato Iacopo da Todi_, con diligenza ristampati con la gionta di alcuni discorsi et con la vita sua. App. Ippolito Salviano, Roma, 1558.--_Li cantici del beato Iacopone da Todi_, aggiuntivi alcuni canti cavati da un manoscritto antico non piú stampato, Napoli, Lazzaro Scoriggio, 1615.
[13] Per queste due edizioni cfr. GAMBA, _Serie dei testi di lingua_, Venezia, 1828, nn. 478 e 479.
[14] Cfr. GAMBA, op. cit., n. 477, e ED. BOEHMER, _Iacopone da Todi, Prosastücke von ihm, nebst Angaben über Manuscripte, Drucke und Uebersetzungen seiner Schriften_, in _Romanische Studien_, 1 (1871-75), 138. Il D'ANCONA nella recente ristampa del suo _Iacopone da Todi, il giullare di Dio del secolo XIII_, Todi, Casa editrice «Atanòr», 1914, p. 5, scrive: «Quanto piú posso, nel citare mi attengo alla edizione di Firenze 1490, presso il Bonaccorsi, riprodotta ne 1558 dal Modio: edizione condotta su antichi manoscritti di Todi e di Firenze, e la cui autoritá è affermata da G. Ferri nella riproduzione sopraccitata. Possono perciò credersi con molta probabilitá tutte autentiche le rime della stampa bonaccorsiana, sebbene l'editore stesso non osi darne certezza; pur ammettendo tal qualitá in alcune edite dal Tresatti e da altri, le quali in ogni caso servono a meglio determinare la forma e gli intenti della lauda spirituale antica». Il MOSCHETTI (_I codici marciani_, Venezia, 1883) esprime un giudizio anche piú favorevole all'ediz. principe, che afferma valere «quanto molti codici riuniti dei piú antichi e preziosi».
[15] _Laude di frate Iacopone da Todi secondo la stampa fiorentina del 1490 con prospetto grammaticale e lessico_ a cura di GIOVANNI FERRI, in Roma, presso la Societá filologica romana, MDCCCCX.
[16] D'ANCONA, op. cit., p. 5, nota 4.
[17] _Le satire di Iacopone da Todi ricostituite nella loro piú probabile lezione originaria con le varianti dei mss. piú importanti e precedute da un saggio sulle stampe e sui codici iacoponici_ per cura di BIORDO BRUGNOLI, ordinario di lettere italiane nella R. Scuola normale maschile di Perugia, in Firenze, per Leo S. Olschki editore, MDCCCCXIV, p. XIV sgg. Di questo volume e della ristampa del D'ANCONA si legga l'ottima recensione di E. G. PARODI nel _Marzocco_ del 28 giugno 1914 (_Il giullare di Dio_), e l'articolo di CIRO TRABALZA, _Il glorioso ritorno di un giullare di Dio: «Iacopone da Todi» di A. D'Ancona_, nel _Giornale d'Italia_ del 21 luglio 1914.
[18] Op. cit., p. VI.
[19] Il prof. Brugnoli mi rimprovera (p. CVIII) di assegnare i codici todini =assai antichi= alla fine del XIII secolo e di «far gran caso della differenza di espressione usata [dall'editore] per quei codici =assai antichi= in confronto di quella adoperata per il cod. Perugino del 1336 e per un altro suo coevo, dei quali l'editore fiorentino dice che erano =pur antichi=». «Anche a voler dare importanza (egli continua) a questa lieve sfumatura--dico lieve perché l'induzione si fonderebbe tutta sulla mancanza dell'avverbio 'assai', mancanza in gran parte compensata dal 'pur'--non è possibile rimontare piú indietro del 1300, perché altrimenti sarebbero rimaste escluse da quei codici le laude composte da Iacopone durante e dopo la prigionia, laddove ce ne troviamo invece parecchie se non tutte». Riconosco che l'attribuzione (da me proposta, del resto, con molta circospezione) dei codd. todini piú antichi alla fine del XIII secolo (l'anno 1300 appartiene a quel secolo!) può parere arrischiata, ma non priva di qualsiasi fondamento, in quanto--trattandosi di codd. perduti--non si può ammettere senz'altro ch'essi contenessero le poesie iacoponiche composte durante e dopo la prigionia. Il fatto ch'esse si trovino nei codici del XV secolo derivati dai todini può anche spiegarsi con le aggiunte e le interpolazioni, che il Brugnoli stesso ammette a proposito di altre questioni. Quanto alla distinzione tra i codd. todini =assai antichi= e i due =pur antichi=, mi par proprio che il Bonaccorsi abbia voluto stabilire una gradazione cronologica tra i primi e i secondi. A meno che non si tratti di ipersensibilitá grammaticale da parte mia, io son d'avviso che l'avverbio «assai» abbia un significato ben differente dall'avverbio «pur». La mia induzione si fonda dunque sul diverso significato di due parole diverse, cioè su qualche cosa di piú consistente della «lieve sfumatura», di cui parla il Brugnoli. Pei raffronti di codici e di stampe iacoponiche si veda, oltre lo studio citato del BOEHMER, quello del TOBLER nella _Zeitschrift für roman. Philologie_, III, 178. Si veda anche A. FEIST, _Mittheilungen aus älter. Sanml. italienisch. geistlich. Lieder_, in _Zeitschrift f. rom. Philol._, XIII (1889), 115; e gli _Inizi di antiche poesie italiane con prospetto dei codici che le contengono_ e _Introduzione alle Laudi spirituali_, di A. TENNERONI, Firenze, Leo S. Olschki, 1909.
[20] Op. cit., p. VII.
[21] Op. cit., p 46.
[22] Cfr. la mia prefazione alla ristampa della Societá filologica romana.
[23] Fu il WADDING che attribuí pel primo questa poesia, insieme con l'altra «In fuoco l'amor mi mise», a san Francesco; ma il padre I. AFFÒ dimostrò vittoriosamente la falsitá di tale attribuzione. Cfr. per maggiori particolari A. D'ANCONA, op. cit., p. 56, nota 8. FRANCESCO NOVATI, nel suo discorso _L'amor mistico in san Francesco d'Assisi ed in Iacopone da Todi_, pubbl. nel volume _Freschi e minii del Dugento_, Tip. ed. L. F. Cogliati, Milano, MCMVIII, conclude a proposito di siffatte attribuzioni (p. 242): «Chi si illude di sorprendere i tripudi amorosi del Nostro [san Francesco] nelle laudi 'Amor di caritade', 'In foco l'amor mi mise', dimostra (ci sia lecito il dirlo) di non capir nulla di nulla né dell'anima di san Francesco né della storia della lirica sacra italiana».
[24] Cfr. NOVATI, op. cit., p. 247.
[25] Vedi p. 232.
[26] Veramente la raccolta comprende 102 laude. Ma nella nota alla lauda CII (p. 255) l'editore avverte: «Questa =laude extravagante= è posta per finire el numero perfecto de cento: benché ne sian due de piú sotto doi numeri, cioè XLVII e LXXVII per inadvertentia: et cusí sono CII laude in tutto». Naturalmente la numerazione è stata corretta in questa ristampa.
[27] Le annotazioni dell'editore si trovano alle pp. 232, 236, 239, 255.
[28] Op. cit., p. CXLIV.
[29] Vedi p. 236.
[30] Op. cit., p. CXLVI sgg. E vedi anche D'ANCONA, op. cit., p. 84, n. 2, ove si confuta l'opinione di A. TENNERONI.
[31] A. F. OZANAM, _Les poètes franciscains en Italie au XIII siècle_, Paris, V. Lecoffre, 1882.
[32] Op. cit., p. CXLIX.
[33] La cronologia piú probabile della vita di Iacopone è stata fissata da A. D'ANCONA, op. cit., p. 18 in nota. Circa le biografie tradizionali cfr. pure D'ANCONA, op. cit., p. 15 e BRUGNOLI, op. cit., p. CIV, nota 1.
[34] Discorso e vol. cit., p. 245 sgg.
GLOSSARIO
Nota del Trascrittore: tra parentesi quadre si trovano le versioni alternative presenti nel testo.
_abbi_, io ebbi.
_abbreviata_, rimpicciolita, cfr. _breviare_.
_áber_, ebbero.
_abominanza_, vergogna.
_abondo_, abbondante.
_abracciata_, abbracciamento.
_abramare_, bramare: _abrama, abrami_.
_abrasciato_, ardente.
_abrenca_ (_t'a._), adòperati, indústriati.
_abreviare_, rimpicciolire: _abreviando_.
_absolveto_, sii assolto.
_abundi_, 'tanto piú foco _a._', tanto piú abbondi in ardore.
_abissare_, inabissare: _abissame, abissata_.
_acattaría_, acquisto, guadagno.
_acatte_, acquisti.
_acatto_, acquisto, guadagno.
_achianta_, alligna, attecchisce.
_acolle_, accoglie.
_acolmato_, colmato, colmo.
_acolte_, strette, raccolte.
_acomenza_, incomincia.
_aconciato_, acconciatura.
_aconfé_, 's'_a._', si confece, si convenne.
_adamato_ (imperativo), ama.
_adarsi_, accorgersi; 'non te n'_adai_'; _adato_.
_adasta_, eccita, spinge.
_ademandare_, domandare: _ademando_, _ademandi_, _ademanda_, _ademandato_, _-e_.
_ademanni_, domandi.
_ademplendo_, riempiendo, colmando.
_ademplenza_, soddisfazione.
_adetata_, infamata.
_adimandi_, domandi.
_adizzata_, aizzata.
_adoguagliato_, eguagliato.
_adolorava_, mi addoloravo.
_adomando_, domando.
_adorato_ (sost.), adorazione.
_adornanza_, ornamento.
_adulterato_, 'con tutte ha _a._', ha tradito tutte.
_adurare_, perseverare; 'en _a._', con perseveranza; _adura_, persevera.
_adurate_, 'per _a._', con la perseveranza.
_adúsate_ [_adusate_], abítuati.
_adviáme_, mi avviai.
_affare_, 'donna da grande _a._', ricchissima; 'de poco _a._', di poco conto; 'de sí alto _a._'; 'secondo 'l pover mio _a._', secondo le mie deboli forze; 'dargli tutto 'l suo _a._', tutto quel che possiede.
_affá_, 's'_a._', si conviene.
_affétta_ [_affetta_], desidera.
_affetto_, passione, dolore, tribolazione.
_afferrare_, tormentare: _m'afferra_; _afferrato_, tormentoso, doloroso; _afferrate_, tormentate.
_affittare_ e _afi-_, affisarsi, osservare: _affitta_, _afitta_, _afittai_.
_affletto_, afflitto.
_afflitto_, ferito.
_affollato_, oppresso, schiacciato.
_affolto_, sostenuto, appoggiato, difeso.
_affrantura_, debolezza, dolore, pena eterna.
_affrenare_, raffrenare: _affrenata_, _affreniti_, freniate.
_aficco_, 'm'_a._', mi figgo.
_afigura_, 'non m'_a._', non posso figurarmi.
_afocare_, infocare: _afocata_; e affogare: _afocato_.
_afogato_, affogato o soffocato.
_afoma_, 's'_a._' si offusca.
_afranto_, sofferenza, dolore.
_afrigolito_, infreddolito.
_agirlato_, stordito, ebbro.
_agne_, anni.
_agno_, agnello.
_agrondo_, 'm'_a._' mi rattristo.
_aguardare_, osservare, rimirare: _aguarda_, _aguardame_, _aguárdate_ [_aguardate_], _aguardare_, _aguardáte_ [_aguardate_], _aguardai_, _aguardando_.
_aguata_, guarda, osserva.
_aiace_, conviene.
_ainina_, 'carta _a._', cartapecora.
_aino_, agnello.
_aiutare_, salvare; '_aiuta_ la sconfitta', salvaci dalla sconfitta; '_aiuta_ lo notare', assistici nel nuoto.
_aiute_, 'l'_a._', l'aiuto.
_albergare_, ospitare e abitare: _albergalo_, _albergato_.
_albergaria_, abitazione, stanza.
_albergo_, abitazione.
_albitrio_, arbitrio.
_alcono_, alcuno.
_alegranza_, gioia.